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giovedì 26 luglio 2018

Di Maio: sì al Jefta, no al Ceta. Un errore politico prima che strategico

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 26 luglio 2018  


di Alberto Zoratti*
I motivi sono nelle ultime righe della comunicazione inviata dal ministro Luigi Di Maio al Consiglio europeo per il “Sì” all’accordo con il Giappone, lettera venuta in possesso della Campagna Stop Ttip Stop Ceta Italia dopo una richiesta di accesso agli atti. L’Italia pensa di poterne controllare gli effetti e gli impatti sui diritti ambientali, sociali e sugli standard agroalimentari. Non sapendo che è proprio la tutela di questi diritti che non viene garantita da trattati di libero scambio strutturati come il Jefta, del tutto simile al Ceta, con il Canada e al (per ora) congelato Ttip, perché i capitoli dedicati non hanno alcuno strumento che ne permetta un reale rafforzamento, se non procedure consultive e un ruolo assolutamente marginale della società civile.
Per la sicurezza alimentare il Codex Alimentarius diventa riferimento unico, esattamente come per il Ceta e per il Ttip, sebbene molto spesso abbia standard più deboli di quelli europei. E per l’etichettatura, la questione non cambia: se si pensa che mentre in Europa la presenza di Ogm dei cibi viene considerata accidentale se sotto allo 0,9% (senza obbligo di citazione in etichetta), in Giappone la soglia è attorno al 5%. E il tutto verrà armonizzato da un sistema di comitati tecnici che si riuniranno senza il minimo controllo parlamentare. Come per il Ceta.
Niente Isds, quindi tutto va bene?
Nel Jefta non è contemplato l’arbitrato investitore-Stato (Isds), e non per gentile concessione della Commissione Eu. Continuare il negoziato avrebbe ritardato l’approvazione dell’accordo, considerate le distanze sul capitolo investimenti che, essendo di competenza nazionale, avrebbe richiesto la ratifica da parte dei Parlamenti degli Stati membri. Fastidi evitati facilmente dallo spostamento di un accordo sugli investimenti più avanti, a Jefta ratificato dal solo da parte del Parlamento europeo. E gli stessi europarlamentari potranno solo accettare o rifiutare il trattato, non esistendo alcuna possibilità di emendamento del testo finale. Nonostante il Jefta, esattamente come il Ceta, sia stato portato avanti senza la dovuta trasparenza, già richiesta dall’Ombudsman europeo per il Ttip.
Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del Ceta: tutti quei servizi non elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
La liberalizzazione dei servizi finanziari include nella lista quei prodotti all’origine della crisi finanziaria come i prodotti derivati. E la cooperazione normativa considerata nell’accordo, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria soprattutto in una fase di instabilità e di volatilità, andrà verso la deregulation e la semplificazione.
Quindi Jefta sì, Ceta no?
Dicendo“Sì” al Jefta, Di Maio ha delegittimato una strategia condivisa con i movimenti: modificare la struttura dei trattati e il modo con cui vengono negoziati e approvati. Considerato che gli accordi conclusi non sono più negoziabili, tanto meno dai governi. Spostare l’attenzione sui potenziali vantaggi economici senza evidenziare criticità in altri settori, distrae da una profonda revisione del modello di trattato di libero scambio a un semplice calcolo aritmetico.
Nel luglio del 2016 le reti della società civile in occasione della votazione della risoluzione Lange sul Ttip al Parlamento di Strasburgo, proposero e presentarono sei emendamenti al testo di relazione che sottolineavano vere e proprie linee rosse insuperabili. Quelle proposte, sostenute da europarlamentari appartenenti a schieramenti diversi ponevano questioni di procedura, trasparenza, rispetto dei diritti ambientali e sociali. Molte delle quali, ancora oggi, dovrebbero essere riproposte per il Jefta.
*presidente di Fairwatch, Campagna Stop Ttip/Ceta Italia

