... ci risiamo: dobbiamo prenderne atto. Siamo un conto economico con
cisti e ricavi e i ns 'fratelli' europei non vogliono sacrificare
nemmeno un cent a meno di non svenarci più di quanto abbiamo già fatto
solo per restarci. I dieci giorni sono passati e siamo sempre al punto: i
paesi del nord si oppongono e non vogliono scucire soldi se non
attraverso il MES; in pratica quelli che hanno retto, e reggono ancora,
il peso maggiore della pandemia possono attaccarsi al tram se vogliono
soldi europei potranno intraprendere la strada greca e basta, senza
alternative. Eppure al di qua della diga che si è venuta a creare ci
sono paesi importanti, la Francia in primis (con tutte le sue ambiguità
di paese latino), fondatori e non dell'unone ma tant'è la borsa resta
chiusa. Non sono incline al vittimismo e nemmeno al ricordare che
appartengo a quella minoranza di cassandre che fin da subito metteva in
guardia dal mostro che si stava creando: un mostro famelico senz'anima;
un golem che divora se stesso, oltreche i suoi simili.
Sono
talmente presi dal loro ombellico che dei, soli, due italiani che ancora
contano qualcosa nella riunione plenaria che ha preceduto quella
miseramente fallita, uno dei due, Presidente del Parlamento europeo
(unico organo elettivo dell'unione e che conta comeil due picche), non è
stato nemmeno invitato... tenuto all'oscuro del tutto, temo perchè
italiano: ciò fa capire molte cose su chi abbiamo davanti e come
dovremmo trattarli invece di ossequiarli.
Come dobbiamo smettere
di essere sempre e comunque esterofili a prescindere visto che,
nonostante tutti tagli e ritagli, la nostra sanità, per quanto
disastrata dal cancro della politica, ha dato grandissima prova di se
(pensate alla Lombardia nonostante i politici e le loro scelte in questi
anni): altrove in questo vecchio mondo non possono dire la stessa cosa;
sia perchè pensano a soluzioni 'spenceriane (la ipotetica immunità di
gregge)' sia perchè sono più presi dai profitti che dal benessere dei
propri cittadini.. salvo farsi prendere dal panico quando il coronavirus
ti morde le chiappe (leggi Johnson) o i morti non possono esserepiù
nascosti e la gente comincia a preoccuparsi che gli ospedali non reggono
più l'urto.
Non sto certo a fare la tiritera che ormai tutti
conosciamo e risulterebbe ridondante e basta ma mi sento di consigliare a
noi cittadini di risparmiare il risparmiabile per far fronte ad eventi
futuri disastrosi e al governo di cominciare adisegnare scenari di
italexit a breve: non possiamo sempre mendicare e nemmeno aspettare i
cavalieri bianchi che ci levano dalle peste.... dobbiamo, e dovete voi
politici, riprendere in mano il destino del paese magari usando
l'immaginazione o i sotterfugi, due cose di cui abbondiamo, ma dobbiamo
trovare un modo per aggirare gli ostacoli europei: anche usando la
golden power e il sequestro di attrezzature di cui al nord europa pare
abbiano disperato bisogno e che noi del sud europa produciamo; non molto
carino lo so ma in emergenza tutto serve alla bisogna, anche queste
cose. Eppure gli strumenti non mancano: dal far ricorso alle riserve
auree allo stampare moneta nazionale agganciata all'euro al corso
forzoso: sono misure estreme ma la condizione è estrema e richiede cose
che normalmente non si farebbero mai.
Purtroppo scontiamo due
cose: la scarsissima credibilità del nostro paese all'estero (ma questa è
soprattutto colpa nostra per quelli che abbiamo votato negli ultimi 20
anni) e la poca fiducia nelle nostre risorse interne.. sia chiaro nel
mondo reale questo paese ha dato grandi prove di se e quindi non è
questo il problema ma la società ufficiale quella parte che entra nel
novero della cosiddetta pubblica opinione che è da decenni ingessata su
posizioni e privilegi, ormai anacronistici, se non indecenti, e fuori da
ogni logica: per fare un esempio nessuno ha denunciato le pressioni
della confindustria bergamasca per evitare che quella provincia entrasse
nella zona rossa, scelta tragica visto l'esplosione del contagio....
ecco cosa dobbiamo evitarci per il futuro prossimo venturo: abbiamo
grandi sfide come le avevano i nostri padri e nonni dopo la fine della
seconda guerra mondiale che si sono rimboccati le maniche e ne hanno
fatto la V° potenza mondiale nonostante i politici (sempre tenendo
presente che quelli rispetto a quelli deli ultimi 20 anni erano
giganti); ecco l'esempio da seguire, altro che l'europa!
