.. ci siamo. Dopo la Brexit, nonostante i mugugni scozzesi ( e li si
può anche capire visto che la loro economia e i finanziamenti dipendono
in toto dalla UE), che ha creato un mercato alternativo a quello
'europeo', ora anche l'Irlanda si avvia sulla stessa strada: il Sinn Fein partito (storico partito indipendentista di sinistra del paese) ha stravinto (col 24,5%)
le locali elezioni: non abbastanza da governare da solo ma da
condizionare le future scelte si, eccome: con una piattaforma economica e
sociale radicale. Ora non è che sarà dall'oggi al domani ma il processo
sotteso esiste e ormai entra nel panorama politico del paese. Sono cose
lunghe e vanno trattate con cura ma l'euroscetticismo non è più una
cosa di pochi e divisi elementi disturbatori del fango in cui tutti ci
siamo cacciati ma una realtà a cui guardare non solo da destra ma pure
da sinistra. Il seme gettato comincia, lentamente, a frutti... si
rassegnano i nostalgici del mercato unico e livellatore: Isaiah Berlin,
vero liberale (premio della fondazione agnelli negli anni '60 come
importante esponente del pensiero liberale nel XX secolo), sosteneva che
il liberalismo politico era auspicabile come humus su cui costruire un
regime democratico al contrario di quello economico perchè difficilmente
le persone avrebbero accettato di restare nelposto che il mercato gli
assegnava senza lottare sia per cercare di migliorarsi sia per evitare
di affogare; ed aveva ragione come ben sappiamo visto che decenni di UE e
relativa burocretineria che decide anche sul colore delle cipolle hanno
fatto nascere ovunque tantissimi movimenti 'glocal'
che, al di là delle etichette che gli vengono date dai soliti corifei
senza apertura mentale e al soldo, anche involontario, dei padroni del
vapore (c'è sempre la ricerca nelle menti deboli della ricerca del capo
che decide e guida; gli italiani in questo vi si sono sempre distinti..
fin dall'impero romano) che guardano non più alla UE come espressione
dei cittadini ma come moloch lontano preda della finanza e delle lobbye a
cui vi si oppongono senza se e senza ma; tranne che in italia perchè
cui le pecore, anche travestite, sono maggioranza, purtroppo o per
fortuna lo dirà la storia. Quali sviluppi? Bé è molto probabile che
l'irlanda del nord veda rinascere la voglia di riunirsi alla madre
patria così come la Scozia, super assistita dalla UE, vedrà rinascer la
propria voglia indipendentista; poi c'è il problema catalogna e infine
le convulsioni germaniche: eh già anche al centro del reich non fila
tutto liscio ossia la 'successora' di sua maestà ha dato forfait
rimettendo in gioco tutte le scelte fatte prima della merkel, come mai?
Non ha carisma, tutto qui e il caso Turingia ne
è la prova (un preisdente eletto con i voti degli euro-scettici di
destra) e, si spera, ne determinerà il de profundis. In Francia
continua, imperterrita, la lotta dei cittadini contro il proprio governo
e le sue riforme pro-mercato; mi verrebbe da dire 'je suis français' se
non fosse per quel manifesto, peraltro avevano ragione, 'nous ne sommes
pas italiennes'... e in italia? Calma piatta: addomesticati i 5 Stelle
cosa rimane? Piaccia o meno la destra, quella vera non acquisita in
transito dalla sinistra. Naturalmente non è così semplice ma alcuni
segnali sono importanti: dopo i 5 stelle come sopra un altro punto è
stato chiarito ossia le sardine che si fanno foto-opportunity con le
famiglie industriali, e si dividono in mille rivoli (quelle romane ad
esempio hanno mandato un vaffa ai presenzialisti nazionali), mentre
partecipano a convegni per spartirsi l'elettorato con prodiani, ex-dc,
pd e altre strane figure che si sperava fossero cadute nel cestino della
storia come a dire: gratta gratta e cosa spunta da sotto le scaglie
delle sardine e loro amici? Balene.. bianche (invecchiatissime ma pur
sempre vitali) e questo la dice lunga, molto lunga, su chi decide e
guida questo c.d. movimento e sulle sorti del nostro sfigatissimo
paese.La sola cosa che mi fa ben sperare è che gli italiani si sono
sempre distinti per essere spesso e volentieri i primi a scendere dai
carri in difficoltà e i primi a salire su quello dei probabili
vincitori: sfruttando questa caratteristica forse si riuscirà, si parla
delle ns tasche, a cambiare cavallo e cavaliere; la domanda, comunque e
solo per ora, sorge spontanea: per chi diavolo votare alle prossime
elezioni?
Naturalmente non è nel mio stile dare indicazioni ma mio obiettivo è fare il c.d. 'grillo-talpa: figura mutuata dal rugby che si connota come un giocatore con la capacità di infilarsi nella ruck e rubare la palla
agli avversari; questo perché rimanda alla capacità del grillotalpa di
utilizzare le zampe anteriori per "estrarre" con forza la terra (nel caso del rugby l'ovale).
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
Visualizzazione post con etichetta catalogna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta catalogna. Mostra tutti i post
martedì 11 febbraio 2020
venerdì 5 gennaio 2018
2018, il mondo ha perso la sua àncora. Ecco cosa ci aspetta nel nuovo anno
Fonte: Il Fatto Quotidiano di Giampiero Gramaglia | 1 gennaio 2018
Mark Landler, sul New York Times, scrive che con il magnate presidente il Mondo non guarda più agli Usa come a un’ancora dell’ordine internazionale, ma a un’entità più introversa e imprevedibile.
L’irrilevanza americana, che era in parte già emersa nel doppio mandato del riflessivo e auto-critico Barack Obama, è stata percepita con più forza nel primo anno alla Casa Bianca di Donald Trump, ‘twittatore in capo’ impulsivo e iper-reattivo. Il voto all’Onu contro la decisione di trasferire l’Ambasciata degli Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme dà una misura del consenso mondiale intorno alle scelte americane: con Trump, a parte Usa e Israele, solo Guatemala, Honduras, Togo, Micronesia, Narau, Palau, le Isole Marshall, lo 0,3% della popolazione mondiale.
Altra presenza diafana, sulla scena politica europea e internazionale, è stata – e resterà per mesi – quella italiana: sciolte le Camere, l’Italia si prepara a (altri) due mesi di campagna elettorale. Eppure, gli impegni internazionali restano inalterati: Roma sarà, ad esempio, alla guida dell’Osce nel 2018, puntando a ricalibrare l’agenda dell’Organizzazione sul tema delle migrazioni (oltre che sul dialogo fra Est e Ovest). Proprio sulla gestione dei flussi dalla Libia, l’Italia rischia un’accusa di complicità nella violazione dei diritti umani dei migranti ‘ospitati’ nei centri libici.
Etichette:
Angela Merkel,
Barack Obama,
blog,
Brexit,
catalogna,
corea del nord,
Donald Trump,
esteri,
politica,
russia,
USA
mercoledì 8 novembre 2017
Catalogna, c’è ben poco che Madrid può promettere a Barcellona per restare
di Zeppelin | 6 novembre 2017 Il Fatto Quotidiano
di Mirko Annunziata
Il destino della Catalogna passa dalla crisi irreversibile dello Stato europeo moderno. Carles Puigdemont e altri esponenti dell’ormai ex governo della Catalogna si sono consegnati alla polizia belga. Per ora non finiranno in carcere, ma non possono lasciare il Belgio. Si è chiusa una fase della questione catalana, ma a dispetto delle speranze di Mariano Rajoy un’altra se ne apre, e si giocherà su due fronti: da un lato, la questione “legale” assume un tono internazionale, con le accuse di sedizione che pendono su Puigdemont
e che verranno valutate con molta probabilità da una corte
internazionale. Dall’altra la questione politica, che vedrà le elezioni
di dicembre per il Parlamento catalano come nuovo terreno di confronto
tra i due schieramenti. Elezioni alle quali Puigdemont, tra l’altro, intende candidarsi.
