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giovedì 25 luglio 2019

Un personale addio

Ho visto cose che voi umani.... questa frase ha fatto epoca, è diventata un motto culturale segnando, insieme al film nel quale viene pronunciata, Blade Runner, un epoca e segnando il destino non solo degli spettatori ma puer della cinematografia, almeno quella di quailtà.... Rutger Hauer se n'è andato così, semplicemente. Un signor attore, di quelli che hanno una propria personalità e un proprio carattere non solo sul set... lui era impegnato socialmente e non me ne meraviglio visto la sua storia e le sue scelte artistiche!!!

lunedì 11 marzo 2019

I PRIMI DATI Reddito di cittadinanza: Lombardia e Piemonte tra le prime cinque regioni che ne hanno fatto richiesta

Fonte: Identità Insorgenti (ma pure sulla versione cartacea del Fatto Quotidiano di oggi e su altri media anche online)
Dopo tanto parlare di Reddito di Cittadinanza i media mainstream si aspettavano lunghe code agli sportelli del Sud per consegnare la documentazione: ma alle Poste e nei Caf, dove i dipendenti erano pronti a giornate più intensa delle altre, sono state ore abbastanza tranquille, a dispetto di chi diceva che ci sarebbe stato l’assalto alla diligenza da parte dei cittadini meridionali.
Invece sorpresa delle sorprese: tra le prime cinque regioni che stanno chiedendo il reddito di cittadinanza, la prima è la Lombardia. E solo due sono le regioni del sud in classifica. La Campania, seconda (che però se la gioca al fotofinish con la regione del Nord, in costante testa a testa). E la Sicilia, quarta. Terza regione è il Lazio, quinta il Piemonte.
Nella due giorni grillina a Milano, il vicepremier Luigi Di Maio ha sottolineato il primato della Lombardia. “Proprio la Lombardia, in queste ore, è  la prima regione per numero di richieste di reddito di cittadinanza. Ci tengo a evidenziarlo per dire che a tutti puà capitare di avere delle difficoltà ed è quando ci sono le difficoltà inattese che capisci se hai uno Stato dalla tua parte o non ce l’hai”. Il dato che vede la Lombardia guidare la classifica, che anche Matteo Salvini ha sottolineato con “orgoglio”, sembra però dimostrare due cose: che l””assistenzialismo”, come molti hanno definito la misura del governo per il riequilibrio sociale, sembra piacere molto anche al Nord. E che evidentemente nella povertà siamo tutti fratelli d’Italia…
I dati dei primi cinque giorni
Questo il primo bilancio, che riguarda solo Poste Italiane e non i caf. Dopo cinque giorni sono oltre 122 mila le domande pervenute a Poste italiane nei primi tre giorni di avvio del reddito di cittadinanza. Di queste 95.994 sono state presentate presso gli uffici postali e 18.292 online. A comunicarlo ufficialmente è sempre una nota del ministero del Lavoro. Le prime cinque regioni per numero di richieste, al momento, sono Lombardia, Campania, Lazio, Sicilia e Piemonte.

martedì 5 febbraio 2019

Euro, come bypassarlo affiancandogli un’altra moneta

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 5 Febbraio 2019
Niente lotta alla finanza internazionale, siamo seri, sarebbe pura follia. Difficilissimo ricontrattare le condizioni di appartenenza all’eurozona. La Bce (Banca centrale europea) è una “società privata”, in mano a capitali privati, che conducono i loro business con l’ottica del profitto, figuriamoci. Ma possiamo immaginare scenari nuovi, possiamo immaginare di affiancare a essa una circolazione monetaria supplementare, di borgo, localistica, glocal.
Bene, non sarebbe affatto la prima volta. Nella prima applicazione si è trattato di una decisione politica, nella seconda si è trattato di un fenomeno privato spontaneo, ma vasto e certamente risolutivo.
1. Subito dopo la guerra le “Am-lire“: ne furono stampate circa un milione di pezzi, per un valore di circa 167 miliardi di lire di allora, al cambio di 100 Am-lire per un dollaro. Questa operazione finì nel 1945 e contribuì allo scatenamento dell’inflazione, da cui (anche) derivò pochi anni più tardi una importante competitività dei prodotti italiani, insieme al bassissimo costo del lavoro.
2. Più tardi, 1975-1978, i “miniassegni“: furono un particolare tipo di denaro cartaceo che circolò in sostituzione degli spiccioli che in quel periodo scarseggiavano e che fino ad allora erano stati sostituiti da caramelle, francobolli, gettoni telefonici e in alcune città anche biglietti di trasporto pubblico. I primi miniassegni fecero la loro comparsa nel dicembre del 1975 (il 10 dicembre 1975 da parte dell’Istituto bancario San Paolo e aveva il valore di 100 lire) e successivamente vennero emessi da molte banche; avevano il valore nominale di 50, 100, 150, 200, 250, 300 e 350 lire. Furono chiamati così perché erano assegni circolari ma più piccoli di quelli normali.
L’escamotage con cui le banche aggirarono il divieto di emettere moneta (prerogativa esclusiva delle banche centrali) fu quello di emettere dei veri e propri assegni circolari di piccolo taglio intestati a enti e società; in teoria gli stessi sarebbero dovuti circolare con le varie girate dei soggetti che ne entravano in possesso, ma in pratica venivano scambiati di mano in mano come se fosse vera e propria moneta corrente. Anche alcuni grandi magazzini emisero dei miniassegni sotto forma di “buono merce” e circolarono persino dei miniassegni falsi. Ne circolarono 835 tipi diversi, emessi da 33 banche, per un ammontare stimato in oltre 200 miliardi di lire: fu un affare colossale per le banche dato che moltissimi di questi pezzetti di carta andarono distrutti, anche a causa della pessima qualità della carta o finirono in mano ai collezionisti o ancora dimenticati in qualche cassetto.
I miniassegni sparirono sul finire del 1978 quando l’Istituto poligrafico e Zecca dello Stato fu finalmente in grado di sopperire alla mancanza di spiccioli provocata dall’inflazione che in quel periodo era elevatissima. Per una vera politica del ‘collaterale’ occorre rispettare due condizioni:
1. Lo Stato italiano, patti eurozona, non può emettere moneta: non ha sovranità monetaria.
2. Ogni e qualsiasi moneta collaterale non può essere riconosciuta al di fuori del confine. La nascita delle due società di compensazione è comunque un fatto privato, i rischi derivanti sono sempre privati.
In Europa da tempo esiste una sorta di “territorio di macchie di leopardo” nel quale queste monete vengono usate. Il problema, fosse soltanto per questi casi sporadici, già si pone come vasto e riconosciuto da molti angoli dell’Europa unita. Ma non è e non può essere la soluzione. Occorre una ipotesi organica, politica, programmata di lancio di una moneta collaterale lasciando lo Stato italiano garante dei patti con l’Eurozona. I centri potenziali possono essere enti pubblici e/o privati, una cosa è essenziale: che questo progetto discenda da una decisione organica, non affidata alla buona volontà di pochi. Un vero e proprio ‘progetto politico’ alla luce del sole.
L’euro, sia nella circolazione interna che nei rapporti monetari esterni continua a operare. Per pagare rate e interessi alla Finanza internazionale ci vogliono sempre euro, ma il fabbisogno di euro subisce variazioni in riduzione. Con il “collateral” è possibile operare sui piani diversi: è possibile imporlo per pagamenti (magari parziali) di stipendi di enti pubblici e/o privati; è possibile imporlo per pagamenti di merci italiane (es. nei supermercati); gli stipendi e/o paghe possono essere compositi (parte in euro e parte in collateral). Una moneta “collateral” nel circuito interno non comporta un aumento dell’inflazione: essa è governata dall’andamento dell’euro, che prosegue la sua strada indipendente. Può essere addirittura patrocinato dallo Stato italiano, che però non deve entrare nell’operatività. Un vero legalissimo e potente effetto glocal.
Zonaeuro | 5 Febbraio 2019

mercoledì 31 gennaio 2018

Cuneo, gli industriali esortano i giovani a non studiare

Fonte: Il Fatto Quotidiano Società | 31 gennaio 2018  Filosofo
Cuneo, gli industriali ai giovani: «Se volete lavorare non studiate troppo». Parole chiare, dirette, senza troppe perifrasi. Parole nelle quali si condensa, in fondo, l’eterno problema del rapporto tra potere e sapere. Il messaggio è forte e chiaro: se siete colti, formati e pensanti siete un problema, cari giovani. È proprio così. Nulla è più fastidioso e insopportabile, per chi comanda, di un sottoposto che sappia pensare con la sua testa e, dunque, valutare da sé, con occhio vigile e mente libera, senza accettare in silenzio e con irriflessa passività il comando ricevuto. Lo sappiamo, nihil novi.
Da sempre il potere odia il sapere: mira a contenerlo, a limitarlo, ad amministrarlo, di modo che esso possa essergli funzionale e, comunque, mai si attivi per metterne in discussione l’assetto. Il potere odia il sapere e, in ogni caso, preferisce l’ignoranza. Che è troppo spesso sinonimo di passività e disponibilità a obbedire cadavericamente, senza battere ciglio. Ora tutti si fingono increduli per la frase, certo un po’ brusca, ma se non altro schietta e diretta, degli industriali di Cuneo. E magari a fingersi increduli sono gli stessi che da anni, a colpi di “buona scuola” et similia, hanno attivamente operato per condurci nel baratro della società analfabetizzata e a ignoranza sempre più diffusa. Dove quel che conta – vi dice qualcosa la “alternanza scuola-lavoro”? – non è lo studio, ma il lavoro immediato e quelli che il sommo poeta chiamava “i sùbiti guadagni”.
Insomma, giovani. Sappiatelo: se studiate, siete pericolosi per il potere. E dunque, a maggior ragione: studiate con zelo e vera passione, non v’è nulla di più rivoluzionario!
Società | 31 gennaio 2018

lunedì 3 aprile 2017

Dalla Coca Cola ai biberon – cosa mettiamo in bocca – Report del 03/04/2017 – Anticipazioni

La santa trinità: zucchero, grasso e sale
Le industrie alimentari sanno come stimolare il nostro gusto, il punto G del gusto: con zucchero grasso e sale. Le industrie, grazie a questa santa trinità ci guadagnano, noi consumatori ci perdiamo però.
IL perché lo racconterà questa sera Sabrina Giannini nella sua rubrica sull’alimentazione “Indovina chi viene a cena”.

