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domenica 30 giugno 2019

Trattato Ue-Sudamerica, Merkel forza l’accordo con Bolsonaro ‘per combattere il populismo’

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 27 Giugno 2019 

di Monica Di Sisto
“Siamo a un bivio. L’Unione Europea non può permettersi di abbandonarsi a argomenti populisti e protezionisti sulle politiche commerciali, un’area in cui i risultati dell’Ue sono innegabili. Dobbiamo avvantaggiarci della situazione politica odierna nei Paesi del Mercosur e non lasciare che questa finestra di opportunità si chiuda”. Parole della democratica cristiana Angela Merkel che, in una lettera del 20 giugno scorso all’uscente presidente della Commissione Ue Claude Juncker, pubblicata da Politico, intima senza mezzi termini di chiudere prima dell’addio definitivo alla Commissione Ue il controverso Trattato di liberalizzazione commerciale e degli investimenti tra Europa e Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay). Secondo Merkel, apprendiamo, il populismo si batte a colpi di accordi con l’autoritario presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che con il suo arrivo ha accelerato il negoziato in corso da oltre venti anni. I suoi predecessori avevano avanzato lenti, tra timori e resistenze, per i possibili impatti ambientali e sociali legati a una prevista intensificazione degli scambi di prodotti agricoli e alimentari, latte e carni ma anche soia e canna da biodiesel, parti di auto, auto e meccanica. Merkel motiva la scelta, senza tante perifrasi, con “un accesso privilegiato a un mercato di 260 milioni di consumatori per le nostre aziende”, e si porta dietro nella richiesta i premier socialisti spagnolo Pedro Sanchez e portoghese Antonio Costa, il premier della Repubblica Ceca Andrej Babis, duramente contestato in questi giorni per frode, quello della Lettonia Krisjanis Karins, il primo ministro svedese Kjell Stefan Löfven e quello olandese Mark Rutte.
A lei oppone la “controspinta” del premier francese Emmanuel Macron che, unendo la sua firma a quella del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, del premier belga Charles Michel e del loro collega irlandese Léo Varadkar, ha chiesto invece a Juncker di rispettare precisi limiti di mandato: valutare gli effetti cumulativi delle quote negoziate nei vari accordi firmati alla spicciolata dall’Unione, soprattutto sulla tenuta del settore agricolo; una più forte garanzia delle norme sanitarie, fitosanitarie, del benessere degli animali e ambientali; la coerenza politica tra gli obiettivi strategici dell’Ue in materia e le responsabilità in materia di cambiamenti climatici, per evitare il prevedibile dumping ambientale che arriverà alle imprese europee con questa ulteriore liberalizzazione. Al momento, però, le preoccupazioni di Macron sono considerate marginali dai negoziatori e il trattato dovrebbe arrivare indisturbato a conclusione entro la fine della settimana, senza alcuno dei meccanismi di controllo vincolante dell’impatto sulla sostenibilità sociale e ambientale chiesti da molti anni dalle organizzazioni internazionali.
Il governo italiano, che apertamente non si schiera, con il sottosegretario Ricardo Merlo ha parlato con il ministro dell’Economia brasiliano Paulo Guedes a cento rappresentanti delle imprese italiane in missione in Brasile sottolineando che “l’Italia guarda con molto interesse all’evoluzione del progetto politico e economico di Bolsonaro visto che le economie dei due Paesi sono assolutamente complementari”.
Oltre 340 organizzazioni della società civile europea, italiana e del Mercosur, però, hanno messo nero su bianco le loro preoccupazioni contro l’aggravamento delle violazioni dei diritti sociali e dell’ambiente soprattutto in Brasile e nella regione Amazzonica, a seguito dell’approvazione del trattato. L’attacco alle politiche sociali, la chiusura seriale di associazioni e realtà indigene, l’incarceramento e le morti misteriose di attivisti e leader, l’abolizione del dipartimento per le politiche su clima e ambiente, responsabile dell’implementazione dell’Accordo di Parigi suggerirebbero, secondo le oltre 300 realtà, di non correre a chiudere un accordo tanto invasivo.
La stessa valutazione indipendente di impatto del trattato richiesta dalla Commissione europea e chiusa prima dell’arrivo di Bolsonaro alla guida del Brasile, segnala molti potenziali problemi a fronte di uno 0,1% di aumento presunto del Pil europeo in un periodo di 10 anni dall’entrata in vigore nella formulazione più liberista possibile. Per l’Europa il colpo principale lo subirà, e molto secco, il settore agricolo, zootecnico e della trasformazione piccola, media e di qualità, con una concorrenza diretta e insostenibile sui produttori di materie prime e una prevedibile – ulteriore – depressione dei prezzi interni, concentrazione e sottoccupazione. In cambio si facilita un maggiore e più economico accesso delle aziende europee del settore metalmeccanico, chimico e farmaceutico – strategiche per la Germania – al ricco mercato latinoamericano. Il Brasile in particolare, in generale la controparte, lo pagherà in termini di impatti sociali e ambientali, con una più intensa, prevista, deforestazione, e un aumento progressivo delle emissioni contro le quali la valutazione raccomanda di prevedere l’inserimento di un meccanismo di valutazione e monitoraggio.
Al momento, però, nelle bozze circolate informalmente fino a oggi, di meccanismi vincolanti non c’è traccia, e si approfitta da parte europea dell’insensibilità del leader brasiliano alla materia per tenere le mani delle imprese il più slegate possibile. “Un trattato commerciale non può risolvere tutte le miserie del mondo. Ma possiamo creare un contesto per discuterne”, ha tagliato corto la commissaria uscente al Commercio Cecilia Malmstrom che vuole appuntarsi sulla giacca questo successo costi quel che costi. E della presunta “Europa campione dell’ambiente” per il momento è tutto.
Zonaeuro | 27 Giugno 2019

