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lunedì 21 gennaio 2019

Cottarelli, l’economia commette un grosso errore. E Di Maio l’ha capito

Fonte: Il Fatto Quotidiano  Economia & Lobby | 21 Gennaio 2019 
Vorrei parlare di due persone: il professor Carlo Cottarelli e Aurelio Peccei.
Il professor Cottarelli non abbisogna di presentazione. Persona dalla evidente correttezza e integrità professionale, oltre che competenza, lo stimo moltissimo, così come la grande maggioranza dei nostri connazionali. Aurelio Peccei pochi lo conoscono, ma è stato un grande, grandissimo italiano, un nome da Premio Nobel. Ne parlo anche in relazione a una piccola vicenda personale che mi ha portato nel 1984 a un contatto con lui che mi rimarrà sempre impresso. Fu uno dei più grandi italiani del secolo scorso; una persona poco conosciuta ma grandiosa, che aveva posto l’uomo al centro dell’Universo. Aurelio Peccei, il fondatore del Club di Roma cui si deve il libro I limiti dello sviluppo.
Circa 35 anni fa, quando – giovane 42enne, pieno di impulsi conoscitivi – mi era interessato della sorte dell’oro (bene rifugio per eccellenza), era l’epoca in cui avvenivano dei cambiamenti sensibili nel mondo arabo, a seguito di una forte evoluzione del prezzo del petrolio che faceva affluire oro a palate nelle casse arabe. Avevo scritto un piccolo studio che andavo raccontando in diversi Rotary e diversi Lions club. Ero un ingegnere, non un economista e percepivo qualcosa al di fuori degli schemi in voga: raccoglievo consensi. Ma portavo in me una rilevante incertezza. Pensai di mandare queste mie idee ad Aurelio Peccei, che non avevo mai conosciuto, ma che per me era una figura di grandissimo valore e di grande umanità concreta. Gli chiesi, se possibile, un parere su quelle idee.
Con mia grande sorpresa, nel giro di una settimana mi rispose con una bellissima lettera che conservo gelosamente e il cui contenuto costituisce la ragione di questo mio post sul Fatto Quotidiano. Mi disse:
a) apprezzo e condivido le valutazioni da lei fatte sui problemi dell’oro (e, devo dire, trassi un bel sospiro di sollievo); b) stiamo varando e lanciando una iniziativa di studio macropolitico a Ginevra chiamata Forum Humanun. La invito a prendere contatto e a parteciparvi; c) voi economisti commettete tutti quanti un grosso errore: ritenete che l’economia costituisca il “grosso” della politica. Non è così, l’economia è semplicemente un mezzo per avvicinarci il più possibile alla felicità di tutti, per raggiungere la quale, però, esistono altre tematiche forse più importanti dell’economia, quali la giustizia, la sicurezza, la cultura, l’equità, la qualità della vita, l’utilizzo delle risorse terrestri e umane.
Circa il Forum Humanum dovetti rinunciarci. Avevo da poco abbandonato la carriera manageriale (a 39 anni ero un vicedirettore Fiat) per intraprendere, per mia scelta di vita, quella di consulente indipendente per la direzione aziendale e, con due figli piccoli, dovevo stare molto attento a impostare bene questa scommessa. Ma l’osservazione di cui al punto c) fu per me una vera a propria svolta filosofica. E così torniamo al professor Cottarelli.
La realtà è molto semplice: Cottarelli sta a Peccei come un radiologo sta ad un medico curante. Cottarelli ricopre un ruolo (molto dignitoso e assolutamente necessario, per carità) di formatore professionale delle informazioni e di controllo di ciò che avviene a fronte delle previsioni adottate; Peccei studiava e forma le previsioni. Non solo, mentre Peccei pensava e “prevedeva” esplorando al meglio tutti i settori che compongono la vita politica di un Paese, se togliamo lo scenario puramente “contabile-amministrativo” Cottarelli è sostanzialmente cieco.
Ma dove sta il busillis (la difficoltà)? Sta in un vezzo che discende da un’abitudine antica e ingannevole di confondere, specie in Italia, l’economia con la sola componente amministrativa. È un classico: discende da come è impostata la cultura nelle nostre scuole di economia. Qualche sera fa, seguendo la trasmissione di Di Martedì, fui molto colpito dalla tensione quasi rabbiosa fra Giovanni Floris e Cottarelli da un lato e Luigi Di Maio dall’altro. Era straevidente che si assisteva allo scontro fra due mondi che non comunicavano fra di loro. A mio parere Floris e Cottarelli recitavano un ruolo legato a un approccio tradizionale, vecchio, anche se corretto e necessario, sia ben chiaro; ma Di Maio parlava un altro linguaggio, suonava un’altra musica. E Floris e Cottarelli – due ottimi professionisti dalla evidente onestà intellettuale – non lo capivano.
Chissà come andrà il futuro, ma una cosa è sicura. Ed è che questo governo gialloverde ha avviato un approccio del tutto nuovo ed è anche sicuro che io sono dalla sua parte. Ed è pure opportuno che questa strabordante ossessiva presenza della parola “economia” nei problemi di politica (che poi è ormai diventata “finanza” ancor più che “economia”) ha un riscontro pazzesco nella realtà umana: ha concentrato la ricchezza sempre di più su una parte piccolissima della popolazione terrestre e ha dilatato a dismisura la povertà in tutta la restante parte: bingo, dottor Peccei!
Economia & Lobby | 21 Gennaio 2019

