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venerdì 15 giugno 2018

Stop al Parmesan: governo vuole bloccare il Ceta, Ue infuriata

Fonte: W. S. I. 15 giugno 2018, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Dopo aver aperto un caso in Ue sul fronte migranti con il no allo sbarco della nave Aquarius, il nuovo governo gialloverde apre un altro capitolo dei rapporti internazionali e questa volta riguarda il Ceta, il Trattato di libero scambio con il Canada.
Il neo ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio ha annunciato la volontà dell’esecutivo di chiedere al Parlamento di non ratificare il trattato commerciale tra Ue e Canada ed altri simili al Ceta, come previsto nel contratto di governo. Entrato in vigore in via provvisoria il 21 settembre scorso, il Ceta è ancora in attesa di essere ratificato dagli Stati membri tra cui anche l’Italia.
“Non si tratta solo di una posizione dei sovranisti della Lega ma i dubbi su questo accordo sono comuni a tanti miei colleghi europei”.
Perché questo secco no? Per il ministro non si può ratificare il trattato con il Canada visto che tutela solo una piccola parte dei nostri prodotti Dop e Igp. Plaude all’iniziativa del governo il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.
“La decisione di non ratificare il trattato di libero scambio con il Canada (Ceta) è una scelta giusta di fronte ad un accordo sbagliato e pericoloso per l’Italia (…) per l’Italia l’opposizione è giustificata dal fatto che con il Ceta per la prima volta nella storia l’Unione europea legittima in un trattato internazionale la pirateria alimentare a danno dei prodotti Made in Italy più prestigiosi, accordando esplicitamente il via libera alle imitazioni che sfruttano i nomi delle tipicità nazionali, dall’Asiago alla Fontina, dal Gorgonzola ai Prosciutti di Parma e San Daniele, ma sarà anche liberamente prodotto e commercializzato dal Canada il Parmigiano Reggiano con la traduzione di Parmesan”.
L’UE non l’ha presa bene e avverte che così il Ceta può veramente saltare. Se l’Italia non ratifica l’accordo con il Canada, si metterebbe in discussione il trattato. Da Bruxelles ricordano tuttavia che la posizione di Centinaio va contro quanto deciso al G7, che ne ha ribadito la priorità”.
“L’Ue lavora perché le politiche commerciali dell’Europa siano benefiche per tutti gli Stati”.

giovedì 5 maggio 2016

BREAKING! TTIP leaks: Greenpeace Olanda rivela i testi segreti del TTIP

04/05/2016 di triskel182
Avevamo ragione: confermati rischi per clima, ambiente e sicurezza dei consumatori
I cittadini hanno diritto di sapere: Greenpeace Olanda pubblica oggi su www.ttip-leaks.org parte dei testi negoziali del TTIP per garantire la necessaria trasparenza e promuovere un dibattito informato su un trattato che interessa quasi un miliardo di persone, nell’Unione Europea e negli USA. È la prima volta che i cittadini europei possono confrontare le posizioni negoziali dell’UE e degli USA.

Questi documenti svelano che noi e la società civile avevamo ragione a essere preoccupati: con questi negoziati segreti rischiamo di perdere i progressi acquisiti con grandi sacrifici nella tutela ambientale e nella salute pubblica!
Dal punto di vista della protezione dell’ambiente e dei consumatori, quattro gli aspetti seriamente preoccupanti:
  • Tutele ambientali acquisite da tempo sembra siano sparite
Nessuno dei capitoli che abbiamo visto fa alcun riferimento alla regola delle Eccezioni Generali (General Exceptions). Questa regola, stabilita quasi 70 anni fa, compresa negli accordi GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) della World Trade Organisation (WTO – in italiano anche Organizzazione Mondiale per il Commercio, OMC) permette agli stati di regolare il commercio “per proteggere la vita o la salute umana, animale o delle piante” o per “la conservazione delle risorse naturali esauribili”. L’omissione di questa regola suggerisce che entrambe le parti stiano creando un regime che antepone il profitto alla vita e alla salute umana, degli animali e delle piante.
  • La protezione del clima sarà più difficile con il TTIP
Gli Accordi sul Clima di Parigi chiariscono un punto: dobbiamo mantenere l’aumento delle temperature sotto 1,5 gradi centigradi per evitare una crisi climatica che colpirà milioni di persone in tutto il mondo. Il commercio non dovrebbe essere escluso dalle azioni sul clima. Ma non c’è alcun riferimento alla protezione del clima nei testi ottenuti.
  • La fine del principio di precauzione
Il principio di precauzione, inglobato nel Trattato UE, non è menzionato nei capitoli sulla “Cooperazione Regolatoria”, né in nessuno degli altri 12 capitoli ottenuti. D’altra parte, la richiesta USA per un approccio “basato sui rischi” che si propone di gestire le sostanze pericolose piuttosto che evitarle, è evidente in vari capitoli. Questo approccio mina le capacità del legislatore di definire misure preventive, per esempio rispetto a sostanze controverse come le sostanze chimiche note quali interferenti endocrine (c.d. hormone disruptors).
  • Porte aperte all’ingerenza dell’industria e delle multinazionali
Mentre le proposte contenute nei documenti pubblicati minacciano la protezione dell’ambiente e dei consumatori, il grande business ha quello che vuole. Le grandi aziende ottengono garanzie sulla possibilità di partecipare ai processi decisionali, fin dalle prime fasi.
I documenti mostrano chiaramente che mentre la società civile ha avuto ben poco accesso ai negoziati, l’industria ha avuto invece una voce privilegiata su decisioni importanti.
Il rapporto pubblico reso noto di recente dall’UE ha solo un piccolo riferimento al contributo delle imprese, mentre i documenti citano ripetutamente il bisogno di ulteriori consultazioni con le aziende e menzionano in modo esplicito come siano stati raccolti i pareri delle medesime.
I documenti pubblicati da Greenpeace Olanda constano di 248 pagine in un linguaggio legale tecnicamente complesso: 13 capitoli di “testo consolidato” del TTIP più una nota interna dell’UE sullo stato del negoziato (Tactical State of Play of TTIP Negotiations – March 2016). Greenpeace Olanda ha lavorato assieme al rinomato network di ricerca tedesco di NDR, WDR and Süddeutscher Zeitung. Fino ad ora i rappresentanti eletti avevano potuto vedere parte di questi documenti in stanze di sicurezza, con guardie, senza consulenti esperti e senza poterne discutere con nessuno. Con questa pubblicazione, milioni di cittadini hanno la possibilità di verificare l’operato dei propri governi e discuterne con i loro rappresentanti.
Chi ha cura delle questioni ambientali, del benessere degli animali, dei diritti dei lavoratori o della privacy su internet dovrebbe essere preoccupato per quel che c’è in questi documenti. Il TTIP, si svela per ciò che davvero è: un grande trasferimento di poteri democratici dai cittadini al grande business.
Per fermare il TTIP, tutelare i diritti e i beni comuni e costruire un altro modello sociale ed economico, equo e democratico, ti aspettiamo sabato 7 maggio 2016 a Roma per un grande appuntamento nazionale!
ENTRA IN AZIONE CON NOI: FIRMA E CHIEDI DI BLOCCARE IL TTIP!
Da greenpeace.org
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bene. Quando si comincia a credere ai soliti "gomploddisti"?

martedì 23 giugno 2015

Trattati di libero scambio: news dagli usa...