Il
migliore alleato di Rajoy è, paradossalmente, proprio Puigdemont, e la
sua ferma volontà di confrontarsi con il governo centrale spagnolo in
maniera pacifica e persino conciliante. Basterebbe infatti chiamare
alle armi il popolo catalano che crede nell’indipendenza per gettare
non solo la Catalogna, ma l’intera Spagna in una
spirale di caos e violenza tale da pregiudicarne addirittura
l’esistenza. La classe politica spagnola non sembra voler approfittare
di questo momento critico per riflettere adeguatamente sulle ragioni
che spingono almeno la metà dei catalani alla secessione.
L’idea
di poter vivere alla giornata senza guardare al futuro nel medio e
lungo termine non potrà fare altro che esasperare ulteriormente i
catalani, con il risultato di spingerne sempre di più tra le braccia
dell’indipendentismo. Una situazione che la Spagna non può certo
permettersi. Analizzando con attenzione le ragioni che muovono così
tanti catalani a troncare il proprio legame con la Spagna, è evidente
come il futuro pesi più del passato. Per accorgersene è sufficiente
guardare a un aspetto che molti in Italia considerano un vero e proprio nonsense: come mai gli indipendentisti catalani sono così a favore dell’Unione europea?
Le
istanze degli indipendentisti catalani sono perfettamente logiche se
si considera un aspetto che caratterizza il mondo di oggi: lo Stato
nazionale europeo di “media” grandezza, ciò che al tempo fu l’archetipo
per la creazione dello stato moderno dopo la Pace di Vestfalia del 1648 è ormai la struttura più inadatta a rispondere efficacemente alle sfide della contemporaneità.
Per secoli, l’idea di una nazione europea omogenea,
di grandi dimensioni, che potesse accompagnare una grande proiezione
di potenza militare all’esterno a un efficace controllo al suo interno,
ha posto le principali nazioni europee al centro dell’intero sistema
globale. Un Leviatano a due facce capace di controllare con il pugno di
ferro sia i cittadini all’interno dei propri confini, sia i popoli
assoggettati in giro per i continenti.
Questa fase, tuttavia, è definitivamente tramontata con la fine della Seconda guerra mondiale,
e nonostante siano passati ormai più di settant’anni, ancora oggi in
Europa in molti ritengono lo Stato nazionale come il modello su cui
puntare, disdegnando al contempo sia il progetto confederativo europeo,
sia le istanze localiste, colpevoli di voler indebolire la comunità
nazionale rispetto alle minacce che provengono dall’esterno.
Ciò
che sembrano ignorare lealisti spagnoli e italiani è il fatto che in
un mondo con colossi di dimensioni continentali la differenza tra una Spagna da 46 milioni di abitanti e una Catalogna di sette milioni, risulta sostanzialmente nulla nello scenario internazionale.
Ciò che cambia, e parecchio, è invece la gestione delle questioni locali. Con l’aumento esponenziale della complessità sociale,
soprattutto nelle regioni sviluppate del pianeta, si è resa sempre più
evidente l’esigenza di avere una gestione il più possibile vicino alle
esigenze particolari della comunità. Per questa ragione quasi tutti i
paesi dell’Europa occidentale, compresa la Spagna, hanno dato il via a
diversi progetti di devoluzione.
Il
nuovo patto politico e sociale si basa sull’idea che gli enti locali
siano in grado di gestire al meglio servizi quali istruzione,
urbanistica, sanità e piccole politiche sociali e di welfare mentre lo
stato centrale sia necessario per affrontare le grandi sfide legate all’economia globale,
alla sicurezza e ai rapporti internazionali. Purtroppo questo
bilanciamento è sempre più smentito dall’incapacità da parte delle varie
Madrid, Parigi, Roma di avere un adeguato controllo sulle
ripercussioni degli avvenimenti globali all’interno del proprio
territorio. D’altra parte, è proprio per questa serie di ragioni che da
decenni i paesi europei stanno tentando di dar vita a un unico attore
europeo capace di dire la propria sui tavoli della politica globale che
contano.
Troppo piccolo
per contare a livello internazionale e troppo grande per gestire in
maniera efficiente la propria comunità, lo stato nazionale “medio”
europeo si ritrova a dare risposte che soddisfano sempre meno i propri
cittadini. Le istanze degli indipendentisti catalani sono solo il riflesso locale, declinato secondo vecchie questione storiche e culturali, di un problema continentale che vede gli europei sempre più disaffezionati, delusi e sfiduciati verso la propria classe dirigente.
Per
questo, gli indipendentisti catalani confidano comunque nell’Europa
unita. Il sogno da parte loro è entrarci come popolo a sé e non come
parte della Spagna. Ma se ciò non fosse possibile, se il progetto
europeo fosse destinato a fallire, sono altrettanto consapevoli che
Madrid non potrebbe essere la risposta giusta alle loro istanze. Per
cui i modelli a cui guardare sarebbero, a questo punto, le realtà
d’eccellenza di piccole dimensioni, come ad esempio Singapore
o i ricchi paesi arabi del Golfo, capaci di massimizzare al meglio la
gestione interna anche per ottenere risultati soddisfacenti a livello
internazionale.
Per poter sperare di risolvere la questione catalana, la Spagna dovrebbe cominciare a chiedersi non solo cosa non è disposta a dare ai catalani
ma anche cosa è in grado di poter dare loro; il problema è che più
passa il tempo, più il margine della loro offerta è destinato a
restringersi.
di Zeppelin | 6 novembre 2017
Etichette:
blog,
catalogna,
economia,
esteri,
politica,
Puigdemont,
Rajoy,
secessionismo
lunedì 30 ottobre 2017
Triste epilogo..
E' un triste epilogo quella catalano e del suo governo. In punta di
piedi la Spagna si riprende i suoi 'possedimenti' catalani mentre il
governo se ne va in Belgio, in esilio. Poteva finire diversasmente?
Forse si se fossero ricorse due condizioni:
Sapete cosa suona strano, a dir poco? Sta nascendo una Unione di Stati dove, in teoria, ogni singolo Stato rinuncia a sempre maggiori fette di propria sovranità ed autonomia a fronte del Moloch UE e invece.. proprio in senso contrario ogni Stato sembra faer il percorso opposto ossia diviene sempre più geloso dei propri confini, prerogative, ecc. convenite con me che c'è qualcosa che non va?
O alla fine nascono gli USE o la UE si rivela un contenitore vuoto, un simulacro dietro al quale c'è il gioco perverso in essere fra gli Stati e le forti lobby economico-finanziarie che ne hanno preso possesso e che usano i primi come bancomat... in mezzo i cittadini che sono sempre più lontani dalla loro diretta espressione democratica e infinitamente lontani dagli organi europei: che possono fare? Riscoprire le proprie storie e tradizioni, non hanno scelta soprattuto perchè non tutti sono disposti ad accettare quel modello unificato fra le due sponde dell'atlantico!!!! Io leggo così l'autonomismo, catalano e non, e leggo così la reazione dello Stato spagnolo: una reazione autoritaria.
Sono convinto che il seme autonomista ormai è sbocciato e le entità stautali, così come sono suonano assolutamente anti-storici, dovranno farci i conti: non può essere eliminato perchè le sue radici affondano in quel globalismo del mercato anomico dove contano i soldi e non la gente; le banche e non le persone: un sistema che ha davanti a se un solo futuro ossia l'autoritarismo.. e come avversario la rpesa di coscienza delle persone che sono stufe di fare bancomat personale dei detentori del potere.
- A Madrid anzichè esserci un isterico ex banchiere di destra ci fossero stati i socialisti;
- Se il governo catalano avesse seguito il percorso segnato da decenni.. ossia strappare a forza di negoziati briciole di autonomia sempre maggiore.
Sapete cosa suona strano, a dir poco? Sta nascendo una Unione di Stati dove, in teoria, ogni singolo Stato rinuncia a sempre maggiori fette di propria sovranità ed autonomia a fronte del Moloch UE e invece.. proprio in senso contrario ogni Stato sembra faer il percorso opposto ossia diviene sempre più geloso dei propri confini, prerogative, ecc. convenite con me che c'è qualcosa che non va?