mercoledì 12 dicembre 2018

Deficit Francia vola oltre il 3%, Di Maio protesta. Addio al patto di stabilità Ue?

Fonte: W.S.I.  12 dicembre 2018, di Alberto Battaglia

La protesta dei gilet gialli, dalle problematiche di ordine pubblico rischia di provocare una nuova disputa politica fra Commissione Ue e governi nazionali. Le concessioni che il presidente Emmanuel Macron ha annunciato per lenire le proteste di piazza, infatti, “avranno conseguenze in termini di spesa [pubblica] e necessariamente implicheranno conseguenze in termini di deficit – e sappiamo che ne avranno sul deficit del 2019”.
Lo ha dichiarato con chiarezza il premier francese Edouard Philippe. E a quantificare tale impatto ci ha pensato il ministro dei Conti pubblici, Gerald Darmanin: il nuovo rapporto deficit Pil, stanti le nuove spese, arriverebbe al 3,4%. Una notizia che ha contribuito a riportare lo spread francese, rispetto ai Bund, ai massimi dal maggio 2017. E ad scatenare le proteste delle autorità dei paesi meno virtuosi come l’Italia.
Patto di stabilità in bilicoAl di là delle conseguenze sul piano strettamente finanziario, il problema che si pone è di tipo politico. La Commissione europea, infatti, di fronte a un deficit previsto al 2,4% dal governo italiano ha immediatamente agitato lo spettro della procedura d’infrazione. Accadrà lo stesso in vista di un deficit francese al 3,4%?
Il patto di stabilità e crescita e con esso la regola aurea della soglia del deficit al 3%, fissata in modo relativamente casuale ai tempi, non sono mai stati così in dubbio.
Soglia deficit: Salvini e Di Maio coglieranno palla al balzoL’occasione per raccogliere la polemica non è andata sprecata. Il vicepremier Luigi Di Maio ha dichiarato, infatti, che i francesi di “dovranno per forza aumentare il deficit e si aprirà anche un caso Francia, se le regole valgono per tutti“.
“La spesa [pubblica] di Macron incoraggerà Salvini e Di Maio”, ha detto a Bloomberg il politologo e professore ordinario Giovanni Orsina (Università Luiss-Guido Carli di Roma), “Macron avrebbe dovuto essere la punta di diamante delle forze europeiste, se lui stesso è costretto a sfidare le regole dell’Ue, Salvini e Di Maio si faranno avanti sulla spinta di ciò, per ribadire che quelle regole sono sbagliate“.
Al momento la posizione di Bruxelles rispetto alle novità del budget francese restano attendiste: le valutazioni sono rimandate a quando il nuovo piano economico sarà definito nel dettaglio. È in rialzo il rendimento dei titoli di riferimento francesi, con il tasso della scadenza decennale che ha toccato temporaneamente il livello più alto in un anno (di 0,756%). Lo Spread con la Germania si è ampliato a un certo punto a 47,5 punti base (i massimi da maggio 2017).

martedì 9 ottobre 2018

Savona vede Pil oltre stime e accusa Ue: “scontro politico insano”