Qui in Europa (ne esiste una?) c'è un ampia opposizione ai trattati di "libero" scambio, lo sappiamo; anche perchè, da bravi ex colonizzatori e sfruttatori abbiamo ancora l'idea di essere l'ombellico del pianeta mentre invece, soprattutto per nostri errori storici, ormai siamo vicini a un altra posizione geografica del corpo e non ne vogliamo prendere atto.... in particolare ciò vale sia per chi ha velleità di "guida" del vecchio mondo sia per tutti gli altri che vanno a ruota.
E' vero che il libero scambio, se fatto con tutti i crismi (situazione ideale teorizzata a tavolino e mai realizzata nella realtà), potrebbe dare a tutti qualcosa un certo prezzo con un certo costo per chi fornisce: insomma l'incontro, sempre teorico, di domanda e offerta con una capacità regolatoria che mai si è verificata nella storia. E' anche vero, però, che la sua reale applicazione ha fatto enormi danni: fin dalla disdetta degli accordi Bretton Woods tutte le speranze del  dopoguerra, con una lentissima opera di erosione, vengono vanificate e a muovere gli organismi internazionali e i singoli stati non sono più considerazioni "sociali" ma politiche e di blocco cui si apparteneva. Tantissimi paesi, la Grecia è solo l'ultima della serie, hanno provato il morso delle cosiddette istituzioni internazionali con danni gravissimi, cha ancora oggi pagano in termini di maggior povertà, al tessuto sociale: spessissimo laddove sono state applicate non sono mancati golpe, rivolte sociali, ecc. Ma dal punto di vista degli USA? Bè, cambia tutto: lo scontro fra Obama è i congressmen del G.O.P. (repubblicani, nella versione però non storica ma ...... pervasa da tea-party e rappresentanti degli Stati della Bibbia) è proprio sul tema "libero scambio" al culmine: tenendo presente i finanziamenti avuti per la campagna elettorale presidenziale Obama pare ci provi a portarlo alla firma soprattutto per le aziende che con lui hanno fatto lobby ma punendo invece quelle estrattive, in particolare quelle fossili che storicamente sono dall'altra parte della barricata. Questa potrebbe essere una buona notizia se l'attuale inquilino della White House fosse seriamente pervaso da fervore ambientalistico, cosa che non risponde al vero perchè in realtà chi lo ha appoggiato ha altri interessi altrettanto pervasivi e, probabilmente, altrettanto dannosi per il clima e per l'ambiente.. per tacere della salute delle persone: alcuni esempi? Si parla di apertura dei mercati in agricoltura, sanità, pensioni, servizi pubblici primari (acqua in primis), istruzione, ecc. insomma tutto quello che venne regolamentato per legge (soprattutto in seguito alle grandi pressioni dei cittadini e delle associazioni ambientaliste, da noi in primis il referendum sull'acqua e/o la tariffazione tutelata per gas e luce) rischia di essere gettato alle ortiche per dare in pasto settori essenziali alle fameliche fauci del "mercato".... detto meglio alle aziende americane e transnazionali che hanno a cuore il profitto, proprio, e la socializzazione dei costi non certo il benessere della generalità. Un tale scontro viene definito al calor bianco negli USA ma in realtà è uno scontro fra conflitti di interesse: da un lato i petrolieri (ivi compresi i cowboy del fracking) e i loro corifei del GOP dall'altro quelle alimentari, delle cosiddette energie rinnovabili (dentro loro ci mettono anche il nucleare), parte della new economy e, dulcis in fundo, le grande ristorazione..... insomma da dovunque ci si volti non si può non molto interesse privato in servizi pubblici e pochissimo "social" cui siamo abituati (forse dovremmo dire c'eravamo abituati) storicamente. Eppure, e questo è tutto lavoro dei media, pur se Obama sembra un "democrat" in realtà qui lo ptremmo paragonare a ..... *enzusconi? Si, con qualche significativa differenza ma l'essenza è questa.
Messo sotto questo punto di vista tutte le privatizzazioni e le liberalizzazioni (Enel, poste, gas, acqua, pensioni, ecc.) rientrano nel "piano": in Europa il percorso è molto più lungo perchè, appunto, forti sono le resistenze, negli USA no se non nel senso di un completo far west voluto dai prossimi, probabili, inquilini della White House.. i repubblicani.
Ecco perchè qui in tanti, ivi compreso il sottoscritto, temono l'entrata in vigore di questi trattati: troppa poca trasparenza e troppo peso specifico dato agli interessi "aziendali" a dispetto di tutto il resto: resto che in realtà non è affatto secondario dato che quel resto siamo noi.. i consumatori finali ridotti ad "accedere (cito liberamente da Rifkin "l'era della accesso" Mondadori editore)" a servizi prima per tutti e dopo essi solo per coloro che ne hanno la possibilità economica di usarli; meglio detto: se paghi hai; altrimenti sei fuori e ti arrangi e accosti a quel poco di pubblico che è lasciato per tutti.
per correttezza di informazione a questo link della Commissione europea c'è quanto di pubblico si sa di questi trattati...  mentre a quest'altro link del movimento NO-TTIP. Traetene voi le conclusioni.

venerdì 17 aprile 2015

TTIP: un altra stortura emersa e un altra menzogna

'Trattato Usa-Ue sul commercio. Premier: L’Italia ha solo da guadagnarci” – I due leader hanno inoltre ricordato l’appuntamento di Expo, che per Renzi è importante rendere “una grande occasione per la qualità della vita, di life style e per dichiarare guerra alla povertà in un mondo dove un miliardo muore per l’obesità ed un altro miliardo muore perché non ha cibo“. Renzi ha inoltre parlato dell’accordo Ttip – trattato Usa-Ue sul commercio, sul quale “l’Italia ha tutto da guadagnare sotto il profilo economico ma soprattutto perché mentre gli Usa concludono accordi con la Cina e altri attori noi, che con gli Usa abbiamo una collaborazione storica forte, non possiamo non fare altrettanto”. “Il nostro partito – ha aggiunto – rappresenta la maggioranza in quello che un giorno mi piacerebbe chiamare il Partito democratico europeo. Sono determinato a trovare gli accordi necessari, ne parleremo anche durante il pranzo”.'
Questo passo è tratto dall'articolo "Renzi alla Casa Bianca. Obama: “Grecia prenda decisioni dure. Sì a flessibilità”"  dal Fatto Quotidiano a firma di del 17 aprile 2015
Mentre il "fiorentino" diceva queste cose un quotidiano, Il Tirreno, oggi in pagina toscana lanciava un allarme: con il TTIP tutti i marchi dop, doc, docg, ecc. rischiano di sparire per sempre perchè gli americani non le vogliono per poter piazzar i loro di prodotti. Se di "libero scambio" si deve trattare essi non vedono certo di buon occhio che ci siano aree protette dove loro e la loro produzione (parmesan ecc.) non possono arrivare: capiterà che il barolo sarà venduto in Italia ma prodotto in California o le cipolle verranno dal Maine invece che da Tropea.... una debacle vera e propria per i nostri marchi: alla faccia del brevetto e del marchio che tanto reclamizzano il made in italy! Abbiamo delegato alla UE e.. sembra che la UE sia d'accordo. Eppure il nostro è enfaticamente entusiasta del tutto e addirittura si spinge a definire gli USA "un modello da seguire per la crescita": il paese con oltre 50 mln di poveri; con una sanità privata e preda delle assicurazioni private; pensioni in mano a sindacati che tali non sono (...); un paese armato e che sta scoprendo la violenza del potere nelle strade; ecc. e questo sarebbe un modello? Fate voi, io direi di no..