Cosa c’è dietro il successo della Coca Cola?
Continuiamo a parlare di zuccheri: durante i mesi di Expo, i visitatori della fiera mondiale (che doveva essere volano del PIL, dell’occupazione..) venivano accolti anche dagli stand di Coca Cola, McDonald’s ..
Ai bambini che venivano in visita veniva offerto un menù da queste multinazionali, nonostante uno dei temi della fiera riguardasse la sana alimentazione.
Sana alimentazione che dovrebbe limitare l’uso di grassi e di zuccheri raffinati.
Come gli zuccheri contenuti nella bevanda più famosa del mondo, la Coca Cola: negli spot si vede un’allegra famiglia che pasteggia con una bella bottigliona di Coca sulla tavola.
Per mettersi bene in mostra negli spazi espositivi di Expo, Coca Cola Ms Donald (e Ferrero) hanno sborsato una cifra stimata in 20 ml di euro.
Una grande operazione di marketing che ha generato pure qualche confusione: a poche decine di metri dal Mac, si trovata lo spazio di Carlo Petrini di Slow Food.
Tutto a posto? Tutto corretto? Zucchero si o zucchero no?
Come ha fatto Coca Cola a conquistarsi questi spazi, non solo in Expo, ma anche nel mondo, essendo una delle bevande più vendute al mondo?
Quali i segreti del successo commerciale e quali i segreti dentro gli stabilimenti della Coca Cola anche in Italia?
Claudia Di Pasquale è autrice del servizio che ha cercato di fare luce su questi segreti, girando per il mondo, da Atlanta a Marcianise, a Caserta.
La scheda del servizio: DIO COCA COLA DI Claudia Di Pasquale
La Coca Cola è la più venduta al mondo: circa due miliardi di bottiglie al giorno, cinquecento marchi distribuiti in duecento Paesi. Per capire come è diventata la numero uno abbiamo fatto un viaggio negli Stati Uniti, nella sede storica di Atlanta, dove c’è la cassaforte che conserva la sua formula magica, il primo segreto del suo successo.L’inviata di Report ha viaggiato tra Canada, Messico, Colombia, Mauritania e poi negli stabilimenti italiani di Nogara (VR), Oricola (AQ), Marcianise (CE) e nella Sibeg di Catania.

L’uso delle concessioni delle falde, il braccio di ferro con le autorità sanitarie che tentano di limitare i danni dello zucchero introducendo la tassa sulle bevande gasate e zuccherate, i finanziamenti e le sponsorizzazioni, le spy stories: sotto la lente di Report sono passate tutte quelle strategie che hanno consentito alla Coca Cola di mantenere il primato per centotrenta lunghi anni. Report ha poi fatto analizzare il contenuto della Coca Cola, e di alcuni degli altri duecento prodotti di punta dell’azienda di Atlanta. I risultati nell’inchiesta.
Cosa c’è dentro i biberon?
In un precedente servizio di Claudia Di Pasquale, Report si era occupata dei rischi nei prodotti di plastica, che assimiliamo nell’uso quotidiano entrandone in contatto.
La tenda per le docce, il packaging delle cialde del caffè, la plastica con cui si confezionano insaccati, formaggi, lo yougurt, gli imballaggi dei surgelati, fino alle bottiglie di plastica.
L’inchiesta odierna di Emanuele Bellano si occuperà in particolare dei biberon, quelli trattati con Ossido di Etilene, giudicati cancerogeni dall’OMS: non dovrebbero più essere usati negli ospedali ma, siccome siamo in Italia, alle ASL non è arrivata comunicazione..
La scheda del servizio: BIBERON A TUTTO GAS DI Emanuele Bellano
Cinquecentomila neonati italiani ogni anno succhiano, direttamente dai biberon dell’ospedale, residui di ossido di etilene, un gas cancerogeno secondo l’Oms. Oltre un anno fa, la direzione prevenzione sanitaria del ministero della Salute aveva raccomandato di non utilizzarli se non in casi particolari, ma alle Asl italiane non è stato comunicato e nel frattempo gli appalti sono andati avanti. Sette milioni di biberon e tettarelle trattati con l’ossido di etilene continuano ad essere utilizzati negli ospedali italiani, anche se in Europa già dal 2007 è vietato sterilizzare con questo gas i contenitori ad uso alimentare. Com’è possibile?
Infine, per la serie, onore al merito: PRESENZE INGIUSTIFICATE DI Antonella Cignarale
Ai professori universitari la legge Gelmini aveva bloccato gli scatti di stipendio per cinque anni. Allora per compensarli è stato stanziato un incentivo una tantum di 108 milioni che ogni ateneo distribuisce ai più meritevoli con le proprie regole. A Perugia per esempio l’incentivo va da ottocento a cinquemila euro. ma capita che i soldi se li intasca anche il luminare che non si fa mai vedere in facoltà, mentre i docenti che si impegnano restano esclusi.
Da unoenessuno.blogspot.it
 
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venerdì 31 marzo 2017

Pasqua: riti e mercato

Pasqua s'avvicina e riprende fiato l'annosa polemica sugli agnelli e sul loro consumo. Dal punto di vista puramente storico-mitologico (e per mitologico intendo anche religioso) l'agnello sacrificale è un puro simbolismo figlio di credenze antiche (Wikipedia). Essendoci evoluti, o almeno così ci piace pensare di esserlo, dovremmo aver superato lo stadio del 'sacrificio rituale' ma evidentemente non è affatto così!!!
Infatti pur se il consumo è sensibilmente diminuito si continuano a uccidere e consumare troppi agnelli.... evidentemente non è solo, quindi, un problema ritualistico ma c'entra qualcos'altro: la lobby industriale della carne e i profitti attesi da un evento, foss'anche religioso, da cui trarne; cis arebeb da sperare che qualcuno faccia qualcosa ma in un paese in regressione culturale, non solo economica, è già tanto che se ne parli senz'ideologismi ed estremismi: creddetemi è dura perchè sembra che per ogni cosa ci sia un estremizzazione, quasi che fosse nel nostro DNA: eppure non siamo un popolo bellicoso, anzi perchè dalla caduta dell'impero romano a oggi non abbiamo più nemmeno brillato come alleati leali visto che se s'iniziava una campagna militare essa non ci vedeva mai finirla dalla stessa parte dalla quale l'avevamo iniziata... quindi come mai si estremizzava (la cosa non vale solo per politica, economia, tradizioni ecc. ma pure per cose molto più futili come il calcio)? Semplice perchè son tutte cose che ci permettono di parlarne, anche in maniera accesa e insultando, senza che ci siano rischi diretti per il nostro modo di vita e per noi stessi.. in pratica son tutte cose che ci permettono di restare seduti in paciolle, virtuali o meno non conta, da cui pontificare: anche il sottoscritto ne sta parlando da casa sua davanti a un pc e non davanti a persone con cui confrontarsi.. cosa già fatta senz'averne tratto alcun beneficio e senz'aver spostato minimante le proprie convizioni e quelle altrui per una semplice ragione: il pregiudizio di cui siamo pieni. E' l'ultima cosa che ci è rimasta e di cui siamo rimasti (investire oggi) prigionieri. C'hanno levato tutto c'è rimasta la cosa peggiore e ce la teniamo stretta, purtroppo...

martedì 14 febbraio 2017

Il Pianeta miniera (SILVIA BENCIVELLI)

“Ecco quanto pesa ciò che abbiamo preso alla Terra”Dal 1900 al 2010 estratti (o raccolti) 3 milioni di miliardi di chilogrammi Alessio Miatto, coautore dello studio, avverte: “Ma due terzi sono andati perduti”.
ROMA – Sono tonnellate di benessere, da mettere sulla bilancia per quantificare chi sta consumando più risorse, come le sta accumulando e a spese di chi: tonnellate vere, di cemento e acciaio, con cui costruiamo le nostre città e quello che ci sta dentro.
A condurre la prima operazione di pesa ecologica degli abitanti della Terra, nero su bianco sull’ultimo numero della rivista
Pnas, è stato un gruppo di ricercatori austriaci, australiani e giapponesi.