Fonte: W.S.I. 9 ottobre 2018, di Mariangela Tessa

Il ministro per le Politiche Ue Paolo Savona scende in campo per difendere la scelta del governo di alzare il tetto deficit/Pil al 2,4% nel 2019. E lancia un nuovo affondo contro Bruxelles.
“Dicono che il 2,4% di deficit sia troppo? Cosa dobbiamo fare con una politica monetaria che inizia a diventare cautelativa e con il rallentamento della crescita internazionale?”, è la domanda retorica posta dal ministro nel corso di un incontro nella sede dell’associazione della stampa estera. “L’Unione europea tiene il pilota automatico in questa situazione, allora se rischia di andare contro un iceberg continua a tenere il pilota automatico?”.
Passando alla crescita, Savona fornisce una stima ben più ottimistica di quella presente nel Naef, affermando che il Pil potrebbe raggiungere il 2% nel 2019 e il 3% nel 2020 a fronte del a +1,5% e +1,6% prevista dall’esecutivo.
Quelle ”previsioni sono prudenti, sono molto cautelative’‘, osserva Savona aggiungendo che il suo collega all’Economia Giovanni Tria “affronta il più difficile dei compiti e richiede rispetto”.
Quanto alle reazioni del mercato di fronte alla manovra, Savona ha confermato:
“Non siamo preoccupati dai mercati ma dallo scontro politico tra forze conservative e riformista. Noi abbiamo fatto le scelte, vogliamo stare in Europa e nell’euro ma l’Europa deve fare qualcosa”. Ha sintetizzato: “Il mercato è sano, è lo scontro politico che è insano”.
Per il ministro, se l’Ue dovesse bocciare il programma economico del governo sarà ”il popolo” a decidere.
“Cosa succederebbe se l’Unione europea si mettesse in una posizione conflittuale verso questo programma del governo cosi’ cauto e moderato? Io non lo so, deciderà il popolo non io, io mi metto da parte“, afferma Savona. ”Alcune provocazioni, con un certo stile” sono “piuttosto pesanti” afferma, in riferimento al botta-risposta tra il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e il vice premier Matteo Salvini. Tuttavia, sottolinea, “il messaggio che ‘il mercato insegnerà agli italiani come votare’ io lo trovo molto più insultante di quello che risponde ‘non è sobrio quando parla”.
Quanto ai rischi dell’impatto della fine del programma espansivo della Bce, il Qe, per l’Italia, il ministro Savona dice di non aver “perso fiducia”.
“Draghi resta lì fino al 2019 – conclude -. Non credo che nessuno abbia interesse che l’Italia entri in una grande crisi”.

giovedì 26 luglio 2018

Di Maio: sì al Jefta, no al Ceta. Un errore politico prima che strategico

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 26 luglio 2018  


di Alberto Zoratti*
I motivi sono nelle ultime righe della comunicazione inviata dal ministro Luigi Di Maio al Consiglio europeo per il “Sì” all’accordo con il Giappone, lettera venuta in possesso della Campagna Stop Ttip Stop Ceta Italia dopo una richiesta di accesso agli atti. L’Italia pensa di poterne controllare gli effetti e gli impatti sui diritti ambientali, sociali e sugli standard agroalimentari. Non sapendo che è proprio la tutela di questi diritti che non viene garantita da trattati di libero scambio strutturati come il Jefta, del tutto simile al Ceta, con il Canada e al (per ora) congelato Ttip, perché i capitoli dedicati non hanno alcuno strumento che ne permetta un reale rafforzamento, se non procedure consultive e un ruolo assolutamente marginale della società civile.
Per la sicurezza alimentare il Codex Alimentarius diventa riferimento unico, esattamente come per il Ceta e per il Ttip, sebbene molto spesso abbia standard più deboli di quelli europei. E per l’etichettatura, la questione non cambia: se si pensa che mentre in Europa la presenza di Ogm dei cibi viene considerata accidentale se sotto allo 0,9% (senza obbligo di citazione in etichetta), in Giappone la soglia è attorno al 5%. E il tutto verrà armonizzato da un sistema di comitati tecnici che si riuniranno senza il minimo controllo parlamentare. Come per il Ceta.
Niente Isds, quindi tutto va bene?
Nel Jefta non è contemplato l’arbitrato investitore-Stato (Isds), e non per gentile concessione della Commissione Eu. Continuare il negoziato avrebbe ritardato l’approvazione dell’accordo, considerate le distanze sul capitolo investimenti che, essendo di competenza nazionale, avrebbe richiesto la ratifica da parte dei Parlamenti degli Stati membri. Fastidi evitati facilmente dallo spostamento di un accordo sugli investimenti più avanti, a Jefta ratificato dal solo da parte del Parlamento europeo. E gli stessi europarlamentari potranno solo accettare o rifiutare il trattato, non esistendo alcuna possibilità di emendamento del testo finale. Nonostante il Jefta, esattamente come il Ceta, sia stato portato avanti senza la dovuta trasparenza, già richiesta dall’Ombudsman europeo per il Ttip.
Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del Ceta: tutti quei servizi non elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
La liberalizzazione dei servizi finanziari include nella lista quei prodotti all’origine della crisi finanziaria come i prodotti derivati. E la cooperazione normativa considerata nell’accordo, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria soprattutto in una fase di instabilità e di volatilità, andrà verso la deregulation e la semplificazione.
Quindi Jefta sì, Ceta no?
Dicendo“Sì” al Jefta, Di Maio ha delegittimato una strategia condivisa con i movimenti: modificare la struttura dei trattati e il modo con cui vengono negoziati e approvati. Considerato che gli accordi conclusi non sono più negoziabili, tanto meno dai governi. Spostare l’attenzione sui potenziali vantaggi economici senza evidenziare criticità in altri settori, distrae da una profonda revisione del modello di trattato di libero scambio a un semplice calcolo aritmetico.
Nel luglio del 2016 le reti della società civile in occasione della votazione della risoluzione Lange sul Ttip al Parlamento di Strasburgo, proposero e presentarono sei emendamenti al testo di relazione che sottolineavano vere e proprie linee rosse insuperabili. Quelle proposte, sostenute da europarlamentari appartenenti a schieramenti diversi ponevano questioni di procedura, trasparenza, rispetto dei diritti ambientali e sociali. Molte delle quali, ancora oggi, dovrebbero essere riproposte per il Jefta.
*presidente di Fairwatch, Campagna Stop Ttip/Ceta Italia