O alla fine nascono gli USE o la UE si rivela un contenitore vuoto, un simulacro dietro al quale c'è il gioco perverso in essere fra gli Stati e le forti lobby economico-finanziarie che ne hanno preso possesso e che usano i primi come bancomat... in mezzo i cittadini che sono sempre più lontani dalla loro diretta espressione democratica e infinitamente lontani dagli organi europei: che possono fare? Riscoprire le proprie storie e tradizioni, non hanno scelta soprattuto perchè non tutti sono disposti ad accettare quel modello unificato fra le due sponde dell'atlantico!!!! Io leggo così l'autonomismo, catalano e non, e leggo così la reazione dello Stato spagnolo: una reazione autoritaria.
Sono convinto che il seme autonomista ormai è sbocciato e le entità stautali, così come sono suonano assolutamente anti-storici, dovranno farci i conti: non può essere eliminato perchè le sue radici affondano in quel globalismo del mercato anomico dove contano i soldi e non la gente; le banche e non le persone: un sistema che ha davanti a se un solo futuro ossia l'autoritarismo.. e come avversario la rpesa di coscienza delle persone che sono stufe di fare bancomat personale dei detentori del potere.
Etichette:
autoritarismo,
blog,
catalogna,
esteri,
Europa,
indipendenza,
politica,
Spagna
martedì 10 ottobre 2017
Catalogna il dado è, quasi, tratto.
Ci si poteva aspettare una capitalazione? No. E nemmeno una dichiarazione d'indipendenza visto che la non ce n'erano i presupposti politici, quindi? Si è rimandata la palla nel campo spagnolo ed ha ragione visto che il governo centrale, e la corte suprema, del tutto nominata dai partiti politici spagnoli, da tempo aveva progressivamente ristretto gli ambiti d'azione delle generalitat locali: quindi non solo catalani. Ora se a Madrid ci fossero politici almeno furbi (non dico intelligenti o 'liberali' ma solo furbi) il dialogo si potrebbe aprire.. invece temo, più per ragioni opportunistiche che altro, che la strada sarà diversa e molto più autoritaria: d'altronde lo vediamo tutti i giorni, no? Quando i cittadini votano esprimendosi in un senso il governo putnualmente va nell'altro, ossia quello indicato da chi ha nelle proprie mani le borse dei soldi o il potere, leggi Commissione europea, MES, ecc.: ne abbiamo avuti alcuni esempi qui in italia con il refrendum sull'acqua e in Grecia dove Tsirpas si è piegato, nononstante il voto referendario contrario, ai diktat della troika...in Catalogna non sarà differente.
La linea rimarrà la stessa: nessun dialogo. E non è una linea spagnola, temo ma europea.... e lo sappiamo visto l'atteggiamento della UE non solo durante questa crisi ma durante tutto il periodo della crisi economica: si fa quel che diciamo noi, punto!!! Questo è autoritarismo e hanno ragione coloro che sostengono che questa europa è geneticamente autoritaria: non siamo al IV Reich ma lì all'orizzonte se ne prifola uno..
La linea rimarrà la stessa: nessun dialogo. E non è una linea spagnola, temo ma europea.... e lo sappiamo visto l'atteggiamento della UE non solo durante questa crisi ma durante tutto il periodo della crisi economica: si fa quel che diciamo noi, punto!!! Questo è autoritarismo e hanno ragione coloro che sostengono che questa europa è geneticamente autoritaria: non siamo al IV Reich ma lì all'orizzonte se ne prifola uno..
lunedì 2 ottobre 2017
Catalogna 2017: Europa dove sei?
già.. ho parafrasato un famoso slogan anarchico che prendeva in giro,
a ragion veduta, i comunisti per la loro ignavia quando i loro
confratelli spagnoli, soggetti a Stalin, e i falangisti chiusero a
tenaglia Barcellona anarchica stritolandola..... la storia si ripete?
Non credo ma non manca certo d'ironia. La storia di questa terra è
lunghissima e molto controversa ed ha attraversato, nel corso della storia
(wikipedia), diversi momenti: dalla completa autonomia dello Stato fino
alla negazione perfino della sua lingua sotto Franco. Insomma non è
certo una società tranquilla e dormiente come la nostra... con un
siffatta storia si potevano evitare le immagini di vecchie picchiate a
sangue? Si se al Governo spagnolo, alla cui guida c'è il banchiere
Mariano Rajoy, non si fosse messo in testa di dargli una mano; nel senso
che se avesse fatrto i passi giusti e avesse mostrato spirito
democratico e nicchiato sugli aspetti provocatori del referendum ora il
problema non si porrebbe con la forza che vediamo: al massimo avrebbe
votato una percentuale al di sotto del 50% e il valore effettivo del
tutto sarebbe stato pari, o vicino, allo zero dando agli indipendentisti
al massimo qualche nuova autonomia ma mantenendo per le cose
principali: teniamo presente che la Catalogna è fra le zone più ricche
del paese e che senza la Spagna sarebbe monca di una discreta
percentuale del proprio pil!!! E invece.... e invece l'ottusità e
l'intolleranza non potevano che prevalere; l'isterismo dimostrato
(l'invio di migliaia di poliziotti che hanno fatto speme dei catalani e
le continue dichiarazioni sulla illegalità del referendum.... certo che
era illegale: i catalani hanno messo su una rivlluzione attraverso una
frattura sociale come un referendum indipendentista; e quando si fanno
queste cose non si va certo dal notaio con carta bollata e timbri) è
stato un formidabile assist all'indipendentismo: anche coloro che erano
scettici e contrari, o entrambi, si sono schierati per il si e non tanto
perchè convinti quanto perchè, memori del franchismo, hanno ben
compreso l'attacco liberticida fatto dal Governo!!!! Se si ama la
libertà non si può che essere favorevoli al si catalano.. con un
siffatto governo soprattutto! Se ne esce? No, non credo, anzi la
situazione non potrà che peggiorare, sia che prevalga l'indipendentismo
sia che il governo, bancario/finanziario, spagnolo della destra riprenda
il controllo.. non c'è scampo: il seme è gettato e prima o poi darà,
nel bene e nel male, i suoi frutti.
Sapete chi è mancata in tutto ciò? L'europa (si proprio con 'e' minuscola... anzi più minuscola che si può)!!! Sapete cos'hanno sostenuto i nostri signori di Bruxelles? 'Sono affari interni della Spagna': pilatesca che più non si può ha deciso di guardare altrove.. e perdendo per l'ennesima volta la faccia, e non solo quella, non solo rispetto ai propri, ormai presunti, cittadini ma pure di fronte alla comunità internazionale dimostrando ancora una volta la vaghezza della sua costruzione politica che non interessa a nessuno di questi signori: questi sono, invece, molto più interessati ai soldi. Infatti NON si sono fatti problemi di INGERIRSI negli affari interni della Grecia, di Cipro, del Portogallo e.. nostri; ma questi sono affari anche loro e di chi lì ce li ha messi mentre invece del referendum catalano gli interessa fino a un certo punto, ani forse proprio nulla: affari interni dicono e queste potrebbe, fosse magari la volta buona, l'epitaffio da scrivere sulla tomba della costruzione comunitaria basata sulal finanza e dove il popolo è solo sfondo, a volte rumoroso a volte no, e il suo controllo è lasciato ai locali governatori, leggi politici.... bene ora al dunque non hannosa puto far altro che mettere la testa sotto la sabbia nascondendovisi. Ma sanno che non è finita: se passa la Catalogna, con qualunque esito, c'è: la Scozia, l'irlanda del nord; ecc. fino ai nostri folkloristici... leghisti.