Zonaeuro | 26 luglio 2018

domenica 15 luglio 2018

Trattato Ue-Canada, a essere contrari al Ceta non sono solo i sovranisti

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 15 luglio 2018 
Si torna a parlare di Ceta, il Trattato di libero scambio tra Ue e Canada, perché il processo di ratifica entra in un momento delicato. Il Presidente austriaco, ed ex leader dei Verdi, Alexander van der Bellen due giorni fa si è rifiutato di ratificare l’adozione del Trattato da parte del Parlamento, bloccandola fino alla decisione della Corte Ue sulla compatibilità della clausola Ics (Investment Court System), ossia l’arbitraggio sugli investimenti che possono essere danneggiati da norme pubbliche, con il diritto comunitario.
Inoltre, il neo Ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha annunciato che anche l’Italia voterà contro. Ricordo infatti che questo trattato ha la particolarità che, per essere definitivamente adottato (e nonostante questa sia una competenza esclusiva della Ue), deve essere ratificato, oltre che dal Parlamento europeo, anche da tutti i parlamenti nazionali della Ue all’unanimità.
In due articoli pubblicati su la Repubblica e sul Corriere, Ruffolo e Fubini criticano aspramente questa decisione come protezionista e sovranista. Sono assolutamente d’accordo con la dura critica al modo in cui Di Maio ha presentato l’opposizione al Ceta (un puro “sovranismo” per difendere corporazioni specifiche), ma non lo sono affatto con il limitare l’opposizione al Ceta solo a questo approccio. Al contrario. Il movimento che si oppone a questo accordo e che ha guidato le mobilitazioni europee è in gran parte europeista e convinto che dazi e barriere possano essere sì un gravissimo limite, reazionario e negativo, ma sono le priorità della politica commerciale europea che devono cambiare.
Non vedere questo sarebbe non solo perdere un’occasione di discussione in Italia su come migliorare la politica commerciale europea, da sempre sottomessa a una ideologia liberista a senso unico e pro-multinazionali (a prescindere dal loro comportamento in materia fiscale e sociale); significherebbe anche lasciare ogni critica al Ceta al campo dei sovranisti; per l’opposizione a questo governo significherebbe anche continuare a perdere terreno persino fra chi, tra gli attivisti e le forze politiche – con o senza maglietta rossa – è inorridito dalla sua deriva illiberale, razzista e nazionalista.
Ripeto: il Ceta non trova oppositori solo nel campo della società chiusa di Di Maio e Salvini, nelle corporazioni attente ai loro interessi particolari e pochissimo alle regole ambientali e sociali; la campagna è stata guidata dai sostenitori della società aperta dei diritti, dell’ambiente e della giustizia, da forze politiche come i Verdi che, al Parlamento europeo e in vari parlamenti nazionali e assemblee regionali, hanno intavolato una discussione lontanissima dalle meschine e superficiali ragioni di Di Maio. Il fatto di prestare attenzione esclusivamente a quest’ultime significa ancora una volta manipolare e non fare avanzare la discussione, polarizzandola in modo distruttivo. Ma quale sarebbe il problema con Ceta? Ce ne sono vari e di natura diversa.
La dura battaglia per trasparenza e contenuto del mandato avvenuta al Parlamento europeo ha funzionato in parte per il Ttip, ma assolutamente no per il Ceta. Gli interessi di importanti multinazionali sono stati tenuti di conto ben prima della sua pubblicazione e si è scoperta l’esistenza di un fast track inaccettabile, venuto alla luce troppo tardi per cambiare il contenuto dell’accordo.
Notiamo anche che quello con il Canada è il primo accordo che contiene una lista negativa di servizi che ogni Stato può escludere dalla competizione non europea, aprendo invece tutti gli altri; i brevetti europei sulle medicine potrebbero aumentare a dismisura i costi per il sistema pubblico canadese; il Canada è il terzo produttore di Ogm al mondo e l’accordo facilita l’impatto già notevole e sempre attivo della lobby pro-Ogm sul processo decisionale europeo e sulle regole esistenti che lasciano molti spazi in questo senso; il Ceta, inoltre, attacca leggi e regolamenti in sostegno di comunità e municipalità locali favorendo le multinazionali, né prevede direttive vincolanti sulla protezione dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. C’è poi la clausola che ha motivato il blocco del Presidente austriaco van der Bellen e che prevede tribunali privati che tutelano gli investitori stranieri e permetterebbero loro di intentare processi contro gli Stati, qualora considerassero i loro interessi commerciali danneggiati da norme interne. Queste clausole esistono già, ma non su una scala così ampia fra Paesi sviluppati; presentano rischi concreti di “giustizia parallela”, in particolare in materia ambientale e sociale. Questo è stato il punto della pessima fama del Ttip, prima dell’arrivo di Trump che lo ha chiuso forse per le ragioni sbagliate.
Insomma, apriamo anche in Italia un dibattito su meriti o demeriti del Ceta e su come si può rilanciare un commercio attento ai diritti dei piccoli produttori, delle comunità locali, aperto e di qualità, trovando le alleanze contro i sovranisti e demagoghi nostrani, invece che rafforzarli ancora riducendo i fronti pro e contro Ceta a quello fra sovranisti e internazionalisti.
Politica | 15 luglio 2018