Zonaeuro | 26 luglio 2018

domenica 15 luglio 2018

Trattato Ue-Canada, a essere contrari al Ceta non sono solo i sovranisti

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 15 luglio 2018 
Si torna a parlare di Ceta, il Trattato di libero scambio tra Ue e Canada, perché il processo di ratifica entra in un momento delicato. Il Presidente austriaco, ed ex leader dei Verdi, Alexander van der Bellen due giorni fa si è rifiutato di ratificare l’adozione del Trattato da parte del Parlamento, bloccandola fino alla decisione della Corte Ue sulla compatibilità della clausola Ics (Investment Court System), ossia l’arbitraggio sugli investimenti che possono essere danneggiati da norme pubbliche, con il diritto comunitario.
Inoltre, il neo Ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha annunciato che anche l’Italia voterà contro. Ricordo infatti che questo trattato ha la particolarità che, per essere definitivamente adottato (e nonostante questa sia una competenza esclusiva della Ue), deve essere ratificato, oltre che dal Parlamento europeo, anche da tutti i parlamenti nazionali della Ue all’unanimità.
In due articoli pubblicati su la Repubblica e sul Corriere, Ruffolo e Fubini criticano aspramente questa decisione come protezionista e sovranista. Sono assolutamente d’accordo con la dura critica al modo in cui Di Maio ha presentato l’opposizione al Ceta (un puro “sovranismo” per difendere corporazioni specifiche), ma non lo sono affatto con il limitare l’opposizione al Ceta solo a questo approccio. Al contrario. Il movimento che si oppone a questo accordo e che ha guidato le mobilitazioni europee è in gran parte europeista e convinto che dazi e barriere possano essere sì un gravissimo limite, reazionario e negativo, ma sono le priorità della politica commerciale europea che devono cambiare.
Non vedere questo sarebbe non solo perdere un’occasione di discussione in Italia su come migliorare la politica commerciale europea, da sempre sottomessa a una ideologia liberista a senso unico e pro-multinazionali (a prescindere dal loro comportamento in materia fiscale e sociale); significherebbe anche lasciare ogni critica al Ceta al campo dei sovranisti; per l’opposizione a questo governo significherebbe anche continuare a perdere terreno persino fra chi, tra gli attivisti e le forze politiche – con o senza maglietta rossa – è inorridito dalla sua deriva illiberale, razzista e nazionalista.
Ripeto: il Ceta non trova oppositori solo nel campo della società chiusa di Di Maio e Salvini, nelle corporazioni attente ai loro interessi particolari e pochissimo alle regole ambientali e sociali; la campagna è stata guidata dai sostenitori della società aperta dei diritti, dell’ambiente e della giustizia, da forze politiche come i Verdi che, al Parlamento europeo e in vari parlamenti nazionali e assemblee regionali, hanno intavolato una discussione lontanissima dalle meschine e superficiali ragioni di Di Maio. Il fatto di prestare attenzione esclusivamente a quest’ultime significa ancora una volta manipolare e non fare avanzare la discussione, polarizzandola in modo distruttivo. Ma quale sarebbe il problema con Ceta? Ce ne sono vari e di natura diversa.
La dura battaglia per trasparenza e contenuto del mandato avvenuta al Parlamento europeo ha funzionato in parte per il Ttip, ma assolutamente no per il Ceta. Gli interessi di importanti multinazionali sono stati tenuti di conto ben prima della sua pubblicazione e si è scoperta l’esistenza di un fast track inaccettabile, venuto alla luce troppo tardi per cambiare il contenuto dell’accordo.
Notiamo anche che quello con il Canada è il primo accordo che contiene una lista negativa di servizi che ogni Stato può escludere dalla competizione non europea, aprendo invece tutti gli altri; i brevetti europei sulle medicine potrebbero aumentare a dismisura i costi per il sistema pubblico canadese; il Canada è il terzo produttore di Ogm al mondo e l’accordo facilita l’impatto già notevole e sempre attivo della lobby pro-Ogm sul processo decisionale europeo e sulle regole esistenti che lasciano molti spazi in questo senso; il Ceta, inoltre, attacca leggi e regolamenti in sostegno di comunità e municipalità locali favorendo le multinazionali, né prevede direttive vincolanti sulla protezione dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. C’è poi la clausola che ha motivato il blocco del Presidente austriaco van der Bellen e che prevede tribunali privati che tutelano gli investitori stranieri e permetterebbero loro di intentare processi contro gli Stati, qualora considerassero i loro interessi commerciali danneggiati da norme interne. Queste clausole esistono già, ma non su una scala così ampia fra Paesi sviluppati; presentano rischi concreti di “giustizia parallela”, in particolare in materia ambientale e sociale. Questo è stato il punto della pessima fama del Ttip, prima dell’arrivo di Trump che lo ha chiuso forse per le ragioni sbagliate.
Insomma, apriamo anche in Italia un dibattito su meriti o demeriti del Ceta e su come si può rilanciare un commercio attento ai diritti dei piccoli produttori, delle comunità locali, aperto e di qualità, trovando le alleanze contro i sovranisti e demagoghi nostrani, invece che rafforzarli ancora riducendo i fronti pro e contro Ceta a quello fra sovranisti e internazionalisti.
Politica | 15 luglio 2018