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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mercoledì 8 aprile 2020
martedì 30 ottobre 2018
Legge di bilancio, il problema non è economico. E Standard & Poor’s l’ha confermato
Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 28 ottobre 2018 Loretta Napoleoni
Standard & Poor’s non declassa il rating dell’Italia ma mette in guardia i mercati su un possibile futuro incerto. In altre parole il problema è politico prima che economico. E, infatti, ormai tutti si sono accorti che il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles è politico, come d’altronde fu politica la decisione di non salvare la Grecia nel 2010. E vediamo perché.
In primis, la Commissione o chi da dietro le quinte la dirigeva nel 2010 (cioè l’asse Parigi-Bruxelles), ha lasciato che fosse la pressione dei mercati a piegare la Grecia, pressione creata dalla esplicita disapprovazione dell’Unione europea. Così lo spread saliva e a ogni aumento il debito greco aumentava, le banche diventavano più povere e la disperazione cresceva. La strategia di Bruxelles è stata non intervenire e aspettare che la Grecia si piegasse e bussasse alla sua porta sotto la pressione dei mercati. E così è stato.
La bocciatura della legge di bilancio italiana ci ripropone la stessa strategia. L’idea è che durante le tre settimane concesse al nostro governo la pressione dei mercati lo costringa a cambiare rotta e a produrre un bilancio in linea con le direttive di Bruxelles. E qui ci imbattiamo in un secondo punto fondamentale, i parametri che vengono utilizzati per produrre tali direttive come è stato spiegato molto bene questa settimana in un articolo del Wall Street journal.
Secondo gli accordi di Maastricht il tetto massimo di deficit concesso agli stati membri è del 3% – al 2,4% quello proposto dall’Italia è ben al di sotto – e un deficit del 60% per Pil. Il trattato di Maastricht non è stato cambiato, tuttavia dal 2010 la Commissione ha introdotto un nuovo concetto di deficit, il deficit strutturale, che esclude dalla valutazione le tendenze cicliche dell’economia e gli eventi straordinari, come i disastri naturali. Il tetto del deficit strutturale viene suggerito annualmente da Bruxelles a ogni Stato membro secondo alcuni parametri che vedremo qui di seguito. Per l’Italia nel 2019 non deve superare lo 0,6% mentre la proposta del governo lo porterebbe allo 0,8%. La differenza tra questi due valori è il motivo della disputa tra Roma e Bruxelles.
Il vero problema è come viene calcolato il deficit strutturale, è infatti la differenza tra il Pil reale e quello potenziale quando un’economia è in piena occupazione, non ha spinte inflazioniste ed è pienamente capitalizzata. Secondo gli italiani, Bruxelles ha usato proiezioni troppo ottimiste per il nostro Paese e cioè uno scarto positivo dello 0,5% tra i due valori, si tenga presente che le proiezioni per la Germania danno uno scarto positivo dello 0,6%! Con una scarto così piccolo, è facile per Bruxelles imporre all’Italia un bilancio non espansivo ma che presenti una strategia di tagli per ridurre il debito in una fase economica reputata positiva. Secondo stime più realiste la differenza tra il Pil reale e quello diciamo ideale dell’Italia oscilla tra il -4 e il -5%, siamo quindi lontanissimi dalle proiezioni di Bruxelles e in un territorio economico completamente diverso. La legge del bilancio, invece, ha utilizzato uno scarto negativo dell’1,2%.
