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domenica 30 giugno 2019

Trattato Ue-Sudamerica, Merkel forza l’accordo con Bolsonaro ‘per combattere il populismo’

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 27 Giugno 2019 

di Monica Di Sisto
“Siamo a un bivio. L’Unione Europea non può permettersi di abbandonarsi a argomenti populisti e protezionisti sulle politiche commerciali, un’area in cui i risultati dell’Ue sono innegabili. Dobbiamo avvantaggiarci della situazione politica odierna nei Paesi del Mercosur e non lasciare che questa finestra di opportunità si chiuda”. Parole della democratica cristiana Angela Merkel che, in una lettera del 20 giugno scorso all’uscente presidente della Commissione Ue Claude Juncker, pubblicata da Politico, intima senza mezzi termini di chiudere prima dell’addio definitivo alla Commissione Ue il controverso Trattato di liberalizzazione commerciale e degli investimenti tra Europa e Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay). Secondo Merkel, apprendiamo, il populismo si batte a colpi di accordi con l’autoritario presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che con il suo arrivo ha accelerato il negoziato in corso da oltre venti anni. I suoi predecessori avevano avanzato lenti, tra timori e resistenze, per i possibili impatti ambientali e sociali legati a una prevista intensificazione degli scambi di prodotti agricoli e alimentari, latte e carni ma anche soia e canna da biodiesel, parti di auto, auto e meccanica. Merkel motiva la scelta, senza tante perifrasi, con “un accesso privilegiato a un mercato di 260 milioni di consumatori per le nostre aziende”, e si porta dietro nella richiesta i premier socialisti spagnolo Pedro Sanchez e portoghese Antonio Costa, il premier della Repubblica Ceca Andrej Babis, duramente contestato in questi giorni per frode, quello della Lettonia Krisjanis Karins, il primo ministro svedese Kjell Stefan Löfven e quello olandese Mark Rutte.
A lei oppone la “controspinta” del premier francese Emmanuel Macron che, unendo la sua firma a quella del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, del premier belga Charles Michel e del loro collega irlandese Léo Varadkar, ha chiesto invece a Juncker di rispettare precisi limiti di mandato: valutare gli effetti cumulativi delle quote negoziate nei vari accordi firmati alla spicciolata dall’Unione, soprattutto sulla tenuta del settore agricolo; una più forte garanzia delle norme sanitarie, fitosanitarie, del benessere degli animali e ambientali; la coerenza politica tra gli obiettivi strategici dell’Ue in materia e le responsabilità in materia di cambiamenti climatici, per evitare il prevedibile dumping ambientale che arriverà alle imprese europee con questa ulteriore liberalizzazione. Al momento, però, le preoccupazioni di Macron sono considerate marginali dai negoziatori e il trattato dovrebbe arrivare indisturbato a conclusione entro la fine della settimana, senza alcuno dei meccanismi di controllo vincolante dell’impatto sulla sostenibilità sociale e ambientale chiesti da molti anni dalle organizzazioni internazionali.
Il governo italiano, che apertamente non si schiera, con il sottosegretario Ricardo Merlo ha parlato con il ministro dell’Economia brasiliano Paulo Guedes a cento rappresentanti delle imprese italiane in missione in Brasile sottolineando che “l’Italia guarda con molto interesse all’evoluzione del progetto politico e economico di Bolsonaro visto che le economie dei due Paesi sono assolutamente complementari”.
Oltre 340 organizzazioni della società civile europea, italiana e del Mercosur, però, hanno messo nero su bianco le loro preoccupazioni contro l’aggravamento delle violazioni dei diritti sociali e dell’ambiente soprattutto in Brasile e nella regione Amazzonica, a seguito dell’approvazione del trattato. L’attacco alle politiche sociali, la chiusura seriale di associazioni e realtà indigene, l’incarceramento e le morti misteriose di attivisti e leader, l’abolizione del dipartimento per le politiche su clima e ambiente, responsabile dell’implementazione dell’Accordo di Parigi suggerirebbero, secondo le oltre 300 realtà, di non correre a chiudere un accordo tanto invasivo.
La stessa valutazione indipendente di impatto del trattato richiesta dalla Commissione europea e chiusa prima dell’arrivo di Bolsonaro alla guida del Brasile, segnala molti potenziali problemi a fronte di uno 0,1% di aumento presunto del Pil europeo in un periodo di 10 anni dall’entrata in vigore nella formulazione più liberista possibile. Per l’Europa il colpo principale lo subirà, e molto secco, il settore agricolo, zootecnico e della trasformazione piccola, media e di qualità, con una concorrenza diretta e insostenibile sui produttori di materie prime e una prevedibile – ulteriore – depressione dei prezzi interni, concentrazione e sottoccupazione. In cambio si facilita un maggiore e più economico accesso delle aziende europee del settore metalmeccanico, chimico e farmaceutico – strategiche per la Germania – al ricco mercato latinoamericano. Il Brasile in particolare, in generale la controparte, lo pagherà in termini di impatti sociali e ambientali, con una più intensa, prevista, deforestazione, e un aumento progressivo delle emissioni contro le quali la valutazione raccomanda di prevedere l’inserimento di un meccanismo di valutazione e monitoraggio.
Al momento, però, nelle bozze circolate informalmente fino a oggi, di meccanismi vincolanti non c’è traccia, e si approfitta da parte europea dell’insensibilità del leader brasiliano alla materia per tenere le mani delle imprese il più slegate possibile. “Un trattato commerciale non può risolvere tutte le miserie del mondo. Ma possiamo creare un contesto per discuterne”, ha tagliato corto la commissaria uscente al Commercio Cecilia Malmstrom che vuole appuntarsi sulla giacca questo successo costi quel che costi. E della presunta “Europa campione dell’ambiente” per il momento è tutto.
Zonaeuro | 27 Giugno 2019

