Nel
generale silenzio dei grandi media, relegato in fondo alle pagine e ai
siti specialistici di economia internazionale, al riparo da ogni
pericolo di dibattito pubblico fra le diverse sponde dell’atlantico e
del pacifico, un ristretto gruppo di negoziatori governativi e un
numero di gran lunga più alto di lobbisti per conto delle più potenti
multinazionali stanno pianificando da almeno quattro anni i due più
mastodontici trattati commerciali internazionali del ventunesimo secolo.
Un
enorme programma di smantellamento delle residue barriere commerciali,
giuridiche e politiche tra Stati Uniti, Europa e dodici paesi delle
due sponde del pacifico, funzionale alla creazione della più grande
area di libero scambio del pianeta (comprendendo economie per circa il
60% del prodotto interno lordo mondiale), sia per l’estensione
geografica che per la profondità capillare con cui il programma di
liberalizzazioni e deregolamentazioni abbatterà tutti gli ostacoli sul
suo cammino: dai diritti del lavoro alla proprietà intellettuale, dai
servizi pubblici fondamentali fino al diritto alla salute. Si tratta
del Transatlantic Trade and Investment Partnership tra l’Unione europea
e gli Stati Uniti, secondo step del più vicino Transpacific
Partnershipche l’amministrazione Obama intenderebbe concludere prima
della fine dell’anno, escludendo di fatto il Congresso dalle trattative
in corso e accelerando i tavoli a porte chiuse con i Paesi partner
(per la precisione: Giappone, Messico, Canada, Australia, Malesia,
Cile, Singapore, Perù, Vietnam, Nuova Zelanda e Brunei) e gli incontri
segreti con gli oltre 600 rappresentanti delle multinazionali. I
contenuti e i termini delle trattative in corso sono di fatto
inaccessibili agli organi di informazione e anche ai parlamenti dei
Paesi coinvolti, se non a gran parte degli stessi governi, è precluso
un accesso integrale alle bozze sugli accordi in ballo, come denunciato
da Wikileaks.
Entrambi
gli accordi possono essere letti come fasi differenti di un’unica
ambiziosa strategia statunitense per la riconquista di una nuova
egemonia globale ‘diffusa’, contro l’incubo che il mutato quadro dei
rapporti di forza a livello internazionale possa marginalizzare sempre
di più la potenza americana. Da una parte le nuove potenze emergenti
del secondo e terzo mondo, quali il Brasile, India, Sud Africa e
Messico continuano a crescere e sviluppare il proprio mercato interno,
rivelandosi difficilmente controllabili attraverso i vecchi e nuovi
forum internazionali, come il G20, e in alcuni casi rafforzando la
costruzione di nuove aree commerciali regionali per la prima volta
sottratte all’influenza statunitense, come nel caso del MERCOSUR in
America Latina a trazione brasiliana. Dall’altro lato del pacifico
l’asse economico e geo-politico tra il gigante cinese e la Russia si va
affermando prepotentemente come epicentro degli equilibri
mediorientali e asiatici (la soluzione diplomatica della vicenda
siriana, come l’accordo sull’arricchimento dell’uranio in Iran lo hanno
dimostrato recentemente) in una graduale scalata al ruolo di
leadership globale.
Nella
morsa dei nuovi candidati all’egemonia internazionale, con il vecchio
partner europeo allo sbando intrappolato nella spirale economica e
sociale dell’austerità, lo stanco e frustrato impero statunitense tira
fuori le unghia, archiviando di fatto le negoziazioni del mai compiuto
Doha Development Round (il regime commerciale che avrebbe dovuto
portare a compimento il sistema del WTO avvantaggiando le nazioni
povere del terzo mondo) per lanciare una controffensiva senza precedenti
con gli strumenti e la piena complicità delle più potenti
multinazionali economiche e finanziarie, sulla scorta del programma
elaborato per la prima volta dall’Atlantic Council di Wahington. Se,
infatti, tale iniziativa va iscritta in una strategia diriconquista
della scena internazionale da parte dei vecchi padroni del mondo
(l’asse USA-Europa-Giappone), essa da inquadrata più ampiamente in un
disegno di politica economica mondiale che vede, forse per la prima
volta nella storia, il pieno protagonismo politico delle grandi
corporation transnazionali, non più confinate a esercitare un’influenza
esterna sui centri decisionali internazionalie regionali, ma sedute
negli stessi tavoli di negoziazione e trattativa alla pari degli attori
nazionali, se non in posizione privilegiata. I due trattati si
profilano così come la prima autentica costruzione di un’area
planetaria di libero mercato costruita a tavolino, per filo e per
segno,da un’élite transazionale che supera i confini tradizionali tra
Stato e privati, tra governi e interessi aziendali, sottraendosi a ogni
controllo democratico.
