Visualizzazione post con etichetta JP Morgan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta JP Morgan. Mostra tutti i post

giovedì 11 ottobre 2018

Cina emette bond in dollari: prove tecniche di “opzione nucleare”

Fonte: W.S.I. 11 ottobre 2018, di Alberto Battaglia

La Cina è pronta lanciare una nuova sfida agli Stati Uniti. Nel bel mezzo dell’escalation protezionistica fra le due economie Pechino è pronta a emettere bond a 10 e 30 anni per 3 miliardi di dollari. E lo farà proprio in valuta statunitense.
La mossa segue, un anno dopo, la più grande vendita di titoli di stato americani da parte della Cina, che secondo alcuni scenari potrebbe ala dismissione del proprio portafoglio multimiliardario di T-bond per cercare di influenzare i rendimenti e i costi di finanziamento del debito pubblico americano – la cosiddetta “opzione nucleare”.

L’emissione di obbligazioni in dollari contribuirebbe a esercitare una certa pressione sui rendimenti, oltre che dimostrare la forza con la quale Pechino può attirare moneta americana nella sua economia. “La guerra commerciale in corso, il picco dei rendimenti dei Treasuries statunitensi, unita alla volatilità dei mercati emergenti e all’offerta di obbligazioni in dollari anticipate fino alla fine dell’anno stanno facendo sì che gli investitori prendano una visione più cauta ” e che chiedano un premio maggiore per la vendita, ha affermato a Bloomberg l’executive director presso JPMorgan Chase di Hong Kong, Anne Zhang.
Il recente rialzo dei rendimenti dei buoni del tesoro Usa sembra confermare questo scenario. Ovviamente 3 miliardi di dollari sono una somma insignificante se paragonata ai 600 miliardi circa di valore delle attività e degli scambi commerciali tra Usa e Cina. Ma la Cina con l’iniziativa sta mandando un segnale forte ai mercati e all’America, ossia che volendo è in grado di incrementare i tassi di interesse Usa emettendo Bond in dollari o svendendo i Treasuries in suo possesso.
“C’è un elemento di geopolitica in gioco se si guarda al momento dell’emissione di titoli in dollari emessi dalla Cina”, ha detto Paul Lukaszewski, responsabile del debito societario asiatico presso l’Aberdeen Standard Investments a Singapore, “la Cina vuole dimostrare a tutti gli osservatori che ha un facile accesso ai finanziamenti in dollari a costi molto bassi“.
Questo non avrà certo la portata dell’ “opzione nucleare” vera e propria, ossia la dismissione aggressiva di T-bond. Anche se c’è chi mette in dubbio che alla Cina possa avere i risultati sperati mettendola in pratica:
“Le vendite di buoni del tesoro in un certo senso sono facili da contrastare, dato che la Fed ha gioco molto facile nell’acquistare e vendere titoli del Tesoro per conto proprio”, ha scritto Brad W. Setser, ricercatore per l’economia internazionale presso il Council on Foreign Relations, “ho spesso detto che gli Stati Uniti detengono in fin dei conti le carte migliori: la Fed è l’unico attore al mondo che può acquistare [Treasuries] più di quanto la Cina possa mai vendere”.