giovedì 18 dicembre 2014

Wikileaks: “Ecco il trattato segreto per la liberalizzazione selvaggia della finanza”

Fonte Il Fatto Quotidiano del 20/6/2014 a firma di Marco Schiaffino
Un accordo segreto a livello internazionale che punta a smantellare il ruolo dei governi nella finanza e aprire la strada a politiche ultra-liberiste. È questo il contenuto delle nuove rivelazioni di Wikileaks, l’organizzazione creata da Julian Assange già responsabile nel 2010 del “leak” riguardante i documenti riservati dell’esercito Usa sulle guerre in Iraq e Afghanistan. Il testo (parziale e provvisorio) dell’accordo è stato pubblicato giovedì sul sito dell’organizzazione di Assange e da alcuni giornali con cui collabora (in Italia l’Espresso). La trattativa per il TISA, sigla che identifica il Trade in Services Agreement (Accordo di Commercio dei Servizi) coinvolgerebbe 50 Paesi: Australia, Canada, Cile, Taiwan, Colombia, Costa Rica, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Paraguay, Peru, Sud Korea, Svizzera, Turchia, Stati Uniti e Unione Europea. Tagliati fuori, invece, i cosiddetti BRICS: Brasile, Russia, India e Cina.
Secondo Jane Kelsey, professoressa della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Auckland e autrice di un memorandum che Wikileaks pubblica a corredo della bozza, il TISA sarebbe in grado di determinare le politiche economiche dei maggiori Paesi a capitalismo avanzato evitando qualsiasi discussione in merito nei parlamenti degli Stati interessati. Già, perché le trattative a cui fa riferimento la bozza vengono definite “riservate” e lo stesso trattato è indicato come “classificato”. Di più: secondo quanto riportato in calce al documento, il TISA dovrebbe rimanere segreto per 5 anni anche dopo il raggiungimento dell’accordo tra i Paesi aderenti.
Il trattato ha contenuti simili al GATT (Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio) e al GATS (Accordo Generale sul Commercio dei Servizi), finiti al centro delle proteste a Seattle nel 1999 e al G8 di Genova del 2001. A differenza di questi, però, il TISA non è stato discusso in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che prevede la pubblicità degli atti e una discussione più “trasparente”. Qualcosa di simile a quello che dovrebbe accadere per il futuro Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), in agenda di Stati Uniti ed Europa nei prossimi mesi. Rispetto a questo, il TISA si muove su una sorta di “binario parallelo” (e segreto) che ne estende l’applicazione a un maggior numero di Paesi.
Il contenuto del testo pubblicato da Wikileaks riporta le proposte dei partecipanti alla trattativa, principalmente USA e UE, su tutti i punti che dovrebbero i temi oggetto del trattato. Nonostante divergano per qualche sfumatura, l’obiettivo dell’accordo è chiaro: eliminare tutte le leggi nazionali che sono considerate come “ostacoli” al commercio dei servizi in ambito finanziario. Un copione che ricalca i trattati approvati nel 2000 e che, secondo molti economisti e governi, hanno rappresentato la causa principale della recente crisi finanziaria globale.
L’analisi di Jane Kelsey mette in luce, in particolare, la volontà dei proponenti di eliminare alcune delle norme che sono state introdotte (o suggerite) in seguito alla crisi del 2008. Per esempio i limiti alle dimensioni degli istituti finanziari, imposti in alcuni Paesi per evitare il ripetersi di operazioni di salvataggio obbligate nei confronti di quei soggetti “troppo grandi per fallire”. Le proposte presentate nella bozza si occupano però anche di altre questioni, come la privatizzazione della previdenza e delle assicurazioni, l’eliminazione degli obblighi di divulgazione delle operazioni offshore nei paradisi fiscali, il divieto di imporre un sistema di autorizzazione per nuovi strumenti finanziari (come i derivati) o di regolamentare l’attività dei consulenti finanziari.
Gli accordi di questo tipo utilizzano un sistema sanzionatorio che segue canali “paralleli” alla giustizia ordinaria. Se un’azienda ritiene che lo Stato estero in cui opera vìola in qualche modo il trattato, può fare ricorso a un tribunale speciale che agisce come organo arbitrale, nel quale non sono previste udienze pubbliche. Lo Stato condannato a questo punto ha due scelte: cancellare la legge in questione o risarcire l’azienda. Un sistema che già in passato ha giocato brutti scherzi alle amministrazioni di diversi Paesi. Nel 2011, per esempio, l’Australia si è vista chiedere un risarcimento miliardario da parte di Philip Morris. Il motivo? Il governo australiano aveva obbligato i produttori di tabacco a vendere le sigarette in pacchetti senza logo per ridurne il consumo.
Ecco il link originale.. in inglese di  Wikileaks
p.s.
perchè è segreto? cosa è che non dobbiamo sapere? Aveva ragione J. Rifkin nel saggio "l'era dell'accesso" quando metteva inguardia da questi "accordi" che prevedevano che quello che in europa è ritenuto "normale (istruzione, net neutrality, internet, università, cultura, ecc.)" perchè se dovessero passare noi non saremmo più padroni nemmeno della nostra essenza? E' di oggi, per fare un esempio, la sentenza della Corte europea che riconosce la brevetabilità del embrione umano non fecondato.... già c'er la brevettavibilità di fegato, rene ecc. Non trovate che siano cattivi presagi?