Dal
quadro che finora abbiamo grazie a Wikileaks e al lavoro di indagine
del Corporate Europe Observatory, lo scarso numero di ‘addetti ai
lavori’ da parte dei diversi governi coinvolti è ampiamente compensato
dalle centinaia di lobbisti e manager del ristretto club di
multinazionali dei più diversi settori, ben lieti di poter dare la loro
consulenza tecnica ed esprimere il proprio punto di vista fino ai
dettagli dei diversi articoli che comporranno i trattati. I contenuti
dei due trattati che giorno dopo giorno si vanno delineando portano ben
impresso il marchio degli interessi elitari da cui hanno preso forma.
Proveremo qui a dare un rapido sguardo alle principali questioni in
ballo per ogni diverso settore, spaziando tra il TPP e il TTIP proprio
in virtù delle vistose analogie che emergono fra i due sistemi
regolatori. Rinviamo a prossimi contributi sul Corsaro un
approfondimento più dettagliato sulle singole questioni.
Impatto sul mercato del lavoro
Nonostante
una metodologia improntata ai più ottimistici parametri econometrici,
lo stesso Impact Assessment del TTIP elaborato dalla Commissione
europea avverte del concreto rischio di un pesante shock nel mercato
del lavoro europeo in seguito alle ristrutturazioni dei settori
economici dopo l’entrata a regime del trattato commerciale. Settori
come quello dell’allevamento, della produzione di fertilizzanti, di
bioetanolo e di zucchero, segnala la Commissione, potrebbero
realisticamente subire un pesante colpo dai vantaggi competitivi che
avrebbe l’industria statunitense sulla controparte europea, con un
relativo impatto negativo sull’intero sistema industriale dell’UE. Come
in ogni accordo economico internazionale, le parti vengono poste su di
un’uguaglianza formale di condizioni e regole che puntualmente
finiscono per avvantaggiare quella economicamente più forte e
competitiva. La libera competizione dell’industria americana sul
mercato europeo, con i suoi standard produttivi e lavorativi, andrebbe
verosimilmente a minare pesantemente diversi settori industriali
europei più deboli e incapaci di reggere il confronto. Come giustamente
segnalato dal rapporto del CEO, tale squilibrio di produttività
industriale tra le parti potrebbe concretamente tradursi in un
impoverimento ancora maggiore del sud Europa, già piegato dalla crisi e
dagli effetti recessivi delle politiche d’austerità, i cui fragili
sistemi industriali riceverebbe un ennesimo colpo (A brave new
Transatlantic Partnership, p. 10). Si intuisce facilmente cosa potrebbe
accadere nel mercato del lavoro.
Oltre
alla perdita dei posti di lavoro che tale concorrenza aggressiva da
parte degli USA e delle multinazionali porterebbe in Europa, non
bisogna sottovalutare il pericolo di un abbassamento generalizzato
degli standard dei diritti del lavoro, sindacali e previdenziali che i
lavoratori in Europa subirebbe, allineandosi col sistema di (scarse)
tutele, di debolezza dei sindacati e di privatizzazione del settore
previdenziale tipico degli USA. Anche in questo caso gli standard si
allineano verso l’alto per quel che riguarda la possibilità per i
privati di far profitto e crollano verso il basso sul mercato del
lavoro. Sempre la Commissione europea, senza peli sulla lingua, afferma
a tal proposito che una delle priorità di un simile accordo
commerciale è ‘ridurre il rischio di diminuire gli investimenti USA in
Europa e la loro fuga in altre parti del mondo’. Se oltre gli USA
consideriamo che i lavoratori in Europa dovranno fare i conti con una
concorrenza che si aprirà ancora di più anche all’Asia, attraverso il
corrispondente accordo del pacifico, l’attacco che si preannuncia sui
diritti del lavoro si preannuncia catastrofico e senza quartiere. I
diritti dei lavoratori sono d’altronde esplicitamente inseriti alla
voce delle ‘barriere non-tariffarie’ da abbattere nel TTIP e nel TPP.