Dovevano pensarci per tempo: va bene dividersi con le banche le finanze nazionali ma almeno non nascodersi dietro al dito; dovevano sapere che quanto più lontano è il potere maggiore è la spinta popolare a ricercare e affermare la propria identità.. anche con una, si spera, pacifica rivoluzione!!!! Ha firmato la propria condanna... bisogna capire solo 'il' quando e non il perchè perchè già noto è. Certo ci potrebbe essere la spinta a reprimere a priori ma allora non si potrebeb che dar ragione ai 'gombloddisdi' che vedono in essa il male assoluto: quello stesso male che il reazionario Reagan vedeva nell'ormai morta URSS!!! E sappiamo quali sono stati gli esiti per entrambi gli ex contendenti: l'urss sparita e gli usa in mano a una cricca finanziaria che muove i fili del tutto.... e malgovernata da un tycoon da operetta che è l'immagine personificata dello scolorito e decadente paese delle libertà!
Sapete chi è mancata in tutto ciò? L'europa (si proprio con 'e' minuscola... anzi più minuscola che si può)!!! Sapete cos'hanno sostenuto i nostri signori di Bruxelles? 'Sono affari interni della Spagna': pilatesca che più non si può ha deciso di guardare altrove.. e perdendo per l'ennesima volta la faccia, e non solo quella, non solo rispetto ai propri, ormai presunti, cittadini ma pure di fronte alla comunità internazionale dimostrando ancora una volta la vaghezza della sua costruzione politica che non interessa a nessuno di questi signori: questi sono, invece, molto più interessati ai soldi. Infatti NON si sono fatti problemi di INGERIRSI negli affari interni della Grecia, di Cipro, del Portogallo e.. nostri; ma questi sono affari anche loro e di chi lì ce li ha messi mentre invece del referendum catalano gli interessa fino a un certo punto, ani forse proprio nulla: affari interni dicono e queste potrebbe, fosse magari la volta buona, l'epitaffio da scrivere sulla tomba della costruzione comunitaria basata sulal finanza e dove il popolo è solo sfondo, a volte rumoroso a volte no, e il suo controllo è lasciato ai locali governatori, leggi politici.... bene ora al dunque non hannosa puto far altro che mettere la testa sotto la sabbia nascondendovisi. Ma sanno che non è finita: se passa la Catalogna, con qualunque esito, c'è: la Scozia, l'irlanda del nord; ecc. fino ai nostri folkloristici... leghisti.
Dovevano pensarci per tempo: va bene dividersi con le banche le finanze nazionali ma almeno non nascodersi dietro al dito; dovevano sapere che quanto più lontano è il potere maggiore è la spinta popolare a ricercare e affermare la propria identità.. anche con una, si spera, pacifica rivoluzione!!!! Ha firmato la propria condanna... bisogna capire solo 'il' quando e non il perchè perchè già noto è. Certo ci potrebbe essere la spinta a reprimere a priori ma allora non si potrebeb che dar ragione ai 'gombloddisdi' che vedono in essa il male assoluto: quello stesso male che il reazionario Reagan vedeva nell'ormai morta URSS!!! E sappiamo quali sono stati gli esiti per entrambi gli ex contendenti: l'urss sparita e gli usa in mano a una cricca finanziaria che muove i fili del tutto.... e malgovernata da un tycoon da operetta che è l'immagine personificata dello scolorito e decadente paese delle libertà!
Etichette:
blog,
catalogna,
democrazia,
governo,
indipendentismo,
politica,
Rajoy,
referendum,
repressione,
UE
domenica 1 ottobre 2017
Referendum Catalogna, Europa e intellettuali zitti di fronte agli abusi di Madrid
di Lello Voce | 30 settembre 2017 Il Fatto Quotidiano
Nel silenzio inquietante dei media e delle istituzioni europee si avvicina la data del referendum catalano
e con esso quello della possibilità dell’esplosione violenta dei
contrasti al cuore stesso dell’Europa, in una nazione che di guerra
civile ne ha già avuta una (ricordate Guernica?), nella quale di fatto il fascismo franchista
non è mai stato sconfitto, ma è morto (letteralmente) di morte
naturale, con decenni di scontri violenti e violentissimi nel Nord basco
e non solo, con una Costituzione giovanissima (del
’78) nella quale il problema delle autonomie (non solo quella catalana,
ma anche quella basca e quella galiziana) non è mai stato risolto del
tutto dopo la violenta repressione di tutto ciò che castigliano non era ai tempi del Caudillo.
È davvero sorprendente che si parli così poco di una situazione che rischia di essere ben più drammatica del referendum scozzese, e della stessa Brexit, sorprendente che molti, quasi tutti, condannino il ‘nazionalismo’ catalano, ma tacciano a proposito di quello castigliano, che nessuno veda come la Catalogna sia stata scelta dal premier Mariano Rajoy per giustificare la sua incapacità di risolvere la crisi di fronte alle regioni povere e poverissime della Spagna (l’Estremadura, ad esempio), per scaricare su Barcellona le colpe di Madrid (e di Bruxelles).
Cosa è essere o meno a favore dell’indipendenza della Catalogna, o ritenere legalmente valido o accettabile, o invece illegittimo e privo di conseguenze il referendum del 1 ottobre, altra inviare in Catalogna migliaia di militari, arrestare funzionari pubblici, sequestrare tutti i materiali elettorali prodotti da un’istituzione autonoma e legittima, oscurare siti istituzionali, prepararsi per impedire fisicamente l’ingresso dei cittadini nei seggi già sprangati.
Se proprio si voleva essere certi che il referendum non avesse alcun valore, se non bastava il Parlamento nazionale spagnolo a sancirlo, sarebbe bastato annullare tutte le schede con un timbro. Ed in ogni caso esistono decine di istanze nazionali e sovranazionali, tanto politiche, quanto economiche e finanziarie, che sarebbero in grado di fermare l’eventuale processo di separazione, o di gestirlo verso un accordo accettabile, per esempio quello che impedirebbe al Tribunal Costitucional di annullare ogni e qualsiasi legge il Parlamento catalano emani e che si discosti dalla linea della maggioranza al governo. Non a caso l’unico a pronunciarsi con preoccupazione è l’Onu sostenendo tesi molto simili a quelle che espongo qui.
Quello che si sta mettendo in atto, invece, è il set per uno scontro violento con l’intenzione evidente di dare ‘una lezione’ a chiunque non concordi con il neo-Caudillo. Barcellona, ogni giorno che passa, sembra sempre di più Genova…
Quello che conta per Madrid è impedire ‘fisicamente’ che si vada a votare, cioè stabilire, come a Genova, il controllo del territorio, dare una dimostrazione muscolare che sia d’esempio per tutti. Se l’Europa tace è anche perché sarebbe singolare che il mandante denunciasse il suo aguzzino. E speriamo che nessuno tra i nemici comuni decida di colpire Barcellona, come ha appena fatto, approfittando dello scontro intestino.
Dalle minacce velate da paternalismo del Segretario di Stato Nieto, fino alla chiusura dello spazio aereo sulla capitale catalana, tutto fa pensare che domenica il problema non sarà stabilire se sia o meno valido il voto, ma impedirlo materialmente e riaffermare, una volta per tutte, che sulle Ramblas continua a comandare Madrid.
Il silenzio degli intellettuali europei è assordante. E’ singolare continuare a dare del fascista antidemocratico a chiunque provi a parlare a favore del #1-0, strillare spaventati di fronte alle mobilitazioni popolari e pacifiche, alle prese di posizione di decine, centinaia di istituzioni catalane e non solo catalane e poi non vedere il dispositivo repressivo abbastanza impressionante che Rajoy sta facendo convergere sulle città catalane. O girare il capo dall’altra parte di fronte all’arroganza di Madrid, far finta di nulla se a capo delle operazioni viene chiamato quel falangista mascherato di Diego Pérez de los Cobos, uno che i baschi hanno già denunciato per tortura, far finta di nulla se centinaia di fascisti accerchiano il meeting dei sindaci e delle cariche pubbliche catalane e feriscono una partecipante. Ignorare, a un passo dallo scontro, gli appelli – saggi, tolleranti, lungimiranti – del sindaco Ada Colau, che separatista non è, e neanche fascista, anzi.
