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lunedì 28 ottobre 2019

.. e se non fosse chiaro

Oggi l'Umbria l'ha detto chiaro e forte: basta con i giochini, i bizantinismi, gli accordini ecc. gli italiani sono stufi di tutto ciò; vogliono chiarezza e progetti e sono pronti a votare per chiunque li prospetti solo. Ci si è fidati dei PDS prima e di Ulivo poi (meglio nota come destra economica); e poi della destra berlusconiana (destra populista) e ora dei 5 stelle perchè, tutti almeno all'inizio, avevano seriamente e ragionevolmente voglia di fare e disfare.. nei limiti del possibile e, soprattutto, dell'innato conservatorismo che ha una società anziana incarognita e incattivita dal liberismo individualista che ha distrutto, con un processo iniziato sotto il fascismo e rallentato dai 70 anni di ombrello nucleare di distruzione reciproca e ripresa con la caduta del muro di Berlino, quel poco di tessuto culturale che si era creato. Hanno voglia a far ingoiare riforme/fregatura e avventure finanziarie che gettano discredito su tutti. Il bello è che ci sono dei fessi che ancora credono al messaggio europeista e sostengono l'idea che noi 'dobbiamo' rispettare le cose che altri non rispettano... nemmeno è bastato il commissario tedesco che disse 'saranno i mercati a insegnare agli italiani come si vota': ebbene l'hanno fatto; hanno votato dimostrando che davvero hanno imparato dai mercati come e chi votare'. E se non fosse chiaro il messaggio è sempre bene ripeterlo: siamo stufi di un europa: della finanza; delle banche; della politica sottomessa ai soldi; delle élite che si accordano per rimanere come sono a scapito del destino dei popoli di cui sono espressione; ecc. ecc. e se fosse necessario, lo dico da persona di sinistra quale mi onoro di essere nonostante tutto (anche se ormai in un mondo dove il pensiero debole la fa da padrone) e tutti (citando parafrasandolo Brezinsky) voterei per il diavolo pur di levarmi dai cosiddetti sti.. europei e i loro giannizzeri locali.
SI TORNI A VOTARE!!!!

mercoledì 23 gennaio 2019

Come la Francia usa il CFA per garantire parte del debito

Fonte: W.S.I. 22 gennaio 2019, di Francesco Puppato
Il tema è vecchio e noto, ma proprio in questi giorni sta tornando alla ribalta.
Vuoi per l’evolversi degli scenari in Francia, vuoi per un crescente euroscetticismo, negli ultimi tempi si fa un gran parlare della questione legata al CFA, ovvero il Franco Centrafricano (Comunità Finanziaria Africana).
Ancora circa sette anni fa ne parlava l’economista Alberto Bagnai, ponendo l’attenzione su questioni inerenti alla sovranità monetaria. Ad oggi, la domanda è: se la questione del CFA relativa alla sovranità monetaria dei Paesi africani che adottano questa moneta spaventa tanto, perché non ci preoccupiamo allo stesso modo dell’euro?
Recentemente, alla trasmissione “Che tempo che fa”, Alessandro Di Battista ha dichiarato in merito alla questione:
“Attualmente la Francia, vicino Lione, stampa la moneta utilizzata in 14 paesi africani, tutti i paesi della zona subsahariana. I quali, non soltanto hanno una moneta stampata dalla Francia, ma per mantenere il tasso fisso, prima con il franco francese e oggi con l’euro, sono costretti a versare circa il 50 per cento dei loro denari in un conto corrente gestito dal tesoro francese…ma soprattutto la Francia, attraverso questo controllo geopolitico di quell’area dove vivono 200 milioni di persone che utilizzano le banconote di una moneta stampata in Francia, gestisce la sovranità di questi paesi impedendo la loro legittima indipendenza, sovranità fiscale, monetaria e valutaria, e la possibilità di fare politiche economiche espansive”.
In realtà a emettere la moneta non è la banca centrale francese, come spiega il sito LaVoce.info in un esauriente fact checking che smentisce parte dell’argomentazione critica di Di Battista (che confine il posto di dove si stampa denaro da quello dove si emette), bensì le singole banche centrali africane. A stampare la moneta sono anche due fabbriche francesi, ma questo non significa nulla. Stampare è questione di tecnologia, ma non dà alcun “potere” decisionale monetario.
Il sistema di cambi fissi è garantito dalla Banca centrale francese, che in cambio del servizio offerto chiede che gli Stati africani depositino il 50% delle riserve valutarie in monta estera presso il tesoro Francese (riserve quindi e non dei “denari” come sostiene Di Battista), in un conto di trading che corrisponde interessi e che è aperto a loro nome. Si stima che il valore di queste riserve sia pari a 10 miliardi di euro circa.
“Ogni politica di tasso di cambio fisso – spiega La Voce.info – richiede una riserva di valuta estera (in questo caso, l’euro) a garanzia. E le riserve in valuta estera si possono tenere soltanto in banche commerciali dell’area valutaria di riferimento oppure nella sua banca centrale”.
Prima di Di Battista, anche il sito Scenarieconomici.it – che ha una linea editoriale euro scettica e che ha ospitato spesso commenti del ministro del governo attuale Paolo Savona – aveva trattato l’argomento, sostenendo più precisamente che il funzionamento del CFA segue l’esempio sottostante:
  • Mandate l’euro per la scuola in Senegal;
  • L’euro va a Parigi;
  • Parigi trattiene l’euro, lo cambia in franco CFA, ma solo la metà viene mandata in Africa;
  • Queste riserve in euro depositate in Francia sono investiti in Titoli di Stato francesi.
Un video con dichiarazioni di professori universitari, che può essere definito un mini documentario, è facilmente reperibile al link e ne spiega in maniera sintetica ma chiara il funzionamento, mettendo in evidenza le criticità e i problemi della situazione. Detto questo, non si può parlare di imposta coloniale, come fanno alcuni.
I Paesi africani che fanno parte della cosiddetta “zone franc” e che utilizzano il CFA sono 14: Camerun Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. I primi sei Paesi hanno il Franco CFA CEMAC (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale), gli altri otto hanno il Franco CFA UEMOA (Unione economica e monetaria occidentale africana).
Wikipedia riporta che gli accordi che vincolano i due istituti centrali con le autorità francesi sono identici. Sono in vigore da quando sono stati firmati due trattati tra il 1959 e il 1962 (dopo la conquista dell’indipendenza da parte dei paesi africani sopra citati) e prevedono le seguenti clausole:
  • Un tipo di cambio fissato alla divisa europea;
  • Piena convertibilità delle valute con l’euro garantita dal Tesoro francese;
  • Fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi del CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il Tesoro francese, a garanzia del cambio monetario);
  • In contropartita alla convertibilità era prevista la partecipazione delle autorità francesi nella definizione della politica monetaria della zona CFA.
Questo sistema permette chiaramente una grande fiducia nella stabilità della moneta del paese africano dell’area. Per gli investitori, infatti, il legame con l’euro viene considerato come una garanzia monetaria.
Il franco CFA ha sempre mantenuto la parità rispetto al franco francese, salvo in casi particolari; dopo l’introduzione dell’euro, il valore del franco CFA è stato agganciato alla nuova valuta. Gli Stati africani sono loro per primi d’accordo nel mantenere il sistema di cambio fisso, che contribuisce a scongiurare inflazioni galoppanti nei paesi più vulnerabili, garantendo un’economia più solida.
14 paesi africani contribuiscono a sostenere il debito francese
La divisa straniera che viene convertita in franco CFA viene mandata alle banche centrali africane, ma il 50% deve restare in Francia come garanzia. La Francia trattiene la metà delle riserve in valuta estera: 10 miliardi che contribuiscono in parte a finanziare il debito pubblico. Di fatto i paesi africani contribuiscono a sostenere il debito francese.
In cambio ottengono una moneta forte, che tuttavia non sempre offre una situazione ideale per alcuni paesi che invece forse preferirebbero svalutare e investire maggiormente. Il franco CFA è una moneta forte, soltanto che dietro c’è spesso una moneta debole. È una divisa sopravvalutata del 10-15%. Inoltre le banche di questi paesi di solito preferiscono non prestare troppo  denaro, per evitare un incremento dell’inflazione, che metterebbe a rischio la salvaguardia del tasso di cambio fisso.
Sebbene sia la Banca di Francia e non la Banca centrale europea a continuare a garantire la convertibilità del franco CFA, la parità con l’euro obbliga le Banche centrale dell’area CFA a sottostare alla politica monetaria della Bce. I paesi africani dell’area “franco” sono costretti  a mantenere l’inflazione sotto il 2 % per la UEMOA e sotto il 3 % per la Cemac, subendo le conseguenze di una moneta forte,  talvolta poco adatta al contesto regionale che ne limita gli investimenti pubblici.
Questa tematica ha dunque notevoli impatti sull’economia, ovviamente, che a sua volta impatta sulla qualità della vita. Second Chiara Barison di Tfm.tv “questo fattore è uno dei motivi per cui tanti senegalesi decidono di avventurarsi in progetti migratori regolari o irregolari”.
Insomma, tanta carne al fuoco che davvero varrebbe la pena fosse affrontata con la giusta serietà, senza considerare il già enorme ritardo. La questione CFA non è solo africana ma anche europea e sembra davvero ridicolo che l’Ue si impunti testardamente quando si tratta di discutere sullo “zero virgola…” del deficit italiano, ma permetta operazioni distorte del genere.