venerdì 22 giugno 2018

No alla ratifica del Ceta: bocciamolo non per protezionismo, ma per essere coerenti con i principi europei

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 21 giugno 2018 
di Monica Di Sisto*

Bocciare il trattato di liberalizzazione con il Canada nel Parlamento italiano. E notificare alla Commissione europea il no alla ratifica, che bloccherebbe l’applicazione provvisoria delle misure di abbattimento di dazi e dogane contenute nel Ceta, costringendo l’Unione a riaprire una riflessione più attenta sull’impatto dei trattati commerciali che sta continuando a stringere con sempre più Paesi. E’ l’impegno assunto da circa i due terzi dei candidati alle scorse elezioni politiche con la Campagna “No Ceta, non tratto”, promossa dalla Campagna Stop Ttip Italia insieme a organizzazioni tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Legambiente, Greenpeace, Slow Food, Fairwarch, Ari e un ampio schieramento di associazioni dei consumatori. Impegno che, essendo ormai insediati il nuovo Parlamento e il nuovo Governo, queste stesse organizzazioni chiedono che venga mantenuto.
Il neoeletto Governo, attraverso le parole del neoministro all’Agricoltura Gian Marco Centinaio e dell’Interno Matteo Salvini, ha annunciato l’intenzione di chiedere al Parlamento di non ratificare il trattato commerciale tra Ue e Canada e “gli altri simili al Ceta, del resto è tutto previsto nel contratto di governo”, ha affermato Centinaio. Ma la Commissione europea è scettica rispetto alla vera volontà del Governo italiano di voler far cadere l’accordo.
In Parlamento, in realtà, i componenti dell’ex Intergruppo No Ceta si sono riattivati in vista della ricomposizione imminente delle commissioni: “Con la nuova legislatura, il capitolo della ratifica degli accordi commerciali tornerà alla ribalta – si legge in una lettera spedita a tutti i colleghi tra Camera e Senato dal deputato di Fi Paolo Russo e dalle senatrici M5S Elena Fattori e di LeU Loredana De Petris, già raccolta dal deputato di LeU Stefano Fassina e dalla presidente di Fdi Giorgia Meloni– e, anche se lascia ben sperare la posizione assunta dal ministro dell’Agricoltura, occorrerà riprendere i fili della questione per non disperdere il lavoro fatto fino ad oggi e soprattutto per fare in modo che emerga a chiare lettere e senza equivoci il motivo per il quale il fronte dell’indisponibilità ad accettare accordi calati dall’alto non si sgretola, anzi si rafforza”.
