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domenica 1 maggio 2016

Che cos’è, semplicemente, il neoliberismo

29/04/2016 di triskel182
Neoliberismo
Ieri un’amica economista, per divertirsi, ha calcolato che, per guadagnare quello che Marchionne prende in un anno, un voucherista italiano dovrebbe lavorare 2.500 anni tutti i 365 giorni dell’anno. Un rapporto 1 a 2.500, pertanto, ipotizzando generosamente che anche Marchionne non riposi nemmeno un giorno.
Diceva Adriano Olivetti che «nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minimo». Il capitalismo italiano è insomma passato in mezzo secolo dalla teorizzazione di un rapporto 1 a 10 alla pratica di un rapporto 1 a 2.500.
Quella che vedete qui sopra è una delle tabelle più note del libro con cui Thomas Piketty, nel 2013, ha preso d’assalto tre decenni di egemonia culturale, politica e fattuale della destra economica. Mostra la quota di reddito in percentuale del 10 per cento più ricco nell’ultimo secolo e illustra in modo immediato quello che è successo in Europa e negli Stati Uniti.
Ci sono diverse cose, in questo grafico.
Ad esempio c’è la rappresentazione plastica della parola “neoliberismo”, su cui alcuni ironizzano come se fosse un’invenzione dietrologica, una proiezione da complottisti, invece qui si palesa in tutta la sua chiarezza: è, semplicemente, quella cosa che ha iniziato a far schizzare in su le due linee, dopo che i vari new deal, patti sociali, socialdemocrazie o altre forme di mediazione tra alto e basso le avevano fatte gradualmente scendere, per mezzo secolo abbondante. Ad esempio a quelli del Foglio, che si baloccano con la rubrichetta “Tutta colpa del neoliberismo”, bisognerebbe ogni volta sbattergli in faccia questa tabella: magari, con un disegnino, capiscono.
Curiosamente – e questa è un’altra cosa che emerge dal grafico qui sopra – il mezzo secolo in cui diminuiva il distacco tra più ricchi e più poveri ha coinciso con il periodo di maggior avanzamento complessivo delle società.
Forse non è un caso: una buona parte della letteratura economica, negli ultimi tempi, sta avanzando seriamente l’ipotesi che oltre un certo livello le disuguaglianze producano danni per tutti. Lo ha fatto Robert Reich, in un libro già citato in questo blog. Lo fanno ora anche Maurizio Franzini e Mario Pianta nel loro ultimo saggio, “Diseguaglianze“, da poco uscito per Laterza.
La loro analisi su questo punto – basata soprattutto su dati Fmi e Ocse (quindi non proprio fonti di estrema sinistra) – è prettamente di carattere economico, cioè relativa agli effetti sulla crescita di un Paese. Qualche anno fa, Richard Wilkinson e Kate Pickett – in un libro che andrebbe fatto studiare in tutte le scuole – mostrarono dati alla mano come una forbice sociale eccessiva genera anche più violenza, più ignoranza e maggiore disagio psichico. È di questi ultimi mesi invece l’evidenza che, oltre a tutto questo, l’eccesso di disparità sociali si ripercuote in crescenti espressioni politiche di tipo nazionalista e neofascista, dagli Stati Uniti all’Europa.
A proposito di Europa: oggi nel Vecchio continente, scrivono Franzini e Pianta, «il 20 per cento delle persone ha un patrimonio pari a zero (o debiti che superano i risparmi), mentre il secondo quintile possiede una ricchezza media di 29.400 euro, il terzo di 111.900 euro, il quarto di 235 mila euro: fino al quinto degli europei, che ha ricchezze per 780.700 euro, possedendo così il 68 per cento della ricchezza totale.
Il tutto in un quadro di capitalismo sempre più oligarchico, cioè riservato a pochi, e sempre più dinastico, cioè con un ascensore sociale quasi fermo.
Quest’ultimo è un problema di cui in Italia si parla poco. Anche a sinistra, devo dire. Ed è un po’ uno scandalo: tra l’altro, dopo la riforma Berlusconi appena ritoccata da Monti, siamo e restiamo uno dei paesi al mondo con le tasse di successione di basse. E, come si vede dalla tabella sotto, siamo secondi tra i Paesi sviluppati nella pessima classifica di trasmissione generazionale delle disuguaglianze (grafico tratto dal libro di Franzini e Pianta).
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Insomma “la famiglia conta”, come nel titolo di uno dei capitoli del saggio in questione. Conta per eredità, ma anche per istruzione (tasse universitarie comprese) e rete di relazioni. E questa realtà, oltre a essere un fattore chiave del capitalismo oligarchico, fa un po’ di chiarezza sulle tante balle che si sentono in giro relative alle “uguali opportunità” come forma che rende accettabili, se non giuste, le disuguaglianze.
Le posizioni di rendita invece sono il primo tratto caratterizzante dell’economia contemporanea e del capitalismo oligarchico.
Accanto al quale, s’intende, ci sono anche altri motori di diseguaglianza, spiegano Franzini e Pianta: ad esempio, la maggiore rilevanza nella produzione di redditi assunta dal capitale rispetto al lavoro, soprattutto per via finanziaria e per trasformazioni tecnologiche (tema su cui in questo blog ho rotto le scatole spesso); ma anche, terzo punto, l’individualizzazione delle condizioni economiche, cioè la fine delle classi organizzate, delle loro categorie, dei loro sindacati: con la riduzione del lavoratore a monade solitaria e disperata che ogni giorno mette insieme pezzettini di reddito molecolare.
Il quarto motore delle troppe disuguaglianze contemporanee individuato da Franzini e Pianta è l’arretramento della politica: che interviene sempre meno con politiche redistributive (e quanto ha contato, in questo, la sbornia trentennale contro i “lacci e laccioli”!) e taglia sempre di più i servizi universali o destinati ai ceti più poveri (salute, istruzione, etc), sempre con l’altro mantra liberista del “bisogna ridurre la spesa pubblica”.
Naturalmente poi, come sempre, anche quella della disuguaglianza e dell’uguaglianza è questione di misura, di punto in cui fissa l’asticella.
In genere, chi parla di diseguaglianze viene accusato di essere utopista, perché nessuna società realizza mai un’uguaglianza assoluta: il che è evidente, ma diventa quasi sempre un alibi per non fare alcun passo verso una riduzione della forbice sociale, anzi per andare nella direzione opposta.
Che è quella delle diseguaglianze crescenti. Delle società più arrabbiate, infelici, conflittuali, atomizzate, instabili. Dei Paesi in cui per rabbia confusa dilagano quindi i neofascismi, i nazionalismi, i razzismi, i Trump e Le Pen.
Del neoliberismo, insomma.
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it
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sempre a proposito di "ricordare" .... nel giorno della Festa del Lavoro; e per sapere quale mostro abbiamo davanti!!!