Al di là dei numeri e delle proiezioni il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles evidenzia politiche economiche opposte e impossibili da conciliare. Per la seconda l’economia italiana non ha bisogno di nessuno stimolo, al contrario è pronta per una riduzione del debito attraverso tagli della spesa, aumento delle imposte, ad esempio l’Iva, e prolungamento dell’età pensionabile. Per i due partiti al governo invece le condizioni economiche del paese sono inaccettabili ed è necessaria una spinta per rilanciare il volano della crescita. In fondo è su questa piattaforma che sono stati eletti.
La domanda che tutti si pongono è chi la spunterà questa volta, se l’Italia verrà presa di mira dai mercati e dovrà piegarsi sotto il peso schiacciante di uno spread in salita o se invece le cose andranno diversamente. Con la Brexit alle porte, un presidente americano palesemente anti europeista, le guerre dei dazi sulle due sponde dell’Atlantico e Putin che paradossalmente potrebbe diventare l’ago della bilancia di nuovi equilibri internazionali, è possibile che i mercati reputino la strategia italiana vincente nel lungo periodo e scommettano proprio sul bilancio bocciato da Bruxelles.
Come dicono gli anglosassoni la finanziaria italiana del 2019 sarebbe un game changer, un giro di boa spettacolare. In fondo, dopo il voto della Brexit e l’elezione di Trump tutto è possibile anche una nuova Europa.
Standard & Poor’s non declassa il rating dell’Italia ma mette in guardia i mercati su un possibile futuro incerto. In altre parole il problema è politico prima che economico. E, infatti, ormai tutti si sono accorti che il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles è politico, come d’altronde fu politica la decisione di non salvare la Grecia nel 2010. E vediamo perché.
In primis, la Commissione o chi da dietro le quinte la dirigeva nel 2010 (cioè l’asse Parigi-Bruxelles), ha lasciato che fosse la pressione dei mercati a piegare la Grecia, pressione creata dalla esplicita disapprovazione dell’Unione europea. Così lo spread saliva e a ogni aumento il debito greco aumentava, le banche diventavano più povere e la disperazione cresceva. La strategia di Bruxelles è stata non intervenire e aspettare che la Grecia si piegasse e bussasse alla sua porta sotto la pressione dei mercati. E così è stato.
La bocciatura della legge di bilancio italiana ci ripropone la stessa strategia. L’idea è che durante le tre settimane concesse al nostro governo la pressione dei mercati lo costringa a cambiare rotta e a produrre un bilancio in linea con le direttive di Bruxelles. E qui ci imbattiamo in un secondo punto fondamentale, i parametri che vengono utilizzati per produrre tali direttive come è stato spiegato molto bene questa settimana in un articolo del Wall Street journal.
Secondo gli accordi di Maastricht il tetto massimo di deficit concesso agli stati membri è del 3% – al 2,4% quello proposto dall’Italia è ben al di sotto – e un deficit del 60% per Pil. Il trattato di Maastricht non è stato cambiato, tuttavia dal 2010 la Commissione ha introdotto un nuovo concetto di deficit, il deficit strutturale, che esclude dalla valutazione le tendenze cicliche dell’economia e gli eventi straordinari, come i disastri naturali. Il tetto del deficit strutturale viene suggerito annualmente da Bruxelles a ogni Stato membro secondo alcuni parametri che vedremo qui di seguito. Per l’Italia nel 2019 non deve superare lo 0,6% mentre la proposta del governo lo porterebbe allo 0,8%. La differenza tra questi due valori è il motivo della disputa tra Roma e Bruxelles.
Il vero problema è come viene calcolato il deficit strutturale, è infatti la differenza tra il Pil reale e quello potenziale quando un’economia è in piena occupazione, non ha spinte inflazioniste ed è pienamente capitalizzata. Secondo gli italiani, Bruxelles ha usato proiezioni troppo ottimiste per il nostro Paese e cioè uno scarto positivo dello 0,5% tra i due valori, si tenga presente che le proiezioni per la Germania danno uno scarto positivo dello 0,6%! Con una scarto così piccolo, è facile per Bruxelles imporre all’Italia un bilancio non espansivo ma che presenti una strategia di tagli per ridurre il debito in una fase economica reputata positiva. Secondo stime più realiste la differenza tra il Pil reale e quello diciamo ideale dell’Italia oscilla tra il -4 e il -5%, siamo quindi lontanissimi dalle proiezioni di Bruxelles e in un territorio economico completamente diverso. La legge del bilancio, invece, ha utilizzato uno scarto negativo dell’1,2%.