E’ importante battere un colpo significativo anche in vista del Consiglio europeo del 26 giugno 2018 dove dovrebbe atterrare per l’ok finale degli Stati membri il Jefta, il trattato di liberalizzazione degli scambi tra Ue e Giappone, che in volume vale il doppio del Ceta, un quarto del Pil globale, è stato negoziato in assoluta segretezza come il Ceta, e presenta le medesime criticità. Esso contiene, infatti, una minima difesa di appena 18 prodotti agroalimentari di qualità e non fa alcun riferimento all’obbligatorietà del rispetto del Principio di precauzione europeo. Crea, inoltre, dieci tavoli tra i regolatori dell’Ue e del Giappone in cui essi procederanno in autonomia e riservatezza a “semplificare” il commercio tra le due parti anche su questioni che riguardano le competenze nazionali come appalti pubblici, agricoltura, sicurezza alimentare, servizi, investimenti, commercio elettronico. Cosa già avvenuta come abbiamo verificato nel caso della prima riunione del Comitato per la sicurezza sanitaria e fitosanitaria convocato in ambito Ceta poche settimane fa.
Il Jefta, inoltre, semplifica gli iter di approvazione e sdoganamento delle merci, andando a limitare la capacità degli Stati europei di controllare le importazioni giapponesi di alimenti e mangimi, anche se ci sono molti casi già documentati di importazioni di mangimi Ogm illegali dal Giappone, il Paese con il più grande numero di colture Ogm autorizzate al mondo.
Il Jefta non è che il primo di una serie di trattati di cui la Commissione europea sta accelerando l’avvio o la conclusione, come quello con l’Australia e la Nuova Zelanda, che non passeranno dai Parlamenti nazionali. Una mossa che dovrebbe prevenire, nei piani della Commissione, lo stop ai negoziati in corso qualora la Corte europea di Giustizia accogliesse il ricorso del governo belga contro l’istituzione da parte del Ceta proprio grazie alle pagine sugli investimenti, di un “tribunale speciale” arbitrale (il cosiddetto Investor to state dispute settlement – Isds, o la sua versione rimaneggiata Investment court system-Ics) che permette alle imprese di citare in giudizio gli Stati senza tener conto della giustizia ordinaria di ciascun Paese, qualora una legge o decisione faccia problema ai suoi interessi. La prima udienza del processo si terrà a Strasburgo il 26 giugno prossimo, la sentenza si attende entro l’anno e potrebbe invalidare gran parte o parti di essi perché non compatibili con i trattati costitutivi dell’Unione stessa.
Ecco perché è importante fermare questo tipo di trattati commerciali e riaprire la partita delle liberalizzazioni in Europa: non per protezionismo o altra posizione ideologica, ma per decidere una volta per tutte se e come essere o meno coerenti con le regole che si sono scelte a fondamento dell’Unione. Da anni la società civile di tutta Europa, gli imprenditori responsabili, i lavoratori e i sindacati, gli ambientalisti, i cittadini consapevoli, chiedono al nostro Governo di scegliere da che parte stare, se con i diritti e il futuro o con i profitti di pochi. E’ arrivato il momento di dimostrarlo con i fatti.
*Portavoce della Campagna Stop TTIP/Stop CETA Italia