venerdì 29 aprile 2016

In Brasile un museo della corruttela.. e da noi?

Leggevo oggi (29/04/2016) in treno sul Fatto Quotidiano, edizione cartacea, per la rubrica l'esempio un articolo di Antonello Caporale, dal titolo "pout, cessi e tagliatelle: la corruzione è un arte" (pagina 4). Mi è piaciuto l'attacco: 'Ogni corrotto ha un gusto, un età e un autorea cui è affezionato, una passione travolgente che l'ha convinto a infrangere le ergole, favorire l'uno o l'altro pur di sentire suo l'artista"... potrebbe essere una tesi, non credete? La notizia è che in Brasile il Museo Oscar Niemeyer (MON), di Curitiba, ha aperto una sezione dove vengono esposte le opere d'arte confiscate.... interessante uso dei sequestri, direi. Naturalmente la domanda, e non solo al sottoscritto, sorge spontanea: Perchè non fare nel nostro corrottissimo paese un iniziativa simile? Si, lo dice anche il grionalista nel suo articolo, i giudici che sequestrano beni poi li danno in gestione, al termine di un procedimento lunghissimo, a iniziative sociali i beni sequestrati ma un museo... la cosa mi alletta!!!

mercoledì 11 giugno 2014

Brasile 2014, “nelle favelas nessuna gioia per i mondiali: solo rincari e repressione”