mercoledì 1 maggio 2019

Macron a 360°: via l’italiano dalle scuole e forze militari ai confini russi

Fonte: W.S.I. 30 Aprile 2019, di Francesco Puppato

È un Macron a 360° quello che, dopo il periodo di depressione passato rinchiuso a palazzo per l’assedio dei gilet gialli, si ripresenta sulla scena francese, europea ed internazionale. Cominciando con un taglio di portata nazionale, il presidente francese, rivolgendosi ai gilet gialli, ha parlato di aumenti salariali e riduzione delle tasse, a patto che i francesi lavorino i più.
Sempre con riferimento alla sua nazione, Macron vuole eliminare la lingua italiana dalla scuola francese: con la nuova riforma del liceo, il numero dei posti messi a concorso vede da un paio d’anni una caduta senza precedenti. Negli ultimi due anni, all’agrégation esterna (ovvero il concorso per gli insegnanti universitari) questo numero è stato dimezzato (con soli 5 posti nel 2019, un numero “derisorio, se non umiliante”, secondo quanto riferito su Le Monde da un collettivo universitario 
Nel frattempo quello del Capes esterno (cioè il concorso per insegnare nelle scuole) è passato da 28 a 16. Nel 2014, 2015 e 2016 i posti erano invece 35, mentre nel 2013 addirittura 64. Nessun’altra lingua vivente, nello stesso periodo, ha subito amputazioni tanto violente da parte del ministero dell’Istruzione.
Truppe militari francesi ai confini con la Russia
Ma Macron e il suo governo non si è fermato qui. A livello internazionale, infatti, ha deciso di schierare le proprie truppe militari in Estonia ai confini con la Russia, come indicato in una nota dall’ambasciata francese in Estonia.
Più precisamente, l’arrivo via treno previsto per il 23 aprile comprendeva un totale di 300 soldati, 5 carri armati Leclerc e 20 veicoli blindati, compresi 13 veicoli corazzati da combattimento (VCC), nei quadri della missione FRA-EFP LYNX e per un periodo di quattro mesi.
Le truppe saranno schierate nella città estone di Tapa, che dista 140 chilometri dal confine russo.
La nota, inoltre, specifica quanto segue:
“La missione FRA-VET LYNX è il contributo della Francia al rafforzamento del fianco orientale della NATO nei tre Paesi baltici e in Polonia. Per la prima volta i soldati francesi sono stati schierati a Tapa tra marzo e dicembre del 2017″.
Qualcuno, invece, come il giornalista esperto di geopolitica Cesare Sacchetti dal suo profilo Twitter e altri commentatori, sostengono che queste mosse mettano a repentaglio la pace europea. Sacchetti sostiene inoltre che le decisione prese sulle ore lavorative rischiano che le proteste violente in Francia diventino la “condizione permanente”.

domenica 13 gennaio 2019

Chi sono i gilet gialli e cosa possono fare alle europee: l'analisi di Alain De Benoist

Fonte: Informazione consapevole.
Intervista di Francesco Boezi a Alain De Benoist
Di Francesco Boezi http://www.occhidellaguerra.it
Alain de Benoist, nell’ultima intervista rilasciataci, aveva pronosticato che il populismo, nonostante le battute d’arresto, avrebbe continuato a far parlare di sé. A sei mesi dalle elezioni europee, abbiamo intervistato di nuovo il politologo e saggista francese.