Il loro risultato mostra come il peso complessivo delle risorse prelevate dalla Terra tra il 1900 e il 2010 abbia raggiunto l’ammontare paperonesco di 2956 Petagrammi, vale a dire quasi 3 milioni di miliardi di chilogrammi. Di questa montagna di materie prime raccolte o estratte dal Pianeta (si va delle fibre vegetali all’acciaio) quelle in uso nel 2010 (sotto forma di abiti, strade, palazzi) erano solo il 27%: 792 Petagrammi (792 milioni di milioni di chilogrammi). Tutto il resto è andato distrutto, buttato al macero, abbattuto.
La ricerca mostra anche che, distinguendo Paese per Paese, la bilancia pende prepotentemente verso le nazioni ricche. Il trend è più o meno stabile con l’eccezione della Cina, che negli ultimi decenni ha cominciato a mettere su peso, cioè a costruire a gran ritmo, accumulando materiali che sono diventati città, strade, edifici, e nuovo benessere.
Tra i ricercatori di affiliazione giapponese c’è anche Alessio Miatto. Che, si intuisce dal cognome, in realtà è veneto e a Nagoya ci è andato dopo aver vinto una borsa di studio del governo con cui sta seguendo il dottorato in ingegneria ambientale. Laureato all’Università di Padova, il ricercatore 31enne in Giappone ha trovato il luogo ideale per un campo di studi del tutto nuovo. «La disciplina alla base di queste ricerche si chiama Material flow analysis – spiega – ed è nata negli anni Novanta per studiare i flussi di merci da e verso un Paese ». Oggi, con i flussi di merci si può fare di più: una valutazione ecologica. «L’idea cioè è di non guardare solo che cosa entra e che cosa esce, ma di studiare quello che resta, e che tecnicamente si chiama stock ».
Lo stock è come la Roba della novella di Giovanni Verga: è quello che si ha. E il suo peso è indice di ricchezza: «Alla fine ti interessa sapere quanto si accumula, nei magazzini ma anche sotto forma di edifici, strade, macchine», prosegue Miatto. Ma perché misurarlo in peso? «Perché se ne calcoli il valore economico può essere difficile fare paragoni: il valore del denaro cambia nel tempo, e in paesi diversi il costo della vita è diverso ».
La voracità occidentale era cosa nota, ma dallo studio emergono due novità. «La prima» spiega il giovane ricercatore italiano «è che se tutti volessero il nostro benessere dovremmo decuplicare l’estrazione di materiali, e questo non è sostenibile in termini di emissione di CO2». La seconda è che uno stock non è per sempre: «Gran parte degli stock di oggi in una trentina di anni sarà demolito, soprattutto in Usa e in Asia». E demolizione significa ancora CO2, e il materiale che perde di valore. «Un buon equilibrio sarebbe assestarsi tutti al livello nostro degli anni ‘70, trovando il modo di allungare la vita media degli edifici», chiosa Miatto.
Insomma andrebbe coinvolta la politica. «In effetti, il mio professore, Hiroki Tanikawa, va quasi ogni settimana a Tokyo al ministero a discuterne». E forse non sorprende che succeda proprio lì, e per ora soltanto lì. «Il Giappone è piccolo, densamente popolato e dipende moltissimo dalle importazioni.
Articolo intero su La Repubblica del 10/02/2017.

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Non è solo quel che si disperde nell'ambiente... ma pure quel che prediamo, o consentiamo di farlo, dalle sue viscere.

domenica 22 gennaio 2017

Sovranità

In cosa consiste questa sovranità, l’ho capito poco.
Forse nello stamparsi la moneta, nel difendere i confini, ognuno a casa sua e stiamo bene tutti.
Eppure il terrorismo c’era anche ai tempi della lira e il blocco dei confini non fermerà l’esodo (biblico) dai paesi in guerra o alle prese con carestie.
Oppure vuol dire difendere le aziende nazionali, come Mediaset (dai francesi di Vivendì) e FCA (dalle accuse dei tedeschi).
Ma Mediaset è un’azienda privata, e poi come mai Mediaset ci preoccupa mentre eravamo pronti a far entrare un fondo del Qatar in MPS?
E che dire di FCA che ha sede fiscale in Gran Bretagna.
Ci preoccupano i francesi che scalano Berlusconi (e che potrebbero mettere fine al duopolio televisivo) e non gli arabi in Alitalia?
Mah.
Certo, sovranità non significa prendersi cura degli italiani.
Prima gli italiani, dicevano i fascisti alla loro manifestazione di Milano.
A quelli di Amatrice, a cui avevamo promesso i container per Natale?
Di chi è la colpa se in centro Italia ? Dei migranti riempiti di soldi dai politicibuonisti?
Da unoenessuno.blogspot.it
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personalmente penso che la sovranità non sia il vero problema ma l'autonomia cui abbiamo rinunciato a fronte di altri Stati che invece se la tengono stretta.... governando l'Unione.

giovedì 15 dicembre 2016

Cercasi schiavo....

Boni, state boni.. non sono ammattito e non amo il bondage!!! No è solo una notizia che ho trovato su vari edizioni di giornali nazionali online. Il bello è che molti hanno risposto: alcuni per curiosità, ma altri.... bè fatevi un idea dei tempi in cui viviamo.
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Tiscali notizie Redazione
“Cerco schiavo”, questo l’incredibile messaggio apparso su un volantino attaccato nelle bacheche dell’Università di Torino. L’aspirante padrone  di  ragazzi disposti a svolgere un lavoro precario  - come riporta la Stampa  - ha arricchito la sua offerta di altri particolari: “Cerco disponibilità di 12 ore al giorno, nessuna giornata libera, retribuzione offerta per arrivare giusto a fine mese - e le vacanze? - Ovviamente non se ne parla nemmeno”.
A mettere l’annuncio uno studenteSono stati in tanti gli studenti che forse spinti dalla curiosità hanno deciso di contattare l’offerente: è venuto fuori  così che  dietro l’avviso appeso  tra le richieste di coinquilini per l’affitto di alloggi c’era Ludovico Gabrielli, 22 anni, studente del Politecnico. Uno ragazzo che ha deciso di cercare collaboratori per la sua attività “sfruttando  gli stereotipi e i problemi reali del mercato del lavoro”.
Una  provocazione  Insomma l’annuncio voleva essere una provocazione, Ludovico voleva mettere l’accento sulla  crisi del mercato del lavoro che colpisce principalmente i giovani: “L’idea mi è venuta sentendo i miei amici che si lamentavano di lavoretti pagati 3 euro all’ora, precari e senza garanzie e mi ha spinto a tentare un approccio più divertente per cercare collaboratori - spiega il giovane alla Stampa -. Io collaboro con un’azienda che si occupa di benessere e mantenimento del peso forma penso che la mia offerta sia migliore delle altre ma con i soliti annunci piatti non riuscivo ad attirare l’attenzione degli studenti”.
La crisi porta a rispondere agli annunci più straniE in effetti di annunci Ludovico ne aveva già appesi tanti ma senza molto successo. Da quando ha iniziato a cercare  “schiavi” le risposte ai suoi annunci sono aumentate. ”Certo, in molti chiamano perché  incuriositi da un messaggio o così strano ma qualcuno, invece, vuole subito informazioni sul  lavoro”.  Insomma la  trovata del 22enne  ha  dimostrato  che  la crisi economica porta le persone a rispondere anche agli annunci più strani pur di trovare un lavoretto che consenta di sbarcare il lunario. “Questo  non è un gran bel periodo per noi giovani. Io con il mio annuncio ho deciso di scherzare perché alla fine dei conti offro un lavoro migliore di molti altri”, ha concluso Ludovico .
pareri, proposte, provocazioni? Fatemi sapere.....