giovedì 4 dicembre 2014

TTIP: l’accordo economico segreto internazionale che cambierà il mondo

Nel generale silenzio dei grandi media, relegato in fondo alle pagine e ai siti specialistici di economia internazionale, al riparo da ogni pericolo di dibattito pubblico fra le diverse sponde dell’atlantico e del pacifico, un ristretto gruppo di negoziatori governativi e un numero di gran lunga più alto di lobbisti per conto delle più potenti multinazionali  stanno pianificando da almeno quattro anni i due più mastodontici trattati commerciali internazionali del ventunesimo secolo.
Un enorme programma di smantellamento delle residue barriere commerciali, giuridiche e politiche tra Stati Uniti, Europa e dodici paesi delle due sponde del pacifico, funzionale alla creazione della più grande area di libero scambio del pianeta (comprendendo economie per circa il 60% del prodotto interno lordo mondiale), sia per l’estensione geografica che per la profondità capillare con cui il programma di liberalizzazioni e deregolamentazioni abbatterà tutti gli ostacoli sul suo cammino: dai diritti del lavoro alla proprietà intellettuale, dai servizi pubblici fondamentali fino al diritto alla salute. Si tratta del Transatlantic Trade and Investment Partnership tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, secondo step del più vicino Transpacific Partnershipche l’amministrazione Obama intenderebbe concludere prima della fine dell’anno, escludendo di fatto il Congresso dalle trattative in corso e accelerando i tavoli a porte chiuse con i Paesi partner (per la precisione: Giappone, Messico, Canada, Australia, Malesia, Cile, Singapore, Perù, Vietnam, Nuova Zelanda e Brunei) e gli incontri segreti con gli oltre 600 rappresentanti delle multinazionali. I contenuti e i termini delle trattative in corso sono di fatto inaccessibili agli organi di informazione e anche ai parlamenti dei Paesi coinvolti, se non a gran parte degli stessi governi, è precluso un accesso integrale alle bozze sugli accordi in ballo, come denunciato da Wikileaks.
Entrambi gli accordi possono essere letti come fasi differenti di un’unica ambiziosa strategia statunitense per la riconquista di una nuova egemonia globale ‘diffusa’, contro l’incubo che il mutato quadro dei rapporti di forza a livello internazionale possa marginalizzare sempre di più la potenza americana. Da una parte le nuove potenze emergenti del secondo e terzo mondo, quali il Brasile, India, Sud Africa e Messico continuano a crescere e sviluppare il proprio mercato interno, rivelandosi difficilmente controllabili attraverso i vecchi e nuovi forum internazionali, come il G20, e in alcuni casi rafforzando la costruzione di nuove aree commerciali regionali per la prima volta sottratte all’influenza statunitense, come nel caso del MERCOSUR in America Latina a trazione brasiliana. Dall’altro lato del pacifico l’asse economico e geo-politico tra il gigante cinese e la Russia si va affermando prepotentemente come epicentro degli equilibri mediorientali e asiatici (la soluzione diplomatica della vicenda siriana, come l’accordo sull’arricchimento dell’uranio in Iran lo hanno dimostrato recentemente) in una graduale scalata al ruolo di leadership  globale.
Nella morsa dei nuovi candidati all’egemonia internazionale, con il vecchio partner europeo allo sbando intrappolato nella spirale economica e sociale dell’austerità, lo stanco e frustrato impero statunitense tira fuori le unghia, archiviando di fatto le negoziazioni del mai compiuto Doha Development Round (il regime commerciale che avrebbe dovuto portare a compimento il sistema del WTO avvantaggiando le nazioni povere del terzo mondo) per lanciare una controffensiva senza precedenti con gli strumenti e la piena complicità delle più potenti multinazionali economiche e finanziarie, sulla scorta del programma elaborato per la prima volta dall’Atlantic Council di Wahington. Se, infatti, tale iniziativa va iscritta in una strategia diriconquista della scena internazionale da parte dei vecchi padroni del mondo (l’asse USA-Europa-Giappone), essa da inquadrata più ampiamente in un disegno di politica economica mondiale che vede, forse per la prima volta nella storia, il pieno protagonismo politico delle grandi corporation transnazionali, non più confinate a esercitare un’influenza esterna sui centri decisionali internazionalie regionali, ma sedute negli stessi tavoli di negoziazione e trattativa alla pari degli attori nazionali, se non in posizione privilegiata. I due trattati si profilano così come la prima autentica costruzione di un’area planetaria di libero mercato costruita a tavolino, per filo e per segno,da un’élite transazionale che supera i confini tradizionali tra Stato e privati, tra governi e interessi aziendali, sottraendosi a ogni controllo democratico.
Dal quadro che finora abbiamo grazie a Wikileaks e al lavoro di indagine del Corporate Europe Observatory, lo scarso numero di ‘addetti ai lavori’ da parte dei diversi governi coinvolti è ampiamente compensato dalle centinaia di lobbisti e manager del ristretto club di multinazionali dei più diversi settori, ben lieti di poter dare la loro consulenza tecnica ed esprimere il proprio punto di vista fino ai dettagli dei diversi articoli che comporranno i trattati. I contenuti dei due trattati che giorno dopo giorno si vanno delineando portano ben impresso il marchio degli interessi elitari da cui hanno preso forma. Proveremo qui a dare un rapido sguardo alle principali questioni in ballo per ogni diverso settore, spaziando tra il TPP e il TTIP proprio in virtù delle vistose analogie che emergono fra i due sistemi regolatori. Rinviamo a prossimi contributi sul Corsaro un approfondimento più dettagliato sulle singole questioni.
Impatto sul mercato del lavoro
Nonostante una metodologia improntata ai più ottimistici parametri econometrici, lo stesso Impact Assessment del TTIP elaborato dalla Commissione europea avverte del concreto rischio di un pesante shock nel mercato del lavoro europeo in seguito alle ristrutturazioni dei settori economici dopo l’entrata a regime del trattato commerciale. Settori come quello dell’allevamento, della produzione di fertilizzanti, di bioetanolo e di zucchero, segnala la Commissione, potrebbero realisticamente subire un pesante colpo dai vantaggi competitivi che avrebbe l’industria statunitense sulla controparte europea, con un relativo impatto negativo sull’intero sistema industriale dell’UE. Come in ogni accordo economico internazionale, le parti vengono poste su di un’uguaglianza formale di condizioni e regole che puntualmente finiscono per avvantaggiare quella economicamente più forte e competitiva. La libera competizione dell’industria americana sul mercato europeo, con i suoi standard produttivi e lavorativi, andrebbe verosimilmente a minare pesantemente diversi settori industriali europei più deboli e incapaci di reggere il confronto. Come giustamente segnalato dal rapporto del CEO, tale squilibrio di produttività industriale tra le parti potrebbe concretamente tradursi in un impoverimento ancora maggiore del sud Europa, già piegato dalla crisi e dagli effetti recessivi delle politiche d’austerità, i cui fragili sistemi industriali riceverebbe un ennesimo colpo (A brave new Transatlantic Partnership, p. 10). Si intuisce facilmente cosa potrebbe accadere nel mercato del lavoro.
Oltre alla perdita dei posti di lavoro che tale concorrenza aggressiva da parte degli USA e delle multinazionali porterebbe in Europa, non bisogna sottovalutare il pericolo di un abbassamento generalizzato degli standard dei diritti del lavoro, sindacali e previdenziali che i lavoratori in Europa subirebbe, allineandosi col sistema di (scarse) tutele, di debolezza dei sindacati e di privatizzazione del settore previdenziale tipico degli USA. Anche in questo caso gli standard si allineano verso l’alto per quel che riguarda la possibilità per i privati di far profitto e crollano verso il basso sul mercato del lavoro. Sempre la Commissione europea, senza peli sulla lingua, afferma a tal proposito che una delle priorità di un simile accordo commerciale è ‘ridurre il rischio di diminuire gli investimenti USA in Europa e la loro fuga in altre parti del mondo’. Se oltre gli USA consideriamo che i lavoratori in Europa dovranno fare i conti con una concorrenza che si aprirà ancora di più anche all’Asia, attraverso il corrispondente accordo del pacifico, l’attacco che si preannuncia sui diritti del lavoro si preannuncia catastrofico e senza quartiere. I diritti dei lavoratori sono d’altronde esplicitamente inseriti alla voce delle ‘barriere non-tariffarie’ da abbattere nel TTIP e nel TPP.