giovedì 24 maggio 2018

Governo M5s-Lega, faremo i Conte con l’Europa?

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 24 maggio 2018


Dopo il conte abbiamo il Conte. Complice un viaggio sono indietro almeno di una richiesta di scuse. Quella a Matteo Salvini. Non pensavo, non credevo, che avrebbe avuto la forza di mettere in soffitta il Caimano. Siccome l’avevo scritto, riconosco l’errore.
Le prime parole di Giuseppe Conte all’uscita dallo studio alla Vetrata hanno immediatamente riproposto la formidabile domanda ideata da Alberto Bagnai, e poi ripresa da Claudio Borghi, nel corso della lunga marcia che li ha portati ad essere gli economisti di riferimento della Lega. “E se ci dicono di no?” Con queste poche parole hanno demolito tutte le subordinate europeiste, via via sempre più blande, che quel poco di sinistra critica nella accademia e nella politica osava opporre al dogma ideato a Berlino e Francoforte e promulgato da Bruxelles, “un’altra Europa è possibile”.
Basta chiedere a Stefano Fassina o agli eletti della lista Tsipras, o ai firmatari dei tanti documenti degli economisti se negli ultimi dieci anni sia stata possibile. Gli italiani il loro responso lo hanno dato già il 4 marzo. Per evitare di farci dire di no, i nostri rappresentanti, che partivano col pugno di ferro da scaraventare sul tavolo, hanno poi sempre firmato con guanti di velluto ogni successivo giro della corda.
Articolo 81, two pack, six pack, clausole di salvaguardia e via aggiungendo. I firmatari sono gli stessi che in questi giorni hanno toccato vertici inverosimili di, trovate voi la parola, perché vorrei evitare querele. Tipo Pier Carlo Padoan che accusa Borghi di aver fatto perdere l’8% in una seduta a Monte Paschi, mentre durante la sua gestione del ministero dell’economia è crollata del 99%. Oppure gli esperti di spending review che azzardano per il contratto gialloverde aumenti del deficit di 100 o 150 miliardi, cioè esattamente gli stessi aumenti registrati sotto i governi Monti o Renzi, tagliando spese e diritti e non provando a fare deficit spending come vorrebbero fare Salvini e Di Maio. Ma questi sono dettagli.
Il punto resta sempre quello. Lo abbiamo visto in questi giorni, tra spread, borse e Savona. Quel programma che contiene cose orrende dal punto di vista securitario, cose molto discutibili come lo pseudo reddito di cittadinanza che Bagnai soprannominava, giustamente, reddito della gleba perché è un sussidio di disoccupazione condizionato all’accettazione di un lavoro che, ovviamente, verrà retribuito due spicci in più dei 780 euro, insensate come la flat tax che, come ogni abbassamento della pressione fiscale ovunque realizzato, ha come prima vittima i servizi statali e il welfare che il contratto vuole rilanciare, quel programma ha bisogno di risorse e tante.
E per quanto Salvini dica, correttamente, che si punta a finanziarlo con la crescita economica, in attesa della crescita bisogna finanziarlo keynesianamente a debito. E sarebbe anche ora. Se non fosse che, nel giro di dodici mesi, ci sono tre o quattro problemi. La fine del quantitative easing di Francoforte, la fine dell’era Draghi, un probabile deterioramento del ciclo economico. E il fatto che ci possono dire di no. Mattarella, grazie all’articolo 81, e Bruxelles in ogni modo possibile. Come sa Conte (Antonio), un conto è vincere lo scudetto tutti gli anni, un conto la Champions. Per cui l’ossimoro di Conte (Giuseppe) la collocazione europea e gli interessi italiani rischia di arrivare prestissimo ai cartellini gialli e rossi e ai rigori, Var o non Var. Per cui la domanda resta più grande e misteriosa di prima. E se vi dicono di no?