giovedì 3 novembre 2016

Andarci piano con le narrazioni

«Choose hope», ha ripetuto cinque volte Obama ieri nell’Ohio, stato in bilico e forse decisivo, dove oggi è favorito Trump.
Hope, speranza, è stata del resto la parola chiave della sua prima elezione, otto anni fa. E di speranza era diffusa in effetti tanta parte d’America, in quei giorni, da Harlem ai sobborghi di Los Angeles.
Oggi Obama prova a rinverdirla e la enfatizza contrapponendola a fear, paura, con cui identifica Donald Trump: paura degli immigrati, paura degli islamici, paura della Cina, paura in generale da tutto quello che sta fuori dal proprio sicuro cortile, con la bandiera americana che sventola al balconcino. «Speranza e paura sono entrambe sulla scheda elettorale», dice il presidente uscente. Intendendo rispettivamente Hillary e Trump.
È una chiave interpretativa, una narrazione politica. Personalmente, spero che prevalga. Eppure sarebbe cieco non vedere che, rispetto a otto ani fa, è molto indebolita.
E non solo perché la fredda e pragmatica Hillary tutto ispira tranne grandisperanze di cambiamento: magari evoca efficienza, solidità, know how, equilibrio, esperienza, perfino saggezza. Ma certo non fa immaginare un futuro radicalmente migliore dello status quo.
Ma non è solo per questo, ripeto, che la narrazione di Obama (hope versus fear) rischia di zoppicare.
È anche perché Donald Trump incamera, accanto alla paura di tutto ciò che si è detto, anche un altro sentimento perfino più devastante: che è la rabbia. Rabbia verso un mondo sempre più complicato, liquido, imprevedibile, ingovernabile, indecifrabile; verso poteri sempre più impalpabili, lontani, astratti eppure decisivi nell’impattare sulla nostra esistenza; rabbia verso il rovesciamento di una dinamica che da quasi un secolo l’Occidente credeva eterna, cioè il miglioramento delle proprie condizioni di vita, generazione dopo generazione, emancipazione dopo emancipazione.
Negli Stati Uniti, otto anni di presidenza Obama sono stati buoni o ottimi per tanti motivi: la riforma sanitaria, la gestione dalla crisi del 2008-2009, la spinta verso la green economy, il disimpegno dalle folli guerre di Bush, il ritorno al multilateralismo nei rapporti internazionali, la battaglia culturale contro le armi diffuse e altro ancora. Eppure (cito Mark Lilla) «l’America oggi è molto più divisa, con un gap sempre più grande tra i super ricchi e una classe media impoverita». E (anche) di qui la rabbia.
Ma c’è un elemento in più, in tutto questo. E cioè che la rabbia, spesso, è anche il risultato di una speranza delusa. Di un’aspettativa disattesa. Tanto maggiore era la speranza, quanto più facile è che questa si trasformi in rabbia. Nessuno dotato di buon senso può pensare che Donald Trump possa essere un bravo presidente. Ma la rabbia a volte se lo mangia, il buon senso.
E qualcosa di simile, se guardate bene, sta succedendo anche in Europa. In Francia, ad esempio: basta guardare com’è finito François Hollande, che tante speranze aveva suscitato all’inizio del suo mandato. Ma anche Alexis Tsipras in Grecia, diciamolo.
E in Italia?
Anche da noi il grande cambio generazionale, stilistico e cognitivo successivo alle primarie del Pd e alla caduta prima di Berlusconi poi del governo Letta aveva creato attese quasi messianiche. Che sono emerse in modo trasparente nel 40 e passa per cento raccolto dall’homo novus tre mesi dopo essere diventato premier. Oggi, si sa, le cose stanno molto diversamente. La diffidenza e la rabbia prevalgono.
Il paradosso del politico è che – proprio nell’era delle narrazioni – deve andarci molto piano con le narrazioni. Perché poi queste rischiano di rovesciarsi nel loro opposto. E di rivoltarsi contro chi le ha narrate – o contro la sua parte.
Oggi vale per Obama, Hollande, Tsipras, Renzi. Domani varrà per i loro successori. A cui si può solo consigliare una radicalità d’azione inversamente proporzionale alla illusorietà narrativa.
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it
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non potrei essere più d'accordo con l'Autore del post!!!!! Peccato che la narrazione di Obama venga da uno che aveva promesso di:
  1. chiudere guantanamo;
  2. portare la sanità ai poveri (senza regali per le assicurazioni);
  3. ridare speranze di futuro ai giovani americani (non mantenute);
  4. ricostruire il paese dopo i furti fatti dai CEO delle varie agenzie a spese dei cittadini;
ecc. ecc. addirittura aveva avuto il Premio Nobel, ma in realtà non si è allontanato per nulla dai suoi esimi predecessori e non c'è motivo di pensare che se vincesse la Clinton si cambi registro, anzi... c'è da scommettere sull'aggressività degli USA nei confronti del blocco russo-cinese e l'accentuazione della presa sul vecchio mondo da usare come una clava e come teatro di un eventuale guerra contro l'est (proprio come aveva predetto Orwell c'è da scommettere sull'uso interno di una siffatta guerra); come c'è da scommettere che non uno ma entrambi gli occhi saranno chiusi sul finanziamento dei paesi arabi moderati/amici (e finanziatori della campagna elettorale della stessa Clinton) ai terroristi islamici; aumenterà anche la pressione sull'Iran per isolarlo ulteriormente e provocarlo.... soprattutto se cade Assad.
Ripeto: c'è da augurarsi che sia Trump a vincere non foss'altro perchè isolerà il suo paese o almeno ne ridurrà la presenza ingombrante sui vari scenari del pianeta....

venerdì 14 ottobre 2016

Scandalo: il Nobel a Bob dylan

Scandalo, vilipendio, non c'è più religione, oltre ai guitti ora danno il Nobel anche ai cantanti, ecc. ecc. il mondo della cosiddetta 'cultura' è in subbuglio.. come mai? Perchè quei burloni degli svedesi hanno osato dare il Nobel a nientepopodimenoche .... Bob Dylan!!!! Addirittura il Premio Nobel per la Letteratura!!!! Si è scatenato un putiferio di natura globale: ovunque chiunque avesse messo due fesserie per scritto e avesse trovato un folle che gliele pubblica, guadagnandoci pure perchè si sa le cose intelligenti spesso non trovano editori coraggiosi ma le fesserie si.. eccome anzi c'è la fila visto il mercato di questi tempi, ha trovato da ridire, protestare, elevare alti lai, e chi più ne ha più ne metta! Un pò come accadde quando fu Dario Fo ad averne uno: pochissimi nascosero la stizza.. soprattutto in Italia (battute e ironie di bassa lega non si contarono nemmeno quante ne furono) ma pure altrove qualcuno, anzi più di uno, storse il naso e non solo il naso: nulla, invece, da ridire sul Nobel a Obama anzi ovunque ci furono cantori e ammiratori della superiorità americana che fecero a gara per dire la propria e nessuno invece che alzò il ditino ed elevò una sia pur minima critica al massimo rappresentante di quell'America caput mundi, dominatrice e armata fino ai denti e dove vieni ammazzato per strada se non sei del colore giusto o fra i propri scheletri nell'armadio c'è anche un olocausto di centinaia di nativi americani, quelli veri, fatto dai coloni e dalle giacche blu su mandato del Governo centrale, per tacere dei danni procurati alla sicurezza mondiale fatti dagli americani,non in tempi di guerra fredda dove poteva essere anche comprensibile, ma molto prima e .. molto dopo ossia ai giorni nostri. E no gli stessi, spesso, che hanno cantato certe lodi ora s'indignano perchè un (M maiuscola voluta) Menestrello, uno che ha sempre raccontato una certa America (come non ricordare il contributo di Dylan nella vicenda del pugile nero accusato di un infamante reato, anche a causa di indagini superficiali, in realtà mai commesso e che con il brano Hurricane aiutò moltissimo all'obiettivo non solo di scarcerarlo ma di farlo tornare un uomo libero anche dalle più piccole macchie) e una certa visione delle cose non sempre, anzi quasi mai, allineata alla corrente di pensiero ufficiale.
Si, certo non è Roth e nemmeno, che so, un Tennessee Williams o un altro grande e illustre della cultura universale ma non si può certo negare che i testi di Dylan sono POESIE vere e proprie e che hanno una loro singolarità unica e originale o, come si usa dire oggi, volano molto più in alto di tanti scrittori del niente o del poco sopra il niente.... anche qui in Italia.
Capisco le perplessità, capisco tutto.. ma non sempre SONO SOLO CANZONETTE!
 e con quella che ritengo una delle più belle poesie di Bob Dylan .....
vi auguro un sereno, tempo permettendo, weekend....