Alain de Benoist, lei ha teorizzato in tempi non sospetti che il raggio d’azione del populismo fosse destinato a proseguire nel tempo. I gilet gialli rappresentano questa continuazione?

“Sì, evidentemente. Il politologo Vincente Coussedière parla di ‘populismo del popolo’ per designare una forma d’azione e di rivendicazione spontanea diversa da quella dei partiti e dei movimenti abitualmente definiti ‘populisti’. Questa espressione si applica in modo esemplare ai gilet gialli, la cui caratteristica principale è di essere apparsi quando nessuno se l’aspettava e tenendosi sdegnosamente lontani da sindacati e partiti. La continuità del movimento, la sua natura ‘sotterranea’, inafferrabile, il ruolo di primo piano che giocano le donne, il suo carattere contemporaneamente sociale e patriottico sono alcuni altri tratti che lo distinguono da tutti i movimenti sociali precedenti”.

Se lei dovesse inquadrare i gilet gialli all’interno di un movimento politico, li accosterebbe al Front National oppure ritiene che possa esistere pure una certa simpatia provata nei confronti di Mélenchon?

“Secondo i sondaggi, è il Rassemblement di Marine Le Pen che dovrebbe beneficiare del maggior numero dei voti dei gilet gialli alle prossime elezioni, ma la Francia ‘renitente’ di J.-L M. dovrebbe, allo stesso modo, trarne beneficio. Detto questo, non bisogna dimenticare che la grande maggioranza dei gilet gialli non aveva, fino ad oggi, mai conosciuto un impegno politico. La maggior parte di loro manifesta per la prima volta. Alcuni di poro potrebbero avere la tentazione di presentare una lista indipendente alle prossime elezioni europee ma a mio avviso sarebbe un errore. Il solo risultato sarebbe dividere l’opposizione”.

La presidenza Macron è destinata a durare? 

“È protetto dalle istituzioni della V repubblica ma in questa situazione per lui sarà molto difficile continuare a governare. Ci sarà un ‘prima’ e un ‘dopo’ gilet gialli, tanto più che le cause della rivolta sono ancora là. Emmanuel Macron è stato collocato a capo dello Stato con il sostegno attivo dei mercati finanziari e degli oligarchi, che si aspettano da lui che imponga le ‘riforme’ che dovrebbero adattare la società francese alle esigenze dell’Unione europea. Questo programma implica inevitabili misure di austerità delle quali le classi popolari e la parte di classe media che, al giorno d’oggi, è sulla via del declassamento, e persino della sparizione, non vogliono più sentire parlare”.

I gilet gialli influenzeranno anche altre nazioni d’Europa? Se sì, come e quali?

“Si è immediatamente constatato un effetto di contagio: subito in Belgio e nei Paesi Bassi, poi in Portogallo, in Romania, in Bulgaria e persino in Iraq. Ho visto, di recente, che il governo italiano ha egli stesso manifestato la sua simpatia nei confronti dei gilet gialli. Ma, nell’immediato, si tratta soprattutto di iniziative imitative. Anche le condizioni particolari di ciascun paese esercitano un ruolo”.

Come sta il populismo in Europa? 

“Il populismo in Europa (e altrove) è il fenomeno politico più innovativo degli ultimi trenta anni. È una modalità di articolazione della domanda politica e sociale che parte dalla base e, in una prospettiva contro-egemonica, si indirizza contro delle élite considerate separate dal popolo e sollecite soltanto dei loro privilegi. L’insorgenza dei populismi s’accompagna dappertutto al declino dei vecchi partiti istituzionali, che erano i vettori della divisione destra-sinistra, cui succederanno divisioni nuove. Non è ancora venuto il momento di tracciare un bilancio di questa ondata di populismo, ma è chiaro che è chiamata ad amplificarsi ancora nei prossimi anni”.

Gli analisti sostengono che l’asse franco-tedesca sia entrata in crisi. Lo ritiene corretto? Verso quali cambiamenti stiamo andando incontro in termini geopolitici?