martedì 9 ottobre 2018

Savona vede Pil oltre stime e accusa Ue: “scontro politico insano”

Fonte: W.S.I. 9 ottobre 2018, di Mariangela Tessa

Il ministro per le Politiche Ue Paolo Savona scende in campo per difendere la scelta del governo di alzare il tetto deficit/Pil al 2,4% nel 2019. E lancia un nuovo affondo contro Bruxelles.
“Dicono che il 2,4% di deficit sia troppo? Cosa dobbiamo fare con una politica monetaria che inizia a diventare cautelativa e con il rallentamento della crescita internazionale?”, è la domanda retorica posta dal ministro nel corso di un incontro nella sede dell’associazione della stampa estera. “L’Unione europea tiene il pilota automatico in questa situazione, allora se rischia di andare contro un iceberg continua a tenere il pilota automatico?”.
Passando alla crescita, Savona fornisce una stima ben più ottimistica di quella presente nel Naef, affermando che il Pil potrebbe raggiungere il 2% nel 2019 e il 3% nel 2020 a fronte del a +1,5% e +1,6% prevista dall’esecutivo.
Quelle ”previsioni sono prudenti, sono molto cautelative’‘, osserva Savona aggiungendo che il suo collega all’Economia Giovanni Tria “affronta il più difficile dei compiti e richiede rispetto”.
Quanto alle reazioni del mercato di fronte alla manovra, Savona ha confermato:
“Non siamo preoccupati dai mercati ma dallo scontro politico tra forze conservative e riformista. Noi abbiamo fatto le scelte, vogliamo stare in Europa e nell’euro ma l’Europa deve fare qualcosa”. Ha sintetizzato: “Il mercato è sano, è lo scontro politico che è insano”.
Per il ministro, se l’Ue dovesse bocciare il programma economico del governo sarà ”il popolo” a decidere.
“Cosa succederebbe se l’Unione europea si mettesse in una posizione conflittuale verso questo programma del governo cosi’ cauto e moderato? Io non lo so, deciderà il popolo non io, io mi metto da parte“, afferma Savona. ”Alcune provocazioni, con un certo stile” sono “piuttosto pesanti” afferma, in riferimento al botta-risposta tra il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e il vice premier Matteo Salvini. Tuttavia, sottolinea, “il messaggio che ‘il mercato insegnerà agli italiani come votare’ io lo trovo molto più insultante di quello che risponde ‘non è sobrio quando parla”.
Quanto ai rischi dell’impatto della fine del programma espansivo della Bce, il Qe, per l’Italia, il ministro Savona dice di non aver “perso fiducia”.
“Draghi resta lì fino al 2019 – conclude -. Non credo che nessuno abbia interesse che l’Italia entri in una grande crisi”.

venerdì 6 luglio 2018

Piano draconiano di Tria: tagli alla spesa per tre anni

Fonte: W.S.I. 6 luglio 2018, di Alessandra Caparello
ROMA (WSI) –  Congelare la spesa corrente primaria nominale, che significa blocco per i prossimi 3 anni delle uscite della Pa a quota 727,7 miliardi di euro.
Questo il progetto del ministro dell’economia Giovanni Tria come rende noto oggi Il Messaggero. Un progetto draconiano lo definisce il quotidiano con una intenzione netta.
“Bloccare del tutto la spesa corrente, dando fiato a quella per gli investimenti, fino ad oggi penalizzata nelle politiche di bilancio”.
I tagli ipotizzati ammonterebbero a 33 miliardi di euro in tre anni che farebbero risparmiare allo Stato già nel prossimo anno 10 miliardi di euro. Soldi necessari se si pensa all’introduzione di misure come la flat tax o il reddito di cittadinanza.
Ma quali sono queste voci che rientrano nella spesa corrente che dovranno essere penalizzate negli intenti di Tria al fine di pareggiare i conti?
In primis gli stipendi dei dipendenti pubblici. Solo nel 2018 lo Stato dovrà spendere 171 miliardi di euro che però negli anni seguenti è destinata a scendere. Tuttavia da sciogliere c’è il nodo aumento che dovrebbe scattare proprio nel 2019.  Poi c’è il capitolo pensione la cui spesa, tra il 2018 e il 2021 a conti fatti, aumenterà di circa 23 miliardi di euro. Qualcosa qui si può fare, guardando il contratto di governo giallo-verde, solo sulle pensioni d’oro ma le barricate si sono già alzate.
Altro dossier che rientra nelle spesa corrente da sforbiciare è la spesa sanitaria quindi bloccare gli aumenti previsti, cosa che però stride con le promesse fatte in campagna elettorale da Lega e Cinque Stelle.
Allora dove si può intervenire? Sicuramente un fronte da maneggiare con cautela può essere quello della spesa per beni e servizi a cui hanno attinto anche i governi precedenti ma sarà difficile trovare solo lì quei 30 miliardi previsti dal ministro Tria.