di Andrea Tundo | 11 giugno 2014
“Lo spirito della Coppa, qui, ancora non si sente. E non potrebbe essere altrimenti, poiché finora abbiamo pagato le conseguenze dell’evento”. Barbara Olivi vive la Rocinha da 14 anni, quando ha lasciato il suo lavoro da agente immobiliare a Milano per trasferirsi nella più grande delle 1024 favelas di Rio de Janeiro. Alla Rocinha, che vuol dire “piccolo orto” perché i primi a insediarsi erano tutti contadini, abitano in duecentomila: una città grande come Trieste o Brescia. “E come in ogni paese, così come in ogni favela, anche qui si vivono gioie e dolori’. Che Barbara prova a esaltare e alleviare con la sua onlus “Il sorriso dei miei bimbi“. E, pesando il Mondiale, la sua bilancia tende dalla parte dei dolori.
Con l’avvicinarsi della Coppa del Mondo si è scritto di tutto sulle favelas. Com’è la situazione alla Rocinha? Se vivessimo in Italia la stessa repressione saremmo già impazziti. Mentre qui, nonostante la fogna e la mancanza di strutture vince comunque la voglia di andare avanti. Nella foga di sopravvivenza si finisce però per non correre verso i propri diritti. Dev’essere questo il tema principale quando si parla di favelas, prima ancora della povertà. A Rocinha ci sono gli indigenti e i ricchissimi, che fuori da qui non lo sarebbero perché dovrebbero pagare tasse e bollette. Ma tutti, oltre i confini della favela, vengono emarginati e non sono visti di buon occhio. La realtà è che per ogni narcos abbiamo 80 lavoratori e uno zoccolo duro di 19 fancazzisti. I trafficanti di droga sono però armati e questo porta spesso a conflitti a fuoco con la Polizia, che diventano gli unici avvenimenti per cui la Rocinha fa notizia.
Però che polizia e favelas vivano un rapporto sempre più complicato è innegabile.Dopo il periodo di terrore seguito alla “pacificazione” del 13 novembre 2011, oggi viviamo sotto il controllo massiccio dell’UPP (unità di polizia pacificatrice, ndr), fattosi più stringente nell’ultimo mese. Ci sono tre categorie di agenti dell’UPP: gli anziani, corrotti e con il chiodo fisso del guadagno, i giovani idealisti che credono nella loro opera di pacificazione e i ragazzi che entrano in polizia per avere accesso libero all’università. Quest’ultimi sono tanti, non sono preparati e hanno paura quando scattano situazioni di pericolo. Dall’altra parte trovano loro coetanei che hanno preso piede dopo gli arresti massicci delle vecchie guardie del narcotraffico. Sono giovani contro giovani: si cagano addosso quando è il momento di sparare. Accade sempre più spesso che ci scappi il morto e a volte si tratta di passanti del tutto estranei.
L’inasprimento del conflitto è una conseguenza dell’avvicinarci della Coppa del Mondo?Vivendo qui non può sfuggire che l’ordine di alzare il livello di repressione sia palese: entrano, sparano, ammazzano. Avviene soprattutto nella zona alla base della montagna dei Due Fratelli. Se un poliziotto trova un ragazzo armato, apre il fuoco. È successo l’ultima volta neanche due settimane fa, alle 2 del pomeriggio.
La “questione favelas” come viene trattata dalla stampa?
I media brasiliani cercano di non parlarne, evidenziando solo le operazioni di polizia. I giornalisti stranieri si dividono in due scuole di pensiero: “esaltare le storie eccezionali” oppure “violenza, violenza, violenza”. La realtà è che siamo finiti sotto i riflettori per i Mondiali, ma qui lo spirito della Coppa non è ancora arrivato.