domenica 1 maggio 2016

Che cos’è, semplicemente, il neoliberismo

29/04/2016 di triskel182
Neoliberismo
Ieri un’amica economista, per divertirsi, ha calcolato che, per guadagnare quello che Marchionne prende in un anno, un voucherista italiano dovrebbe lavorare 2.500 anni tutti i 365 giorni dell’anno. Un rapporto 1 a 2.500, pertanto, ipotizzando generosamente che anche Marchionne non riposi nemmeno un giorno.
Diceva Adriano Olivetti che «nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minimo». Il capitalismo italiano è insomma passato in mezzo secolo dalla teorizzazione di un rapporto 1 a 10 alla pratica di un rapporto 1 a 2.500.
Quella che vedete qui sopra è una delle tabelle più note del libro con cui Thomas Piketty, nel 2013, ha preso d’assalto tre decenni di egemonia culturale, politica e fattuale della destra economica. Mostra la quota di reddito in percentuale del 10 per cento più ricco nell’ultimo secolo e illustra in modo immediato quello che è successo in Europa e negli Stati Uniti.
Ci sono diverse cose, in questo grafico.
Ad esempio c’è la rappresentazione plastica della parola “neoliberismo”, su cui alcuni ironizzano come se fosse un’invenzione dietrologica, una proiezione da complottisti, invece qui si palesa in tutta la sua chiarezza: è, semplicemente, quella cosa che ha iniziato a far schizzare in su le due linee, dopo che i vari new deal, patti sociali, socialdemocrazie o altre forme di mediazione tra alto e basso le avevano fatte gradualmente scendere, per mezzo secolo abbondante. Ad esempio a quelli del Foglio, che si baloccano con la rubrichetta “Tutta colpa del neoliberismo”, bisognerebbe ogni volta sbattergli in faccia questa tabella: magari, con un disegnino, capiscono.
Curiosamente – e questa è un’altra cosa che emerge dal grafico qui sopra – il mezzo secolo in cui diminuiva il distacco tra più ricchi e più poveri ha coinciso con il periodo di maggior avanzamento complessivo delle società.
Forse non è un caso: una buona parte della letteratura economica, negli ultimi tempi, sta avanzando seriamente l’ipotesi che oltre un certo livello le disuguaglianze producano danni per tutti. Lo ha fatto Robert Reich, in un libro già citato in questo blog. Lo fanno ora anche Maurizio Franzini e Mario Pianta nel loro ultimo saggio, “Diseguaglianze“, da poco uscito per Laterza.
La loro analisi su questo punto – basata soprattutto su dati Fmi e Ocse (quindi non proprio fonti di estrema sinistra) – è prettamente di carattere economico, cioè relativa agli effetti sulla crescita di un Paese. Qualche anno fa, Richard Wilkinson e Kate Pickett – in un libro che andrebbe fatto studiare in tutte le scuole – mostrarono dati alla mano come una forbice sociale eccessiva genera anche più violenza, più ignoranza e maggiore disagio psichico. È di questi ultimi mesi invece l’evidenza che, oltre a tutto questo, l’eccesso di disparità sociali si ripercuote in crescenti espressioni politiche di tipo nazionalista e neofascista, dagli Stati Uniti all’Europa.
A proposito di Europa: oggi nel Vecchio continente, scrivono Franzini e Pianta, «il 20 per cento delle persone ha un patrimonio pari a zero (o debiti che superano i risparmi), mentre il secondo quintile possiede una ricchezza media di 29.400 euro, il terzo di 111.900 euro, il quarto di 235 mila euro: fino al quinto degli europei, che ha ricchezze per 780.700 euro, possedendo così il 68 per cento della ricchezza totale.
Il tutto in un quadro di capitalismo sempre più oligarchico, cioè riservato a pochi, e sempre più dinastico, cioè con un ascensore sociale quasi fermo.
Quest’ultimo è un problema di cui in Italia si parla poco. Anche a sinistra, devo dire. Ed è un po’ uno scandalo: tra l’altro, dopo la riforma Berlusconi appena ritoccata da Monti, siamo e restiamo uno dei paesi al mondo con le tasse di successione di basse. E, come si vede dalla tabella sotto, siamo secondi tra i Paesi sviluppati nella pessima classifica di trasmissione generazionale delle disuguaglianze (grafico tratto dal libro di Franzini e Pianta).
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Insomma “la famiglia conta”, come nel titolo di uno dei capitoli del saggio in questione. Conta per eredità, ma anche per istruzione (tasse universitarie comprese) e rete di relazioni. E questa realtà, oltre a essere un fattore chiave del capitalismo oligarchico, fa un po’ di chiarezza sulle tante balle che si sentono in giro relative alle “uguali opportunità” come forma che rende accettabili, se non giuste, le disuguaglianze.
Le posizioni di rendita invece sono il primo tratto caratterizzante dell’economia contemporanea e del capitalismo oligarchico.
Accanto al quale, s’intende, ci sono anche altri motori di diseguaglianza, spiegano Franzini e Pianta: ad esempio, la maggiore rilevanza nella produzione di redditi assunta dal capitale rispetto al lavoro, soprattutto per via finanziaria e per trasformazioni tecnologiche (tema su cui in questo blog ho rotto le scatole spesso); ma anche, terzo punto, l’individualizzazione delle condizioni economiche, cioè la fine delle classi organizzate, delle loro categorie, dei loro sindacati: con la riduzione del lavoratore a monade solitaria e disperata che ogni giorno mette insieme pezzettini di reddito molecolare.
Il quarto motore delle troppe disuguaglianze contemporanee individuato da Franzini e Pianta è l’arretramento della politica: che interviene sempre meno con politiche redistributive (e quanto ha contato, in questo, la sbornia trentennale contro i “lacci e laccioli”!) e taglia sempre di più i servizi universali o destinati ai ceti più poveri (salute, istruzione, etc), sempre con l’altro mantra liberista del “bisogna ridurre la spesa pubblica”.
Naturalmente poi, come sempre, anche quella della disuguaglianza e dell’uguaglianza è questione di misura, di punto in cui fissa l’asticella.
In genere, chi parla di diseguaglianze viene accusato di essere utopista, perché nessuna società realizza mai un’uguaglianza assoluta: il che è evidente, ma diventa quasi sempre un alibi per non fare alcun passo verso una riduzione della forbice sociale, anzi per andare nella direzione opposta.
Che è quella delle diseguaglianze crescenti. Delle società più arrabbiate, infelici, conflittuali, atomizzate, instabili. Dei Paesi in cui per rabbia confusa dilagano quindi i neofascismi, i nazionalismi, i razzismi, i Trump e Le Pen.
Del neoliberismo, insomma.
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it
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sempre a proposito di "ricordare" .... nel giorno della Festa del Lavoro; e per sapere quale mostro abbiamo davanti!!!

venerdì 29 aprile 2016

In Brasile un museo della corruttela.. e da noi?

Leggevo oggi (29/04/2016) in treno sul Fatto Quotidiano, edizione cartacea, per la rubrica l'esempio un articolo di Antonello Caporale, dal titolo "pout, cessi e tagliatelle: la corruzione è un arte" (pagina 4). Mi è piaciuto l'attacco: 'Ogni corrotto ha un gusto, un età e un autorea cui è affezionato, una passione travolgente che l'ha convinto a infrangere le ergole, favorire l'uno o l'altro pur di sentire suo l'artista"... potrebbe essere una tesi, non credete? La notizia è che in Brasile il Museo Oscar Niemeyer (MON), di Curitiba, ha aperto una sezione dove vengono esposte le opere d'arte confiscate.... interessante uso dei sequestri, direi. Naturalmente la domanda, e non solo al sottoscritto, sorge spontanea: Perchè non fare nel nostro corrottissimo paese un iniziativa simile? Si, lo dice anche il grionalista nel suo articolo, i giudici che sequestrano beni poi li danno in gestione, al termine di un procedimento lunghissimo, a iniziative sociali i beni sequestrati ma un museo... la cosa mi alletta!!!

martedì 26 aprile 2016

A proposito di 70 anni, anzi di 71

25/04/2016 di triskel182
Dopo gli ultimi dati sui voucher – e sulla loro crescita esponenziale in Italia – finalmente qualcuno nei media e tra i politici sembra accorgersi di questa nuova realtà e delle questioni che porta con sé: precariato totale, redditi da fame, totale assenza di diritti basilari come le ferie e la malattia, ovviamente nessuna possibilità di vertenze sindacali, per non dire degli abusi di chi li utilizza per nascondere il nero (ti faccio lavorare dieci ore e una te la pago col voucher, così se arriva un controllo o accade un infortunio abbiamo un pezzo di carta a coprirci).
E non stiamo neppure ad accennare alla perdita psicologica di identità sociale (che lavoro fa, uno che lavora qua e là con i voucher?) o all’impossibilità di pianificarsi qualsiasi futuro: questi ormai sono lussi, lasciamo stare.
Il punto fondamentale, tuttavia, è che i voucher non sono la causa del problema: ne sono solo l’effetto. Anzi, uno degli effetti.
Intendo dire che se anche abolissimo e vietassimo i voucher, non aboliremmo e non vieteremmo quello che c’è dietro, cioè l’economia on demand, liquida, provvisoria e destrutturata. Dove l’unico lavoro disponibile è quello molecolare, polverizzato.
Quel sistema cioé in cui per guadagnarsi qualcosa che somigli a un reddito molte persone (sempre di più) devono mettere insieme ogni giorno un po’ di queste molecole sparse: un paio d’ore di voucher, okay, ma poi un’altra oretta a correggere bozze dopo aver risposto a un annuncio su Upwork, un’altra a pascolare cani al parco grazie a un’offerta su Taskrabbit, quindi a pulire la seconda stanza di casa perché arriva un ospite trovato su Airbnb, magari due ore a guidare per Uber, infine a cucinare per sei clienti ramazzati su Gnammo.
Perché così sta andando e così andrà sempre di più: i lavoretti “per arrotondare” stanno invece diventando gli unici disponibili su piazza.
Gli unici che messi insieme possono appunto avvicinare le persone a un reddito.
Ed è così che si va creando una nuova classe sociale: quella dei post operai digitali a cottimo o all’ora che per vivere saltellano full time tra piattaforme, siti, annunci on demand e miniofferte volanti.
Del resto, anche i voucher nostrani erano nati per far emergere e per regolarizzare pochi lavoretti extra: invece sono già diventati la forma di sostentamento principale se non unica per oltre un milione di persone.
Ma, appunto, non sono la causa del problema: ne sono un effetto. Se hanno avuto così successo (molto oltre le previsioni di chi li aveva inventati) è perché canalizzano in modo legale la questione strutturale: cioè la parcellizzazione del lavoro, il suo essere diventato così liquido.
Tutto questo, come evidente, è il risultato di una serie di processi diversi tra loro ma connessi.
Le tecnologie, prima di tutto: non solo e non tanto perché queste hanno permesso lo sviluppo delle piattaforme attraverso le quali buona parte di questa parcellizzazione avviene, ma soprattutto perché hanno portato tutte le relazioni economiche verso l’on demand e l’accesso (Uber, per esempio, è la più grande compagnia di taxi al mondo ma non possiede nemmeno un’automobile e i suoi conducenti non sono suoi dipendenti).
Poi, naturalmente, le cause di questa situazione sono anche altre.
Ad esempio, la robotica, gli algoritmi e l’intelligenza artificiale: che stanno rarefacendo drasticamente il bisogno di lavoro umano, sicché (in base alle note leggi della domanda e dell’offerta) i prestatori di lavoro sono in condizioni sempre più sfavorevoli, quindi accettano dumping sempre peggiori.
Poi, si sa, la globalizzazione dei mercati consente di esternalizzare le produzioni nei Paesi in via di sviluppo, un asset non da poco nel cambiare ulteriormente i rapporti di forza tra chi dà e chi presta lavoro.
In piú, anche se fa brutto dirlo, prima del 1989 lo spauracchio del comunismo convinceva gli imprenditori e i governi a tenere buoni i propri lavoratori con concessioni e riforme sociali: adesso che il comunismo non c’è più, questi hanno (o credono di avere) mani del tutto libere.
Ecco: tutto questo per dire che i voucher fanno schifo, ma abolirli non basta. Non serve. Perché se anche se non ci fossero piú i voucher, ci sarebbero mille altre forme di lavoro molecolare a cottimo o a ora. È questa la realtà con cui dobbiamo fare i conti.
Ed è una realtà che porta inevitabilmente a pensare che l’unica strada possibile – se vogliamo restare umani e non considerare “moderno” lo schiavismo – sia quella universalistica.
Quella che passa cioè attraverso un reddito minimo che sradicherebbe alla base il bisogno di inginocchiarsi ogni giorno alle offerte al ribasso del lavoro molecolare, riportandolo semmai alla sua funzione di reddito supplettivo e marginale. E riequilibrando un po’ i rapporti di forza.
Ma è anche la strada che passa attraverso la universalizzazione dei servizi e dei diritti fondamentali – casa, salute, istruzione, trasporti, ambiente, svago – la cui offerta gratuita ai cittadini è un altro indispensabile strumento di emancipazione dal bisogno di sottostare ai ricatti imposti dal lavoro molecolare.
Ah, prima di scuotere la testa e di chiedere dove si trovano i soldi per fare tutto questo, vi chiedo sommessamente di farvi un giro sui fatturati e le accumulazioni delle piattaforme. Sì, proprio quelle che sotto il nome ormai farlocco di sharing invece accentrano a sé le ricchezze (altro che “condivisione”), contribuendo a creare un divide di redditi e di patrimoni come non si vedeva dall’età augustea dell’Impero romano. Quando avete visto quelle cifre – ma più in generale quelle sulla ripartizione della ricchezza in questo secolo e sulle sue tendenze – ne riparliamo.
Altrimenti dovremo parlarne molto prima, ma in modo diverso, temo. Perché la parcellizzazione del lavoro e il suo dumping progressivo, se diventa una condizione di sopravvivenza di massa, non è cosa augurabile per nessuno. Ma proprio per nessuno, nemmeno per quelli che pensano solo alla massimizzazione dei profitti e neppure vedono che cosa stanno combinando, in questo modo, alle classi che da 70 anni garantivano stabilità e consumi. E anche pace, tutto sommato, qui da noi.
Già, a proposito di 70 anni, anzi di 71. Sì, questo è il mio post per il 25 aprile. Anomalo, forse off topic, lo so. Non parla di partigiani, ma di lavoretti sottopagati e precari senza alternative.
Però in fondo i partigiani sono morti per liberarci da una schiavitù. E capire le schiavitù di oggi, per provare a liberarcene anche noi, mi sembra un modo meno scontato per agire la loro memoria. E per non ridurla solo a monumento e a rito.
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it
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il problema è farlo capire agli italiani......