Al di là dei numeri e delle proiezioni il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles evidenzia politiche economiche opposte e impossibili da conciliare. Per la seconda l’economia italiana non ha bisogno di nessuno stimolo, al contrario è pronta per una riduzione del debito attraverso tagli della spesa, aumento delle imposte, ad esempio l’Iva, e prolungamento dell’età pensionabile. Per i due partiti al governo invece le condizioni economiche del paese sono inaccettabili ed è necessaria una spinta per rilanciare il volano della crescita. In fondo è su questa piattaforma che sono stati eletti.
La domanda che tutti si pongono è chi la spunterà questa volta, se l’Italia verrà presa di mira dai mercati e dovrà piegarsi sotto il peso schiacciante di uno spread in salita o se invece le cose andranno diversamente. Con la Brexit alle porte, un presidente americano palesemente anti europeista, le guerre dei dazi sulle due sponde dell’Atlantico e Putin che paradossalmente potrebbe diventare l’ago della bilancia di nuovi equilibri internazionali, è possibile che i mercati reputino la strategia italiana vincente nel lungo periodo e scommettano proprio sul bilancio bocciato da Bruxelles.
Come dicono gli anglosassoni la finanziaria italiana del 2019 sarebbe un game changer, un giro di boa spettacolare. In fondo, dopo il voto della Brexit e l’elezione di Trump tutto è possibile anche una nuova Europa.
Economia Occulta | 28 ottobre 2018
sabato 13 ottobre 2018
Spread? No, la vera paura è l’Italexit: lo dicono i CDS
Fonte: W.S.I. 12 ottobre 2018, di Alessandra Caparello
Non lo spread che viaggia sui 300 punti base e anche oltre, ma la peggior paura dei mercati è l’Italexit, ossia la possibile uscita dell’Italia dalla moneta unica. Una paura che emerge dalle quotazioni dei Cds, i credit default swap, come calcola Calypso, società specializzata in questo settore speciale di derivati.
Attualmente i prezzi dei CDS – contratti per assicurarsi contro un eventuale default del debito – segnano una bassa probabilità per l’ipotesi di insolvenza delle finanze pubbliche italiane, mentre aumenta del doppio nel caso dell’ipotesi che il paese torni alla lira: si va da un 14,2% al 23,8 per cento. Ciò a riprova che le rassicurazioni del governo nelle scorse settimane non sono bastate a convincere gli investitori e rassicurarli.
Secondo i commentatori del giornale la situazione potrebbe precipitare, fino a innescare l’uscita dell’Italia, la terza potenza economica d’Eurozona, dal blocco della moneta unica.
Non lo spread che viaggia sui 300 punti base e anche oltre, ma la peggior paura dei mercati è l’Italexit, ossia la possibile uscita dell’Italia dalla moneta unica. Una paura che emerge dalle quotazioni dei Cds, i credit default swap, come calcola Calypso, società specializzata in questo settore speciale di derivati.
Attualmente i prezzi dei CDS – contratti per assicurarsi contro un eventuale default del debito – segnano una bassa probabilità per l’ipotesi di insolvenza delle finanze pubbliche italiane, mentre aumenta del doppio nel caso dell’ipotesi che il paese torni alla lira: si va da un 14,2% al 23,8 per cento. Ciò a riprova che le rassicurazioni del governo nelle scorse settimane non sono bastate a convincere gli investitori e rassicurarli.
La percentuale del 23,8% è calcolata in base a un’ipotesi di svalutazione della lira del 30% e a una correlazione con il default creditizio del 50%.Lo rende noto Il Sole 24 Ore, riportando i dati della società Calipso (vedi grafico sotto).
“I mercati non sono Nostradamus. Spesso sbagliano le previsioni, ma il problema non cambia: attualmente questa è la loro percezione e giusta o sbagliata che sia su questa percezione gli investitori basano le loro scelte”.Intanto ieri anche il quotidiano britannico liberal conservatore The Telegraph ha affermato che la situazione politico-finanziaria dell’Italia sarebbe sull’orlo di una “spirale catastrofica”. I problemi citati sono diversi, a partire dallo scontro in atto con la Commissione europea sulla Legge di bilancio italiana e il deficit per il 2019.