Zonaeuro | 21 giugno 2018

venerdì 15 giugno 2018

Stop al Parmesan: governo vuole bloccare il Ceta, Ue infuriata

Fonte: W. S. I. 15 giugno 2018, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Dopo aver aperto un caso in Ue sul fronte migranti con il no allo sbarco della nave Aquarius, il nuovo governo gialloverde apre un altro capitolo dei rapporti internazionali e questa volta riguarda il Ceta, il Trattato di libero scambio con il Canada.
Il neo ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio ha annunciato la volontà dell’esecutivo di chiedere al Parlamento di non ratificare il trattato commerciale tra Ue e Canada ed altri simili al Ceta, come previsto nel contratto di governo. Entrato in vigore in via provvisoria il 21 settembre scorso, il Ceta è ancora in attesa di essere ratificato dagli Stati membri tra cui anche l’Italia.
“Non si tratta solo di una posizione dei sovranisti della Lega ma i dubbi su questo accordo sono comuni a tanti miei colleghi europei”.
Perché questo secco no? Per il ministro non si può ratificare il trattato con il Canada visto che tutela solo una piccola parte dei nostri prodotti Dop e Igp. Plaude all’iniziativa del governo il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.
“La decisione di non ratificare il trattato di libero scambio con il Canada (Ceta) è una scelta giusta di fronte ad un accordo sbagliato e pericoloso per l’Italia (…) per l’Italia l’opposizione è giustificata dal fatto che con il Ceta per la prima volta nella storia l’Unione europea legittima in un trattato internazionale la pirateria alimentare a danno dei prodotti Made in Italy più prestigiosi, accordando esplicitamente il via libera alle imitazioni che sfruttano i nomi delle tipicità nazionali, dall’Asiago alla Fontina, dal Gorgonzola ai Prosciutti di Parma e San Daniele, ma sarà anche liberamente prodotto e commercializzato dal Canada il Parmigiano Reggiano con la traduzione di Parmesan”.
L’UE non l’ha presa bene e avverte che così il Ceta può veramente saltare. Se l’Italia non ratifica l’accordo con il Canada, si metterebbe in discussione il trattato. Da Bruxelles ricordano tuttavia che la posizione di Centinaio va contro quanto deciso al G7, che ne ha ribadito la priorità”.
“L’Ue lavora perché le politiche commerciali dell’Europa siano benefiche per tutti gli Stati”.

sabato 9 giugno 2018

Report top secret Casa Bianca: “Dazi deleteri per economia”

Fonte: W.S.I. 8 giugno 2018, di Mariangela Tessa

La guerra commerciale intrapresa dagli Stati Uniti non fa bene all’economia a stelle e strisce. E questo lo sa bene anche il presidente Usa, Donald Trump, nonostante le sue dichiarazioni pubbliche. È quanto emerso da un’analisi condotta dal Council of Economic Advisers, il team di esperti economici della Casa Bianca, circolata solo internamente al civico 1600 di Pennsylvania Avenue a Washington (come spesso succede) e mai resa pubblica.
A renderlo noto il New York Times, che tuttavia afferma di non essere a coscenza delle stime economiche esatte contenute nel documento.
Non è un caso, dunque, che durante un incontro con la stampa, il presidente del Council of Economic Advisers, Kevin Hassett, martedí scorso, abbia evitato accuratamente di rispondere a domande su potenziali stime calcolate ipotizzando una guerra commerciale tra Usa e Cina, che potrebbe scoppiare “poco dopo” il 15 giugno se Washington tirerà dritto con i dazi contro prodotti tecnologici cinesi per 50 miliardi di dollari.
Per il momentoa Casa Bianca si è trincerata dietro un no comment. “Non facciamo commenti su documenti interni”, ha detto la portavoce Lindsay Walters al Nyt.
La rivelazione del documento arriva proprio alla vigilia del G7, in partenza oggi. Un summit che si preannuncia tutto in salita, proprio per le posizioni dell’amministrazione Trump.
“Se si ipotizza un futuro in cui chiunque altro riduce le tariffe doganali ai livelli delle nostre, cio’ e’ enormemente positivo per l’economia globale e per quella Usa“, aveva detto descrivendo Trump come un grande negoziatore.
Peccato che le reazioni alle mosse della Casa Bianca siano state opposte visto che Ue e Canada hanno promesso ritorsioni ai dazi sull’acciaio e sull’alluminio fatti scattare contro di loro il primo giugno scorso. Il Messico, a sua volta punito, ha annunciato in settimana dazi contro prodotti agricoli e in acciaio degli Usa per 3 miliardi di dollari.