lunedì 25 aprile 2016

Il futuro della Terra (FEDERICO RAMPINI)

23/04/2016 di triskel182


Via libera all’accordo di Parigi. Ban Ki-moon: “Ora rispettare gli impegni”. Renzi: “Facciamolo per i nostri figli e nipoti”.
I leader del mondo firmano per il clima L’Onu: “Possiamo cambiare la Storia”
NEW YORK – In una cerimonia solenne al Palazzo di Vetro i leader di 175 nazioni hanno firmato gli accordi per combattere il cambiamento climatico. È una giornata che «può essere storica», dice il segretario generale Ban Kimoon, se gli impegni presi al summit Cop21 di Parigi verranno mantenuti. Cina e Usa promettono: ratifichiamo entro quest’anno. Per Matteo Renzi è una giornata in cui «la politica può dare speranza». C’è anche l’attore Leonardo di Caprio che in un intervento appassionato descrive ai leader «Pechino asfissiata, le foreste indonesiane incendiate, i ghiacciai che si sciolgono, le siccità distruttive dalla California all’India». E gli scienziati avvertono: i piani nazionali non sono ancora sufficienti.

L’appuntamento di New York giunge a quattro mesi dall’accordo di Parigi, la cerimonia al Palazzo di Vetro è “l’endorsement” formale dei governi, a cui devono seguire le ratifiche. Non necessariamente parlamentari. Barack Obama sa che il Congresso a maggioranza repubblicana (almeno fino alla fine dell’anno) non glielo passerebbe, perciò ha voluto che l’accordo di Parigi fosse giuridicamente diverso da un trattato vincolante: in questo modo la ratifica sarà un atto dell’esecutivo. La Cina, prima potenza inquinatrice del pianeta in quanto a emissioni totali di CO2, s’impegna a ratificare l’accordo «entro il G20 di settembre» che si terrà sotto la sua presidenza a Hangzhou. È essenziale che il testo della Cop21 venga ratificato da almeno 55 paesi, e che questi rappresentino almeno il 55% delle emissioni carboniche. Una volta adottato e applicato, i piani nazionali dovrebbero consentire di contenere il surriscaldamento globale entro un tetto di +2 gradi centigradi, al di sopra dei livelli che la terra registrò all’inizio della rivoluzione industriale. I problemi non mancano. Da una parte c’è la genericità di molti piani nazionali fin qui presentati. Dall’altra, il carattere non-vincolante degli impegni assunti: non esistono sanzioni per chi non li rispetta. E soprattutto, dalla comunità scientifica arriva il monito che i due gradi sono troppi, l’aumento di temperatura andrebbe contenuto entro 1,5 gradi. La Nasa avverte che quasi certamente il 2016 sarà l’anno più caldo da quando esistono misurazioni affidabili, cioè dal 1880. Nei primi tre mesi di quest’anno lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia ha avuto una velocità record, l’innalzamento dei mari minaccia tutte le zone costiere.
L’Unione europea ha fissato un obiettivo più ambizioso delle altre superpotenze: tagliare del 40% le sue emissioni entro il 2030. È anche la più generosa nei contributi ai paesi poveri per le fonti rinnovabili, un fondo speciale varato a Parigi che vale 100 miliardi di dollari. Obama ha preso l’impegno di tagliare tra il 26% e il 28% i gas carbonici Usa, anche se alcune sue regolamentazioni anti- inquinamento vengono combattute dalla destra a livello locale e fino alla Corte suprema. Lo stesso Obama ha fatto inserire una clausola di sicurezza: un paese non può rinnegare l’accordo firmato ieri per almeno quattro anni, tanto quanto dura un mandato presidenziale. La Cina, grazie all’asse tra Obama e Xi Jinping sull’ambiente, promette di fermare la crescita delle sue emissioni entro il 2030. L’India è una delle potenze più restìe a prendere impegni vincolanti, ma ha promesso di moltiplicare per 30 la sua produzione di energia solare. Aiuta il fatto che, malgrado il crollo del petrolio, le energie rinnovabili sono più competitive ed efficienti che mai.
Alla cerimonia nel Palazzo di Vetro — la più folta della storia — in molti hanno cercato simbolicamente di rappresentare le responsabilità verso le future generazioni.
Articolo intero su La Repubblica del 23/04/2016.
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la solita passerella di buoni intenti e poi... per primi in Italia abbiamo tolto sgravi alle azeinde "green"; spostato sui costi fissi e, non sul consumo, la bolletta; privatizzato i beni pubblici; evitato di favorire la'cquisto di macchine elettriche e/o ibride, ecc. ecc. insomma parole parole parole e intato il pianeta il conto alla rovescia continua..

giovedì 7 aprile 2016

Cantone: “Sanità scorribanda delinquenti di ogni risma” (ALBERTO CUSTODERO)

07/04/2016 di triskel182
Corruzione per sei mld l’anno. Sprechi per un mld l’anno. Complessivamente, considerando anche le inefficienze, il danno per il Ssn è di 23,6 mld l’anno. La ministra della Salute, Lorenzin: “Reato di corsia odioso. Ecco il mio piano anticorruzione”.ROMA – “La sanità, per l’enorme giro di affari che ha intorno e per il fatto che anche in tempi di crisi è un settore che non può essere sottovalutato, è ilterreno di scorribanda da parte di delinquenti di ogni risma”. Lo ha affermato il presidente dell’Autorità nazionale anti corruzione, Raffaele Cantone, intervenendo alla presentazione del Rapporto di Transparency Italia, Censis e Ispe-Sanità in occasione della prima giornata nazionale contro la corruzione in sanità. Secondo i dati del governo, sprechi inefficienze e corruzione presenti nella sanità ci costano complessivamente 23,6 miliardi di euro l’anno.  Solo per infezioni e epidemie in corsia, il costo è di due miliardi l’anno.
Lorenzin d’accordo con Cantone. La ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, è sulla stessa linea di Cantone. “Concordo pienamente – ha commentato – con il Presidente dell’Anac quando ricorda che la Sanità è un settore ad alto rischio di corruzione, ma ciononostante garantisce standard elevatissimi di qualità delle prestazioni agli assistiti. Trasparenza, legalità, contrasto della corruzione devono costituire obiettivi precisi per tutti gli attori del Ssn. Con l’Anac, con l’ausilio di Agenas, abbiamo recentemente lavorato per varare la nuova ‘sezione del Piano nazionale anticorruzione’ dedicata alla Sanità. Fra qualche giorno io e il Presidente Cantone sottoscriveremo un apposito Protocollo per attuare controlli congiunti per garantire la piena e puntuale attuazione del Piano”.
Snodo corruzione/1: “Liste attesa”. “La corruzione – ha detto Cantone – si è trasformata e la mazzetta tradizionale è rimasta un ricordo. Nel nostro piano anticorruzione abbiamo indicato come una delle maggiori criticità le liste di attesa. Sarebbe bello se potessero essere trasparenti, ma sappiamo che è difficile perchè ci sono in ballo i valori della privacy. Però dobbiamo intervenire,fatti come quello di Salerno mi inquietano“.
LO SCANDALO DELLE LISTE DI ATTESA