lunedì 11 giugno 2018

Amministrative, Salvini padrone assoluto. Di Maio non pervenuto

Fonte: Il Fatto Quotidiano Elezioni Amministrative 2018 | 11 giugno 2018

Nella domenica elettorale sovrastata dal caso della nave Aquarius, c’è un solo evidente filo di continuità tra il turno amministrativo e le storiche elezioni politiche del 4 marzo. Ossia la crescente affermazione della Lega nazionalista di Matteo Salvini. Un dato accentuato ancora di più dalla non secondaria circostanza che giusto dieci giorni fa è stato varato il primo esecutivo populista della Repubblica.
Ecco, questo il punto centrale: se vogliamo ravvisare una tendenza nazionale in questo voto che ha riguardato 761 comuni (di cui 20 capoluogo di provincia) e 6 milioni e 700mila italiani, c’è da dire subito che l’onda non è stata gialloverde o gialloblu ma esclusivamente leghista. Meglio, salviniana. In tutto sono cinque le considerazioni che si possono svolgere in attesa del ballottaggio del 24 giugno:
1. Prima di esaminare il ruolo da dominus del capo del Carroccio, Salvini Dux come già lo chiama qualcuno, è necessario fare una premessa. Ancora una volta il primo “partito” si conferma quello dell’astensionismo. Quasi il 40 per cento degli aventi diritto ha preferito invece starsene a casa o andare al mare. Una cifra imponente soprattutto se raffrontata con l’atavica fedeltà dell’elettore al voto comunale. Insomma il tasso di sfiducia verso le istituzioni si espande ed è probabile che in quel quaranta per cento ci sia una grossa fetta di cittadini già delusi dal grillismo di governo, se non altro per la “qualità” dell’alleato scelto dal M5S per il fatidico contratto di governo.
2. Premesso tutto questo, si arriva alla percezione netta dell’avanzata leghista, che riesce a tenere in vita la coalizione di centrodestra. Sarebbe affrettato e poco razionale dire che questo governo non fa bene ai pentastellati, soprattutto dopo la domenica del blocco navale del ministro dell’Interno. Ma c’è un dato inequivocabile: la luna di miele del governo Conte, appena iniziata, avrebbe dovuto apportare qualche beneficio. Invece per l’ennesima volta c’è stata la conferma dell’abisso tra il voto nazionale del M5S e quello locale. E’ sufficiente spiegare tutto questo con l’alibi dello scarso radicamento, anche al netto del fenomeno sempre più diffuso delle liste civiche che penalizza tutte le forze, in particolare Pd e Forza Italia?
.. il resto al link suindicato

martedì 5 giugno 2018

JP Morgan: Italia fuori dall’euro l’opzione migliore

Fonte: W. S. I. 5 giugno 2018, di Mariangela Tessa

L’uscita dell’Italia dalla zona euro sarebbe un bene. E non solo per Roma. È la conclusione alla quale giungono gli analisti di JP Morgan in un rapporto in cui viene affrontato il tema del “Quitaly” o “Italexit”, ovvero lo scenario finanziario di un’eventuale uscita dell’Italia dalla zona euro.
Gli strategist arrivano a tale conclusione dopo aver preso in considerazione i saldi Target2, che sono esplosi dal momento del lancio del QE della BCE a oggi.
“Quando la Banca d’Italia, attraverso il programma di Quantitative Easing, acquista titoli da una banca tedesca o da una banca del Regno Unito con un conto in Germania – spiega JP Morgan – questo flusso provoca un aumento della Banca dei deficit Target2 in Italia e un aumento delle eccedenze della Bundesbank. Allo stesso modo, quando la Banca d’Italia acquista obbligazioni da un investitore nazionale ma questi utilizza il ricavato per acquistare un’attività all’estero, allora la Banca d’Italia si assume anche la responsabilità nei confronti dell’eurosistema. La liquidità creata da Banca d’Italia non rimane in Italia, ma si diffonde in Germania o in altre giurisdizioni”.
Insomma, queste passività verso l’estero sono da onorare o no? In teoria come osserva la JP Morgan, è qui che sorge la polemica, perché se un paese – che dovesse dichiarare in partenza default delle sue passività esterne ridenominandole nella sua valuta – dovesse rinnegare la sua passività dei pagamenti Target2, avrebbe poco da perdere bruciando tutti i ponti con l’Europa quando rinuncia alla “valuta comune”.
È una domanda che è stata posta anche da alcuni eurodeputati del MoVimento 5 Stelle a Mario Draghi in tempi non sospetti. La risposta al quesito è di particolare importanza per l’Italia, spiega JP Morgan. Mentre le passività nette per gli investimenti internazionali della Spagna si sono attestate intorno ai mille miliardi di euro alla fine dello scorso anno, quasi il triplo delle passività Target2, da noi le passività nette sull’investimento internazionale sono state molto più ridotte (115 miliardi alla fine dello scorso anno) rispetto alle passività Target2 intra europee, che sono state pari a quasi il quadruplo: 426 miliardi di euro.
Ciò – spiega JPM – è dovuto al fatto che l’Italia ha accumulato negli anni più attività esterne all’Europa della Spagna e dovrebbe quindi essere complessivamente più capace di rimborsare le sue passività esterne. 
In altre parole, mentre le passività esterne lorde in generale sono simili in Italia e Spagna, dal punto di vista della responsabilità netta con l’Europa, un’uscita dall’euro del nostro paese sarebbe molto meno minacciosa per le nazioni creditrici rispetto all’uscita dell’euro in Spagna.
Non c’è troppo da rallegrarsi, tuttavia: l’andamento dei flussi dei pagamenti ha spinto mesi fa Marcello Minenna, economista responsabile di analisi quantitativa presso la Consob, a evidenziare come un allargamento progressivo dei saldi passivi del sistema Target 2, significhi anche che le imprese italiane continuano con maggiore convinzione a reinvestire all’estero piuttosto che nell’economia nazionale. Più che in una sfiducia nella tenuta dell’area euro, c’è una sfiducia nel sistema Italia.
 