lunedì 12 marzo 2018

Dazi Usa: Trump non risparmia Ue, rilancia con le auto

Fonte: WSI 12 marzo 2018, di Mariangela Tessa

Mentre è partito il conto alla rovescia sull’entrata in vigore, il prossimo 23 marzo, deli nuovi dazi decisi dal presidente Usa, Donald Trump, su e l’allumino, i fari di esperti e politici sono concentratati sulle conseguenze che le nuove tariffe avranno sull‘Unione Europea. Il timore è che queste tensioni portino a una guerra commerciale dalle conseguenze globali. Molti paesi potrebbero rispondere alla decisione degli Stati Uniti innescando una reazione a catena che rischia di compromettere la ripresa economica, soprattutto di quelle economie dipendenti dall’export.
Lo stesso Trump, durante il fine settimana non si è lasciata sfuggire l’occasione per ribadire su Twitter le condizioni per evitare una guerra commerciale:
“L’Unione Europea, fatta da paesi meravigliosi che nel commercio trattano gli Stati Uniti molto male, ora si lamenta delle tariffe su acciaio e alluminio. Se loro abolissero le loro orribili tariffe sui prodotti che gli Stati Uniti esportano là, noi faremmo lo stesso togliendo le nostre. C’è un grosso deficit. Altrimenti tassiamo le automobili. GIUSTO”.
Intanto, lo scorso il 9 marzo, dopo l’incontro con Robert Lighthizer, rappresentante per il Commercio estero degli Stati Uniti, Cecilia Malmström, commissaria al Commercio dell’Unione Europea,  ha scritto che
“non è stata fatta immediata chiarezza sulle procedure statunitensi previste per l’esenzione” dai dazi e che un nuovo incontro è previsto questa settimana a Parigi. Riferendosi agli Stati Uniti, Malmström ha aggiunto: “Siamo amici, siamo alleati. Contiamo di essere esclusi” dai dazi”.
A Bruxelles c’è preoccupazione e anche un po’ di irritazione per la sortita inattesa del presidente Usa Donald Trump di imporre un dazio del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato dall’estero, fatta eccezione per alcuni paesi come Messico e Canada. Trump ha lasciato la porta aperta all’esenzione dai dazi anche per l’Australia, offrendo agli altri paesi esportatori la possibilità di discutere “misure alternative” per limitare le minacce alla sicurezza nazionale che, secondo gli Usa, derivano dalle loro importazioni.
A questo proposito, sabato scorso, il segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, ha lasciato intendere in un’intervista alla rete televisiva Cnbc che una delle “misure alternative” potrebbe essere un aumento del contributo finanziario dei paesi destinatari dei dazi al bilancio della Nato

mercoledì 15 febbraio 2017

Trattato Ue-Canada: dopo l’abbraccio con Trump, Trudeau cerca alleati (e voti) in Europa