“A parte rare eccezioni recenti, l’asse franco-tedesco è sempre stato in crisi. In passato, è stato dominato dalla Francia perché la Germania, divenuta un gigante economico, rimaneva un nano politico. Dalla caduta del sistema sovietico e la riunificazione, è il contrario. La Germania ha imposto le modalità di adozione dell’euro. Si rende conto che la Francia non riesce a realizzare le riforme e che è sempre più isolata nello scenario internazionale. Questa situazione suscita nella Germania la tentazione di porsi come principale alleato degli Stati Uniti. Ma, nello stesso tempo, l’indirizzo politico tedesco si evolve, lentamente come sempre in quel Paese. Angela Merkel si appresta a lasciare il potere e nessuno sa ancora per davvero chi le succederà”.

Le elezioni di medio-termine hanno sancito una parziale tenuta di Donald Trump. Pensa che il Tycoon possa confermarsi nel 2020?

“È difficile da dire. Trump, che è un personaggio imprevedibile, ha contro di lui dei poteri considerevoli, tutti più o meno legati all’establishment di Washington e ai rappresentanti dell’ideologia dominante. Ma vanta anche importanti riserve di voti nell’ “America profonda”. Non ha affatto deluso i suoi elettori, malgrado il suo stile spesso stravagante e i suoi ripensamenti inattesi. Sul piano economico e sociale, ha invece ristabilito la situazione. I suoi orientamenti in politica estera sono più criticabili, ma questo non interessa il suo elettorato. Inoltre, sul fronte democratico, non si vede chi potrebbe opporsi a Trump. Bisogna aspettare di saperne di più”.

Articolo completo su Occhi della guerra

mercoledì 19 dicembre 2018

Economist elegge il “Paese dell’anno” per il 2018

Fonte: W.S.I. 19 dicembre 2018, di Alberto Battaglia

La storia più recente ha mostrato che essere incoronati dall’Economist come “Paese dell’anno”, un riconoscimento assegnato alla nazione che ha visto il maggior progresso economico o sociale, può anche portare sfortuna. L’anno scorso le lodi andarono alla Francia, premiata per aver respinto il populismo di Marine Le Pen ed eletto il potenziale “salvatore d’Europa”, Emmanuel Macron. Un anno dopo l’alloro della rivista britannica, i gilet gialli hanno segnato il punto più basso del declino che il presidente francese ha riscontrato molto presto nei consensi. In una certa misura, il populismo può perdere alle elezioni, ma ciò, di per sé, non cancella le condizioni economico-sociali che lo alimentano. E Macron, dal canto suo non ha dato risposte sufficienti a quella realtà.

Ancor più drammatici si sono rivelati gli sviluppi per il vincitore del 2015, la Birmania, che non molti mesi più tardi ha attirato l’attenzione di tutto il mondo per i, genocidio dei Rohingya, fuggiti in massa (si parla di almeno 720mila persone) verso il vicino Bangladesh. Una definizione, quella del genocidio, che non è arbitraria, bensì quella riconosciuta dal Tribunale internazionale permanente dei popoli.

Quest’anno l’Economist ha accarezzato l’idea di eleggere il proprio Paese, il Regno Unito, per offrire un monito sul fatto che rovinare politicamente una nazione è un compito dannatamente facile. “Persino un paese ricco, pacifico e apparentemente stabile può incendiare distrattamente le sue disposizioni costituzionali senza alcun serio piano su come sostituirle”, ha scritto il newspaper sul caso Brexit. Nonostante questo, il miglior esempio di progresso nel 2018 non proviene da Londra, ma da un Paese assai più piccolo e dalla storia travagliata l’Armenia. Un esempio, scrive l’Economist, di come in  rari casi anche le autocrazie possano svanire pacificamente.

“Il presidente, Serzh Sargsyan, ha cercato eludere i limiti di tempo del mandato trasformandosi in un primo ministro esecutivo. Le strade sono scoppiate in segno di protesta”, ha sintetizzato la rivista, “Nikol Pashinyan, un ex giornalista carismatico e barbuto, è stato trascinato al potere, legalmente e correttamente, in un’ondata di repulsione contro la corruzione e l’incompetenza”. Ed è così che un sostenitore di Putin, chiosa il giornale, è stato espulso senza che nessuno si sia fatto male. Non resta che sperare che, questa volta, alle lodi non seguano inaspettate sfortune.