Proprietà intellettuale.
Le
bozze del TTIP nasconderebbero un ritorno delle spirito e di interi
paragrafi dell’ACTA (Anti-counterfeiting trade agreement), l’accordo
multilaterale sulla proprietà intellettuale fortemente voluto dagli USA
con cui il copyright avrebbe acquisito un potere legale e
sanzionatorio enorme a scapito di un libero accesso alla cultura,
concedendo alle multinazionali un potere di fatto illimitato sulla
gestione dei dati personali degli utenti della rete a totale scapito
della loro privacy. L’ACTA è stato fermato dal Parlamento europeo nel
2012 anche seguito delle gradi proteste che avevano attraversato il
continente, ma rischia adesso risorgere dalle ceneri nei dettagli
dell’accordo trans-atlantico. Insieme alla perdita della privacy e dei
‘diritti digitali’ per tutti gli utenti di internet, tale accordo
darebbe mano libera ai colossi multinazionali a fare del web un sistema
di monitoraggio e sorveglianza: una trappola per la libertà di
informazione e di fruizione della comunicazione via web. Infatti, tra i
suoi capitoli più controversi, l’ACTA prevedeva la facoltà per gli
Internet Service Providers di setacciare la rete a caccia non solo di
violatori del copyright, ma anche di ‘sospetti’ e potenziali complici,
consegnandoli alle autorità: un potere poliziesco e punitivo che
scardinerebbe il potenziale del web come luogo della libertà di
espressione e della cultura.
Ma
l’ulteriore fortificazione del regime della proprietà intellettuale
avrebbe anche conseguenze ben più devastanti. In primo luogo ne
beneficerebbero le grandi industrie farmaceutiche rispetto ai farmaci
generici, vedendosi assicurate un regime di monopolio legalizzato
contro una competizione che finora ha regolato verso il basso i prezzi,
tutto a spese dei sistemi sanitari nazionali, delle tasche dei
contribuenti, ma soprattutto della loro salute.
Libertà degli investimenti
Tra
i capitoli più temuti del TPP e del TTIP, quello sugli strumenti di
tutela legale della libertà di investimenti per i privati minaccia di
trasformare davvero ogni forma di ‘bene comune’, dai servizi pubblici
alle cure mediche, in merce da scambiare sul mercato per il profitto
delle grandi corporations. Secondo le indiscrezioni fornite dal
CEO,entrambi i trattati contemplerebbero la piena introduzione della
libera concorrenza quale principio cui ogni servizio pubblico debba
sottostare, considerando anche i ‘potenziali rischi’ e gli
‘investimenti mancati’ provocati dall’ingerenza dello Stato. Come già
accaduto nel novembre 2012 in Canada, un casa farmaceutica potrebbe
procedere legalmente contro uno Stato che limitasse la libertà di
investimenti garantendo degli standard sanitari e medici a livello
nazionale. Ciò avverrebbe principalmente attraverso un rafforzamento
della normativa a favore della libertà di impresa e di un nuovo sistema
di risoluzione delle contese tra stato e privati che permetterebbe
alle multinazionali di denunciare i governi che non rispettassero ‘la
libertà e protezione degli investimenti’ con lo strumento
dell’arbitratointernazionale tra i firmatari dei trattati commerciali,
sottraendosi ai tribunali nazionali e sovranazionali (come la Corte
europea). I due trattati costituirebbero in questo modo una nuova sfera
legale e giudiziaria a uso privato cui i singoli governi si
troverebbero a cedere altri pezzi della propria sovranità, insieme alla
tutela dei diritti fondamentali dei suoi cittadini. Possiamo soltanto
immaginare come ciò possa tradursi non solo per l’Europa (e il sud
Europa), ma anche per tutti quei contraenti deboli dell’accordo
trans-pacifico (come il Cile e il Perù) che di fatto finirebbero per
essere legalmenteincatenati ai ricatti delle grandi compagnie e dei
loro investimenti predatori.
Ambiente e agricoltura
Nella
logica degli standard al ribasso tra Stati Uniti e resto del mondo
finirebbero in pieno i regimi di tutela ambientale, climatica e
agricola e, se consideriamo le scarse tutele americane in tema di
emissioni inquinanti e uso di tecnologie e prodotti ‘invasivi’ nel
campo agro-alimentare, vi sono serie ragioni per temere uno dei colpi
più violenti alla salvaguardia dell’ambiente degli ultimi decenni.