È mai possibile che la sinistra italiana (sempre più inquietante) sia paralizzata da possibili (quanto inopportuni) paralleli tra l’inesistente Padania e le richieste di una comunità che ha un’identità secolare che ha fatto la storia d’Europa e del Mediterraneo e taccia in modo imbarazzante su una faccenda di questa importanza? Come si fa a confondere l’Aragona con la Padania?
Javier Cercas e le sue recenti dichiarazioni non fanno eccezione, imho. A volte scrittori e poeti sono singolarmente ciechi davanti alla realtà.
L’Europa che si nasconde dietro l’artificio retorico per il quale si tratta di faccende ‘interne’ alla Spagna, invece, non stupisce per nulla: se può tenersi in pancia Orbàn, volete che non digerisca Rayoy?
È davvero sorprendente che si parli così poco di una situazione che rischia di essere ben più drammatica del referendum scozzese, e della stessa Brexit, sorprendente che molti, quasi tutti, condannino il ‘nazionalismo’ catalano, ma tacciano a proposito di quello castigliano, che nessuno veda come la Catalogna sia stata scelta dal premier Mariano Rajoy per giustificare la sua incapacità di risolvere la crisi di fronte alle regioni povere e poverissime della Spagna (l’Estremadura, ad esempio), per scaricare su Barcellona le colpe di Madrid (e di Bruxelles).
Cosa è essere o meno a favore dell’indipendenza della Catalogna, o ritenere legalmente valido o accettabile, o invece illegittimo e privo di conseguenze il referendum del 1 ottobre, altra inviare in Catalogna migliaia di militari, arrestare funzionari pubblici, sequestrare tutti i materiali elettorali prodotti da un’istituzione autonoma e legittima, oscurare siti istituzionali, prepararsi per impedire fisicamente l’ingresso dei cittadini nei seggi già sprangati.
Se proprio si voleva essere certi che il referendum non avesse alcun valore, se non bastava il Parlamento nazionale spagnolo a sancirlo, sarebbe bastato annullare tutte le schede con un timbro. Ed in ogni caso esistono decine di istanze nazionali e sovranazionali, tanto politiche, quanto economiche e finanziarie, che sarebbero in grado di fermare l’eventuale processo di separazione, o di gestirlo verso un accordo accettabile, per esempio quello che impedirebbe al Tribunal Costitucional di annullare ogni e qualsiasi legge il Parlamento catalano emani e che si discosti dalla linea della maggioranza al governo. Non a caso l’unico a pronunciarsi con preoccupazione è l’Onu sostenendo tesi molto simili a quelle che espongo qui.
Quello che si sta mettendo in atto, invece, è il set per uno scontro violento con l’intenzione evidente di dare ‘una lezione’ a chiunque non concordi con il neo-Caudillo. Barcellona, ogni giorno che passa, sembra sempre di più Genova…
Quello che conta per Madrid è impedire ‘fisicamente’ che si vada a votare, cioè stabilire, come a Genova, il controllo del territorio, dare una dimostrazione muscolare che sia d’esempio per tutti. Se l’Europa tace è anche perché sarebbe singolare che il mandante denunciasse il suo aguzzino. E speriamo che nessuno tra i nemici comuni decida di colpire Barcellona, come ha appena fatto, approfittando dello scontro intestino.
Dalle minacce velate da paternalismo del Segretario di Stato Nieto, fino alla chiusura dello spazio aereo sulla capitale catalana, tutto fa pensare che domenica il problema non sarà stabilire se sia o meno valido il voto, ma impedirlo materialmente e riaffermare, una volta per tutte, che sulle Ramblas continua a comandare Madrid.
Il silenzio degli intellettuali europei è assordante. E’ singolare continuare a dare del fascista antidemocratico a chiunque provi a parlare a favore del #1-0, strillare spaventati di fronte alle mobilitazioni popolari e pacifiche, alle prese di posizione di decine, centinaia di istituzioni catalane e non solo catalane e poi non vedere il dispositivo repressivo abbastanza impressionante che Rajoy sta facendo convergere sulle città catalane. O girare il capo dall’altra parte di fronte all’arroganza di Madrid, far finta di nulla se a capo delle operazioni viene chiamato quel falangista mascherato di Diego Pérez de los Cobos, uno che i baschi hanno già denunciato per tortura, far finta di nulla se centinaia di fascisti accerchiano il meeting dei sindaci e delle cariche pubbliche catalane e feriscono una partecipante. Ignorare, a un passo dallo scontro, gli appelli – saggi, tolleranti, lungimiranti – del sindaco Ada Colau, che separatista non è, e neanche fascista, anzi.
È mai possibile che la sinistra italiana (sempre più inquietante) sia paralizzata da possibili (quanto inopportuni) paralleli tra l’inesistente Padania e le richieste di una comunità che ha un’identità secolare che ha fatto la storia d’Europa e del Mediterraneo e taccia in modo imbarazzante su una faccenda di questa importanza? Come si fa a confondere l’Aragona con la Padania?
Javier Cercas e le sue recenti dichiarazioni non fanno eccezione, imho. A volte scrittori e poeti sono singolarmente ciechi davanti alla realtà.
L’Europa che si nasconde dietro l’artificio retorico per il quale si tratta di faccende ‘interne’ alla Spagna, invece, non stupisce per nulla: se può tenersi in pancia Orbàn, volete che non digerisca Rayoy?
di Lello Voce | 30 settembre 2017
Etichette:
blog,
catalogna,
democrazia,
indipendenza,
libertà,
repressione,
Spagna
giovedì 7 settembre 2017
Referendum Catalogna, la reazione di Madrid: denunce e perquisizioni per trovare le schede
di F. Q. | 7 settembre 2017 Il Fatto Quotidiano
Il giorno dopo l’approvazione della legge per il referendum le autorità della Catalogna
sono finite nel mirino di Madrid. La Guardia Civil spagnola ha avviato
la notte scorsa una serie di perquisizioni nel sud della regione a caccia di schede e materiale elettorale per il referendum di indipendenza
del primo ottobre dichiarato “illegale” dal governo centrale. Gli
agenti della polizia spagnola sorvegliano una tipografia di Costanti,
vicino a Tarragona, dove sospetta possa essere stampato il materiale per
il voto secessionista. Un’azione ridicolizzata Nella dal ministro
degli interni catalano l’indipendentista Joaquim Forn: “È molto
divertente”. Il procuratore capo di Madrid José Manuel Maza infatti ha
annunciato denunce penali contro il presidente Carles Puigdemont. La
procura denuncerà anche i membri della presidenza del Parlament che
hanno messo ai voti la legge sul referendum. Ordine è stato dato inoltre
alla polizia di indagare su ogni azione “volta alla tenuta del
referendum illegale”. Puigdemont ha chiesto ufficialmente ai sindaci di
tutti i comuni catalani di confermare la disponibilità dei seggi usati abitualmente per le elezioni, i primi cittadini hanno 48 ore di tempo.
Intanto il Consiglio di stato spagnolo ha approvato il ricorso che il governo di Madrid presenterà già oggi alla Corte Costituzionale. Il premier Mariano Rajoy ha convocato una riunione straordinaria del consiglio dei ministri per approvare il ricorso. Rajoy e il leader dell’opposizione il socialista Pedro Sanchez hanno confermato la loro unità di azione contro la sfida indipendentista del presidente catalano Carles Puigdemont. Il premier vedrà anche Albert Rivera, presidente di Ciudadanos, il terzo grande partito unionista spagnolo ostile al referendum definito “illegale” da Madrid. Podemos è invece favorevole al ‘diritto di decidere’ dei catalani. Il referendum “non ci sarà. Questo voto – dice Rajoy – non si celebrerà in alcun caso, è un un chiaro e intollerabile atto di disobbedienza alle nostre istituzioni democratiche”
A Barcellona i partiti indipendentisti, che hanno la maggioranza assoluta nel ‘Parlament’ catalano, hanno presentato formalmente con procedura urgente e richiesta di modifica dell’ordine del giorno la legge di “rottura” dalla Spagna alla plenaria dell’assemblea di Barcellona, chiedendo che venga esaminata e approvata oggi. Davanti alle contestazioni dell’opposizione unionista la presidente Carmen Forcadell ha sospeso la seduta e convocato l’ufficio di presidenza.