martedì 5 giugno 2018

JP Morgan: Italia fuori dall’euro l’opzione migliore

Fonte: W. S. I. 5 giugno 2018, di Mariangela Tessa

L’uscita dell’Italia dalla zona euro sarebbe un bene. E non solo per Roma. È la conclusione alla quale giungono gli analisti di JP Morgan in un rapporto in cui viene affrontato il tema del “Quitaly” o “Italexit”, ovvero lo scenario finanziario di un’eventuale uscita dell’Italia dalla zona euro.
Gli strategist arrivano a tale conclusione dopo aver preso in considerazione i saldi Target2, che sono esplosi dal momento del lancio del QE della BCE a oggi.
“Quando la Banca d’Italia, attraverso il programma di Quantitative Easing, acquista titoli da una banca tedesca o da una banca del Regno Unito con un conto in Germania – spiega JP Morgan – questo flusso provoca un aumento della Banca dei deficit Target2 in Italia e un aumento delle eccedenze della Bundesbank. Allo stesso modo, quando la Banca d’Italia acquista obbligazioni da un investitore nazionale ma questi utilizza il ricavato per acquistare un’attività all’estero, allora la Banca d’Italia si assume anche la responsabilità nei confronti dell’eurosistema. La liquidità creata da Banca d’Italia non rimane in Italia, ma si diffonde in Germania o in altre giurisdizioni”.
Insomma, queste passività verso l’estero sono da onorare o no? In teoria come osserva la JP Morgan, è qui che sorge la polemica, perché se un paese – che dovesse dichiarare in partenza default delle sue passività esterne ridenominandole nella sua valuta – dovesse rinnegare la sua passività dei pagamenti Target2, avrebbe poco da perdere bruciando tutti i ponti con l’Europa quando rinuncia alla “valuta comune”.
È una domanda che è stata posta anche da alcuni eurodeputati del MoVimento 5 Stelle a Mario Draghi in tempi non sospetti. La risposta al quesito è di particolare importanza per l’Italia, spiega JP Morgan. Mentre le passività nette per gli investimenti internazionali della Spagna si sono attestate intorno ai mille miliardi di euro alla fine dello scorso anno, quasi il triplo delle passività Target2, da noi le passività nette sull’investimento internazionale sono state molto più ridotte (115 miliardi alla fine dello scorso anno) rispetto alle passività Target2 intra europee, che sono state pari a quasi il quadruplo: 426 miliardi di euro.
Ciò – spiega JPM – è dovuto al fatto che l’Italia ha accumulato negli anni più attività esterne all’Europa della Spagna e dovrebbe quindi essere complessivamente più capace di rimborsare le sue passività esterne. 
In altre parole, mentre le passività esterne lorde in generale sono simili in Italia e Spagna, dal punto di vista della responsabilità netta con l’Europa, un’uscita dall’euro del nostro paese sarebbe molto meno minacciosa per le nazioni creditrici rispetto all’uscita dell’euro in Spagna.
Non c’è troppo da rallegrarsi, tuttavia: l’andamento dei flussi dei pagamenti ha spinto mesi fa Marcello Minenna, economista responsabile di analisi quantitativa presso la Consob, a evidenziare come un allargamento progressivo dei saldi passivi del sistema Target 2, significhi anche che le imprese italiane continuano con maggiore convinzione a reinvestire all’estero piuttosto che nell’economia nazionale. Più che in una sfiducia nella tenuta dell’area euro, c’è una sfiducia nel sistema Italia.
 

giovedì 11 agosto 2016

GLI AFFARI SONO AFFARI! TORRE DI GUARDIA INVESTE IN JP MORGAN CHEASE

visto su: terra real time

Gli affari sono affari! Diceva un famoso economista ed anche Wachtower, l'organizzazione che dirige i Testimoni di Geova,ha investito sul mercato acquisendo ben il 7% di azioni della banca americana Jp Morgan Chease.

Dopo Vaticano SPA ora parliamo di Geova SPA che con i suoi milioni di adepti e donazioni rappresenta una potenza economica non indifferente.Ma come? Professano la parola di dio e della Bibbia e poi i loro capi investono nello sterco del demonio?Watchtower naturalmente si giustifica dicendo che l'ingente mole di denaro viene utilizzata per opere umanitarie...



Qualche anno fa fummo assaliti dopo aver pubblicato questo articolo che criticava i testimoni per la propaganda a favore di un governo globale...vi consiglio di rileggerlo per capire da che parte sta questa organizzazione...
...............