martedì 29 maggio 2018

Governo e mercati

E' da anni che si sa e che, solo qualcuno, dice: il voto del singolo cittadino in questo paese conta poco e quando si esprime in un senso anzichè nell'altro allora conta ancora meno; soprattutto quando quel senso uscito dalle urne comporta un cambiamento radicale rispetto agli ultimi decenni di stagnazione politica prima ancora che economica. E' stato un segno di arroganza e di debolezza far saltare il tavolo: sia chiaro la Costituzione imputa al Capo dello Stato la scelta del Primo Ministro e su proposta di questi dei Ministri.... ma non è scritto da nessuna parte che determini anche la linea politica di del governo e il nome del ministro dell'economia. E invece è esattamente quel che è accaduto per la nomina del ministro che 'non' era gradito al Capo dello stato.
Paradossalmente il commissario tedesco che oggi ha detto 'saranno i mercati a insegnare agli italiani a non votare per i populisti di destra e di sinistra' ha ben fotografato quel che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire: così com'è congegnato il sistema europeo, e dei singoli stati, di finanziamento oggettivamente mette nelle mani di personaggi non controllabili pubblicamente non solo i bilanci ma pure la vita di interi Stati.
Ha ragione il Prof. Savona: siamo in una gabbia (cito a memoria).... e le gabbie non sempre servono a dividere le fiere ma anche a impedire che esse possano scappare. In nessuna parte del programma del centrodestra e dei 5Stelle si parla di uscita dall'euro né tantomeno di uscita dall'europa eppure alla fine tutto quel che si dice è esattamente questo.
Fra parentesi come la pensano i mercati in queste ore è chiaro: volete che acquistiamo i vostri titoli? Votate così o meglio NON votate per questi qui.... stiamo pur certi che fino al giorno in cui si ritornerà al voto la pressione sarà fortissima. I precedenti lo confermano: quando il governo è espressione di certa parte spread, debito ecc. diventano parte dell'orizzonte quando e se arrivano forze esterne al giro di amici degli amici ecco che improvvisamente tornano a prendere vita e a spaventare i comuni mortali.
Delle due l'una:
o si prende atto che il voto è ormai superfluo; basta che un qualunque broker di una qualunque agenzia di rating a determinare chi e come può governare un paese e quindi a che serve tenere genete lì a nostre spese;
o si prende atto che siamo una democrazia parlamentare e il popolo, nella sua espressione del corpo elettorale, è sovrano e quindi non ci sono vincoli e trattati che siano in qualunque modo vincolanti per noi lo sono se non in contrasto con l'espressione del voto italiano....

lunedì 14 maggio 2018

Governo Lega-M5S: moneta parallela e flat tax al 15%

Fonte: W.S.I. 14 maggio 2018, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Oggi dovrebbe arrivare il nome del nuovo premier, scelto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini dopo una lunga domenica di incontri a Milano. Se il presidente del Consiglio non sarà un politico, come premier la formazione di destra vorrebbe il professore di Storia Economica Giulio Sapelli, uno che qualche mese fa ha definito l’euro, “una gabbia costruita dalla sinistra” da cui è difficile uscire.
[Leggi l’intervista di Wall Street Italia a Sapelli a fine 2011 e il suo intervento in una sessione domanda e risposta con un pool di economisti d’eccellenza organizzata sempre da Wall Street Italia]
Il movimento confondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio punta invece sul nome di Giuseppe Conte, professore ordinario di diritto privato all’Università di Firenze. Secondo le indiscrezioni stampa, il professore della Statale di Milano e l’ex vicepresidente del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa sarebbero stati contattati nella notte dai vertici dei due partiti. Secondo il giornalista esperto di M5S Jacopo Jacoboni, Di Maio spera ancora di essere lui il presidente del Consiglio del futuro governo, ma Salvini ha escluso nuovamente questa ipotesi.

Manovre espansive costerebbero più di 100 miliardi di euro

Ma a far parlare i media stranieri e innervosire i mercati finanziari, più che il nome del leader del nuovo esecutivo euro scettico, è l’idea inserita nel programma di introdurre una moneta parallela. Tra le altre proposte controverse figurano la flat tax, un abbassamento dell’età pensionabile e una riduzione dei flussi migratori, misure che indicano come l’Italia sia in rotta di collisione con l’UE.
Tra le ipotesi che circolano come premier è spuntato anche il nome dell’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, figura che per le sue idee protezioniste e anti globalizzazione è da sempre piaciuta alla Lega. I due leader politici Di Maio, 31 anni, e Salvini, 45, sono riusciti nel fine settimana a trovare un’intesa su una lunga serie di capitoli riguardanti i programmi del nuovo governo, dall’abolizione della legge Fornero, all’introduzione del reddito minimo, previa riforma dei centri per l’impiego, fino agli asili nido gratuiti, arrivando fino alla flat tax fino al 15% (con due aliquote sembra) e all’abolizione dell’Iva sui prodotti per l’infanzia.
Reuters ha tentato di calcolare il buco di bilancio che si formerebbe nei conti pubblici con l’introduzione di un reddito di cittadinanza per i più poveri e con il varo della flat tax del 15% su aziende e famiglie. La prima misura si stima che costerebbe 17 miliardi di euro l’anno allo Stato, mentre il secondo schema ridurrebbe le entrate fiscali di 80 miliardi ogni anno.
Abolire la riforma Fornero, che nel 2011 ha innalzato l’età pensionabile, costerebbe altri €15 miliardi, mentre ulteriori 12,5 miliardi sarebbero necessari per scongiurare lo scatto della clausole di salvaguardia che incrementerebbe automaticamente l’IVA l’anno prossimo. Detto questo il taglio fiscale allo studio darebbe una bella spinta ai consumi italiani, mentre il reddito di base aiuterebbe a ridurre le disuguaglianze e a riqualificare i cittadini per favorirne il reintegro nel mercato del lavoro.
Quanto alla proposta di una moneta parallela per aggirare le regole europee, sulla falsa riga di quella proposta dall’ex ministro greco dell’Economia Yanis Varoufakis. L’idea di Varoufakis era quella di acquistare monete da poter utilizzare per pagare imposte due anni dopo l’emissione, procurando in questo modo risorse finanziarie (in euro) immediate allo stato emittente. L’idea di moneta parallela si ispira anche a quanto succede in Montenegro. Il paese dei Balcani, che sta per entrare a far parte della Nato ma che non è membro dell’Unione Europea e nemmeno monetaria, adotta anche l’euro in parallelo alla moneta locale.
I due partiti dovranno presentare il programma concordato e il nome del primo ministro al Quirinale dove vedranno in giornata il Presidente della Repubblica. Sergio Mattarella riprende infatti oggi le consultazioni: alle 16,30 ha appuntamento con la delegazione dei 5 Stelle, composta da Di Maio e dai capigruppo di Senato e Camera, Danilo Toninelli e Giulia Grillo, mentre un’ora e mezzo dopo sarà il turno della delegazione della Lega, composta da Salvini e dai capigruppo di Senato e Camera, Gian Marco Centinaio e Giancarlo Giorgetti.