Un paradosso, tenendo conto che gli strati più poveri della popolazione brasiliana sono il cuore pulsante della passione per il calcio.L’assegnazione dei mondiali al Brasile è stata motivo di orgoglio anche qui. Però i benefici si sono fermati un passo prima d’entrare alla Rocinha e in qualsiasi altra favela. La Coppa è costata tanto al settore pubblico. E questa gente ne paga le conseguenze sulla propria pelle. Sono cresciuti i prezzi e le infrastrutture pensate e iniziate non sono ancora state portate a termine. Quelle ultimate, penso agli stadi, sono diventati inaccessibili.
In che senso?Il Maracanà è sempre stato un simbolo del popolo, oggi è un posto per ricchi. Il prezzo più basso per una partita è di 80 reais, il salario minimo di un brasiliano è di 780. Chi spende il 10 per cento dei propri guadagni per vedere una partita di calcio? Oppure pensate ai trasporti, miccia delle proteste dello scorso anno durante la Confederations Cup. Le cooperative di tassisti create nelle favelas sono state cancellate e non compensate con un servizio che funzioni. Contestualmente il prezzo dei bus è cresciuto. Vuol dire che la gente per andare a lavorare spende di più e impiega più tempo.
Le Olimpiadi del 2016 sono alle porte. Temete un secondo round di repressione e rincari?Spero innanzitutto che si plachi l’onda repressiva. Contestualmente i lavori pubblici che procedono a rilento dovranno arrivare a termine. Questo avrà un risvolto positivo sotto il profilo dei servizi ma allo stesso tempo la tanta manovalanza proveniente dalle favelas si ritroverà senza un lavoro. E parliamo di persone che attualmente portano a casa uno stipendio di 1400 reais al mese, più buoni basto e trasporti gratuiti.
Sarà un Mondiale in tono minore, insomma?I primi addobbi per la Selecao iniziano a vedersi in questi giorni. L’associazione degli abitanti ha proclamato una competizione per la strada con il miglior allestimento: si vincono carne e birra per un barbeque. Nella via Apia, una delle principali della Rocinha, verrà installato un maxischermo. Rimaniamo comunque nell’ambito del “normale” per un popolo che ha fatto del calcio una parte integrante della propria vita. Qui anche dei sacchetti di plastica sono buoni per improvvisare una partita. L’abilità e il genio con la palla tra i piedi sono questioni congenite e restano una speranza per passare dall’emarginazione al mito.
p.s.
e cosa vuoi aggiungere? Qui c'è già gente che si sta allenando le kiappe per le ore passate sul divano...

lunedì 2 giugno 2014

Brasile, il boomerang dei Mondiali

... a completamento del post di ieri oggi vi posto un articolo preso dal Fatto quotidiano del 1/6/2014 a firma di Loretta Napoleoni (una persona che certo ne sa più di me.. lo fa di mestiere, io no..)
Tra meno di due settimane partono i mondiali di calcio in Brasile, che oltre a regalarci uno spettacolo sportivo di prima classe ci offrono la possibilità di sapere di più nei confronti di una nazione emergente, parte dei celeberrimi BRIC (Brasile, Russia, India Cina). Il Brasile, si sa, è la nazione che ha vinto più coppe del mondo in assoluto, quindi ci sarebbe da aspettarsi che i mondiali siano un evento popolarissimo, fonte di orgoglio nazionale. Ed invece non è proprio così.