Secondo i commentatori del giornale la situazione potrebbe precipitare, fino a innescare l’uscita dell’Italia, la terza potenza economica d’Eurozona, dal blocco della moneta unica.
mercoledì 11 luglio 2018
Italexit, per BlackRock governo ambiguo, “banco di prova: legge di bilancio”
Fonte: W.S.I. 11 luglio 2018, di Mariangela Tessa
Continua a tenere banco tra gli esperti l’ipotesi di una disgregazione dell’eurozona e delle conseguenze che uno scenario del genere potrebbe determinare. A questo proposito, oggi, il fondo americano BlackRock ha messo in guardia i Paesi europei, Italia in testa, dai rischi connessi a un’uscita dall’euro.
Sulla tenuta della moneta unica “esistono dei rischi sicuramente”, ma i Paesi Ue devono essere “attenti ai danni auto-inflitti” perché “ci troviamo in un sistema fluido e oggi i diversi populismi europei tirano tutti in direzioni diverse”, ha spiegato Bruno Rovelli, chief investment strategist di BlackRock Italia durante un incontro con la stampa.
Parlando del caso Italia, Rovelli ha specificato che, dopo le elezioni politiche del 4 marzo,
Rovelli cita le differenze tra le rassicurazioni del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e altri esponenti della maggioranza sul fronte economico. Per questo, conclude, la prossima Legge di bilancio “costringerà tutti a uscire allo scoperto” e permetterà di capire “in modo più chiaro come il governo pensa di procedere”. Nell’attesa, “se si guarda ai puri fondamentali dell’Italia, gli spread sono più larghi di quanto sia giustificato”.
Continua a tenere banco tra gli esperti l’ipotesi di una disgregazione dell’eurozona e delle conseguenze che uno scenario del genere potrebbe determinare. A questo proposito, oggi, il fondo americano BlackRock ha messo in guardia i Paesi europei, Italia in testa, dai rischi connessi a un’uscita dall’euro.
Sulla tenuta della moneta unica “esistono dei rischi sicuramente”, ma i Paesi Ue devono essere “attenti ai danni auto-inflitti” perché “ci troviamo in un sistema fluido e oggi i diversi populismi europei tirano tutti in direzioni diverse”, ha spiegato Bruno Rovelli, chief investment strategist di BlackRock Italia durante un incontro con la stampa.
Parlando del caso Italia, Rovelli ha specificato che, dopo le elezioni politiche del 4 marzo,
“eravamo colpiti dalla mancata reazione del mercato, nonostante ci fossero scenari possibili che non sarebbero stati graditi” agli investitori. E qui il manager di BlackRock torna su quelli che definisce i “danni auto-inflitti”, citando la bozza del contratto di governo, che “conteneva cose che non potevano non risvegliare i mercati”.Nonostante poi sia stata smentita, “il solo fatto di averla pensata, vuol dire che da qualche” quelle ipotesi “esistevano”. A distanza di oltre un mese dall’avvio del governo Conte, “l’ambiguità di fondo e rimasta uguale” e “si fa fatica a trovare un punto di coesione”.
Rovelli cita le differenze tra le rassicurazioni del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e altri esponenti della maggioranza sul fronte economico. Per questo, conclude, la prossima Legge di bilancio “costringerà tutti a uscire allo scoperto” e permetterà di capire “in modo più chiaro come il governo pensa di procedere”. Nell’attesa, “se si guarda ai puri fondamentali dell’Italia, gli spread sono più larghi di quanto sia giustificato”.
martedì 5 giugno 2018
JP Morgan: Italia fuori dall’euro l’opzione migliore
Fonte: W. S. I. 5 giugno 2018, di Mariangela Tessa
L’uscita dell’Italia dalla zona euro sarebbe un bene. E non solo per Roma. È la conclusione alla quale giungono gli analisti di JP Morgan in un rapporto in cui viene affrontato il tema del “Quitaly” o “Italexit”, ovvero lo scenario finanziario di un’eventuale uscita dell’Italia dalla zona euro.