Stimolo fiscale a breve, ma danni sul bilancio a lungo

Sui mercati, mentre l’andamento dell’euro oggi è positivo ma volatile sul Forex, viaggiando tra 1,1939 e 1,1990 dollari stamattina, le Borse stanno quasi ignorando i nuovi sviluppi. Tuttavia, non vedono positivamente la formazione del governo euro scettico gli analisti di Aberdeen Standard Investments secondo cui nel complesso è probabile che il programma politico dia luogo a un potenziale stimolo fiscale a breve termine, a scapito però dei bilanci pubblici in un contesto di debito pubblico già elevato.
“Il rischio che ciò comporta non è solo quello di accumulare problemi da affrontare in un secondo momento, non affrontandoli in maniera adeguata, ma anche di aggravarli (…)  l’analisi fatta finora suggerisce che questa coalizione riflette l’opportunismo politico piuttosto che una coalizione di partiti affini (…) non crediamo che questa coalizione durerebbe un intero mandato di governo, ma sarebbe dirompente per gli investitori, mentre riescono a rimanere al potere a causa di un programma fiscale inutile e di relazioni combattive con i partner europei”.
Anche gli analisti di Barclays esprimono forte preoccupazione per il nuovo governo Lega-M5S che sta per nascere in Italia.
“Un esito del genere sarebbe molto probabilmente negativo per i mercati e rappresenterebbe una sfida diretta al Fiscal Compact dell’Europa (…) I due partiti hanno incentrato la loro campagna elettorale su un numero di promesse fiscali costose, che includono l’azzeramento della riforma Fornero, il reddito di cittadinanza e la flat tax. Insieme, tali misure, secondo le nostre stime preliminari, costerebbero circa 100 miliardi di euro“.
Jean Pisani-Ferry, senior fellow del think tank Bruegel, ritiene che il nuovo governo in Italia debba intraprendere urgentemente delle misure volte a migliorare l’economia e alimentare la produttività. La posizione finanziaria italiana è precaria, secondo Pisani-Ferry che cita il rapporto tra debito pubblico e PIL del 132%. Significa che l’Italia deve ai creditori una somma maggiore del suo intero PIL annuale. Questo è il risultato di una crescita debole piuttosto che di un indebitamento senza freni.
I problemi finanziari italiani derivano da un debito eccessivo ereditato negli Anni 80 e dal fatto che per vent’anni la crescita economica è stata pressoché nulla, spiega l’economista. Nel 2017 il PIl reale, adeguato all’inflazione, si trovava sugli stessi livelli del 2003, mentre il PIL pro capite è fermo a quelli del 1999. Con un comun denominatore tanto stagnante, diventa difficile ridurre il rapporto tra debito pubblico e PIL.
L’Italia è sotto i riflettori perché sta sconvolgendo la politica europea in modi inaspettati. Il risultato elettorale a sorpresa che ha messo da parte i partiti di destra e di sinistra più tradizionalisti rischia ora di far saltare in aria l’UE così come la conosciamo. L’élite dell‘Unione europea ha capito una cosa dalla Brexit, ossia che l’Unione europea deve cambiare. E ora, due anni dopo, l’Italia potrebbe darle il colpo di grazia, oppure potrebbe dare il là per una nuova era.
Una cosa è certa: il percorso verso una maggiore integrazione europea sponsorizzato da Angela Merkel ed Emmanuel Macron, leader di Germania e Francia, rispettivamente la prima e seconda forza politico economica dell’area euro, subirà un rallentamento.

Governo M5s-Lega, è populismo all’italiana. Come reagisce l’economia mondiale

Fonte: Il Fatto Quotidiano  Economia Occulta | 13 maggio 2018

Se l’alleanza tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini si fosse verificata nel 2013 avrebbe causato un terremoto in tutta Europa: è quello che si mormora nelle più grosse piazze affari. Oggi, invece, tutto sembra tranquillo. Il motivo? Dal 2013 il contesto finanziario ed economico in cui l’Italia si muove all’interno dell’Europa unita è mutato e nessuno ha ben capito se le promesse e le riforme annunciate nella campagna elettorale dai due leader fanno parte del moderno lessico populista per ottenere più voti o se si riferiscono a proposte concrete che i due partiti vogliono realizzare.
Nell’incertezza, i mercati si sono autoconvinti che il nuovo governo non onorerà le promesse fatte. Iniziamo dalle mutate condizioni economiche. Dal 2013, approfittando della diminuzione dei tassi d’interesse, il governo italiano ha ristrutturato il debito, che è ancora a livelli decisamente troppo alti (130 per cento del Pil). Ma allungandone la maturità ha fatto si che eventuali futuri shock prodotti dalla sfiducia degli investitori stranieri nei confronti della performance italiana saranno meglio assorbiti meglio che nel 2013.
Circa il 15 per cento del debito italiano è nelle mani della Banca centrale europea, che non lo venderà se gli spread ritornano ai livelli del 2013, anzi con molta probabilità sarà disposta ad acquistarne altro. La percentuale di debito nelle mani degli investitori stranieri è dunque scesa rispetto al 2013, ciò rende un’eventuale crisi del debito più gestibile. I problemi strutturali, comunque, sussistono. L’economica italiana è il fanalino di coda dell’eurozona e nel 2018 si è già registrato un rallentamento. Ironicamente, è stata la mancata ripresa a far sì che dal 2013 una grossa fetta dell’elettorato si spostasse verso i due partiti populisti, che hanno prospettato cambiamenti radicali a livello politico ed economico.
Le famose promesse populistiche, se davvero venissero messe in essere avrebbero un impatto ben peggiore della sfiducia nei confronti debito italiano sulla stabilità dell’Eurozona. Vale la pena menzionarle. Sebbene sia Salvini che Di Maio continuano a lanciare messaggi vaghi e contradditori nei confronti dell’euro, nessuno dei due è a favore della moneta comune europea.
A Marzo, Salvini l’ha definita un errore e Beppe Grillo una settimana fa ha ribadito la necessità di un referendum sull’euro. Di Maio sostiene che questa opzione verrà presa solo in extremis, ma non si capisce bene cosa intende per extremis, un’altra crisi come quella del 2011? O le bacchettate di Bruxelles riguardo all’austerità fiscale? Oppure un impasse in parlamento tra i due partiti al governo?
In materia di politica fiscale, il Movimento 5 stelle e la Lega hanno promesso di sfidare le regole dell’Unione europea perché’ questa, secondo loro, ha danneggiato l’Italia. Per Salvini e Di Maio la politica vincente è quella dell’espansione fiscale, e cioè ulteriori spese e tagli fiscali. Senza queste politiche non ci sarà ripresa né tantomeno crescita. Una delle prime mosse che il nuovo governo dovrebbe fare è l’abolizione delle riforme pensionistiche del 2011, che hanno innalzato l’età pensionabile e così facendo hanno rassicurato gli investitori sulla disciplina fiscale italiana.
In linea con la promessa di politiche espansionistiche, il Movimento 5 stelle chiede l’introduzione del reddito di cittadinanza e la Lega una tassa sul reddito, la cosiddetta flat tax. Si tratta di proposte che farebbero gravitare il deficit se non vengono compensate da tagli di bilancio altrove. E qui ci imbattiamo in un altro problema, come conciliare le promesse dei due partiti con la politica fiscale ed austerità imposta da Bruxelles?
Altro punto spinoso le nazionalizzazioni delle banche in difficoltà che secondo Salvini e Di Maio è una strategia migliore della ricapitalizzazione secondo le regole di Bruxelles, a ciò va aggiunta l’opposizione dei due partiti agli accordi di libero scambio siglati dall’Unione. Al contrario, entrambi sono a favore di politiche protezioniste e di sostegno per gli agricoltori italiani.
Anche in tema di immigrazione e politica estera ci sono molti attriti, Salvini e Di Maio vorrebbero una revisione degli accordi stipulati con Bruxelles e non fanno mistero di guardare a Mosca con interesse. Entrambi sono a favore della rimozione delle sanzioni contro la Russia. Di temi dove scontrarsi con Bruxelles ce ne sono molti, forse troppi. Anche se il nuovo governo cercherà di smussare gli angoli, rimane il fatto che gli italiani hanno eletto questi due partiti su una piattaforma di cambiamento che coinvolge in prima persona i rapporti con l’Unione europea.  I prossimi mesi promettono di essere molto interessanti.