Dal 2007, da quando il Brasile si è assicurato i mondiali del 2014, “l’indice di gradimento” di questo evento è sceso dal 75 al 48 per cento, oggi meno della metà della popolazione pensa che sia stata una buona mossa ospitare i mondiali. Ai brasiliani appare assurdo che il governo abbia speso 11 miliardi di dollari e mezzo, di cui circa 3,6 miliardi provenienti dall’erario pubblico, per allestire i mondiali quando nel paese mancano i servizi sociali fondamentali, dalla sanità alla scuola. La notizia, poi, che questi saranno i mondiali più costosi della storia, ha provocato un’ondata di protesta.
Le critiche mettono in luce un sistema economico corrotto, asfissiato dall’eccessiva burocrazia e controllato dal grande capitale. Questa miscela ha fatto sì che gli sprechi siano stati  quasi tanto frequenti quanto le promesse non mantenute. Ad esempio, il governo ha insistito per ubicare le partite in una dozzina di città, quando la stessa FIFA aveva ne suggerito massimo 8. Stadi  giganteschi sono sorti, simili a cattedrali nel deserto, in piccoli centri urbani privi di squadre locali famose e dei tifosi per riempirli. Quello costruito a Manaus, nell’Amazzonia, ha una capienza di 39 mila persone quando nelle partite locali il numero massimo di spettatori è 1.500. Dietro la costruzione degli stati c’è una macchina infernale di politici corrotti e di architetti e società di costruzioni a loro legati.
Ma non basta, gran parte delle infrastrutture di cui in futuro avrebbe dovuto beneficiare la popolazione, e che hanno giustificato l’uso di 3,6 miliardi di dollari provenienti dalle tasse dei brasiliani, non sono state costruiti. L’alta velocità che doveva collegare Rio de Janeiro a Sao Paulo per un costo di 16 miliardi di dollari non si è mai materializzato.
La rabbia contro le spese e gli sprechi dei mondiali, esplosa lo scorso anno nelle strade del Brasile, è anche alimentata dal rallentamento della crescita economica. Nel 2007 il tasso di crescita era del 7,5 per cento, oggi l’economia fa i conti con una recessione quasi quinquennale. Secondo il governo i mondiali inietteranno nell’economia nazionale circa 11,1 miliardi di dollari, grazie alla pubblicità ed alle spese dei tifosi; daranno anche lavoro a quasi 400 mila persone. I critici, tra cui le agenzie di certificazione come Moody, fanno notare che si tratta di occupazione stagionale e che l’impatto sull’economica brasiliana sarà minimo. I mondiali non compenseranno la contrazione legata all’eccessivo indebitamento della giovanissima classe media, la caduta del gettito fiscale legata a questo fenomeno, né risolveranno il problema della corruzione e dell’eccessiva burocrazia.
Peccato che sia tardi per tornare indietro e che il Brasile dovrà anche fare i conti con le Olimpiadi del 2016.
p.s.
più chiaro di così...