il resto sul blog suindicato

Fonte: losai.eu

giovedì 1 ottobre 2015

Moneta unica: il Superstato europeo e la seconda Maastricht

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 1 10 2015 a firma di
L’opinione che l’euro sia una pessima idea così come è stato concepito e realizzato sembra essere arrivata persino alle alte sfere dei vertici comunitari. Ogni tentativo di mantenerlo in vita a tutti i costi, ha portato con sé il peso delle drammatiche conseguenze che i popoli europei hanno vissuto e che stanno mettendo fine alle costituzioni democratiche fondate sullo Stato sociale, e per le quali JP Morgan ha raccomandato il rapido superamento in una famigerata relazione sullo stato della crisi dell’Eurozona. Sostanzialmente esistono due strade per mantenerlo in vita: la prima è quella dell’austerità espansiva, un ossimoro economico non più difeso nemmeno dai suoi mentori che ne hanno negato l’efficacia e riconosciuto il fallimento; la seconda è la creazione di un budget federale europeo che avochi a sé i poteri fiscali degli stati nazionali e teoricamente ridistribuisca quegli squilibri che le unioni monetarie a cambi fissi inevitabilmente comportano. Sarebbe bastato dare ascolto al padre dei Chicago Boys, Milton Friedman che qualche anno fa in un articolo sul New York Times definì l’Europa come “un esempio di situazione sfavorevole alla creazione di un’unione monetaria. L’Europa è composta da nazioni separate, che parlano lingue differenti, e con diverse tradizioni culturali, dove i cittadini provano sentimenti di lealtà e attaccamento al loro paese piuttosto che all’idea di un mercato comune e di Europa”.
unione europea bandiere
Queste le ragioni culturali che rendevano problematiche una unione forzata, imposta ai popoli europei secondo l’unico meccanismo delle crisi di sistema, più o meno artificiali, che fino ad oggi ne hanno reso possibile l’attuazione. Lo stesso Mario Monti riconobbe che senza crisi, non si ha cessione di sovranità e la difficile contemporaneità vissuta dalla debole Ue sembra pronta per un nuovo avanzamento, necessario per raggiungere il gradino superiore del Superstato europeo e la conseguente fine degli Stati nazione che seppur travolti dalla globalizzazione restano ancora protagonisti sulla scena politica. Le ragioni economiche, sulle quali rimangono avvinghiati i pochi negazionisti dell’euro come protezione alla crisi, non permettono l’esistenza in vita di un’unione monetaria senza i necessari riallineamenti della bilancia dei pagamenti tra i paesi più forti in avanzo e quelli più deboli in deficit. La Germania ha sfruttato questo enorme vantaggio competitivo, su tutti l’enorme surplus della bilancia commerciale che rappresenta la sua supremazia in Europa, e forse adesso potrebbe essere disposta a concedere qualcosa alla nuova idea che percorre i corridoi di Bruxelles. Se non altro perché la sua posizione in questo momento esce piuttosto indebolita dallo scandalo Volkswagen, che sembra aprire delle pericolose crepe nella leadership tedesca che fino a poco tempo fa nessuno osava mettere in discussione. Un’apertura in questo senso alla nuova federazione di Stati europea potrebbe essere possibile.
Non nel modo voluto dalla Francia che inizialmente si era schierata al fianco della Germania nella sua politica di rigore dei conti, ma che poi ha preso anch’essa la strada della crisi sistemica approdata all’aumento esponenziale della disoccupazione e dei conti pubblici, in un paese sempre più provato da una lenta crescita e che forse rappresenta il malato d’Europa nascosto dalla crisi greca, non più in grado di sostenere il peso dell’unione monetaria di cui beneficia oramai solamente la Germania della Merkel. Di qui l’esigenza di rifare il palazzo costruito senza fondamenta, come ha esortato a fare qualche mese fa il ministro dell’Economia francese, Emmanuel Macron, che prospetta “una rifondazione dell’Ue” e una completa cessione di sovranità al “nuovo governo comunitario” al quale saranno trasferiti totalmente i residui poteri degli stati nazionali in materia di politica economica.
Secondo Macron, questa manovra sarebbe indispensabile per appianare quegli squilibri provocati dalla moneta unica e il nuovo governo dell’eurozona “provvederebbe a fornire assistenza ai paesi in difficoltà”, fino ad arrivare alla creazione di un nuovo parlamento della moneta unica, al quale parteciperebbero solamente i deputati membri dei paesi dell’eurozona; una sorta di Camera dell’Unione Monetaria che dovrebbe ipoteticamente essere il tramite per l’investitura democratica del nuovo governo europeo. Non è chiaro se questi membri del nuovo parlamento siano elettivi oppure di nomina diretta da parte dei governi nazionali, ma sembra già riscontrabile la mancanza di democraticità di questo processo, del quale discutono l’ex direttorio franco-tedesco senza neppure interpellare gli altri Stati membri oppure lanciare una piattaforma di discussione che coinvolga i popoli interessati.
Tecnicamente, sembra piuttosto arduo arrivare a un compromesso tra gli opposti interessi francesi e tedeschi, perché i secondi concepiscono un’unione di trasferimenti fiscali solamente alle loro rigide condizioni che prevedono addirittura tagli automatici alla spesa, bilanci contenuti e un rigido sistema di sanzioni applicato a chi viola queste caratteristiche. Non è stato citato nemmeno il ruolo che dovrebbe avere la Bce, che attualmente è incompatibile con la possibilità di un budget federale, dal momento che essa non può finanziare il deficit degli Stati membri né tantomeno monetizzare il loro debito. Senza tralasciare il fatto che queste riforme rimetterebbero completamente in discussione l’assetto di Maastricht e dunque richiederebbero con ogni probabilità un nuovo trattato che dovrebbe essere discusso e ratificato dai parlamenti degli stati membri. Un processo che vuole tempo, ponderazione e attenta valutazione parte con presupposti di pericolosa fretta e rapida esecuzione, come accaduto nel 2011 all’alba del governo Monti con il celebre “Fate presto”, implorato da Il Sole 24 Ore che raccomandava una rapida esecuzione delle riforme strutturali.
Sembra per il momento improbabile che le due parti arrivino a un compromesso, anche se dal nostro punto di vista la strada più raccomandabile era e resta quella del Manifesto Europeo di Solidarietà, firmato tra gli altri da Jacques Sapir e Alberto Bagnai, che prevede uno smantellamento controllato dell’unione monetaria che purtroppo sembra aver riportato l’Europa al clima degli anni 20, dominato da tensioni che poi sfociarono nell’affermazione dei regimi totalitari. La prima Maastricht nacque in fretta, convulsamente, senza il tempo e la possibilità di considerarne effettivamente la portata dei suoi cambiamenti e dei suoi innati limiti strutturali economici e giuridici che sono ad oggi visibili nelle loro devastanti conseguenze. La seconda Maastricht sarebbe il prodotto di quell’errore, nato su ragioni di emergenzialità e sembra già portare con sé tutte le caratteristiche che hanno determinato quel cambiamento traumatico. Su un dato sembrano convergere gli apologeti della moneta unica e i fautori del ritorno alle valute nazionali, ovvero sull’evidenza che “l’attuale modello non funziona più”, come ha dichiarato il ministro delle Finanze belga Jan van Overtveldt. L’impressione è che ancora una volta si tenterà la strada dell’integrazione scaturita dalle crisi, e il punto di non ritorno sulla fine delle costituzioni democratiche sarà raggiunto, come auspicato da JP Morgan, tra i più sinceri ispiratori di questo disegno.