Intanto il Consiglio di stato spagnolo ha approvato il ricorso che il governo di Madrid presenterà già oggi alla Corte Costituzionale. Il premier Mariano Rajoy ha convocato una riunione straordinaria del consiglio dei ministri per approvare il ricorso. Rajoy e il leader dell’opposizione il socialista Pedro Sanchez hanno confermato la loro unità di azione contro la sfida indipendentista del presidente catalano Carles Puigdemont. Il premier vedrà anche Albert Rivera, presidente di Ciudadanos, il terzo grande partito unionista spagnolo ostile al referendum definito “illegale” da Madrid. Podemos è invece favorevole al ‘diritto di decidere’ dei catalani. Il referendum “non ci sarà. Questo voto – dice Rajoy – non si celebrerà in alcun caso, è un un chiaro e intollerabile atto di disobbedienza alle nostre istituzioni democratiche”
A Barcellona i partiti indipendentisti, che hanno la maggioranza assoluta nel ‘Parlament’ catalano, hanno presentato formalmente con procedura urgente e richiesta di modifica dell’ordine del giorno la legge di “rottura” dalla Spagna alla plenaria dell’assemblea di Barcellona, chiedendo che venga esaminata e approvata oggi. Davanti alle contestazioni dell’opposizione unionista la presidente Carmen Forcadell ha sospeso la seduta e convocato l’ufficio di presidenza.
di F. Q. | 7 settembre 2017
Etichette:
blog,
catalogna,
Rajoy,
secessione,
Spagna
martedì 29 settembre 2015
Catalogna: è un falso problema
Già; perchè è un falso problema? Perchè:
innanzitutto i secessionisti non hanno superato il 50% dei voti anche se hanno la maggioranza nel parlamento locale;
poi è già pronto il cavallo di troia, il "loro" uomo, come in Grecia, che rompe le uova nel paniere alla coalizione vincitrice; la cosiddetta sinistra repubblicana si è già distinta poche ore dopo nell'allontanarsi dal programma ufficiale e rientrare nei ranghi del mainstream (sia chiaro che rimangono repubblicani ma di secessione non se ne parla, non più);
il leader vincitore è "imputato" per il refrendum tenuto ma non riconosciuto da Madrid, di conseguenza è indagato.. fossimo in italia ci farebbe una risata su; se la prenderebbe con la magistratura comunista; mobiliterebbe i suoi corifei, anche meidatici; ci farebbe su una bella legge e sarebbe finita lì.... ma non siamo in Italia e lì il rischio della via giudiziaria per l'eliminazione del pericoloso sovversivo è reale e non preso sottogamba;
come in tutto le democrazie occidentali chi ha vinto non è maggioranza ma solo la più forte delle minoranze... e quindi la strada è tutta in salita.
E non c'è solo la Catalogna. C'è i paesi baschi, gli unici con una reale autonomia al limite dell'indipendentismo; c'è la Corsica con il suo indipendentismo mai sopito; c'è sempre la Scozia, dove il referendum - SOLO PER ORA - è fallito, che prima o poi vedrà il problema riprensentarsi in maniera molto più pressante; come pure il Galles dove il partito nazionalista è in costante ascesa; c'è la Baviera.. ecc. ecc. ma il vero focus è perchè c'è questo risveglio? Semplice: da anni la politologia ufficiale, e non, parla di glocalizzazione ossia di accrescimento nelle comunità locali della ricerca della propria identità a fronte dell'annacquarsi di quella nazionale dove che non ha più motivo di esistere vista la tendenza del libero mercato a distruggere le barriere politiche e sociali. Se sei un catalano e vedi che goni giorno un pezzo della tua singola identità va via persa per sempre e che il tuo governo non fa il tuo interesse anzi hai come Presidente del consiglio un banchiere che picconata dopo picconata elimina il welfare nel suo complesso e non crea le condizioni affinchè non si accresca la quota percentuale di povertà, che fai? Accentui la tua identità; riscopri la tua e rendi "nazione" insomma la glocalizzi o per dirla senza troppi giri di parole prendi in mano le redini del tuo destino e ti giochi le tue carte; hai due vie davanti a te: o crei una piccola patria o cerchi di gestire direttamente i processi globalizzativi... altro non c'è.
Al momento la via maggioritaria sembra essere quelle piccole patrie ma non è detto perchè alla fine il compromesso sarà raggiunto e nel piccolo si ricreerà quello che già oggi accade in grande si spera con qualche piccola differenza: il mettere regole in un mercato selvaggio dove a Washington o a Brusselles vengono prese decisioni che distruggono il posto di lavoro a Barcellona non è cosa così negativa...... anzi direi proprio che se ne sente la mancanza.
Vedremo...
innanzitutto i secessionisti non hanno superato il 50% dei voti anche se hanno la maggioranza nel parlamento locale;
poi è già pronto il cavallo di troia, il "loro" uomo, come in Grecia, che rompe le uova nel paniere alla coalizione vincitrice; la cosiddetta sinistra repubblicana si è già distinta poche ore dopo nell'allontanarsi dal programma ufficiale e rientrare nei ranghi del mainstream (sia chiaro che rimangono repubblicani ma di secessione non se ne parla, non più);
il leader vincitore è "imputato" per il refrendum tenuto ma non riconosciuto da Madrid, di conseguenza è indagato.. fossimo in italia ci farebbe una risata su; se la prenderebbe con la magistratura comunista; mobiliterebbe i suoi corifei, anche meidatici; ci farebbe su una bella legge e sarebbe finita lì.... ma non siamo in Italia e lì il rischio della via giudiziaria per l'eliminazione del pericoloso sovversivo è reale e non preso sottogamba;
come in tutto le democrazie occidentali chi ha vinto non è maggioranza ma solo la più forte delle minoranze... e quindi la strada è tutta in salita.
E non c'è solo la Catalogna. C'è i paesi baschi, gli unici con una reale autonomia al limite dell'indipendentismo; c'è la Corsica con il suo indipendentismo mai sopito; c'è sempre la Scozia, dove il referendum - SOLO PER ORA - è fallito, che prima o poi vedrà il problema riprensentarsi in maniera molto più pressante; come pure il Galles dove il partito nazionalista è in costante ascesa; c'è la Baviera.. ecc. ecc. ma il vero focus è perchè c'è questo risveglio? Semplice: da anni la politologia ufficiale, e non, parla di glocalizzazione ossia di accrescimento nelle comunità locali della ricerca della propria identità a fronte dell'annacquarsi di quella nazionale dove che non ha più motivo di esistere vista la tendenza del libero mercato a distruggere le barriere politiche e sociali. Se sei un catalano e vedi che goni giorno un pezzo della tua singola identità va via persa per sempre e che il tuo governo non fa il tuo interesse anzi hai come Presidente del consiglio un banchiere che picconata dopo picconata elimina il welfare nel suo complesso e non crea le condizioni affinchè non si accresca la quota percentuale di povertà, che fai? Accentui la tua identità; riscopri la tua e rendi "nazione" insomma la glocalizzi o per dirla senza troppi giri di parole prendi in mano le redini del tuo destino e ti giochi le tue carte; hai due vie davanti a te: o crei una piccola patria o cerchi di gestire direttamente i processi globalizzativi... altro non c'è.
Al momento la via maggioritaria sembra essere quelle piccole patrie ma non è detto perchè alla fine il compromesso sarà raggiunto e nel piccolo si ricreerà quello che già oggi accade in grande si spera con qualche piccola differenza: il mettere regole in un mercato selvaggio dove a Washington o a Brusselles vengono prese decisioni che distruggono il posto di lavoro a Barcellona non è cosa così negativa...... anzi direi proprio che se ne sente la mancanza.
Vedremo...
Etichette:
blog,
catalogna,
economia,
glocalizzazione,
liberismo,
mercato,
politica,
secessione,
Spagna
giovedì 18 settembre 2014
Conviene o no agli scozzesi andarsene dal regno unito?