Snodo corruzione/2: “Ditte farmaceutiche e sale mortuarie”. “La sanità – ha aggiunto Cantone – è ai primi posti per il rischio di corruzione con un trend stabile e abbiamo provato a mettere in campo strumenti nuovi col ministero della Salute, provando a individuare gli snodi problematici e gli strumenti su cui intervenire. Le liste di attesa sono fra questi snodi, anche le imprese farmaceutiche, come la gestione delle sale mortuarie. Proveremo a dare delle indicazioni e stiamo per firmare un nuovo protocollo che consentirà di verificare se le asl stanno facendo davvero quello che è previsto nelle linee guida anticorruzione.
Dobbiamo fare squadra e far capire che queste battaglie non sono nostre ma di tutti, una sanità senza corruzione potrà rendere più sostenibile il Ssn.
La corruzione non si vince solo con gli arresti, ma con una rivoluzione culturale”.
Corruzione per 6 mld l’anno. La corruzione in Sanità sottrae fino a 6 miliardi l’anno all’innovazione e alle cure ai pazienti. E in una azienda sanitaria su tre (37%) si sono verificati episodi di corruzione negli ultimi 5 anni, “non affrontati in maniera appropriata”. Lo affermano i dirigenti delle 151 strutture sanitarie che hanno partecipato all’indagine sulla percezione della corruzione, realizzata da Transparency International Italia, Censis, Ispe-Sanità e Rissc.
Coinvolta un’azienda sanitaria su 3.  Nel 37% delle aziende sanitarie italiane si sono verificati episodi di corruzione negli ultimi cinque anni, e in circa un terzo dei casi non sono stati affrontati in maniera appropriata. Ad affermarlo sono gli stessi dirigenti delle 151 strutture sanitarie che hanno partecipato all’indagine sulla percezione della corruzione realizzata nell’ambito del progetto “Curiamo la corruzione” da Transparency International Italia, Censis, Ispe-Sanità e Rissc. Il 77% dei dirigenti sanitari ritiene che ci sia il rischio concreto che all’interno della propria struttura si verifichino fenomeni di corruzione (e questo rischio è giudicato elevato dal 10% di loro).
Sprechi per un mld. Sprechi in calo nella sanità italiana, ma ancora ingenti: un miliardo di euro l’anno. La sanità fa gola per l’ingente valore della spesa pubblica, pari a 110 miliardi di euro l’anno. Dall’analisi dei conti economici di asl e aziende ospedaliere emerge che dal 2009 al 2013 gli sprechi in questi settori sono diminuiti in media del 4,4% l’anno, ma la loro incidenza rispetto alla spesa complessiva non si è ridotta. Tali sprechi nelle spese non direttamente collegate all’efficacia delle cure ammontano a 1 miliardo di euro l’anno: risorse che potrebbero essere altrimenti destinate alla salute dei pazienti.
La ministra: “In corsia reato odioso”. “Il tema della corruzione in Sanità – ha sottolineato la ministra della Salute Beatrice Lorenzin – lo abbiamo aggredito fin dall’inizio del mio mandato, e abbiamo promosso e attuato ogni iniziativa per combattere contro criminali che, come ripeto sempre, quando rubano in sanità commettono un reato ancora più grave perché i loro atti finiscono con l’incidere in modo diretto sulla qualità di assistenza e cura delle persone più fragili. Rubano allo Stato e il loro atto diventa ancora più odioso perché commesso in danno dei malati”.
Lorenzin: “Ecco il mio piano anticorruzione”. “Nessuno – ha detto la ministra – in passato ha prodotto sul terreno della lotta alla corruzione in Sanità quanto ha fatto questo Governo. E su questa strada continueremo ad operare”. Ecco alcuni esempi: “Nella Legge di stabilità 2016 è stato introdotto l’obbligo per tutte le aziende sanitarie di effettuare acquisti in modo accentrato, tramite Consip o tramite le centrali uniche regionali”. “Su mia proposta, il Consiglio dei Ministri ha approvato in esame preliminare un decreto legislativo in materia di conferimento degli incarichi di direttore generale nelle Aziende sanitarie. Nello specifico il decreto istituisce presso il Ministero della salute un elenco nazionale di aspiranti direttori generali, cui si accede tramite selezione sulla base di criteri meritocratici”.
“La circolazione dei dati”. “Sono convinta – ha spiegato Lorenzin – che il grande strumento contro la corruzione sia la circolazione, la condivisione e dunque la trasparenza dei dati. Per
 questo nel Patto per la salute 2014-2016 sono stati previsti non soltanto il rafforzamento dei controlli nelle aziende sanitarie, ma anche un Patto per la sanità digitale e un piano di evoluzione dei flussi informativi del Nuovo sistema informatico sanitario”.
da Repubblica.it


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ho preferito riportare tutto, a scanso di equivoci!!!!

lunedì 28 marzo 2016

Lavoro, sgravi irregolari in 20 imprese ispezionate su 100. Ecco il referendum Cgil sull’articolo 18

25/03/2016 di triskel182
L’esito di alcune ispezioni mirate del Ministero del Lavoro: irregolarità nel 18,93% dei casi segnalati. Gli sgravi contributivi sono stati attivati anche per lavoratori che nei sei mesi precedenti all’assunzione avevano già occupazione. In Gazzetta Ufficiale i tre quesiti del sindacato per abrogare il Jobs act sul reintegro, i voucher lavoro e la responsabilità solidale sugli appalti.MILANO – Gli sgravi contributivi per le assunzioni stabili, introdotte dalla Stabilità del 2015 e ridotti al 40% da quest’anno, sono stati la principale motivazione del boom di tempi indeterminti registrati negli ultimi dodici mesi. Ma in alcuni casi le aziende hanno sfruttato il beneficio, riservato ai lavoratori privi di occupazione stabile da almeno sei mesi, in maniera indebita.
Il ministero ha ispezionato un campione di oltre 300 imprese, che si sono segnalate per alcune anomalie emerse dall’incrocio dei dati con l’Inps, e ne ha trovate in posizione irregolare quasi il 20%. Non è quindi un dato da riferire a tutte le imprese che hanno attivato gli sgravi, ma appunto a quelle ispezionate in ragione di un “dubbio” sulla loro correttezza, nato a seguito dell’attività di controllo. Dati comunque rilevanti, che arrivano nello stesso giorno in cui in Gazzetta Ufficiale vengono pubblicati i quesiti referendari proposti dalla Cgil per abrogare alcuni elementi del Jobs Act e i buoni lavoro.
Sgravi irregolari. Il ministero guidato da Giuliano Poletti ha comunicato in una nota che – in base ai dati aggiornati al mese scorso -, “sono stati disposti accertamenti mirati nei confronti di 338 imprese che hanno richiesto il beneficio per 1.986 lavoratori. Per 64 imprese è già stata trasmessa informativa di reato all’Autorità giudiziaria (percentuale di irregolarità pari a 18,93%)”. Si tratta di verifiche attivate dal giugno scorso, in collaborazione con l’Inps, che hanno permesso di incrociare “le informazioni concernenti le richieste di esonero contributivo con altre informazioni in possesso degli Uffici, in modo da poter evidenziare eventuali comportamenti finalizzati a precostituire artificiosamente le condizioni utili al godimento del beneficio”. Incrociando i dati, un po’ come sta iniziando ad accadere per i voucher, si riesce a capire quali sono i casi da approfondire e verificare se ci sono irregolarità. Nel dettaglio, si tratta di aziende che hanno attivato i contributi anche se il nuovo dipendente era risultato impiegato nei sei mesi precedenti. In ragione di queste verifiche, gli Uffici hanno revocato gli esoneri e denunciato i responsabili “alle Procure della Repubblica per comportamenti penalmente rilevanti, finalizzati alla fruizione indebita di erogazioni pubbliche. Gli accertamenti proseguiranno nei prossimi mesi e potranno contare su dati ancora più affinati, utili a far emergere, già sulla carta, ipotesi concrete di fruizione illecita dell’esonero”.
Il referendum Cgil. La Gazzetta Ufficiale ha pubblicato le richieste di tre referendum abrogativi della Cgil presentate in Corte di Cassazione. I referendum riguardano: 1) l’abolizione del Jobs act per quanto riguarda la reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo; 2) la cancellazione del lavoro accessorio (voucher); 3) la reintroduzione della piena responsabilità solidale in tema di appalti. La Cgil avrà tre mesi di tempo per raccogliere le 500mila firme necessarie. Nell’autunno 2016 la Cassazione verificherà
la regolarità delle firme. La Corte Costituzionale giudicherà sulla legittimità dei quesiti referendari entro il 20 gennaio 2017. I referendum si terranno in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno 2017, a meno che non ci siano elezioni politiche anticipate.
Da repubblica.it
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e questo mi sembra la pietra tombale sulla propaganda fatta in merito a alla ripresa, all'occupazione ecc.