di | 14 febbraio 2017  il Fatto Quotidiano

di Monica Di Sisto*
Caldo dell’abbraccio con il presidente Usa Donald Trump, Justin Trudeau va a Strasburgo dove spera di convincere di persona quanti più europarlamentari possibili che l’accordo di liberalizzazione commerciale tra Europa e Canada, il Ceta, che sarà domani al voto, sia cosa buona e giusta. Il Giovane Trudeau, tuttavia, ieri ha strappato per il suo Paese migliori condizioni del Messico in quel processo di revisione della ventennale area di libero scambio Nafta annunciata da Trump, che potrebbe confinare lavoratori e merci messicane non solo al di là del muro fisico, ma anche commerciale che gli stessi Usa e il Canada hanno issato con condizioni vantaggiose per i propri investitori, ma letali per lavoratori e ambiente.
Sul trattamento riservato al Messico Trudeau si guarda bene dall’esporsi; anche sulla questione Muslim ban e rifugiati, rispetto ai quali mesi fa si era fatto paladino di mamme e bambine in fuga, è stato sfumatissimo, ininfluente. Sembra una seconda puntata di quella attitudine della diplomazia commerciale canadese “falsa e cortese”, diremmo in Italia, che ha portato la sua ministra al Commercio, Chrystia Freeland a lasciare immediatamente Bruxelles ad arte quando la Vallonia ha chiesto alla burocrazia europea di fermare il dannosissimo Ceta: “Abbiamo deciso che era davvero importante non andarcene via da arrabbiato, perché volevamo che i Valloni fossero colpevolizzati”, ha detto testualmente la ministra al quotidiano Globe. “Sapete, noi siamo canadesi, per la gente siamo gentili, grandi, quindi il tono che abbiamo scelto era più di dispiacere che di rabbia. Questa modalità ha creato una crisi e ha trasformato questo in un loro problema. Nelle 24 ore successive, sapete quanti politici europei mi hanno chiamato per chiedermi di non andarmene?”.
Questo è il livello di affidabilità dei nostri partner commerciali che dovrebbero farci da argine a Trump. Un programma, quello di Trudeau, decisamente più vicino a Trump che a Obama considerato che appena il Tycoon è stato eletto si è congratulato pubblicamente per la scelta in virtù dei “comuni valori” dei loro governi, e lo ha di nuovo ringraziato per aver dato il via libera all’oleodotto Keystone XXL bloccato da Obama perché avrebbe accelerato la lavorazione di sabbie bituminone che lui considerava nemiche della sua “rivoluzione verde”.
A chi, ideologicamente, ancora sostiene che il Ceta sia uno strumento anti-Trump, questi argomenti dovrebbero bastare per capire che si sbaglia. Senza contare che 40mila imprese americane hanno sede in Canada e in virtù anche della riforma del Nafta potrebbero ottenere un ingresso a dazio zero nel nostro mercato anche se Trump, come ha annunciato, dovesse decidere di bloccare alla frontiere gioielli del made in Italy come i formaggi e addirittura la Vespa. Verrebbe, poi, garantito per la prima volta agli investitori canadesi di citare per danni i nostri Stati se le nostre leggi danneggiassero i loro interessi. E prima di farne di nuove, dovremmo consultarli e recepirne le indicazioni, o pagargli i danni, anche se con quelle leggi volessimo difendere l’ambiente o le persone.
Ci dicono, però, che con il Ceta gli europei risparmieranno 500 milioni di euro in tariffe doganali. Non è vero. Saranno soltanto le aziende che esportano in Canada ad avere questo vantaggio, che in verità è piuttosto risibile se rapportato al valore degli scambi tra Ue e Canada, che già oggi ammonta a più di 50 miliardi di euro. Il Ceta però sottrarrà agli Stati europei ben 331 milioni di euro di dazi riscossi fino ad oggi sulle merci in arrivo dal Canada. Questo a fronte di un aumento di Pil che – al lordo della Brexit di cui la Commissione non ha mai calcolato l’impatto sul trattato – per l’Europa, in dieci anni, vale tra lo 0,003% e lo 0,08% e per il Canada tra lo 0,3% e lo 0,76%. La Tuft University statunitense ha calcolato che il Ceta provocherà una perdita media di reddito da lavoro media di 615 euro tra tutti i lavoratori Ue, con punte minime di -316 euro fino a picchi di –1.331 euro in Francia, e la distruzione di 204mila posti di lavoro, dei quali circa 20mila in Germania e oltre 40mila sia in Francia sia in Italia.
Per questa e per migliaia di altre buine regioni, dobbiamo convincere i nostri europarlamentari a bocciare il Ceta domani a Strasburgo. In questa votazione la posta in gioco è la gran parte delle conquiste sociali raggiunte negli ultimi decenni. Per fermarlo stiamo scrivendo, telefonando, tartassando i nostri rappresentanti, insieme alle reti internazionali, facendo appello alle italiane e agli italiani che hanno a cuore l’interesse pubblico, i beni comuni, l’ambiente e la democrazia. In questa fase, più che mai, è necessario l’aiuto di tutti per fare pressione sugli europarlamentari favorevoli a questo accordo tossico.

Qui il link alla pagina dedicata alla mobilitazione, dove trovate tutte le istruzioni per attivarvi e contrastare il Ceta insieme.
*portavoce della Campagna Stop TTIP Italia
di | 14 febbraio 2017

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