domenica 14 luglio 2013

renderli invisibili.... a rio come altrove

Accadde già a New York, con Giuliani, qualche anno fa; ne parlò, in termini di mercato eugenetico, anche A. Smith (nel famoso "la ricchezza delle nazioni" dove sosteneva che il mercato avrebbe ridotto il numero di poveri che fanno troppi figli e che non ci si doveva preoccupare in merito nè li si doveva aiutare): i poveri sono "il" problema e devono essere resi invisibili, almeno ridotti di numero e deportati altrove e quando non fosse possibile ....... scaricare su di loro la colpa di esserlo. Ora, essendo società "democratiche", la gente ancora non è, ancora, così indifferente e abituata alla loro emarginazione, non fo'ss'altro perchè potrebbe capitare a chiunque in un futuro lontano e quindi, in base all'istinto di autoconservazione, meglio andarci piano ma ....... ci stanno lavorando anche per quest'aspetto.
Cosa accade?
In Brasile, proteste o meno, ci saranno eventi sportivi di portata planetaria: i barboni e assimilati danno noia e non lustro, devono essere sloggiati e, al limite, messi sotto TSO di massa per renderli almeno "presentabili". Quando ho letto questa cosa mi è venuto in mente un film "i figli degli uomini" dove venivano preconizzati non solo i C.i.e. che ben conosciamo tutti ma anche la ricerca, persecuzione e ghettizzzione di tutti gli imprensentabili: dai poveri ai clandestini: nel libro in una Inghilterra del futuro; ma che nella realtà è una cosa prossima anzi attuale e che, vista l'evoluzione che si sta prendendo non è nemmeno così fantascientifico, anzi.... abbiamo già: le isole ghetto, Lampedusa; ovunque ci sono i Cie; dovunque cresce l'insofferenza per diversi, poveri, ecc. da qui a deportarli altrove, magari in periferia, il passo è breve... e riformando la costituzione, italiana e non solo, se ne da il sigillo definitivo: non è nemmeno un caso che la UE si sta distinguendo non tanto per superare la crisi quanto per finanziare banche fallite e fare i conti con quel welfare europeo che ne è stato la bandiera per decenni.....
Ma non è il solo caso: da noi il "mitico" Bondi (quello che ha salvato la Parmalat dai Tanzi ma l'ha svenduta ai francesi di lactalys) ha risposto così alle critiche sugli scarichi dell'ilva tarantina:  "Il ruolo dell'impianto? Dipende da altri fattori come fumo di sigarette e difficoltà nell'accesso a cure mediche". Inoltre, “l'enfasi sul possibile ruolo dell'impianto siderurgico sembra essere un effetto della pressione mediatico-giudiziaria, ma non ha giustificazioni scientifiche” ......
cosa dire? Parla da se.... è tremendo una tale insensibilità, ma non è, e non sarà in futuro, cosa rara perchè viviamo in un mondo dove i costi, propri e indotti dalle proprie attività, contano più dei danni che sono provocati e di conseguenza la cosa che conta di più è trovare una spiegazione "altra" rispetto all'evidenza: non è colpa degli scarichi e dei depositi a cielo aperto ma di coloro che vivono intorno in una condizione di disagio: una teoria interessante, vero? Non è un problema dell'azienda ma della gente che non ha unostile di vita di adeguato, una semplicissima spiegazione chein un colpo solo fa terra bruciata intorno a millenni di scoperte mediche e di cure per gli esseri umani.
Una tale insensibilità non può essere imputata, solo, al singolo: è frutto di una mentalità che è venuta alla luce come una corrente carsica ora ma risale al primo industrialismo, alla prima rivoluzione industriale e ai suoi effetti sulla società......
è chiaro che andrà combattuta ma, a differenza di allora, non ci sono idee, o ideologie, che possano far crescere un alternativa, anche teorica, al mondo attuale: c'è solo una carta costituzionale (in via di revisione), dei cittadini, alcuni movimenti e tantissima confusione.... poco troppo poco per ptoervi aderire criticamente: ma è tutto ciò che rimane e con essa dobbiamo fare i conti per l'applicazione di quelli che una volta erano diritti costituzionalmente tutelati e ora sono ... costi e basta.
Non pensate che queste due storie siano lontane fra loro: hanno un humus comune ossia la lotta di classe dei ricchie dei privilegiati contro quelli che ora son poveri o senza voce ufficiale ma che possiamo definire senza tema di essere smentiti come "invisibili" e "impresentabili" di cui vergognarsi e da nascondere agli occhi dei potenti e dei benpensanti.... sono tanti, troppi e il mercato non ha ancora svolto la funzione preconizzata da Smith: ridotti alla fame spariranno o diverranno "sostenibili" in numero e in presenza prima o poi, basta aspettare e continuare a crearne le condizioni, tutto qui ..... poi a Rio come a Taranto un motivo per nasconderli si trovrà sempre come si troverà sempre qualcuno che sostiene che non è l'industria che uccide ma sono loro che bevono e fumano troppo!!!!

domenica 9 gennaio 2011

Gli anni del terrore: un eredità mai affontata..