lunedì 19 agosto 2013

JPMorgan: sarà mica italiana?

E noi che pensavamo di essere i primi almeno in qualcosa.... invece no: business as usual e che ti fa JP Morgan? Per entrare in Cina assume figli di mandarini e dirigenti locali delle industrie: tanto per gradire... siamo proprio nei guai: l'unica cosa di cui andare fieri, il nepotismo, misto a familismo e clientelismo, ce la scippano gli altri, nemmeno quello in cui si eccelleva riusciamo a mantenere.
Al di là dell'ironia; JP morgan, e le consorelle, dopo essersi cosparsa il capo di cenere (causa mutui subprime che diedero il via alla crisi di cui oggi non si vedono gli esiti finali) dimostra che la lezione non l'ha imparata, anzi appena si perde la memoria del "problema" precedente subito ne combina un altra a riprova sia del senso di impunità di cui gode sia delf atto che quello che conta non è aprire mercati ma fare soldi.... possibilmente a spese altrui. La Sec l'ha indagata in merito ma il peso specifico, e gli appoggi anche all'interno dell'organo di controllo americano (e non solo), che la contraddistingue le permettono di: pagare le eventuali multe; dare in pasto alla pubblica opinione il capro espiatorio; ritornare a far profitti come prima e più di prima come se nulla fosse accaduto.....
dire che il sistema è marcio è scoprire l'acqua calda così come dire che andrebbe cambiato con le buone o con le cattive è tautologicamente ovvio: il problema è se si vuol farlo perchè una cosa del genere non si fa in un giorno e nemmeno in un mese e lascerebbe "feriti" sul campo ovunque e non siamo ancora così messi male da volerlo fare davvero...... intanto aggiungiamo un altro argomento di dolenza dell'ennesima perdita di "credibilità" internazionale: se è vero che siamo noi ad avere inventato modi fantasiosi per evadere tasse e tutto il resto è anche vero che il male antico italiano sembrava una nostra esclusiva e invece, ma non è cosa nuova dato che dalle università ai vari lavori di un certo livello qui come negli usa o altrove la raccomandazione è d'uopo, scopriamo il contrario ossia che arriviamo buoni ultimi fra gli ultimi!

domenica 23 giugno 2013

JP Morgan: il problema sono ... le costituzioni

La maggior responsabile della grande crisi che stiamo vivendo, certa ormai che la gente ha dimenticato le dirette responsabilità, ne spara una di quelle che una volta letta si dovrebbe saltare un tantino dalla sedia e/o anche inquisirla per "attentato alla Costituzione".
Ma cos'ha detto?
“Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”  
 “I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”. 

Capito? Qui c'è l'originale in inglese e qui c'è la traduzione
Certo siamo così avviliti e avvitati nel nostro individualismo, peraltro in crisi d'identità, che nemmeno ce ne siamo accorti che una cosa così grave sia stata detta .....
insomma il problema non è il debito, nè il magna magna tutto italiano; non è nemmeno il dato, una volta scontato, che gli stati (soprattutto democratici) esistono perchè alla base c'è il loro dovere di "FARE" gli interesse dei propri cittadini.. no il problema è la democrazia e la libertà di "protestare" concessa ai popoli. Non è un caso che a dirlo sia una delle agenzie di rating maggiori ossia la rappresentante della finanza internazionale che non vede benissimo la gente che costringe i governi a distogliere risorse dalle banche a loro stessi: e non potrebbe essere altrimenti dato che business as usual e tutto il resto, per questa "istituzione", è .... noia e quisquilie. C'è nessuno che s'indigna? C'è qualche politucolo, a qualunque livello istituzsionale, che dichiara qualcosa? C'è qualcuno che monita? A me non risulta, e a voi?

test velocità

Test ADSL Con il nostro tool potrete misurare subito e gratuitamente la velocità del vostro collegamento internet e ADSL. (c) speedtest-italy.com - Test ADSL

Il Bloggatore