Economia Occulta | 13 maggio 2018

giovedì 19 novembre 2015

Attentati Parigi: la strage, il silenzio e lo sgomento (Andrea Scanzi)

Attentati Parigi: la strage, il silenzio e lo sgomento (Andrea Scanzi)
Post n°3595 pubblicato il 19 Novembre 2015 da ninograg1

Tag: 5 Stelle, Al Qaeda, Assad, Belpietro, Bergonzoni, Blair, blog, Crozza, Hollande, Moni Ovadia, Parigi, politica, santanchismo, terrorismo

19/11/2015 di triskel182
Silenzio. Finora non ho detto né scritto nulla sui fatti di Parigi. Me lo avete chiesto di continuo (grazie), ma ho preferito deliberatamente il silenzio. Karl Kraus, in quel capolavoro inaudito che è “Gli ultimi giorni dell’umanità”, notava con toni satirico-allucinati come la Prima guerra mondiale non avesse indotto l’umanità a riflettere di più. Al contrario: tutti avevano un’opinione e dovevano esternarla, generando un cicaleccio inutilmente assordante come la coda della deandreiana La domenica delle salme.
Provo quasi invidia per chi, un attimo dopo la strage, aveva già un parere. O addirittura una soluzione. Ovviamente era quasi tutta gente che non sa nulla, ma proprio nulla, di Abu Bakr al-Baghdadi, di sciiti e sunniti, delle mirabili analisi di Zack Beauchamp, della guerra civile in Siria e del suo sconfinamento inIraq. La stessa rivalutazione (a casaccio) delle capacità “profetiche” di Oriana Fallaci è stata tanto colpevole quanto puerile. E neanche riseco, come lavacro della coscienza, a farmi bastare un avatar col tricolore francese. Beati voi: a me non riesce, non mi viene. So che siete sinceri e senz’altro sbaglio io. Come ha scritto qualcuno – mi pare si chiamassero Gaber e Luporini – mi volto indietro e quel che provo (e trovo) è questo: “Io come uomo posso dire solo ciò che sento/ cioè solo l’immagine del grande smarrimento (..) Di fronte al terrorismo e a chi si uccide c’è solo lo sgomento”. A volte, prima di parlare, occorrerebbe stare zitti (questa arriva tardi, ma arriva).
I due poli. Il dibattito, soprattutto nell’immediato, non pareva contemplare qualcosa che fosse diverso dal pacifismo tout court, che fa tanto sinistra flowerpower peace and love, oppure dal rutto becero guerrafondaio di chi si compiace nel cavalcare gli istinti peggiori dell’uomo. Impossibile una via di mezzo: uno spazio serio di dibattito. Dire (da qui) che Hollande ha sbagliato a dichiarare guerra è molto comodo, ma se la strage fosse accaduta in Italia avrei probabilmente voluto anch’io una reazione analoga. Quantomeno nell’immediato. E non sono certo un guerrafondaio. (Anche per questo, spesso, è meglio stare zitti. Studiare. Riflettere. Per non pentirsi di quello che si è appena detto).
L’odio e Bergonzoni. Allo stato attuale, dopo lo studio e la riflessione, le lacrime e lo smarrimento, il mio stato d’animo si attesta dalle parti del marito della donna uccisa al Bataclan. Era sua moglie, ma non per questo – così ha scritto – i terroristi avranno il suo odio. E’ una lettera bellissima, come lo è l’ennesimo guizzo di genio di Alessandro Bergonzoni, che stamani trasforma sul Fattol’invocazione “O Dio Onnipotente credo in te” in un oltremodo misericordioso – e dunque utopico – “Odio onnipotente/ Non credo in te!/ ma non ti farò una guerra spietata”. Ieri ho goduto delle parole di Moni Ovadia a Ballarò quasi che fossero un balsamo per l’anima, e persino Salvini – quasi mai condivisibile ma certo non stupido – per una volta è stato zitto e ha incassato il colpo. Mi tornano, una volta di più, le parole di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”. Per meglio dire: torniamo umani. O addirittura diventiamolo: una volta per tutte.
Sì, ma la guerra serve? Tutto questo però non è una risposta politica o strategica, ma emotiva: l’unica possibile, per noi che non abbiamo ruoli di governo. Difendere la propria umanità, ove ammesso che sia presente, dovrebbe essere il nostro orizzonte quotidiano. Poi però uno si chiede: la guerra servirebbe? In primo luogo siamo già in guerra. L’Occidente la fa da decenni in Medioriente, con risultati quasi sempre disastrosi. Un certo Tony Blair, professione “macellaio ilare della sinistra” (per questo piace a Renzi), con una decina di anni di ritardo ha ammesso che la guerra in Iraq era sbagliata, e che proprio la guerra ha permesso allo Stato Islamico di germogliare. Tutto vero, ma ora cos’è cambiato? Semplice: adesso la guerra è alle nostre porte. E dunque ci interessa molto di più. Finora l’Europa era stata quasi sempre salvata, a parte Madrid e Londra più di dieci anni fa. Esprimere solidarietà agli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, era facile da lontano. Con la mattanza di Charlie Hebdo è cambiato tutto. E ora che il Giubileo sta per cominciare, scopriamo di colpo quanto la nostra vita sia smisuratamente labile.