Proprietà intellettuale.
Le bozze del TTIP nasconderebbero un ritorno delle spirito e di interi paragrafi dell’ACTA (Anti-counterfeiting trade agreement), l’accordo multilaterale sulla proprietà intellettuale fortemente voluto dagli USA con cui il copyright avrebbe acquisito un potere legale e sanzionatorio enorme a scapito di un libero accesso alla cultura, concedendo alle multinazionali un potere di fatto illimitato sulla gestione dei dati personali degli utenti della rete a totale scapito della loro privacy. L’ACTA è stato fermato dal Parlamento europeo nel 2012 anche  seguito delle gradi proteste che avevano attraversato il continente, ma rischia adesso risorgere dalle ceneri nei dettagli dell’accordo trans-atlantico. Insieme alla perdita della privacy e dei ‘diritti digitali’ per tutti gli utenti di internet, tale accordo darebbe mano libera ai colossi multinazionali a fare del web un sistema di monitoraggio e sorveglianza: una trappola per la libertà di informazione e di fruizione della comunicazione via web. Infatti, tra i suoi capitoli più controversi, l’ACTA prevedeva la facoltà per gli Internet Service Providers di setacciare la rete a caccia non solo di violatori del copyright, ma anche di ‘sospetti’ e potenziali complici, consegnandoli alle autorità: un potere poliziesco e punitivo che scardinerebbe il potenziale del web come luogo della libertà di espressione e della cultura.
Ma l’ulteriore fortificazione del regime della proprietà intellettuale avrebbe anche conseguenze ben più devastanti. In primo luogo ne beneficerebbero le grandi industrie farmaceutiche rispetto ai farmaci generici, vedendosi assicurate un regime di monopolio legalizzato contro una competizione che finora ha regolato verso il basso i prezzi, tutto a spese dei sistemi sanitari nazionali, delle tasche dei contribuenti, ma soprattutto della loro salute.
Libertà degli investimenti
Tra i capitoli più temuti del TPP e del TTIP, quello sugli strumenti di tutela legale della libertà di investimenti per i privati minaccia di trasformare davvero ogni forma di ‘bene comune’, dai servizi pubblici alle cure mediche, in merce da scambiare sul mercato per il profitto delle grandi corporations. Secondo le indiscrezioni fornite dal CEO,entrambi i trattati contemplerebbero la piena introduzione della libera concorrenza quale principio cui ogni servizio pubblico debba sottostare, considerando anche i ‘potenziali rischi’ e gli ‘investimenti mancati’ provocati dall’ingerenza dello Stato. Come già accaduto nel novembre 2012 in Canada, un casa farmaceutica potrebbe procedere legalmente contro uno Stato che limitasse la libertà di investimenti garantendo degli standard sanitari e medici a livello nazionale. Ciò avverrebbe principalmente attraverso un rafforzamento della normativa a favore della libertà di impresa e di un nuovo sistema di risoluzione delle contese tra stato e privati che permetterebbe alle multinazionali di denunciare i governi che non rispettassero ‘la libertà e protezione degli investimenti’ con lo strumento dell’arbitratointernazionale tra i firmatari dei trattati commerciali, sottraendosi ai tribunali nazionali e sovranazionali (come la Corte europea). I due trattati costituirebbero in questo modo una nuova sfera legale e giudiziaria a uso privato cui i singoli governi si troverebbero a cedere altri pezzi della propria sovranità, insieme alla tutela dei diritti fondamentali dei suoi cittadini. Possiamo soltanto immaginare come ciò possa tradursi non solo per l’Europa (e il sud Europa), ma anche per tutti quei contraenti deboli dell’accordo trans-pacifico (come il Cile e il Perù) che di fatto finirebbero per essere legalmenteincatenati ai ricatti delle grandi compagnie e dei loro investimenti predatori.
Ambiente e agricoltura
Nella logica degli standard al ribasso tra Stati Uniti e resto del mondo finirebbero in pieno i regimi di tutela ambientale, climatica e agricola e, se consideriamo le scarse tutele americane in tema di emissioni inquinanti e uso di tecnologie e prodotti ‘invasivi’ nel campo agro-alimentare, vi sono serie ragioni per temere uno dei colpi più violenti alla salvaguardia dell’ambiente degli ultimi decenni. L’armonizzazione degli standard qualitativi tra le due sponde dell’atlantico potrebbe portare in Europa, come denunciato da diverse voci, all’abbandono del ‘principio precauzionale’ che finora ha tenuto alla larga gran parte degli OGM, dei capi bovini dopati con ormoni e dei volatili sterilizzati chimicamente, tipici del made in USA. Lo sviluppo delle bio-tecnologie alimentari, in primo luogo con la libera commercializzazione degli OGM, è proprio l’obiettivo delle campagne milionarie e decennali condotte da giganti multinazionali come la Monsanto, la DuPont e la Dow Chemical. Lo stesso vale per gli standard agricoli sull’uso dei pesticidi e la tutela del paesaggio che potrebbero realisticamente pendere dal lato del più ‘liberale’ regime americano, tutto a svantaggio di un più elevato livello di sicurezza della qualità del cibo, della produzione in biologico, e della tutela dell’agricoltura europea costretta a subire, in particolare nell’area mediterranea, il durissimo colpo di un’impari e aggressiva concorrenza statunitense.
Banche e società finanziarie a piede libero
I padroni della finanza tra Stati Uniti ed Europa starebbero approfittando di questo ambizioso Round di negoziazioni per ottenere quello che, sotto gli occhi troppo attenti dell’opinione pubblica, difficilmente riuscirebbero a vedersi garantito dai governi nazionali in un momento di crisi simile: cioè un’ulteriore deregolamentazione del settore finanziario a livello globale. Attraverso il capitolo sulla tutela degli investimenti, le grandi società finanziarie potrebbero garantirsi ulteriori strumenti legali per il ‘risarcimento delle perdite’ e la tutela contro i rischi derivanti dal libero scambio di pacchetti di titoli più o meno tossici. Per quanto a parole l’intento dichiarato sia quello di una ‘regolamentazione prudente’ dei flussi finanziari, vi sono buone ragioni per sospettare, come fa il rapporto del CEO (pp. 22-23), che l’opposizione delle banche e dei governi inglese e tedesco, insieme ai colossi americani, saranno in fine determinanti nel ridurre al solo livello nazionale i regimi di controllo, favorendo un’ulteriore apertura dei mercati finanziari a livello atlantico.
Durante le ultime sedute della trattativa del TPP tenutesi a Salt Lake City, nello Utah, nelle prime due settimane di novembre, l’accelerazione da parte dell’amministrazione Obama si è contrata con l’opposizione di alcuni degli Stati coinvolti nell’accordo, così come rivelato da Wikileaks. Nuova Zelanda, Cile e Australia sarebbero in disaccordo su diversi punti della bozza di trattato, specialmente per quel che riguarda i diritti di proprietà intellettuale e il capitolo sulla tutela degli investimenti. Si apre così uno spiraglio per intaccare i piani statunitensi e privati per concludere in gran fretta e a porte chiuso la prima fase di un accordo di portata planetaria.
Il Corsaro si unisce ai movimenti che si stanno battendo per spezzare questo gigantesco cappio sopra le teste di milioni e milioni di cittadini in tutto il mondo. Il tempo è poco e finora il velo di segretezza e indifferenza da parte dell’opinione pubblica ha fatto da padrone su una questione così vitale per il futuro di tutti noi. Proviamo a rompere questo velo e dare una consapevolezza della reale posta in gioco di questi trattati: il nostro futuro e la possibilità stessa di poterlo cambiare un giorno.
(Articolo pubblicato su  Il Corsaro, titolo originale: “In gran silenzio arriva il TTIP: lobbisti e paesi del pacifico per l’accordo economico che cambierà il mondo”, 14 Dicembre 201)
p.s.
ora sembra puro complottismo, vero? Aspettate qualche anno e vedrete che, come già accaduto per i Trattati europei (anche quelli non noti a tutti come ad esempio quello istitutivo del Meccanismo Europeo di Stabilità), quando si esplicheranno tutti i suoi effetti ci saranno persone che o negheranno di aver pensato che er un fregatura e altri che diranno... che non è vero e che tutto va bene