lunedì 14 maggio 2018

Governo M5s-Lega, è populismo all’italiana. Come reagisce l’economia mondiale

Fonte: Il Fatto Quotidiano  Economia Occulta | 13 maggio 2018

Se l’alleanza tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini si fosse verificata nel 2013 avrebbe causato un terremoto in tutta Europa: è quello che si mormora nelle più grosse piazze affari. Oggi, invece, tutto sembra tranquillo. Il motivo? Dal 2013 il contesto finanziario ed economico in cui l’Italia si muove all’interno dell’Europa unita è mutato e nessuno ha ben capito se le promesse e le riforme annunciate nella campagna elettorale dai due leader fanno parte del moderno lessico populista per ottenere più voti o se si riferiscono a proposte concrete che i due partiti vogliono realizzare.
Nell’incertezza, i mercati si sono autoconvinti che il nuovo governo non onorerà le promesse fatte. Iniziamo dalle mutate condizioni economiche. Dal 2013, approfittando della diminuzione dei tassi d’interesse, il governo italiano ha ristrutturato il debito, che è ancora a livelli decisamente troppo alti (130 per cento del Pil). Ma allungandone la maturità ha fatto si che eventuali futuri shock prodotti dalla sfiducia degli investitori stranieri nei confronti della performance italiana saranno meglio assorbiti meglio che nel 2013.
Circa il 15 per cento del debito italiano è nelle mani della Banca centrale europea, che non lo venderà se gli spread ritornano ai livelli del 2013, anzi con molta probabilità sarà disposta ad acquistarne altro. La percentuale di debito nelle mani degli investitori stranieri è dunque scesa rispetto al 2013, ciò rende un’eventuale crisi del debito più gestibile. I problemi strutturali, comunque, sussistono. L’economica italiana è il fanalino di coda dell’eurozona e nel 2018 si è già registrato un rallentamento. Ironicamente, è stata la mancata ripresa a far sì che dal 2013 una grossa fetta dell’elettorato si spostasse verso i due partiti populisti, che hanno prospettato cambiamenti radicali a livello politico ed economico.
Le famose promesse populistiche, se davvero venissero messe in essere avrebbero un impatto ben peggiore della sfiducia nei confronti debito italiano sulla stabilità dell’Eurozona. Vale la pena menzionarle. Sebbene sia Salvini che Di Maio continuano a lanciare messaggi vaghi e contradditori nei confronti dell’euro, nessuno dei due è a favore della moneta comune europea.
A Marzo, Salvini l’ha definita un errore e Beppe Grillo una settimana fa ha ribadito la necessità di un referendum sull’euro. Di Maio sostiene che questa opzione verrà presa solo in extremis, ma non si capisce bene cosa intende per extremis, un’altra crisi come quella del 2011? O le bacchettate di Bruxelles riguardo all’austerità fiscale? Oppure un impasse in parlamento tra i due partiti al governo?
In materia di politica fiscale, il Movimento 5 stelle e la Lega hanno promesso di sfidare le regole dell’Unione europea perché’ questa, secondo loro, ha danneggiato l’Italia. Per Salvini e Di Maio la politica vincente è quella dell’espansione fiscale, e cioè ulteriori spese e tagli fiscali. Senza queste politiche non ci sarà ripresa né tantomeno crescita. Una delle prime mosse che il nuovo governo dovrebbe fare è l’abolizione delle riforme pensionistiche del 2011, che hanno innalzato l’età pensionabile e così facendo hanno rassicurato gli investitori sulla disciplina fiscale italiana.
In linea con la promessa di politiche espansionistiche, il Movimento 5 stelle chiede l’introduzione del reddito di cittadinanza e la Lega una tassa sul reddito, la cosiddetta flat tax. Si tratta di proposte che farebbero gravitare il deficit se non vengono compensate da tagli di bilancio altrove. E qui ci imbattiamo in un altro problema, come conciliare le promesse dei due partiti con la politica fiscale ed austerità imposta da Bruxelles?
Altro punto spinoso le nazionalizzazioni delle banche in difficoltà che secondo Salvini e Di Maio è una strategia migliore della ricapitalizzazione secondo le regole di Bruxelles, a ciò va aggiunta l’opposizione dei due partiti agli accordi di libero scambio siglati dall’Unione. Al contrario, entrambi sono a favore di politiche protezioniste e di sostegno per gli agricoltori italiani.
Anche in tema di immigrazione e politica estera ci sono molti attriti, Salvini e Di Maio vorrebbero una revisione degli accordi stipulati con Bruxelles e non fanno mistero di guardare a Mosca con interesse. Entrambi sono a favore della rimozione delle sanzioni contro la Russia. Di temi dove scontrarsi con Bruxelles ce ne sono molti, forse troppi. Anche se il nuovo governo cercherà di smussare gli angoli, rimane il fatto che gli italiani hanno eletto questi due partiti su una piattaforma di cambiamento che coinvolge in prima persona i rapporti con l’Unione europea.  I prossimi mesi promettono di essere molto interessanti.