martedì 11 dicembre 2018

I gilet gialli hanno fame? Purtroppo per Macron anche i croissant costano troppo

Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo | 10 dicembre 2018 


Si avvicinava la fine del secolo, e nella capitale di un Impero una sfortunata regina, suggerì al popolo di mangiare croissant, dato che il pane scarseggiava. Il popolo affamato, stanco, stremato da tasse e soprusi della media nobiltà, non la prese bene. La sua uscita, ammesso che sia stata veramente pronunciata da lei, è divenuta parte del pacchetto della “storia ufficiale” della rivoluzione francese. Emmanuel Macron oggi sembra la versione al femminile della famosa regina (che perse la testa per il popolo e le sue scelte).
C’è una grande differenza tra quella regina, avulsa dal mondo vero, e il signor Macron: l’informazione. Malgrado si possa criticare i media, come delatori, sobillatori o cospiratori del potere, i media hanno ancora lo scopo di tenere informati i cittadini su quello che succede. Al peggio se non ci si vuol fidare dei media i normali strumenti social sono perfetti per acquisire dati grezzi.
La Francia e i gilet gialli sono solo l’ennesimo esempio di una classe politica che ha deciso di ignorare il popolo. Bene inteso il mio non è un discorso politico. Ma mettiamola in questo modo: se Macron è il “nuovo che avanza” come era stato ribattezzato il suo movimento, allora sarebbe meglio tornare al vecchio. Macron dimostra di essere come quella regina, addirittura sono giorni che non si fa vedere sui media (un giorno sui social equivale a un’epoca nel mondo normale).
Ma cosa succede veramente in Francia? In verità nulla di nuovo. La classe media (di cui i taxisti sono solo una parte) si sente sempre più oppressa. I cittadini possono leggere su Internet tutto quello che succede e dissentire. Internet ha creato due grandi opportunità. La prima, all’apparenza, a vantaggio di un governo che ci tiene ai suoi cittadini: se usato correttamente (vedi Cina, correttamente è un eufemismo, si intende) Internet è il miglior sistema di controllo esistente. E la Cina dimostra chiaramente come si può controllare la vita dei cittadini in modo efficace e pervasivo.
Se restiamo nel mondo occidentale, Internet appare essere uno strumento valido per creare il seme di un dissenso che, se non intercettato si manifesta nella vita reale. I gilet gialli sono nati in rete e la loro organizzatrice nemmeno è una taxista: Priscillia Ludosky vende prodotti per aromaterapia in rete. Il movimento di per sé è un confluire di differenti gruppi di rivolta che si sono incontrati (in questo i social aiutano) e hanno cominciato a “scaldarsi a vicenda”. Di qui alla piazza il percorso ha preso alcuni mesi ma ora è mainstream. E la teoria del gregge (roba da sociologi dei decenni passati) fa il resto. Per imitazione altri prendono la piazza, poi si aggiungono un po’ di bravi “spacca tutto” (blackblockers, teppisti scegliete il termine che preferite) e il gioco è fatto.
Viviamo un’epoca della storia umana senza precedenti per fattori di comunicazione e interazione. E sorprendentemente i politici sono così ignoranti e inabili a utilizzare questi strumenti in modo corretto. Nel caso della Cina (ma ci sono anche altre nazioni meno famose) la rete è divenuta uno strumento di controllo efficiente e brutale (nella sua accezione finale, vedi islamici Hyuguri nei campi di concentramento, dove vengono “rieducati”). Nel mondo occidentale bastione della democrazia il massimo che possiamo osservare sono i casi di Trump che, sorprendentemente data l’età del biondo, ha saputo leggere gli animi della classe media (tra l’incazzato e l’atterrito dai rapidi cambiamenti) e ne ha fatto una bandiera. In modo rocambolesco e più primitivo (se parliamo dell’approccio tecnologico) in Italia abbiamo avuto la Lega e i 5 stelle. I partiti più globalisti (leggasi i democratici di sinistra) che, per assurdo sono stati i primi a sposarsi (qualcuno malignamente direbbe a vendersi) al capitalismo sfegatato e alle multinazionali, sono gli ultimi a percepire la potenzialità della rete, dei social e le loro applicazioni.
Alcuni secoli fa l’impero romano cadde sotto la forte pressione di una popolazione che non aveva una crescita economica sostenibile. Allora ci si poteva lamentare che avere dati e informazioni sull’andamento economico e sociale fosse difficile. Oggi non lo è più. Tuttavia l’imperatore della Francia ancora pensa che basti chiudersi in stanza al buio perché tutti i cattivi che lo vogliono alla Bastiglia se ne vadano.
Non è più tempo per i croissant… costano troppo.
@enricoverga