domenica 13 dicembre 2015

La bolletta elettrica sempre più cara

13/12/2015 di triskel182
“Con l’imminente riforma del tariffe di rete la bolletta energetica degli italiani dal 1 gennaio 2016 costerà di più e ingrasserà le tasche dei produttori e distributori di energia, svuotando quelle dei cittadini. Il doppio affondo, guidato dall’Autorità per l’energia e assecondato dal Governo, è perfettamente riuscito.
Da mesi il M5S denuncia e si oppone alla subdola manovra dello stesso Presidente del Consiglio che intanto annunciava tagli alla bolletta elettrica del 10%. Ora sappiamo che non ci sarà nessun taglio, ma solo aumenti per 20 milioni di utenti.
La riforma delle tariffe di rete farà soffrire le famiglie a più basso reddito, in costante ascesa nel nostro Paese (lo dice l’Istat). E implementerà un meccanismo folle: pagherà di più chi consumerà di meno. Contravvenendo a ogni principio dettato dal buon senso e dalle indicazioni europee per combattere i cambiamenti climatici.
Se da una parte l’Unione Europea chiede agli Stati piani di contenimento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera e quindi, implicitamente, minori consumi energetici, dall’altra il Governo italiano porta avanti una riforma che produrrà un aumento dei consumi, scaricandoli sui cittadini più virtuosi, che spesso coincidono con i più poveri.
Se è questa la strategia italiana pensata da premier per la Conferenza mondiale sul clima a Parigi, allora non ci siamo. Il Governo avrebbe l’occasione di mettere il nostro Paese al centro di un cambiamento epocale. E invece si abbandona alle solite logiche a favore dei colossi del fossile.
La riforma dell’Autorità per l’energia – sostenuta dal silenzio del Governo – colpisce anche gli investimenti in efficienza energetica e nelle fonti rinnovabili: rendendo il conto più salato per chi ha consumi bassi e meno conveniente investire in tecnologie per il risparmio o l’autoproduzione, come il fotovoltaico o la cogenerazione. È facile prevedere una tempesta di ricorsi.
Vengono inoltre stabilizzati i ricavi dei distributori. L’esecutivo mette in cassaforte i bilanci in capo alle multinazionali dell’energia – Enel in testa – perché questa riforma sposta i costi di rete dalla quota variabile a quella fissa. In tal modo, viene superato il rischio di mercato essendo gli utili non più legati ai consumi ma a costi fissi per utenza elettriche che garantiscono così utili sicuri fino al 2030, quando scadranno le concessioni di gestione della rete. Più semplicemente, gli utenti pagano i costi di rete non più in base a quanto consumano, ma secondo il prezzo fissato per ogni utenza elettrica.
Una vera e propria truffa ai danni degli italiani. Per ostacolarla il M5S è impegnato in tutte le sedi competenti, compresa quella europea.
Energia pulita e a basso costo significa un ambiente più accogliente, tutela della salute e aumento dei posti di lavoro. Ma questo Governo probabilmente ha altri piani per gli italiani. ”
Di Gianni Girotto, M5S Senato da beppegrillo.it

lunedì 23 novembre 2015

Caro Nino,

inizia così la la mail di un un amica di libero che si trova nei problemi.
Non sono un politico politicante e non sono tenuto alla facile retorica strappalacrime per prendere qualche voto e nemmeno posso aiutare concretamente la mia amica perchè anch'io con la mia famiglia non viviamo in maniera tranquilla e serena la nostra vita, quindi ...
Che fare? Come posso  esserle utile?
Oltre a darle qualche consiglio in privato, anch'io ho avuto a che fare con le "Istituzioni" e con il sociale, qui non posso far altro che... ricordare?
Partiamo dalla tesi:
1. Perchè chi vive in un paese che ha perso se stesso, ammesso che si sia mai trovato, un cittadino è costretto a una lotta quotidiana non contro le avversità ma contro quelle istituzioni che in teoria sarebbero preposte ad aiutarlo, non assisterlo, a superare le difficoltà, si spera momentanee, e ad assicurarsi, come da Costituzione, una "vita libera e dignitosa"?
2. Perchè mai dovremmo pagare le tasse e andare a votare per qualcosa, o qualcuno, il cui unico scopo è la auto-referenzialità senza darmi in cambio quei minimi servizi cui, sempre per Costituzione, ho diritto?
Passiamo all'antitesi:
1. siamo mai stati quel deamicisiano "italiani brava gente"? Oh si che lo siamo stati... nella letteratura.
2. siamo mai stati "solidali, tolleranti, ecc."? Lo eravamo solo perchè c'era la mangiatoia bassissima (ci dovevano tenere buoni perchè c'era il comunismo alle porte) e quindi, visto che pagava sempre lo Stato (nel frattempo occupato da un sistema di potere basato su un accordo di potere fra il maggior partito di opposizione, il PCI (che causa conventio ad excludendum ben sapeva che finchè ci sarebbe stato un "muro" mai avrebbe potuto governare pena il vedere i carri armati americani a Piazza Navona.. altro che cosacchi!) e il sistema di potere democristiano (con annessi satelliti partitocratici) al governo fin dal 1948 che prevedeva il non ricambio politico e, soprattutto, l'addomesticamento degli italiani, a qualunque costo.... una cosa, ben pensarci a posteriori, molto togliattiana: non che siano mancate lotte, terrorismo e quant'altro ma nei momenti acuti i due pilastri del sistema hanno sempre "collaborato", sempre!!!
3. Siamo complici dell'attuale situazione? Certo. Siamo stati fascisti, democristian/comunisti, prodiani, berlusconiani (quanti comunisti si sono convertiti al berlusconismo? Più di quel che si pensa.... i peggiori sono quelli che lo sono stati al buio dell'urna senza uscire allo scoperto, magari lamentandosi a parole), lettiani, montiani e ora renziani e chissà cosa saremo nel prossimo futuro: sempre pronti a saltare sul carro del vincitore o a correre in suo soccorso.. Oh si che lo siamo stati, in maggioranza almeno lo siamo stati: sia chiudendo gli occhi sulle truffe, tipo l'euro; lo siamo stati sul cancro della malapolitica hce in questi oltre 70 anni ha sgovernato il paese per arrivare ad abbandonarlo a se stesso con un bel "arrangiatevi" per chi non ce la fa e un altrettanto "arricchitevi" per tutti gli altri.. i furbi, del quartierino o meno, che hanno puntato tutto sul proprio successo a scapito degli altri, infatti non è un caso che, masochisti, li consideravamo degli eroi, degli esempi da imitare. Per me gli eroi non sono giovani, scaltri e belli ma sono quei volontari che vanno nel terzo mondo a loro rischio e pericolo; eroi sono coloro che si mettono in gioco anche a costo di vedersi demoliti dai propri connazionali, invidiosi e/o astisi, che non sanno cogliere i lati positivi ma sanno solo distruggere e distruggerli...; eroe è questa mia amica di libero che, nonostante tutto, ha voglia di combattere con le unghie e con i denti e di pretendere quel che è un SUO diritto perchè tale e non perchè dato in "concessione" una tantum.... tieni duro e stringi i denti: te lo dice uno che per tutta una vita ha sempre dovuto stringere i denti!!!!
Arriviamo alla sintesi:
Il punto nodale; il nodo gordiano; il cancro; chiamatelo come vi pare ma questo paese è marcio.. che più marcio non si può. E' nato male e, salvo cambiamenti imprevisti, finirà peggio perchè quando un corpo sociale è malato, impaurito, rinchiuso in un recinto custodito proprio dai lupi (con il massimo rispetto per i nobili animali) non ha che due vie di fuga: una è la ribellione (altamente improbabile, praticamente impossibile ..... siamo italiani non altro. Lo dice proprio la nostra storia, basta studiarla anche su un bignamino..) l'altra è la passiva rassegnazione che rende preda, presi sempre per la pancia come siamo, facile del demagogo di turno sinistroso, destrorso o aspirante grande dittatore che sia .. tanto cosa cambia? Potrebbero arrivare mille movimenti e mille nuovismi ma siamo sempre italiani: pronti a commuoversi, pentirsi, confessarsi, farsi assolvere (o AUTO-ASSOLVERSI), per poi un secondo dopo ricominciare esattamente dallo stesso punto da dove ci si era fermati con il discorso senza se e senza ma... i pochi anticorpi, anzi, sono cngeniali: giustificano i vari pupazzi di turno messi sul palco a distrarci mentre altri non solo ci ribano i nostri pochi averi ma soiprattutto ci ribano il futuro!!!!!!!

martedì 17 novembre 2015

“Non avrete il mio odio” (Massimo Gramellini)

Se ciò che chiamiamo Occidente ha un senso, questo senso palpita nelle parole con cui il signor Antoine Leiris si è rivolto su Facebook ai terroristi che al Bataclan hanno ucciso sua moglie.  «Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.  
L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».
Da La Stampa del 17/11/2015.
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