Economia Occulta | 13 maggio 2018

mercoledì 28 marzo 2018

Pd, la finissima strategia politica renziana: il rosicamento

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 28 marzo 2018 

Dopo giorni e giorni di attente analisi e osservazioni, ho finalmente compreso la finissima strategia politica di Matteo Renzi e dunque del Pd: il rosicamento. Chi ancora fa appelli per un accordo tra M5S e Pd, e sapete che io non li ho mai fatti, spera l’impossibile. E non è il caso.
A oggi il Pd è ancora pressoché interamente renziano e non può esserci accordo tra grillini e renziani: sono due mondi inconciliabili. Credo poi che, se fosse chiesto alla base del Pd (ammesso che una “base” ancora esista) se vuole o no un accordo con Di Maio, la maggioranza direbbe no. Chi ancora vota Pd è in larga parte renziano, mentre chi era possibilista nei confronti dei 5 Stelle si è già spostato e ormai li vota (infatti sono passati dal 40 abbondante al 18 stitico in neanche quattro anni). Sarebbe certo giusto chiedere agli iscritti cosa fare, ma ritengo che – in maniera del tutto lecita, s’intende – risponderebbero così: “Con i grillini neanche morti”. E’ tempo di capire che l’equazione “Pd=partito di sinistra” non ha senso da un bel pezzo, essendo ormai il Pd un partito personalistico e padronale, gestito da un reuccio che non ne indovina mezza ma che non ha oppositori interni.
Torniamo però alla finissima strategia politica elaborata da Renzi, sempre bravissimo a non imparare nulla dai propri (continui) errori e dalle proprie (infinite) sconfitte. Dopo avere distrutto in quattro anni un partito, Renzi e i renziani hanno partorito un’altra strategia puntualmente infantile e sconsiderata: “Tanto meglio tanto peggio”. Oppure, se preferite: “Lasciamoli schiantare”.
Dopo una Waterloo di dimensioni bibliche, l’unica cosa che questi geni contemporanei hanno saputo partorire è stato il rosicamento. La reazione rancorosa di chi ha perso e se ne sta in un angolo, sperando che un meteorite cada sul campo e che a quel punto Dio gli dia la vittoria a tavolino. Infatti son lì che tifano perché Luigi Di Maio vada con Matteo Salvini e magari pure con Berlusconi, per poter poi dire che anche i grillini ci hanno la rogna e che Nicola Morra in un’altra vita è stato Goring.
Chissà cosa ha mai fatto l’Italia per meritarsi questo morbo goffo-renziano che fa danni tanto quando vince (quasi mai) quanto quando perde (quasi sempre). Certo, sarebbe ora che questi benedetti “non-renziani del Pd”, entità ormai metafisica e trascendente, battessero un colpo: ma non lo battono mica. E la mestizia, nel frattempo, esonda.
I renziani hanno perso tutto e ancora danno la colpa agli elettori, alla sfiga e alla congiura: che maturità politica accecante. Si sono autoconsegnati all’irrilevanza e ne godono pure. Starsene in disparte come bambini mocciosi e sperare nel disastro altrui – e incidentalmente del paese – è tanto infantile quanto politicamente folle. Un Aventino dei poveri, anzi dei poveracci, che non fa che regalare altro consenso a M5S e centrodestra, che è poi quel che in fondo ha (quasi) sempre fatto il Pd. Riuscendo persino a peggiorare di giorno in giorno, fino a questo parossismo di boria&nulla chiamato renzismo.

mercoledì 21 marzo 2018

Nuovo governo, M5s traccia il suo perimetro. Nonostante la trappola del Rosatellum