giovedì 18 settembre 2014

Conviene o no agli scozzesi andarsene dal regno unito?

Vediamo (fonte wikipedia):
  1. Il sistema legale della Scozia è rimasto separato da quello di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord, e la Scozia costituisce una giurisdizione separata nel diritto pubblico e privato. L'esistenza continua di istituzioni legali, educative e religiose distinte da quelle del resto del Regno Unito, hanno contribuito alla continuazione della cultura e dell'identità nazionale scozzese fin dall'unione del 1707. Nel 1999 fu re-istituito un parlamento locale, il Parlamento scozzese, con autorità su molti ambiti di politica interna, a seguito di un referendum nel 1997. La Scozia è membro del Consiglio Britannico-Irlandese, e dell'Assemblea Parlamentare Britannico-Irlandese, e partecipa inoltre all'accordo di Common Travel Area.  La Scozia è rappresentata nell'Unione europea e al Parlamento europeo da sei eurodeputati. Il diritto scozzese si fonda su due fonti principali, le leggi promulgate (enacted law) e la common law. L'enacted law può avere origine in diversi corpi legislativi: diritto romano del Corpus giustinianeo, diritto canonico, atti dell'antico parlamento scozzese prima del 1707, proclami reali, atti del parlamento britannico, atti del parlamento scozzese rieletto nel 1999, trattati dell'Unione Europea o legislazione europea, leggi locali (by-laws). La Common Law deriva la sua autorità dalle sentenze delle corti e riposa sulla tradizione legale scozzese.
  2. Economia.  L'economia della Scozia, come quella dell'intero Regno Unito ha forti legami con l'Europa e con tutto il mondo. Le esportazioni hanno, infatti, una grossa importanza.Il paese ha un sistema di mercato, con diversi interventi della mano pubblica. Dopo la rivoluzione industriale, l'economia scozzese si concentrò sull'industria pesante, dominata da settori produttivi come le costruzioni navali, l'estrazione di carbone e la siderurgia. In quel periodo, l'esistenza dell'Impero britannico fornì alle produzioni scozzesi un grosso mercato, con dimensioni mondiali.
    Il declino dell'industria pesante, nella seconda metà del XX secolo, portò a un considerevole spostamento di attività verso i settori dei servizi e della tecnologia. Negli anni settanta, lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nel mare del Nord diede luogo ad una prima, grossa trasformazione dell'economia scozzese. Gli anni ottanta videro la grande espansione della cosiddetta Silicon Glen, tra Glasgow e Edimburgo, dove si insediarono molte grosse aziende operanti nell'informatica e nei settori tecnologici in genere.
    Edimburgo (414.192 abitanti) è il principale centro finanziario scozzese e il sesto in Europa. Nella capitale scozzese operano gruppi finanziari come la Royal Bank of Scotland (la seconda banca europea), la HBOS (proprietaria della Bank of Scotland) e la Standard Life.
    Glasgow (616.123 abitanti) è il principale porto scozzese e il quarto centro industriale del Regno Unito, contando per oltre il 60% dei prodotti industriali esportati dalla Scozia. I cantieri navali, anche se con dimensioni decisamente ridotte rispetto ai massimi toccati all'inizio del XX secolo, formano ancora la base produttiva dell'industria cittadina. Glasgow è anche il principale centro scozzese per il commercio al dettaglio, oltre che uno dei primi venti centri finanziari europei e sede di molte importanti società.
    Aberdeen (216.662 abitanti), a volte chiamata la capitale europea del petrolio, è il centro dell'industria petrolifera basata sui giacimenti trovati sotto il fondo del mare del Nord.
    Altre importanti attività scozzesi sono l'industria tessile, la chimica, la distillazione di whisky, la produzione di birra, la pesca e il turismo.
    Nel 2003, le esportazioni scozzesi (escluso il commercio con il resto del Regno Unito) sono state stimate in quasi 19 miliardi di sterline, di cui circa il 70% costituito da prodotti industriali. Maggiori fonti di reddito sono il whisky, i prodotti dell'industria elettronica, i servizi finanziari. I mercati maggiori sono gli Stati Uniti, la Germania e la Francia. Secondo lo Scottish National Accounts Project (SNAP) il Prodotto interno lordo (PIL) della Scozia nel 2009 era di 127 miliardi di sterline, equivalenti a 146 miliardi di euro.
    Solo un quarto del territorio è coltivato (principalmente a cereali e verdure), ma l'allevamento ovino ha un ruolo importante nelle meno fertili regioni del nord e sulle isole. La proprietà della terra è relativamente concentrata in poche mani (circa 350 persone sono proprietarie di circa metà del territorio). Nel 2003 quindi, il parlamento scozzese ha approvato un Land Reform Act che consente ai coltivatori diretti e alle comunità locali di comprare la terra, anche contro la volontà del proprietario.
    Anche se la Bank of England è la banca centrale di tutto il Regno Unito, tre banche scozzesi (Bank of Scotland, Royal Bank of Scotland e Clydesdale Bank) hanno il potere di emettere banconote. Anche se queste sterline scozzesi non hanno corso legale in Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord, sono liberamente scambiabili con quelle emesse dalla Banca d'Inghilterra. Nonostante questo, in altre parti del Regno e specialmente in Inghilterra, molti esercenti rifiutavano le banconote scozzesi. Una nuova legge ha posto rimedio a questo inconveniente, ma fuori dal Regno Unito ancora oggi banche e cambiavalute spesso non accettano le banconote scozzesi.
    Unica tra le banche del Regno, la Royal Bank of Scotland emette ancora la banconota da una sterlina.
... tralasciando le rivalità antichissime fra i popoli scozzesi e anglosassoni la storia di questo 50% del territorio dell'isola è completamente differente a seconda se ci troviamo a nord o a sud del .... vallo di adriano.
Le ragioni degli scozzesi (fonte: Il Fatto Quotidiano) – Le ragioni degli indipendentisti sono riassumibili in una semplice dichiarazione, quella che John Swinney, uno dei pezzi grossi dello Scottish National Party, ha fatto al Guardian pochi giorni fa: “Penso che faremo un lavoro migliore governandoci da soli invece che subire decisioni prese dal governo britannico”. Un discorso che non fa una piega ma che si basa anche su convinzioni più forti. Innanzitutto, la Scozia vuole uscire dai fantasmi della deindustrializzazione degli anni Ottanta, voluta anche e soprattutto da Margaret Thatcher, ancora odiatissima a nord. C’è la convinzione, fra Glasgow ed Edimburgo, che dopo di lei nessuno degli esecutivi di Londra abbia mai fatto abbastanza. Poi c’è il discorso del petrolio. I proventi non sono mai stati utilizzati per alleviare il disagio dei fuoriusciti dalle miniere e dalle industrie pesanti. Anche qui Londra avrebbe le sue colpe, secondo gli indipendentisti, che sono convinti di poter porre rimedio quando, finalmente, avranno in mano le industrie dell’oro nero. Infine, c’è anche una questione di orgoglio: a Westminster, sotto il Big Ben, dove comunque la Scozia a detta di tutti gli inglesi è sovra-rappresentata, vengono prese troppe decisioni sugli scozzesi, spesso penalizzandoli. La mancanza di una vera copertura di rete Internet superveloce nelle aree rurali, la carenza di infrastrutture come strade e ferrovie (Aberdeen non ha nemmeno una tangenziale degna di questo nome che possa alleviare il carico sull’autostrada) e il senso di trovarsi “ai confini dell’impero” che pervade gli animi degli scozzesi, soprattutto nelle Highlands e nelle isole, remano contro il potere di “Londra ladrona”. Ogni discorso riconduce a una sindrome da figlio reietto che ora cerca di trovare la sua rivincita.
Infine, e non è cosa di poco conto, visto che è una logica comune a molti altri movimenti di opposizione europei, è in campo la questione dell’austerity. A Edimburgo le politiche di taglio della spesa sono state molto più forti e “impattanti” che non nel resto del Regno Unito. Il welfare è sempre stato un pozzo senza fondo nelle aree più povere della Scozia. E Londra, chiaramente, ha iniziato a tagliare proprio da lì. Il Paese ora vuole riprendere in mano il suo presente e cercare di costruirsi un futuro. Fuori o dentro l’Unione europea, alla fine, non importa più di tanto. Chiaramente, Salmond vorrebbe entrare nel recinto comunitario il prima possibile, anche se Paesi come Spagna e Belgio, alle prese con movimenti indipendentisti molto forti e arrabbiati, potrebbero porre il loro veto e, nel caso, servirebbero molti anni a Edimburgo per potersi associare a Bruxelles. Ma, appunto, anche senza l’Unione europea la Scozia aspira a diventare “un mix fra Norvegia e Arabia Saudita”, come diversi esponenti dello Scottish National Party hanno detto più volte. Ricchezza e welfare norvegese (Paese fuori dall’Ue), rigore e controllo saudita. Insomma, una nuova nazione di sinistra ma anche con regole ferree e stringenti. Ora, si attende solo il risultato delle urne.
p.s.
quindi? Secondo me se ragionano non solo con il cuore ma pure con la testa la convenienze c'è tutta..... per le tasche, bè.. chi ha soldi si sa tende sempre a evitare scossoni: in italia come lì. Personalmente ritengo, e auspico, che il referendum passi sia per creare un precedente per altre regioni del vecchio mondo (Paesi Baschi in primis ma ci sono pure: Catalogna, zone di frontiera italiane e il veneto, Fiandre e Vallonia, Irlanda del Nord per citarne alcune a memoria) sia per dare un segnale forte alla Unione liberista che gli faccia intendere chiaramente che non tutti sono pecore (leggi italiani) e non tutti sono disposti ad accettare supinamente di diventare la colonia del IV° Reich millenario a sua volta garante del libero scambio con l'altro grande perno del sistema politico- economico.. gli USA con cui sta trattando il TTIP (trattato di libero scambio). In ogni caso domani lo sapremo...