Vi confesso che la mancata estradizione del criminale dei cosiddetti PAC che é riparato in Brasile per salvarsi dal, meritato, carcere cui nel nostro paese é stato condannato. In un paese come il brasile dove per anni c'é stata una dittatura dura, e dove ancora oggi ci sono in alcune zone gli squadroni della morte, abbia remore fortissime nel rilasciare foss'anche un criminale e in quel paese infatti vivono non solo terroristi ma anche mafiosi e similari: ma non é questa l'unica ragione per la quale non mi meraviglia che quel criminale non viene estradato; credo che anche come la legge e la Magistratura sono state "trattate (attaccate e denigrate)" nel nostro paese abbia contribuito nel non spingere il Brasile a estradarcelo. Non c'é solo la questione di quale sia il livello delle applicazione delle leggi nel nostro paese ma anche la sua statura a livello internazionale, che non é mai stata troppo alta, oggi é ai minimi storici: si teme troppo di perdere i contratti di fornitura per alzare la voce. Oggi conta più il cliente che sempre ragione che l'idea di rispetto della legalità sia interna che esterna e non avendo mai fatto i conti con gli scheletri presenti nei nostri armadi ci troviamo sempre nel pantano e per giunta affondandoci. Non abbiamo, per esempio, fatto i conti con gli anni della conventio ad excludendum e dei soldi sia americani che russi che affluivano copiosi per evitare che il nemico avesse la meglio anche se il nostro paese, nella grande divisione che fu fatta a Yalta, era predestinato alla sfera occidentale. Poi c'é da fare i conti l'eredità della resistenza e delle trame, il nostro paese era un campo di battaglia, dei vari poteri che erano dietro la guerra fredda che attanagliava il paese; insomma per dirla tutta prima faremo i conti con la nostra storia e prima ci libereremo del peso che ancora oggi ci impedisce di diventare quel paese maturo che potremmo essere e salterà quel tappo che oggi ci opprime e impedisce il ricambio non solo generazionale ma anche politico cui abbiamo diritto. In passato di occasioni ne abbiamo avute di sfuggire alla cappa di piombo (l'accordo possibile fra pci e dc ma che con la svolta dell'uccisione di Aldo Moro fu spazzato via e questo solo per fare un esempio) ma c'é sempre stata paura, da parte della maggioranza dei cittadini, di intraprendere reali cambiamenti e c'é sempre stato l'interesse delle oligarchie a che questi cambiamenti non avvenissero perché questo avrebbe demolito la loro posizione di potere. Con queste premesse il paese rimane condannato alla decadenza e facile preda di un nuovo equilibrio delle attuali oligarchie e non certo il paese moderno che tutti ci aspetteremmo. Rimaniamo sempre a metà del guado, sembra un destino ma possiamo farcela solo se realmente la parte sana del paese prenderà le redini in mano: al momento una pia illusione.......

domenica 18 ottobre 2009

Battaglia a Rio: un'altro fallimento dei bei sentimenti.

E' battaglia a Rio de Janeiro: prima fra bande e poi con la polizia (che non ha mai brillato per garantismo ma in quelle circostanze forse non si può fare altrimenti), un'elicottero è stato abbattuto. Un vero bollettino di guerra. E non stiamo parlando mica dell'Afghanistan né del'Iraq ma di uno dei paesi definiti "nuove" potenze mondiali dove governa quella sinistra liberista, e un pò caciarona, che si pone come modello per gli altri paesi e fa sperare in un diverso sistema e in un alternativa al precedente regime: addirittura nel 2016 ci faranno le Olimpiadi e nel 2014 i Giochi. In principio forse poteva anche essere così (quando uno dei capi dei Sem Terra era nel Governo) ora invece non pare che ci siano molte differenze fra questo governo e quelli che lo hanno preceduto visto che le favelas esistono ancora e così pure le immense ricchezze che pochi, (pochissimi) ancora, detengono: certo hanno fatto programmi e hanno finanziato progetti, e poi? Nei fatti è cambiato solo la cosa che ora le armi le usano tutti e perchè tutte le contraddizioni che prima c'erano continuano ad esserci, anzi si sono aggravate negli anni fino a fare delle favelas uno stato a parte dove vige la legge delle bande e dei narcos e dove la povera gente continua ad essere tale e forse anche peggio. Dove governa la destra si sta male e si sa; dove governa la sinistra liberista non si sta meglio perchè anch'essa ormai condivide il quadro e il diegno liberista: che si fa allora? Ci mettiamo con le mani sulle gambe e aspettiamo che anche qui (già accade, del resto, che siano "problemi" nelle banlieu francesi o nei quartieri multietnici inglesi e nel sud italia) si vedano battaglie campali per la strada come a Rio? Aspettiamo anche qui il momento fatidico o cominciamo a pensare come cambiare strada mettendoci alle spalle queste strade che ormai sono note?

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