Vediamo (fonte wikipedia):
Le ragioni degli scozzesi (fonte: Il Fatto Quotidiano) – Le ragioni degli indipendentisti sono riassumibili in una semplice dichiarazione, quella che John Swinney, uno dei pezzi grossi dello Scottish National Party, ha fatto al Guardian pochi giorni fa: “Penso che faremo un lavoro migliore governandoci da soli invece che subire decisioni prese dal governo britannico”. Un discorso che non fa una piega ma che si basa anche su convinzioni più forti. Innanzitutto, la Scozia vuole uscire dai fantasmi della deindustrializzazione degli anni Ottanta, voluta anche e soprattutto da Margaret Thatcher, ancora odiatissima a nord. C’è la convinzione, fra Glasgow ed Edimburgo, che dopo di lei nessuno degli esecutivi di Londra abbia mai fatto abbastanza. Poi c’è il discorso del petrolio. I proventi non sono mai stati utilizzati per alleviare il disagio dei fuoriusciti dalle miniere e dalle industrie pesanti. Anche qui Londra avrebbe le sue colpe, secondo gli indipendentisti, che sono convinti di poter porre rimedio quando, finalmente, avranno in mano le industrie dell’oro nero. Infine, c’è anche una questione di orgoglio: a Westminster, sotto il Big Ben, dove comunque la Scozia a detta di tutti gli inglesi è sovra-rappresentata, vengono prese troppe decisioni sugli scozzesi, spesso penalizzandoli. La mancanza di una vera copertura di rete Internet superveloce nelle aree rurali, la carenza di infrastrutture come strade e ferrovie (Aberdeen non ha nemmeno una tangenziale degna di questo nome che possa alleviare il carico sull’autostrada) e il senso di trovarsi “ai confini dell’impero” che pervade gli animi degli scozzesi, soprattutto nelle Highlands e nelle isole, remano contro il potere di “Londra ladrona”. Ogni discorso riconduce a una sindrome da figlio reietto che ora cerca di trovare la sua rivincita.
Infine, e non è cosa di poco conto, visto che è una logica comune a molti altri movimenti di opposizione europei, è in campo la questione dell’austerity. A Edimburgo le politiche di taglio della spesa sono state molto più forti e “impattanti” che non nel resto del Regno Unito. Il welfare è sempre stato un pozzo senza fondo nelle aree più povere della Scozia. E Londra, chiaramente, ha iniziato a tagliare proprio da lì. Il Paese ora vuole riprendere in mano il suo presente e cercare di costruirsi un futuro. Fuori o dentro l’Unione europea, alla fine, non importa più di tanto. Chiaramente, Salmond vorrebbe entrare nel recinto comunitario il prima possibile, anche se Paesi come Spagna e Belgio, alle prese con movimenti indipendentisti molto forti e arrabbiati, potrebbero porre il loro veto e, nel caso, servirebbero molti anni a Edimburgo per potersi associare a Bruxelles. Ma, appunto, anche senza l’Unione europea la Scozia aspira a diventare “un mix fra Norvegia e Arabia Saudita”, come diversi esponenti dello Scottish National Party hanno detto più volte. Ricchezza e welfare norvegese (Paese fuori dall’Ue), rigore e controllo saudita. Insomma, una nuova nazione di sinistra ma anche con regole ferree e stringenti. Ora, si attende solo il risultato delle urne.
p.s.
quindi? Secondo me se ragionano non solo con il cuore ma pure con la testa la convenienze c'è tutta..... per le tasche, bè.. chi ha soldi si sa tende sempre a evitare scossoni: in italia come lì. Personalmente ritengo, e auspico, che il referendum passi sia per creare un precedente per altre regioni del vecchio mondo (Paesi Baschi in primis ma ci sono pure: Catalogna, zone di frontiera italiane e il veneto, Fiandre e Vallonia, Irlanda del Nord per citarne alcune a memoria) sia per dare un segnale forte alla Unione liberista che gli faccia intendere chiaramente che non tutti sono pecore (leggi italiani) e non tutti sono disposti ad accettare supinamente di diventare la colonia del IV° Reich millenario a sua volta garante del libero scambio con l'altro grande perno del sistema politico- economico.. gli USA con cui sta trattando il TTIP (trattato di libero scambio). In ogni caso domani lo sapremo...
- Il sistema legale della Scozia è rimasto separato da quello di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord, e la Scozia costituisce una giurisdizione separata nel diritto pubblico e privato. L'esistenza continua di istituzioni legali, educative e religiose distinte da quelle del resto del Regno Unito, hanno contribuito alla continuazione della cultura e dell'identità nazionale scozzese fin dall'unione del 1707. Nel 1999 fu re-istituito un parlamento locale, il Parlamento scozzese, con autorità su molti ambiti di politica interna, a seguito di un referendum nel 1997. La Scozia è membro del Consiglio Britannico-Irlandese, e dell'Assemblea Parlamentare Britannico-Irlandese, e partecipa inoltre all'accordo di Common Travel Area. La Scozia è rappresentata nell'Unione europea e al Parlamento europeo da sei eurodeputati. Il diritto scozzese si fonda su due fonti principali, le leggi promulgate (enacted law) e la common law. L'enacted law può avere origine in diversi corpi legislativi: diritto romano del Corpus giustinianeo, diritto canonico, atti dell'antico parlamento scozzese prima del 1707, proclami reali, atti del parlamento britannico, atti del parlamento scozzese rieletto nel 1999, trattati dell'Unione Europea o legislazione europea, leggi locali (by-laws). La Common Law deriva la sua autorità dalle sentenze delle corti e riposa sulla tradizione legale scozzese.
- Economia.
L'economia della Scozia, come quella dell'intero Regno Unito ha forti
legami con l'Europa e con tutto il mondo. Le esportazioni hanno,
infatti, una grossa importanza.Il paese ha un sistema di mercato,
con diversi interventi della mano pubblica. Dopo la rivoluzione
industriale, l'economia scozzese si concentrò sull'industria pesante,
dominata da settori produttivi come le costruzioni navali, l'estrazione
di carbone e la siderurgia. In quel periodo, l'esistenza dell'Impero
britannico fornì alle produzioni scozzesi un grosso mercato, con
dimensioni mondiali.
Il declino dell'industria pesante, nella seconda metà del XX secolo, portò a un considerevole spostamento di attività verso i settori dei servizi e della tecnologia. Negli anni settanta, lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nel mare del Nord diede luogo ad una prima, grossa trasformazione dell'economia scozzese. Gli anni ottanta videro la grande espansione della cosiddetta Silicon Glen, tra Glasgow e Edimburgo, dove si insediarono molte grosse aziende operanti nell'informatica e nei settori tecnologici in genere.
Edimburgo (414.192 abitanti) è il principale centro finanziario scozzese e il sesto in Europa. Nella capitale scozzese operano gruppi finanziari come la Royal Bank of Scotland (la seconda banca europea), la HBOS (proprietaria della Bank of Scotland) e la Standard Life.
Glasgow (616.123 abitanti) è il principale porto scozzese e il quarto centro industriale del Regno Unito, contando per oltre il 60% dei prodotti industriali esportati dalla Scozia. I cantieri navali, anche se con dimensioni decisamente ridotte rispetto ai massimi toccati all'inizio del XX secolo, formano ancora la base produttiva dell'industria cittadina. Glasgow è anche il principale centro scozzese per il commercio al dettaglio, oltre che uno dei primi venti centri finanziari europei e sede di molte importanti società.
Aberdeen (216.662 abitanti), a volte chiamata la capitale europea del petrolio, è il centro dell'industria petrolifera basata sui giacimenti trovati sotto il fondo del mare del Nord.
Altre importanti attività scozzesi sono l'industria tessile, la chimica, la distillazione di whisky, la produzione di birra, la pesca e il turismo.
Nel 2003, le esportazioni scozzesi (escluso il commercio con il resto del Regno Unito) sono state stimate in quasi 19 miliardi di sterline, di cui circa il 70% costituito da prodotti industriali. Maggiori fonti di reddito sono il whisky, i prodotti dell'industria elettronica, i servizi finanziari. I mercati maggiori sono gli Stati Uniti, la Germania e la Francia. Secondo lo Scottish National Accounts Project (SNAP) il Prodotto interno lordo (PIL) della Scozia nel 2009 era di 127 miliardi di sterline, equivalenti a 146 miliardi di euro.