mercoledì 17 settembre 2014

Fai la pace preparando .. le elezioni

Quando non sei capace nemmeno di tener fede non alla parola data ma a una road map predefinita perchè non puoi farlo e/o non vuoi farlo.. cosa fai?
  1. provi con l'art. 18 dello statuto così ti tieni i soldi della finanza, che tanto servono sempre, e degli industriali aprendo così la strada allo sfruttamento facile sempre per assicurare il migliore dei mondi possibili ai ceti privilegiati che così potranno rimanere dove sono e permettersi il lusso di licenziare qualcuno per poi riassumerlo, ricattandolo, a un costo inferiore... geniale!
  2. provi con l'italicum ossia un sistema elettorale a misura sua e del suo degno solidale mentore (fra parentesi uno del partito del "solidale" mentore è appena entrato nella segreteria del pd, tutto dire no?)...... in questo modo e con il sistema elettorale che si sta creando qualunque legame fra il mondo reale e quello politico viene a rompersi definitivamente, disse qualcuno: perdete ogni speranza o voi che entrate (in questo paese).
In ogni caso sono le ennesime fighe in avanti di un politico che sa benissimo due cose:
  1. essendo legato al carro "europeo" e a quello del prossimo trattato di libero scambio con le multinazionali usa gli ambiti per tentare almeno un rientro verso una parvenza di crescita economica.. sono pari a zero e lo sa benissimo quindi tutto quello che può fare e correre e contare sull'appoggio dei media, della finanza e dei ceti che da questa situaizone ci guadagnano.
  2. non ci sono alternative dentro al sistema.. quindi dovrà essere il sistema a salvarlo e sostenerlo.. cosa che sta puntualmente avvenendo..... e nemmeno in maniera tanto larvata: mai un premier ha visto schierati dalla propria parte poteri così diversi fra loro.... sapendolo fa quello che vuole ben sapendo che dovunque vada sarà sempre sostenuto!
Messi male, ragazzi....... preparate le provviste per l'inverno, il lungo inverno, non meteo, che ci aspetta e che rischia di essere più rigido di una glaciazione: l'inverno della democrazia rappresentativa.

giovedì 5 giugno 2014

Euro e falsa scienza economica

questo è un post datato ma attuale.. alla luce sia della news che ci da dietro india e korea dal punto di vista dell'industria manifatturiera sia delle pressioni di Obama affinchè noi aprissimo i nostri mercati a oltreatlantico con il trattato di libero scambio: lo stesso trattato che ha reso il canada e, soprattutto, il messico (NAFTA) province degli usa o meglio dei colossi americani. Si proprio il "democrat" Obama, premio nobel per la pace, che ha salvato la Chrysler, con i soldi dei sindacati e quelli pubblici, ha promulgato l'obamacare che a sua volta ha decuplicato la spesa sanitaria senza risolvere i problemi di fondo; anzi, visto il trend, dovremo noi adeguarci a quegli standard visto che la sanità, fra le altre cose, dovrà essere messa sul "mercato" proprio un unico governo mondiale dell'economia, ricorda nulla?
buona lettura
di Loretta Napoleoni | 25 maggio 2014 sul Fatto Quotidiano

Il Financial Times accusa e dimostra che l’economista francese Piketty ha fondato la sua teoria riguardo alla correlazione tra capitale ed ineguaglianze su dati e calcoli sbagliati. L’anno scorso altri due economisti, Rogoff e Reinhart, anche loro accademici, dopo essere stati lodati universalmente per aver dimostrato che la crisi attuale è diversa da quelle passate, sono stati accusati di aver calcolato male i dati. Va da solo che le prove dei loro errori erano inconfutabili. Morale: entrambe le teorie non sono supportate dai dati.
Il mondo dell’economia e della politica ha un disperato bisogno di certezze, ecco perché chiunque applica i principi dell’archeologia all’economia, e cioè raccoglie statistiche millenarie e sulla base di queste sviluppa una teoria, diventa istantaneamente un profeta. Il sogno di qualsiasi politico, anche di quelli che si professano ‘rivoluzionari’ è di trovare una formula fissa per fare il proprio mestiere. E questo spiega perché Piketty è stato ricevuto alla Casa Bianca dove ha fatto lezione ai collaboratori di Obama e Rogoff e Reinhart hanno tenuto banco a Davos.
Se fosse vero che l’economia è una scienza esatta, che insomma poggia sui numeri e sulle formule matematiche, allora non avremmo crisi economiche, non ci sarebbero state neppure tante guerre e la gente vivrebbe felice e contenta.
Come la sociologia, l’economia è una disciplina che poggia sui rapporti umani e quindi è spesso imprevedibile, volerlo negare peggiora il funzionamento della cosa pubblica e prova ne è la crisi attuale. Il fiasco dell’euro, la crisi del debito sovrano, le difficoltà contingenti dei paesi della periferia sono frutto di scelte sbagliate a livello politico, giustificate da principi economici enunciati dalla classe politica come fossero leggi fisiche.
In Italia, come in gran parte dell’Unione Europea, il dibattito sui vantaggi e svantaggi dell’euro non c’è stato perché il fascino della ‘scienza economica’ ha fatto presa su tutti. Così tutti, ma proprio tutti, sono stati a favore della moneta unica. Fatta eccezione del Regno Unito, della Svezia e Danimarca, nessuno ha apertamente sfidato il dogma di Bruxelles riguardo alla moneta comune. L’euroscetticismo era una stravaganza ed apparteneva agli eccentrici britannici.
Identico discorso vale per la politica d’austerità e per le riforme, dal fiscal compact fino al fondo salva stati, imposti per arginare la crisi del debito sovrano. Il fronte scientifico, così secondo me va descritto l’esercito di economisti e politici che pensano che l’economia sia una scienza matematica, è ancora ben compatto in Italia, ma dopo quasi un decennio di recessione qualcuno ha iniziato a romperne le file e ad predicare l’uscita dall’euro. Il battibecco tra pro e contro euro, però, verte tutto su dati, formule e statistiche. Insieme al carattere vetriolico, ciò che accomuna i difensori e gli accusatori dell’euro è la certezza di aver ragione sulla base di principi economici infallibili. Dati, formule, statistiche che in fondo servono a ben poco perché ciò che veramente conta è l’interazione tra gli europei. Se gli abitanti della periferia avessero accettato la deflazione interna ed avessero ridimensionato le loro aspettative l’austerità sulla carta, si badi bene sulla carta, avrebbe funzionato. Ma quei numeri, quelle statistiche sono uomini, donne, bambini, famiglie, villaggi, città, è gente vera che non può essere riassunta con una serie di numeri.
Nessuno vuole affamare l’Europa mediterranea, come nessuno vuole derubare il ricco nord Europa ma la ‘scienza economica’ ha fatto proprio questo.
Per voltare pagina bisogna avere il coraggio di mettere da parte statistiche e numeri e scendere in strada per parlare con la gente. La Nigeria è da poco diventata la nazione più ricca d’Africa, ce lo dice il suo Pil, ma la sua popolazione è tra le più povere di quel continente.
Osservare la realtà, ecco cosa dobbiamo fare, come facevano gli economisti classici, Smith, Ricardo e Marx. Quelli moderni, invece, cercano nella storia economica leggi matematiche che i loro amici politici utilizzano per governarci.
p.s.
suona strano vero che proprio chi ha trovato la "giustificazione" della ricchezza viene tranciato dal massimo gironale mercataro e liberista, vero?