Gli strategist arrivano a tale conclusione dopo aver preso in considerazione i saldi Target2, che sono esplosi dal momento del lancio del QE della BCE a oggi.
È una domanda che è stata posta anche da alcuni eurodeputati del MoVimento 5 Stelle a Mario Draghi in tempi non sospetti. La risposta al quesito è di particolare importanza per l’Italia, spiega JP Morgan. Mentre le passività nette per gli investimenti internazionali della Spagna si sono attestate intorno ai mille miliardi di euro alla fine dello scorso anno, quasi il triplo delle passività Target2, da noi le passività nette sull’investimento internazionale sono state molto più ridotte (115 miliardi alla fine dello scorso anno) rispetto alle passività Target2 intra europee, che sono state pari a quasi il quadruplo: 426 miliardi di euro.
Non c’è troppo da rallegrarsi, tuttavia: l’andamento dei flussi dei pagamenti ha spinto mesi fa Marcello Minenna, economista responsabile di analisi quantitativa presso la Consob, a evidenziare come un allargamento progressivo dei saldi passivi del sistema Target 2, significhi anche che le imprese italiane continuano con maggiore convinzione a reinvestire all’estero piuttosto che nell’economia nazionale. Più che in una sfiducia nella tenuta dell’area euro, c’è una sfiducia nel sistema Italia.
Gli strategist arrivano a tale conclusione dopo aver preso in considerazione i saldi Target2, che sono esplosi dal momento del lancio del QE della BCE a oggi.
“Quando la Banca d’Italia, attraverso il programma di Quantitative Easing, acquista titoli da una banca tedesca o da una banca del Regno Unito con un conto in Germania – spiega JP Morgan – questo flusso provoca un aumento della Banca dei deficit Target2 in Italia e un aumento delle eccedenze della Bundesbank. Allo stesso modo, quando la Banca d’Italia acquista obbligazioni da un investitore nazionale ma questi utilizza il ricavato per acquistare un’attività all’estero, allora la Banca d’Italia si assume anche la responsabilità nei confronti dell’eurosistema. La liquidità creata da Banca d’Italia non rimane in Italia, ma si diffonde in Germania o in altre giurisdizioni”.Insomma, queste passività verso l’estero sono da onorare o no? In teoria come osserva la JP Morgan, è qui che sorge la polemica, perché se un paese – che dovesse dichiarare in partenza default delle sue passività esterne ridenominandole nella sua valuta – dovesse rinnegare la sua passività dei pagamenti Target2, avrebbe poco da perdere bruciando tutti i ponti con l’Europa quando rinuncia alla “valuta comune”.
È una domanda che è stata posta anche da alcuni eurodeputati del MoVimento 5 Stelle a Mario Draghi in tempi non sospetti. La risposta al quesito è di particolare importanza per l’Italia, spiega JP Morgan. Mentre le passività nette per gli investimenti internazionali della Spagna si sono attestate intorno ai mille miliardi di euro alla fine dello scorso anno, quasi il triplo delle passività Target2, da noi le passività nette sull’investimento internazionale sono state molto più ridotte (115 miliardi alla fine dello scorso anno) rispetto alle passività Target2 intra europee, che sono state pari a quasi il quadruplo: 426 miliardi di euro.
Ciò – spiega JPM – è dovuto al fatto che l’Italia ha accumulato negli anni più attività esterne all’Europa della Spagna e dovrebbe quindi essere complessivamente più capace di rimborsare le sue passività esterne.In altre parole, mentre le passività esterne lorde in generale sono simili in Italia e Spagna, dal punto di vista della responsabilità netta con l’Europa, un’uscita dall’euro del nostro paese sarebbe molto meno minacciosa per le nazioni creditrici rispetto all’uscita dell’euro in Spagna.