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 21 marzo 2018 

C’è qualche segnale di movimento, dopo due settimane che lasciavano immaginare un post voto persino più sfibrante della campagna elettorale, anche perché l’imminente elezione dei presidenti delle Camere impone a vincitori e sconfitti, inclusi quelli che come Silvio Berlusconi pretenderebbero di continuare a distribuire i posti, di prendere atto della realtà.
Oltre al frutto politico avvelenato della legge elettorale che, concepita per azzoppare la vittoria del M5S, rischia di infilare il paese in un cul de sac il paese, si sono dispiegati anche sul piano “tecnico” gli effetti nefasti del Rosatellum.
Infatti ci sono voluti ben quindici giorni perché finalmente la Corte di Cassazione riuscisse a diffondere la lista definitiva degli eletti che è arrivata in contemporanea con l’adempimento delle formalità di inizio legislatura per i neosenatori; e la serie di verifiche, riconteggi e ricorsi si deve alle complicazioni, mai viste prima de Rosatellum, per la redistribuzione dei voti all’interno delle coalizioni combinate con la possibilità per ogni candidato di correre in ben cinque diversi collegi plurinominali.
Nessuno tra i maggiori responsabili nonché beneficiari, secondo le intenzioni, dei macchinosi inghippi del Rosatellum ha accennato minimamente ad un mea culpa.
Ettore Rosato – artefice del capolavoro legislativo – a chi osa avanzare qualche perplessità sugli effetti del prodotto, risponde sprezzante (come ha fatto giovedì scorso a Piazza Pulita) che si è trattato della legge elettorale approvata con il più vasto consenso parlamentare della storia repubblicana ma si dimentica di aggiungere che è avvenuto anche “grazie” alla raffica di voti di fiducia; poi senza il minimo imbarazzo fa notare che prima si votava con il Porcellum. Poi abbastanza sorprendentemente lo stesso Ettore Rosato si è dichiarato favorevole ad un referendum tra gli iscritti in merito ad una eventuale ipotesi di governo con il M5S e solo 24 ore dopo ha ritenuto opportuno smentirsi dichiarando che il referendum da sottoporre agli iscritti manca “dell’oggetto” e cioè la proposta: ma se è così non sembra che ci fosse nemmeno il giorno prima.
Intanto la coppia del Nazareno, con i relativi supporter, è più che mai impegnata nel tentativo di impedire con mezzi di molteplice natura qualsiasi uscita dallo stallo che non li veda almeno coprotagonisti. E che Renzi con il suo cospicuo plotone parlamentare di fedelissimi in grado, non si sa ancora per quanto, di condizionare le mosse di un partito in stato confusionale così come B. impensierito dalla “spregiudicatezza” di Matteo Salvini e terrorizzato dallo spettro di nuove elezioni vogliano convergere un’irresistibile quanto improbabile ammucchiata PD- centrodestra è quasi una non notizia.
Così mentre i capigruppo del M5S stanno facendo il secondo giro di colloqui con tutti per le presidenze delle camere da FI è arrivato solo da Toti l’ovvio riconoscimento che “il M5S è indubbiamente l’interlocutore istituzionale” mentre B. dall’alto del suo 14% si era compiaciuto di “aprire la porta per cacciarli” con contestuale raccomandazione ai neoletti di avvicinare i “grillozzi“, come li chiama con trasudante disprezzo Il Foglio, per “persuaderli” con discrezione e con i consolidati metodi alla sua causa.
E analogamente i renziani stanno perseverando nel non capire, come gli ha rimproverato persino Andrea Orlando, fino a prova contraria non un fan grillino, che sarebbe ora di “fare basta con la spocchia verso i 5Stelle sui congiuntivi, sui curriculum e sulle proposte”. Anche perché, come ha dovuto ancora una volta spiegare una voce fuori dal coro e vicina alla realtà, questa volta quella del giovane Nicholas Ferrante, giunta da Avellino, gli elettori del Pd “hanno votato il M5S contro un sistema marcio e clientelare, contro i signori delle tessere” e cioè hanno guardato dove hanno individuato la difesa di valori, principi e beni comuni ed irrinunciabili come “l’onestà, la moralità, la sovranità popolare, la democrazia diretta, il lavoro, i diritti, l’acqua pubblica” che non ha più trovato casa e da troppo tempo nel loro partito di riferimento.
Di Maio alla prima riunione con i senatori ha ribadito che prima ci si accorderà sui metodi e poi sui nomi e per non sbagliare con un preciso riferimento ai nomi che circolano per il Senato, in primis quello di Paolo Romani, ha di nuovo sottolineato con assoluta chiarezza il NO per chi è condannato o sotto processo. Beppe Grillo in una lunga intervista a Repubblica ha ripetuto che “l’epoca dei vaffa è finita ma quella degli inciuci non comincerà”.
Per ora, anche se a qualcuno può sembrare poco, mentre a tanti navigatori di lungo corso e rottamatori gattopardeschi la conferma della sprovvedutezza e dell'”infantilismo” del M5S, il perimetro minimo della trasparenza, della disponibilità all’accordo nel rispetto delle istituzioni, della coerenza con i valori di riferimento è stato tracciato.

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Politica | 21 marzo 201

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