lunedì 19 agosto 2013

JPMorgan: sarà mica italiana?

E noi che pensavamo di essere i primi almeno in qualcosa.... invece no: business as usual e che ti fa JP Morgan? Per entrare in Cina assume figli di mandarini e dirigenti locali delle industrie: tanto per gradire... siamo proprio nei guai: l'unica cosa di cui andare fieri, il nepotismo, misto a familismo e clientelismo, ce la scippano gli altri, nemmeno quello in cui si eccelleva riusciamo a mantenere.
Al di là dell'ironia; JP morgan, e le consorelle, dopo essersi cosparsa il capo di cenere (causa mutui subprime che diedero il via alla crisi di cui oggi non si vedono gli esiti finali) dimostra che la lezione non l'ha imparata, anzi appena si perde la memoria del "problema" precedente subito ne combina un altra a riprova sia del senso di impunità di cui gode sia delf atto che quello che conta non è aprire mercati ma fare soldi.... possibilmente a spese altrui. La Sec l'ha indagata in merito ma il peso specifico, e gli appoggi anche all'interno dell'organo di controllo americano (e non solo), che la contraddistingue le permettono di: pagare le eventuali multe; dare in pasto alla pubblica opinione il capro espiatorio; ritornare a far profitti come prima e più di prima come se nulla fosse accaduto.....
dire che il sistema è marcio è scoprire l'acqua calda così come dire che andrebbe cambiato con le buone o con le cattive è tautologicamente ovvio: il problema è se si vuol farlo perchè una cosa del genere non si fa in un giorno e nemmeno in un mese e lascerebbe "feriti" sul campo ovunque e non siamo ancora così messi male da volerlo fare davvero...... intanto aggiungiamo un altro argomento di dolenza dell'ennesima perdita di "credibilità" internazionale: se è vero che siamo noi ad avere inventato modi fantasiosi per evadere tasse e tutto il resto è anche vero che il male antico italiano sembrava una nostra esclusiva e invece, ma non è cosa nuova dato che dalle università ai vari lavori di un certo livello qui come negli usa o altrove la raccomandazione è d'uopo, scopriamo il contrario ossia che arriviamo buoni ultimi fra gli ultimi!

martedì 14 febbraio 2012

... e ora ditemi ancora che è la nipote!!!!

Forse ricorderete: il parlamento italiano sollevò conflitto di attribuzione contro il tribunale di milano asserendo che "credeva" che ruby ..... fosse parente di Mubarak. Oggi la Corte Costituzionale ha rimesso tutto in carrggiata dando torto al Parlamento e consentendo al processo di poter continuare. I macigni sulla strada saranno ancora molti ma almeno questo é stato tolto e ora si può continuare a cercare la verità processuale: non sono animato da giustiizialismo però mi son sempre chiesto se fosse stato un comune cittadino ad essere imputato dei reati il trattamento sarebbe stato differente; il parlamento gli credeva o no? Il punto erano le funzioni: avendo avuto torto è un privato cittadino non nell'esercizio delle sue funzioni e quindi tutto quello che é avvenuto dopo é solo "uso improprio per interessi privati" di funzioni pubbliche..... e un intera maggioranza parlamentare gli va appresso, perché? Il colore dei soldi? Probabile, ma di mezzo c'è anche l'idea che mr. b incarna ossia "io sono io e voi non siete un c..." perché ho soldi, potere e anche un idea: quella di piegaer un intero paese a se stesso, anzi di trovare comuni cittadini che, per proprio interesse o per pura creduloneria indotta, sono disposti a bersi tutto e a battersi per lui. Quale situazione migliore? Il problema é che il nostro non sa governare: all'estero la nostra autorevolezza e prestigio é andata sotto zero; qui la sensazione di "libertà" infinita ha finito di rompere la solidarietà sociale (a onor del vero fu la cosiddetta sinistra a cominciare a romperlo) c'ha reso egoisti e ciechi perché siamo corsi contro un muro di nostra sponte..... ora non stiamo meglio perché di questa destra al potere é arrivata la parte "politica", quella liberale sul serio, e si vede.... almeno non ci ridono dietro, però.

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