mercoledì 24 ottobre 2018

Non solo l’Italia: un altro grande paese preoccupa Bruxelles

Fonte: W.S.I. 24 ottobre 2018, di Alessandra Caparello 

Non è solo l’Italia a preoccupare Bruxelles. La Francia, la seconda economia più grande d’Europa, ha ricevuto un’ avvertimento dall’Ue la settimana scorsa, secondo cui la riduzione del debito prevista per il 2019 dal governo Macron non rispetta le proposte che Parigi aveva precedentemente concordato con l’UE.
Anche la Spagna, il Belgio, il Portogallo e la Slovenia sono stati richiamati dall’UE. Ma soffermandoci sulla Francia, il piano di bilancio del 2019 prevede che il deficit strutturale, ossia la differenza tra le spese e le entrate, escluse le voci una tantum, scenda dello 0,1 per cento quest’anno e dello 0,3 per cento nel 2019. Lo scorso aprile Parigi aveva concordato una riduzione annuale dello 0,6% del PIL per il disavanzo strutturale. Anche se il tono dell’avvertimento arrivato da Bruxelles a Parigi è stato più morbido di quello verso Roma, i due paesi hanno in realtà forse più somiglianze che differenze come scrive Silvia Amaro della Cnbc.
La legge di bilancio francese per il 2019 dimostra che il governo conta molto su entrate molto ottimistiche per raggiungere il consolidamento fiscale e che la spesa è di nuovo fuori controllo”.
Così Daniel Lacalle, capo economista e responsabile degli investimenti di Tressis Gestion. Anche l’Italia è stata criticata per avere previsioni economiche molto ottimistiche nel suo piano di bilancio 2019. I dati dell’agenzia di statistica europea, Eurostat, mostrano che, da quando ha iniziato a raccogliere i dati francesi nel 1978, la Francia non ha mai registrato un’eccedenza di bilancio. Anche l’Italia, che fornisce dati dal 1995, non ha mai presentato un’eccedenza di bilancio.
Florian Hense, economista di Berenberg, ha detto che a prima vista il bilancio francese potrebbe essere anche peggiore di quello italiano, ma c’è una grande differenza.
“Presi nel loro valore nominale, i piani del bilancio francesi non sembrano molto migliori di quelli italiani, o addirittura peggiori. Ma, mentre la Francia sta lavorando in modo credibile per migliorare il suo potenziale di crescita a lungo termine (rafforzando sia la domanda che l’offerta dell’economia), l’Italia sta facendo il contrario (si pensi alla riforma pensioni e alla spesa fiscale incanalata verso i consumi piuttosto che verso gli investimenti)”.
Nel complesso, la Francia ha promesso di ridurre il debito pubblico totale nel 2019, ma con un margine molto sottile. Mentre il debito della Francia dovrebbe raggiungere il 98,7% del PIL nel 2018, si prevede una sua riduzione di 0,1 punti percentuali nel 2019 al 98,6%. Guardando all’Italia, il governo giallo-verde ha dichiarato che il rapporto debito/PIL del Paese scenderà dal 131,2% del PIL nel 2017 al 126,7% nel 2021. Numeri più alti quindi.
Le regole fiscali europee suggeriscono che i paesi membri non dovrebbero superare un rapporto debito/PIL del 60%. I dati di Eurostat hanno dimostrato che entrambi i paesi fondatori dell’UE hanno lottato per mantenere il rapporto debito/PIL al di sotto di tale soglia, ma la situazione sembra peggiore in Italia, dove dal 1995 il rapporto debito/PIL è sempre stato superiore al 100%.

domenica 1 luglio 2018

“Trump ha offerto a Macron di uscire dall’Ue”

Fonte: W.S.I. 29 giugno 2018, di Alberto Battaglia

Nella versione esposta dai membri della squadra Trump, la strategia internazionale della Casa Bianca è quella di “resettare” l’ordine liberale mondiale, non di smantellarlo. Un reset che, nei propositi dovrebbe garantire equilibri più favorevoli all’economia interna degli Stati Uniti. Tuttavia, il percorso per raggiungere questo scopo si è già scontrato con gli interessi degli alleati storici degli Usa, a partire dall’Unione Europea. Secondo quanto riportato dal Washington Post, Trump sarebbe stato così smaliziato da proporre al presidente francese Macron un’uscita dall’Ue, in un incontro privato a fine aprile, dietro la garanzia di un favorevole trattato commerciale bilaterale Usa-Francia. Lo hanno affermato due funzionari europei non smentiti dalla presidenza statunitense.