L’armonizzazione degli standard qualitativi tra le due sponde
dell’atlantico potrebbe portare in Europa, come denunciato da diverse
voci, all’abbandono del ‘principio precauzionale’ che finora ha tenuto
alla larga gran parte degli OGM, dei capi bovini dopati con ormoni e
dei volatili sterilizzati chimicamente, tipici del made in USA. Lo
sviluppo delle bio-tecnologie alimentari, in primo luogo con la libera
commercializzazione degli OGM, è proprio l’obiettivo delle campagne
milionarie e decennali condotte da giganti multinazionali come la
Monsanto, la DuPont e la Dow Chemical. Lo stesso vale per gli standard
agricoli sull’uso dei pesticidi e la tutela del paesaggio che
potrebbero realisticamente pendere dal lato del più ‘liberale’ regime
americano, tutto a svantaggio di un più elevato livello di sicurezza
della qualità del cibo, della produzione in biologico, e della tutela
dell’agricoltura europea costretta a subire, in particolare nell’area
mediterranea, il durissimo colpo di un’impari e aggressiva concorrenza
statunitense.
Banche e società finanziarie a piede libero
I
padroni della finanza tra Stati Uniti ed Europa starebbero
approfittando di questo ambizioso Round di negoziazioni per ottenere
quello che, sotto gli occhi troppo attenti dell’opinione pubblica,
difficilmente riuscirebbero a vedersi garantito dai governi nazionali
in un momento di crisi simile: cioè un’ulteriore deregolamentazione del
settore finanziario a livello globale. Attraverso il capitolo sulla
tutela degli investimenti, le grandi società finanziarie potrebbero
garantirsi ulteriori strumenti legali per il ‘risarcimento delle
perdite’ e la tutela contro i rischi derivanti dal libero scambio di
pacchetti di titoli più o meno tossici. Per quanto a parole l’intento
dichiarato sia quello di una ‘regolamentazione prudente’ dei flussi
finanziari, vi sono buone ragioni per sospettare, come fa il rapporto
del CEO (pp. 22-23), che l’opposizione delle banche e dei governi
inglese e tedesco, insieme ai colossi americani, saranno in fine
determinanti nel ridurre al solo livello nazionale i regimi di
controllo, favorendo un’ulteriore apertura dei mercati finanziari a
livello atlantico.
Durante
le ultime sedute della trattativa del TPP tenutesi a Salt Lake City,
nello Utah, nelle prime due settimane di novembre, l’accelerazione da
parte dell’amministrazione Obama si è contrata con l’opposizione di
alcuni degli Stati coinvolti nell’accordo, così come rivelato da
Wikileaks. Nuova Zelanda, Cile e Australia sarebbero in disaccordo su
diversi punti della bozza di trattato, specialmente per quel che
riguarda i diritti di proprietà intellettuale e il capitolo sulla tutela
degli investimenti. Si apre così uno spiraglio per intaccare i piani
statunitensi e privati per concludere in gran fretta e a porte chiuso
la prima fase di un accordo di portata planetaria.
Il
Corsaro si unisce ai movimenti che si stanno battendo per spezzare
questo gigantesco cappio sopra le teste di milioni e milioni di
cittadini in tutto il mondo. Il tempo è poco e finora il velo di
segretezza e indifferenza da parte dell’opinione pubblica ha fatto da
padrone su una questione così vitale per il futuro di tutti noi.
Proviamo a rompere questo velo e dare una consapevolezza della reale
posta in gioco di questi trattati: il nostro futuro e la possibilità
stessa di poterlo cambiare un giorno.
(Articolo
pubblicato su Il Corsaro, titolo originale: “In gran silenzio arriva
il TTIP: lobbisti e paesi del pacifico per l’accordo economico che
cambierà il mondo”, 14 Dicembre 201)
p.s.
ora
sembra puro complottismo, vero? Aspettate qualche anno e vedrete che,
come già accaduto per i Trattati europei (anche quelli non noti a tutti
come ad esempio quello istitutivo del Meccanismo Europeo di Stabilità),
quando si esplicheranno tutti i suoi effetti ci saranno persone che o
negheranno di aver pensato che er un fregatura e altri che diranno...
che non è vero e che tutto va bene