Crozza Paradox. Ieri Maurizio Crozza ha coraggiosamente sottolineato come tanti italiani si riempiano la bocca (e la bacheca) di slogan tipo “Je suis Paris”, ma poi non glie n’è mai fregato nulla delle morti lontane. Insomma: ipocrisia. Pensate ai curdi: vengono massacrati da decenni, ma non mi risultano fiaccolate nostrane. Di curdi e peshmerga si parla solo adesso perché ora all’Occidente d’improvviso fanno comodo, visto che in Iraq e Siria gli “stivali sul terreno” ce li mettono loro (e stanno” “dalla nostra parte”). Crozza ha ragione, ma è sempre stato così: i morti non sono tutti uguali. Non solo perché alcune morti sono salvifiche (esempio: Hitler) ma anche perché il morto più vicino è più morto degli altri. Perché? Perché il morto vicino che ci ricorda la nostra morte. Spesso, più che compassione, la nostra è egoistica – ma umanissima – paura di morire.
“E’ colpa dell’Occidente”. Certo che lo è, ma dirlo non aiuta a risolvere il problema. Non del tutto. Saddam Hussein, per lungo tempo, agli Stati Uniti ha fatto comodo. La Francia è intervenuta in Siria contro il despotismo di Assad, finendo però col fare il gioco dell’Isis (e dando addirittura ragione a Putin, che infatti adesso in Francia – e non solo – è tornato di moda). Anche l’Italia resta equivoca: che rapporti ha Renzi con gli emiri, che ha riverito anche di recente in alcuni dei suoi viaggi tragicomici? Ed è proprio necessario vendere altri caccia Eurofighter al Kuwait per 8 miliardi con la compartecipazione di Governo e Alenia (cioè gruppo Finmeccanica), con la scusa che “il Kuwait è nostro alleato e pure moderato”? Esaurite l’analisi e l’autoanalisi atte a individuare il colpevole, resta il problema di fondo: che fare concretamente? Bombardare? Non reagire? Azzerare i finanziamenti (a chi? All’Isis, che i soldi se li procaccia benissimo già da solo col suo autogoverno)? Oppure, come sento ripetere ovunque come un mantra, “Operare con un’attenta intelligence?” (che vuol dire, di grazia?). Io non ho soluzioni, ma mi fanno un po’ sorridere quelli che alla mattanza reagiscono prendendosela con Belpietro (che resta Belpietro: lo scoprite adesso?) o invocando la misericordia. E’ un atteggiamento che va certo perseguito come esseri umani, ma se foste governanti cosa fareste? Vale anche per i 5 Stelle, che hanno avuto il merito di attendere prima di dare una risposta – per il frastuono inutile bastavano Fiano e Luttwak – ma che hanno poi dato risposte eticamente accettabilissime ma concretamente fumose.
E l’Italia che farà? Neanche l’Italia lo sa ancora. E’ ovvio che, appellandosi all’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona, la Francia non chiede all’Europa soltanto “un appoggio morale”, come tartagliava un po’ pateticamente ieri il rutilante Gentiloni a Otto e mezzo(mamma mia, in che mani siamo). La Francia ci chiede di intervenire militarmente. Magari non con nuove milizie a terra, ma verosimilmente intensificando le attività aeree e di informazione. Al momento la Francia è parsa comprensibilmente confusa e drammaticamente impreparata sul fronte dell’intelligence, ambito – per quanto possa sembrare assurdo – in cui invece l’Italia sa eccellere.
Purtroppo siamo abituati a fronteggiare terrorismo e malavita organizzata. E questo ci ha tenuto allenati. Gli stessi Servizi Segreti, quando non deviati, non sono privi di eccellenza. Resta però il quesito dirimente: che fare concretamente? Renzi è un politico imbarazzante quando si occupa di politica interna, di questione morale, di economia. E ha pure una “classe dirigente” che fa quasi sempre pena. E’ un disastro e si sa. In questi giorni, almeno per ora, sta però usando toni equilibrati e ponderati. Ha giustamente tirato per le orecchie il ministro Pinotti (sì, la Pinotti è un ministro), che aveva straparlato di bombardamenti, e lui stesso sarà terrorizzato all’idea di dipendere da Gentiloni. E’ una fortuna – se non altro – che oggi al governo non ci sia un premier guerrafondaio (Berlusconi, Salvini). Renzi sta prendendo comprensibilmente tempo. Forse perché è sgomento pure lui, forse perché un intervento armato non sarebbe elettoralmente redditizio. Non è dato sapere. Ma è già qualcosa.
Il santanchismo. Gli attentati parigini, pensati e commessi – giova ricordarlo – da terroristi ritenuti “troppo eccessivi” persino da Al Qaeda, hanno ovviamente ringalluzzito le carampane querule dell’ignoranza. Sono in servizio permanente in tivù, possibilmente da shampiste fraintese per giornaliste. Straparlano genericamente di musulmani, dimenticando per esempio che l’uomo che ha evitato la strage allo Stade de France era musulmano. O che il 95% delle vittime del sedicente Stato Islamico è a sua volta islamico. Di fronte alle tragedie e alle paure, gli avvoltoi dell’odio sono i primi a volare. Per questo sarà dura non cedere alla rabbia e all’odio. Ma occorre provarci. Anzi riuscirci.
P.S. Qualche caso umano, che non cito perché “se gli sputo li profumo”, ha colto l’occasione in questi giorni per spalare merda su Emergency. E’ gente così repellente, intendo non solo fisicamente, che perfino la repellenza si vergogna di albergare in loro. Io, per quel che vale, trovo che essere connazionale di Gino Strada sia una cosa bellissima. E ne vado fiero.
Da ilfattoquotidiano.it
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/18/attentati-parigi-la-strage-il-silenzio-e-lo-sgomento/2231029/

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SOLO DUE PAROLE: SCANZI SEI UN GIGANTE!!!!
In poche righe hai messo a nudo tutta l'ipocrisia che ascoltiamo dopo ogni attentato o fatto grave di cui i media ci portano a conoscenza.....