Secondo l’ex premier inglese Tony Blair, raggiunto dal quotidiano americano, la condotta di Trump potrebbe costringere gli alleati storici a mettere da parte la centralità degli Stati Uniti e a cercare altri alleati. “Se si guarda al mondo oggi, si comprende che la posizione dell’Occidente sarà contestata per la prima volta da diversi secoli”, ha detto Blair, “e se l’Occidente è disunito, sarà molto meno capace di resistere a questa sfida”.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’ex vicepresidente Usa, Joe Biden: “Finché esiste un’Europa unificata che mantenga un ordine internazionale liberale con regole di base della strada, è un disastro per un dittatore come Putin. Ecco perché Putin sta facendo quello che sta facendo”.
Trump, in passato, si è dimostrato critico della Nato e dell’Unione Europea, che a sua volta è nata dietro sotto l’egida degli stessi Stati Uniti. Allo stesso tempo, la presidenza Usa ha mostrato un altissimo grado di imprevedibilità, tanto che è difficile capire fino a che punto le intenzioni di Trump corrispondano ad annunci radicali. Per il momento, questo è certo, nel blocco occidentale regna il sospetto, quando non la sfiducia.

martedì 12 giugno 2018

Aquarius, Salvini continua a indovinarle tutte

Il Fatto Quotidiano Politica | 12 giugno 2018 


Se non ci fosse stata la Spagna, ci sarebbe stato lui. Salvini ha scelto una nave con cui poteva rischiare: assai cinico, ma lecito (dal suo punto di vista). L’Aquarius non è una bagnarola, tutto era monitorato e Salvini ha atteso che qualcuno si facesse avanti per farla attraccare. Se non si fosse mosso nessuno, ovviamente avrebbe dovuto “aprire i porti”, perché non è un aguzzino (non scherziamo) e perché l’Italia è un Paese che come accoglienza non ha nulla da invidiare a nessuno. A quel punto, politicamente, avrebbe perso su tutta la linea. Il suo è stato un “all in” a poker. Ha vinto lui.
Razzismo. Grandi peana per il premier spagnolo che ha salvato centinaia di vite (che non erano a rischio). Bello. Poi però qualcuno dovrebbe spiegarmi perché quando la stessa Spagna non accoglie nessuno ma erige muri e fili spinati, è lecito. Quando Malta se ne frega, è lecito. Quando Germania e Francia se ne fregano, è lecito. E quando invece l’Italia – per una volta – alza la voce e pone un problema reale, è razzista.
Salvini è il più bravo. Salvini è il politico più bravo, per distacco, del lotto. Continua a essere sottovalutato in maniera puerile e miope. Oppure si confonde la bravura con la simpatia. Ragazzi, chiariamoci: se uno è di destra, non è che poi dovete stupirvi se fa cose di destra. Magari lo votano apposta. Finiamola poi col far coincidere la stima con la condivisione. Per me la vita è sacra e chiudere i porti è semplicemente irricevibile, ma il mio parere ora non conta nulla. Almirante sapeva fare opposizione come pochi, ma asserirlo non significava certo condividerlo. L’altro giorno, alla Camera, Del Rio ha fatto un discorso efficacissimo e riuscito: se lo dico – e lo ripeto – non vuol dire che lo condivido, ma vuol dire che gli riconosco un’abilità politica.
Sarebbe bello che i talebani grillini, questa cosa elementare, la capissero. Al tempo stesso, e torniamo al tema di questi giorni, asserire che Salvini le sta indovinando tutte non vuol dire condividerlo: vuol dire riconoscerne il talento (cinico) politico e la scaltrezza, che gli stanno permettendo di mangiare in testa a tutti.
.. il resto al link suindicato

lunedì 8 gennaio 2018

Cassandra Crossing/ Macron, ulivisti, metanisti e nuclearisti

Fonte: Punto Informatico giovedì 14 dicembre 2017 di Marco Calamari
Roma - Il presidente d'oltralpe ha fatto due dichiarazioni che, in mezzo a chiacchiere fumose ed affermazioni politically correct, brillano per chiarezza e sintesi. Sono virtù sempre più rare; tanto di cappello quindi a Macron, e speriamo che questa sana abitudine prenda piede un minimo anche in Italia.

"Stiamo perdendo la battaglia contro il Cambiamento Climatico. E la stiamo perdendo non perché la rotta di riconversione sia sbagliata, anzi i segnali di crescita dell'efficienza energetica, delle fonti rinnovabili sono netti".