Solo un quarto del territorio è coltivato (principalmente a cereali e verdure), ma l'allevamento ovino ha un ruolo importante nelle meno fertili regioni del nord e sulle isole. La proprietà della terra è relativamente concentrata in poche mani (circa 350 persone sono proprietarie di circa metà del territorio). Nel 2003 quindi, il parlamento scozzese ha approvato un Land Reform Act che consente ai coltivatori diretti e alle comunità locali di comprare la terra, anche contro la volontà del proprietario.
Anche se la Bank of England è la banca centrale di tutto il Regno Unito, tre banche scozzesi (Bank of Scotland, Royal Bank of Scotland e Clydesdale Bank) hanno il potere di emettere banconote. Anche se queste sterline scozzesi non hanno corso legale in Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord, sono liberamente scambiabili con quelle emesse dalla Banca d'Inghilterra. Nonostante questo, in altre parti del Regno e specialmente in Inghilterra, molti esercenti rifiutavano le banconote scozzesi. Una nuova legge ha posto rimedio a questo inconveniente, ma fuori dal Regno Unito ancora oggi banche e cambiavalute spesso non accettano le banconote scozzesi.
Unica tra le banche del Regno, la Royal Bank of Scotland emette ancora la banconota da una sterlina.
Le ragioni degli scozzesi (fonte: Il Fatto Quotidiano) – Le ragioni degli indipendentisti sono riassumibili in una semplice dichiarazione, quella che John Swinney, uno dei pezzi grossi dello Scottish National Party, ha fatto al Guardian pochi giorni fa: “Penso che faremo un lavoro migliore governandoci da soli invece che subire decisioni prese dal governo britannico”. Un discorso che non fa una piega ma che si basa anche su convinzioni più forti. Innanzitutto, la Scozia vuole uscire dai fantasmi della deindustrializzazione degli anni Ottanta, voluta anche e soprattutto da Margaret Thatcher, ancora odiatissima a nord. C’è la convinzione, fra Glasgow ed Edimburgo, che dopo di lei nessuno degli esecutivi di Londra abbia mai fatto abbastanza. Poi c’è il discorso del petrolio. I proventi non sono mai stati utilizzati per alleviare il disagio dei fuoriusciti dalle miniere e dalle industrie pesanti. Anche qui Londra avrebbe le sue colpe, secondo gli indipendentisti, che sono convinti di poter porre rimedio quando, finalmente, avranno in mano le industrie dell’oro nero. Infine, c’è anche una questione di orgoglio: a Westminster, sotto il Big Ben, dove comunque la Scozia a detta di tutti gli inglesi è sovra-rappresentata, vengono prese troppe decisioni sugli scozzesi, spesso penalizzandoli. La mancanza di una vera copertura di rete Internet superveloce nelle aree rurali, la carenza di infrastrutture come strade e ferrovie (Aberdeen non ha nemmeno una tangenziale degna di questo nome che possa alleviare il carico sull’autostrada) e il senso di trovarsi “ai confini dell’impero” che pervade gli animi degli scozzesi, soprattutto nelle Highlands e nelle isole, remano contro il potere di “Londra ladrona”. Ogni discorso riconduce a una sindrome da figlio reietto che ora cerca di trovare la sua rivincita.
Infine, e non è cosa di poco conto, visto che è una logica comune a molti altri movimenti di opposizione europei, è in campo la questione dell’austerity. A Edimburgo le politiche di taglio della spesa sono state molto più forti e “impattanti” che non nel resto del Regno Unito. Il welfare è sempre stato un pozzo senza fondo nelle aree più povere della Scozia. E Londra, chiaramente, ha iniziato a tagliare proprio da lì. Il Paese ora vuole riprendere in mano il suo presente e cercare di costruirsi un futuro. Fuori o dentro l’Unione europea, alla fine, non importa più di tanto. Chiaramente, Salmond vorrebbe entrare nel recinto comunitario il prima possibile, anche se Paesi come Spagna e Belgio, alle prese con movimenti indipendentisti molto forti e arrabbiati, potrebbero porre il loro veto e, nel caso, servirebbero molti anni a Edimburgo per potersi associare a Bruxelles. Ma, appunto, anche senza l’Unione europea la Scozia aspira a diventare “un mix fra Norvegia e Arabia Saudita”, come diversi esponenti dello Scottish National Party hanno detto più volte. Ricchezza e welfare norvegese (Paese fuori dall’Ue), rigore e controllo saudita. Insomma, una nuova nazione di sinistra ma anche con regole ferree e stringenti. Ora, si attende solo il risultato delle urne.
p.s.
quindi? Secondo me se ragionano non solo con il cuore ma pure con la testa la convenienze c'è tutta..... per le tasche, bè.. chi ha soldi si sa tende sempre a evitare scossoni: in italia come lì. Personalmente ritengo, e auspico, che il referendum passi sia per creare un precedente per altre regioni del vecchio mondo (Paesi Baschi in primis ma ci sono pure: Catalogna, zone di frontiera italiane e il veneto, Fiandre e Vallonia, Irlanda del Nord per citarne alcune a memoria) sia per dare un segnale forte alla Unione liberista che gli faccia intendere chiaramente che non tutti sono pecore (leggi italiani) e non tutti sono disposti ad accettare supinamente di diventare la colonia del IV° Reich millenario a sua volta garante del libero scambio con l'altro grande perno del sistema politico- economico.. gli USA con cui sta trattando il TTIP (trattato di libero scambio). In ogni caso domani lo sapremo...
Etichette:
blog,
catalogna,
cronaca,
esteri,
libero scambio,
paesi baschi,
politica,
referendum,
Scozia,
secessione,
società,
UE
giovedì 27 settembre 2012
.. e se avessero ragione i catalani?
Si sa che in tempi di crisi le spinte centrifughe diventano forti
perché i legami si raffreddano e c'è la tendenza a badare ai propri
interessi. La globalizzazione é anche questo, e lo sappiamo perché
proprio il processo di base di questo orizzonte può portare, se non
gestita bene, a fratture irreversibili. In Catalogna é questo che sta
avvenendo e alle prossime elezioni ci sta che gli indipendentisti la
spuntino e la Spagna, oltre ai tanti problemi (peraltro indotti dalle
scommesse speculative e dall'egoismo tedesco), rischia di trovarsi alle
prese con una situazione dirompente: la scomparsa della nazione e la
nascita delle macroregioni; zone omogenee al proprio interno che,
sebbene più piccole e forse peggio esposte alla speculazione, vedono
restringersi la scala politica che dall'elettore porta all'eletto e, si
spera, una maggior corrispondenza del secondo con il primo... un errore?
Dipende:
- se le macroregioni funzionano vedremo nascere una nuova forma di governo che, se cresce con una struttura agile e flessibile, forse meglio risponde alla bisogna dei cittadini rispetto alla società di mercato;
- gli stati sono ormai sempre più enti inutili e, quindi, forse é meglio meterli da parte per organizzazioni basate su realtà locali;
- i paesi forti, Germania in testa, se ora riescono a dettare legge possono avere grandi difficoltà se entità come le macroregioni dovessero funzionare per loro sarebbe difficile riuscire ad imporre politiche "di rigore" perché la stessa dinamicità di queste entità minori rende impossibile inquadrarle in un quadro fisso e immutabile con regole ferree come quelle attuali, un pò perché i catalani non sono i meridionali italiani (che si son fatti fregare dall'unità d'italia) e un pò perché ci sarebbe un effetto domino che in poco tempo, e militari permettendo, porterebbe allo sfascio la maggior parte dei paesi.
Iscriviti a:
Post (Atom)
test velocità
Test ADSL Con il nostro tool potrete misurare subito e gratuitamente la velocità del vostro collegamento internet e ADSL. (c) speedtest-italy.com - Test ADSL |