Non c’è troppo da rallegrarsi, tuttavia: l’andamento dei flussi dei pagamenti ha spinto mesi fa Marcello Minenna, economista responsabile di analisi quantitativa presso la Consob, a evidenziare come un allargamento progressivo dei saldi passivi del sistema Target 2, significhi anche che le imprese italiane continuano con maggiore convinzione a reinvestire all’estero piuttosto che nell’economia nazionale. Più che in una sfiducia nella tenuta dell’area euro, c’è una sfiducia nel sistema Italia.
domenica 3 giugno 2018
M5S e Lega votano per fondo di aiuti Ue per lasciare l’euro, BTp sotto pressione
Fonte: W. S. I. 1 giugno 2018, di Daniele Chicca
I rendimenti dei titoli di Stato sono tornati a salire dopo le notizie secondo cui i deputati europei dei due partiti alla guida del nascente governo Conte, Lega e MoVimento 5 Stelle, avrebbero votato in settimana a favore della raccolta di fondi Ue per sostenere economicamente i paesi ad abbandonare l’area euro.
I tassi dei BTp a due anni scambiano di 50 punti base sopra i livelli dell’avvio al momento. Reuters scrive che il voto si è svolto proprio nelle ore in cui M5S e Lega stavano ultimando gli ultimi dettagli per arrivare alla formazione della coalizione di governo atipica e anti sistema.
M5S e Lega hanno tentato di rassicurato il Quirinale (e i mercati) del fatto che nei loro programmi non è presente l’intenzione di lasciare l’Eurozona. Nonostante le intenzioni e volontà espresse da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il fatto che si siano impuntati sul nome di Paolo Savona all’Economia dopo il veto di Sergio Mattarella – prima di ripensarci – fa presumere che ci tengano a cambiare per lo meno le carte del tavolo dei negoziati con Bruxelles.
Il quotidiano Cyprus Mail riporta a sua volta che tutti e sei gli eurodeputati della Lega e 14 membri del M5S presenti nel parlamento Ue hanno votato mercoledì scorso a favore di un documento in cui si chiede “la creazione di programmi di aiuto finanziario agli Stati membri che hanno in mente di negoziare l’uscita dall’area euro“.
I rendimenti dei titoli di Stato sono tornati a salire dopo le notizie secondo cui i deputati europei dei due partiti alla guida del nascente governo Conte, Lega e MoVimento 5 Stelle, avrebbero votato in settimana a favore della raccolta di fondi Ue per sostenere economicamente i paesi ad abbandonare l’area euro.
I tassi dei BTp a due anni scambiano di 50 punti base sopra i livelli dell’avvio al momento. Reuters scrive che il voto si è svolto proprio nelle ore in cui M5S e Lega stavano ultimando gli ultimi dettagli per arrivare alla formazione della coalizione di governo atipica e anti sistema.
M5S e Lega hanno tentato di rassicurato il Quirinale (e i mercati) del fatto che nei loro programmi non è presente l’intenzione di lasciare l’Eurozona. Nonostante le intenzioni e volontà espresse da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il fatto che si siano impuntati sul nome di Paolo Savona all’Economia dopo il veto di Sergio Mattarella – prima di ripensarci – fa presumere che ci tengano a cambiare per lo meno le carte del tavolo dei negoziati con Bruxelles.
Il quotidiano Cyprus Mail riporta a sua volta che tutti e sei gli eurodeputati della Lega e 14 membri del M5S presenti nel parlamento Ue hanno votato mercoledì scorso a favore di un documento in cui si chiede “la creazione di programmi di aiuto finanziario agli Stati membri che hanno in mente di negoziare l’uscita dall’area euro“.
Nel dettaglio nel documento proposto da un gruppo di europarlamentari si chiede un “risarcimento per i danni sociali ed economici provocati dall’appartenenza all’area euro“. Il testo è un emendamento a una risoluzione del Parlamento europeo sul bilancio UE per il periodo 2021-2027 e alimenta i timori di “Italexit”.La proposta ha incontrato il voto favorevole di 90 deputati ma è stata respinta dalla maggioranza dei 750 euro parlamentari. La notizia non dovrebbe rappresentare una grossa sorpresa, dal momento che il programma del contratto di governo (vedi proposta dei mini-Bot) è decisamente anti establishment e vi è la presenza di più di un elemento che ha mostrato un certo euroscetticismo in passato (tra cui gli esponenti leghisti e il professore ed ex banchiere 81 enne Savona).
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