domenica 15 settembre 2013

Governo Letta, la mossa che dovrebbe fare il M5S

un consiglio cui sento di associarmi ..... in questo articolo c'è il concentrato di quello che penso, e dico, su "che (cosa dovrebbero) fare" i pentastellati in questi frangenti evitando gli errori, si fa per dire, di qualche mese fa: quel 10% perso è tutto lì.
dal Fatto Quotidiano del 15/9/2013 a firma di Andrea Scanzi
Secondo un sondaggio di Swg, trasmesso da Agorà venerdì 13 settembre, il Pdl è al 28. Il Pd al 26. E Movimento 5 Stelle al 20.5.
Per quanto i sondaggi siano spesso sbagliati, soprattutto su M5S, la cifra riguardante  il centrodestra dimostra come in Italia non ci sia né forse mai ci sarà speranza. Almeno un elettore su quattro voterà sempre Berlusconi. Anche se su di lui scoprirà di tutto. Soprattutto se su di lui scoprirà tutto.
Il ricatto eterno di questi mesi è: “Letta o morte“. Chiunque auspichi la caduta di Letta viene tacciato automaticamente di sfascismo. Irresponsabile lui, illibati i lettiani. E Napolitano a vigilare sul tutto, dettando la linea e decidendo come gli pare.
E’ qui che il ruolo di M5S diventa decisivo. Dopo tre mesi passati in gran parte a sbandare e sbagliare, il Movimento ha indovinato molte mosse. Da Rodotà in poi, al di là del raggelante harakiri-Gambaro, è stata trovata la strada giusta. Nella lotta in difesa della Costituzione, nello smascheramento dell’ipocrisia altrui, nella richiesta (puntualmente negata) del voto palese. Il sempre ilare Grasso e la sempre preside Boldrini sono molto simpatici: la Costituzione si può violentare, con buona pace dell’articolo 138 che ne rappresenterebbe l’architrave inviolabile, ma se uno osa anche solo ipotizzare di cambiare qualche procedura del regolamento al Senato, o addirittura sale sul tetto per difendere i Padri Costituenti, la Maestrina del Decoro Presunto Boldrini sospende gli alunni. Chiedendo, magari, che tornino a scuola (ops in Aula) con il quaderno firmato dai genitori, o da Grillo e Casaleggio.
C’è però una cosa su cui il Movimento continua a sbagliare. Quello attuale è uno scenario simile a quello del secondo giro di consultazioni. Era giusto dire no alle finte avance di Bersani, che faceva solo scouting ed elemosinava un appoggio esterno per poi inciuciare liberamente (come hanno confermato sia lui che Marina Sereni), ma fu erratissimo andare da Re Giorgio al secondo giro di consultazioni senza fare nomi. Che pure c’erano. Li avevano in tasca: Rodotà, Zagrebelsky, Settis.
So bene qual è la risposta a tale critica, rivolta subito da me come da Flores D’Arcais, Travaglio (“autoscacco a 5 Stelle”) e altri milioni di italiani: “Fare il nome non sarebbe servito”. Lo so bene. Napolitano non darebbe l’incarico ai 5 Stelle neanche se fosse l’ultimo movimento politico rimasto sulla Terra. Pur di contrastarli, Re Giorgio sarebbe disposto perfino a fingersi di sinistra.
“Fare il nome” sarebbe però stato ugualmente decisivo, perché avrebbe tolto al Pd l’alibi eterno che ancora oggi usano malinconicamente: “Le larghe intese sono colpa di Grillo”.
L’accusa di “saper dire solo di no” è intellettualmente disonesta, ma diventa più che credibile ogni volta che M5S sembra giocare solo e soltanto di rimessa. Sarebbe stata – oltre che coerente e nobile – una mossa concretamente inefficace, ma politicamente e strategicamente impeccabile.
Adesso stiamo vivendo la stessa situazione. Il governicchio Lettino deve cadere. Un Letta Bis sarebbe un Frankenstein orripilante e chiunque lo appoggerà tra i 5 Stelle si chiamerà automaticamente fuori, perché sputerà in faccia al patto stipulato con gli elettori.
Tornare al voto subito? Sempre meglio che tenersi Letta, ma ci sarebbe ancora il Porcellum. Che Grillo combatte dall’8 settembre 207 (primo V-Day), ma che è sembrato difendere in quel post bilioso sul ritorno al voto (“così vinciamo noi”).
E’ di nuovo il momento di fare scacco matto al Pd. Neanche ci vuole tanto: basta fare qualcosa, e loro poi sbagliano da soli. Sono bravissimi, in questo e solo in questo. Se M5S attende e gioca unicamente di rimessa, vince il premio Duri&Puri 2013 ma passa di nuovo per forza di mera opposizione che si compiace se il mondo va a rotoli, perché “loro l’avevano detto”.
Lo scacco matto è facile, facilissimo: proporre, subito, un governo con nomi autorevoli. Una lista con tanto di Premier e ministri. Settis Premier, Zagrebelsky alla Giustizia, Elena Cattaneo alla Ricerca Scientifica, eccetera. I nomi sceglieteli voi, non mancano. Si contattano i diretti interessati e si propone la lista dei sogni a Pd e Sel. Un governo di scopo, che duri al massimo un anno, faccia due o tre cose (a partire dalla legge elettorale) e poi voto. Ci state o non ci state? Si firma e si parte.
Mi si dirà: Sel accetterà, il Pd rifiuterà. Bene, cioè male: non sarà comunque più un problema di M5S. Risulterà chiaro che è il Pd a volere l’inciucio e non il M5S. Proprio come accadde con Rodotà candidato al Quirinale. Se il M5S avesse giocato di rimessa anche per la corsa al Quirinale, oggi non avrebbe il 20.5 (destinato forse a crescere) nei sondaggi. Invece propose un nome. Perse in Aula ma vinse in piazza, perché mise a nudo l’ipocrisia tracotante dei gerarchi piddini.
Gli iper-ortodossi, proprio come accadde durante le consultazioni con Napolitano, mi diranno che proporre una cosa sapendo già che verrà bocciata dalla “Casta” significa prendere in giro gli elettori. Mentre loro, invece, sono puri e fighi: “Che senso ha ipotizzare uno scenario se tanto Pd e Napolitano non lo accetteranno mai?”. Ha un senso molto preciso. Significa dimostrarsi anche propositivi e non avere paura di assumersi responsabilità.
Proporre il “governo dei sogni” non è prendere in giro gli elettori, casomai dimostrare che sono gli altri (rifiutando) a umiliare continuamente l’elettorato. Volete fare la rivoluzione, come amate ripetere? Bene. La rivoluzione si fa anche così. Non solo prendendo una birra e dicendosi al pub “Oh quanto son stato figo oggi alla Camera” (prassi, beninteso, che comprendo e anzi nel mio piccolo incentivo).
Non ignoro che Gianroberto Casaleggio sia qui scettico, non tanto per ideologia quanto per “procedura irregolare”. Lui dice: “Sì, ma chi lo ha scelto Settis? Chi lo ha scelto Zagrebelsky? Travaglio? Flores? Scanzi? Pluto?”.
A tale eccezione procedurale potrei rispondere che non è difficile immaginare i nomi preferiti dalla “base” dei 5 Stelle: non ci voleva un genio per prevedere che il nome spendibile al Quirinale sarebbe stato Rodotà. Poiché però Casaleggio è duropurista come pochi, rispondo: d’accordo, fate subito una consultazione come per le Quirinarie. Una cosa veloce e si spera più credibile, con voto più allargato e calcolo del risultato finale più rapido. Chiedete agli iscritti: “Chi vorreste Premier?” Vedrete che i primi nomi spendibili, dopo gli ottimi Gino Strada, saranno quelli lì: Settis, Rodotà, Zagrebelsky. A quel punto anche il “regolamento” tanto caro a Casaleggio sarà rispettato. E la proposta potrà essere fatta. Una proposta che ridarà speranza agli elettori. Poi, ovvio, il Pd dirà di no. Letta dirà che è impossibile, Renzi cincischierà che non siamo all’asilo e Napolitano farà un monito rutilante sui massimi sistemi.
Pazienza: i 5 Stelle avranno comunque fatto tana al centrosinistra, liberandosi dell’accusa di dire solo “no” e dimostrando che dagli errori passati qualcosa hanno imparato.

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