giovedì 14 febbraio 2013

Nascono gli..... USEA

Con l'avvio della zona di libero scambio fra UE e USA il quadro si completa; un processo lungo 40 ani arriva a compimento con un area che va dal Messico alla Finlandia, dal Canada all'italia dove le merci, e forse le persone ma dubito in merito, e i capitali possono liberamente girare senza dazi e intoppi, sia doganali che legislativi, vari che li ostacolino. Ci sarebbe da dire "evviva" se fossimo nel mondo perfetto costruito dai liberisti con i loro calcoli econometrici, le loro statistiche e la loro ricetta (ricetta che come sappiamo fin dalla fine del colonialismo si é dimostrata pessima per chi vi é stato sottoposto.. penso all'africa, all'asia, e ... alla grecia passando per l'islanda). C'erano alcune pre-condizioni da rispettare però che elenchiamo per ricordare agli smemorati:
  1. l'europa doveva unirsi, come direbbe l'amato capo di qualche anno fa .... fatto;
  2. l'europa doveva diventare un entità prima di tutto economica e poi, solo poi, politica ma .... debole e senza istituzioni che pesassero davvero, soprattutto il parlamento espressione dei popoli;
  3. eliminare quel fastidioso welfare che rendeva gli europei molli e sempre appesi alla mammella di mamma stato invece di dannarsi l'anima per cercare di sopravvivere a un costo minimo, sia chiaro, per l'investitore che si avventura nei campi da arare europei;
  4. si dovevano eliminare o depotenziare i sindacati come fatto negli usa dove son diventati organismi integrati nel sistema economico (gestiscono i fondi pensione e quelli assicurativo-sanitari attraverso i contratti e poco di più) e non come in europa dove vanno dalla sogestione tedesca al conflittualismo concertato della fiom italiana;
  5. bisognava adeguare la legislazione sul lavoro al modello americano quindi niente art.18 in italia, flex security all'inglese, precariato come forma principale del lavoro, demandare tutto alla "libera" contrattazione, possibilmente a livello locale, dei produttori senza interferenze politiche (ufficialmente) che mantengano equilibrata la situazione;
  6. redistribuire il carico fiscale e sociale dalle imprese ai lavoratori, e ai loro fondi pensione, per creare le condizioni affinché gli investitori .... possano fare i loro affari e scegliere liberamente dove e come mettere i loro soldi sempre al costo minimo naturalmente;
 e altro ancora; in realtà la nascita della zona di libero scambio ha un altra precondizione alle precondizioni: che gli stati europei accettassero una comune economia basata sul libero mercato soprattutto finanziario e facessero dimenticare cosa ha significato "zona di libero scambio" per il Messico: un muro eretto dagli USA per impedire che i milioni di diseredati creati dal liberismo potessero arrivare nel paradiso americano e pesassero su quell'economia aggravandone i costi invece di morire di fame nel proprio paese e se proprio dovessero riuscire ad arrivarvi lo dovevano fare alle condizioni di "mercato", ossia da clandestini: ricorda nulla, a proposito dell'italia, tutto ciò? Tacendo sul fatto che, allentando i controlli doganali, una zona del genere favorisce l'evasione .. oops la circolazione dei capitali che dire del non secondario aspetto dell'ampliamento delal forbice sociale a sfavore dei cittadini dei ceti medio e medio-bassi che finora sono stati la colonna portante delle democrazie europee, e fino a qualche decennio fa, americana? Perché vedete la finanza e l'industria mal sopportano regole, democrazia, legalità, sindacati non allineati, politici che si occupano del sociale, lavoratori che guadagnano poco a fronte del livello di vita che devono affrontare, deboli, clochard, emarginati vari, ecc. ecc. ossia tutte quelle cose "spiacevoli" che son diventati cosa quotidiana, per esempio, grecia in questi mesi..... insomma non gliene importa nulla nonostante i tanti buonisti dal volto umano, ma dalla mano avara, son pronti a richiedere il rispetto dei diritti umani nei paesi non democratici (Iran, Cina, ecc.) quegli stessi diritti che stanno restringendo, e cancellando fra qualche anno con le riforme, nei paesi occidentali in nome dell'allargamento dei lacciuoli che impediscono il il dispiegamento degli spiriti animali del capitalismo.
Tutto quello che abbiamo vissuto finora era prodromico a tutto ciò: comrepsa la guerra valutaria e le crisi finanziarie perché mascheravano una lotta intestina all'interno delle grandi lobby politico-economiche per dominare il processo perché, se andasse in porto la cosa, avrebbero una montagna di profitti da fare a fronte di un mercato potenziale, a un costo per loro pari, se non minore, secondo solo a quello cinese: il paradiso senza colpo ferire. Avevano ragione i Rifkin e le Klein quando decenni fa denunciavano la crescente debolezza degli stati e il loro progressivo abbandono del welfare per creare il WTO, il FMI, la World Bank, ecc. attenzione però: nessun complotto ma solo affari da fare per conseguire profitti enormi senza pagare dazio né tasse troppo esose e nessuna rogna "sociale" che rimarrà ai singoli stati che dovranno farvi fronte come possono... se vogliono. Ecco perché é necessario che si sappia cosa stanno prarando e perché votare, o non votare, é necessario solo se si é decisi a contrastare un processo del genere che non prevede controlli né democrazia ma solo controllo sociale e minimizzazione dei costi o per dirla con naomi klein: privatizzazione dei profitti e socializzazione dei costi e delle perdite... auguri

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