"Il problema è che non andiamo abbastanza veloci e questo è il dramma: dobbiamo muoverci tutti, perché saremo tutti chiamati a rendere conto delle nostre azioni".
Cassandra, che seguiva le questioni della crescita globale 45 anni fa, fin dai tempi del Club di Roma e del fondamentale rapporto I limiti dello Sviluppo, è purtroppo convinta dell'assoluta correttezza della prima affermazione; per quanto riguarda il contributo antropico al riscaldamento globale stiamo perdendo la guerra.
La seconda affermazione è, altrettanto purtroppo, errata nella sostanza.

Il problema di fondo, secondo l'opinione informata di Cassandra, non è la mancanza di incisività nel ridurre le emissioni di CO2, ma l'aver abbracciato una strategia di limitazione della produzione di CO2 basata su questioni secondarie, in un mondo dove Cina ed India bruceranno comunque quantità sempre crescenti di carbone per i prossimi decenni.

Due strade maestre, che non sono politically correct e sono sgradite agli ecologisti ed alle religioni organizzate, non vengono invece nemmeno prese in considerazione, mentre ridurrebbero drasticamente e con certezza le emissioni di CO2, aiutando (forse) in maniera significativa a contrastare il cambiamento climatico.
La prima; disinnescare, anche per questo motivo, la bomba demografica mondiale, che oggi è concentrata prevalentemente nel continente africano, incentivando al massimo le politiche di controllo delle nascite.

La seconda; potenziare le energie rinnovabili come solare termodinamico ed eolico, utili per coprire i picchi di carico elettrico, affiancandovi massicce dosi di energia nucleare da fissione, che copra il carico elettrico di base e permetta di dismettere le centrali a carbone e turbogas.

Si tratta di due misure così impopolari da essere state fino ad ora improponibili; oggi però il pianeta ci sta presentando il conto da pagare; sarà possibile iniziare a percorrere queste due strade nel giro di pochi anni, prima che siano le catastrofi a fornire (forse troppo tardi) le motivazioni necessarie?

La cronaca di questi giorni ci dà un piccolo esempio, tutto italiano, di come le scelte popolari possano avere impatti devastanti. Salvare qualche centinaio di ulivi secolari nel sud Italia è certamente desiderabile.

Se però il prezzo è impedire la realizzazione dei un secondo gasdotto per l'approvvigionamento del gas, il conto ce lo presenta un semplice incidente industriale che blocca in un colpo solo il 50% degli approvvigionamenti italiani di gas.

Industrie ferme, elettricità razionata ed abitanti al freddo in tutto il paese. Se non succederà nei prossimi tre mesi è solo perché, per fortuna, l'incidente in Austria pare sia stato meno grave di quello che avrebbe potuto essere.

Il mondo moderno è complesso, il funzionamento del pianeta Terra è non solo complesso ma anche tutt'ora poco compreso, e le soluzioni semplici e gradite di solito non funzionano.
E politici ed influencer che sragionano, guidando persone che vogliono sentirsi dire quello che loro piace verso la scogliera come il Pifferaio di Hamelin, sono certamente i migliori alleati delle catastrofi, climatiche e non, prossime venture.

Marco Calamari - @calamarim

domenica 7 gennaio 2018

Jens Weidmann: “progetto Eurozona è insostenibile”

Fonte: WSI 21 dicembre 2017, di Alberto Battaglia

“L’Eurozona non è stata stabilizzata su basi sostenibili”: lo ha dichiarato alla presenza dell’International Club of Frankfurt Economic Journalists il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, considerato fra i possibili successori di Mario Draghi alla Bce.
Secondo Weidmann la creazione di fondi condivisi per affrontare le crisi nell’Eurozona avrebbe indebolito il principio di responsabilità individuale. In altre parole, avrebbe incentivato i Paesi più esposti all’indebitamento ad appoggiarsi sui partner finanziariamente più solidi.
I commenti del presidente della Bundesbank avvengono in un momento cruciale del dibattito sulle riforme necessarie per stabilizzare l’Eurozona; secondo quanto proposto dal presidente francese Emmanuel Macron andrebbero potenziate le spese condivise su scala europea in materia di difesa, migrazione, clima.
I rischi, ha sottolineato, devono essere presi solo da coloro che hanno il potere decisionale di farlo, secondo Weidmann, “per me questa è la cartina di tornasole delle proposte di riforma dell’Area dell’euro”: aumentare la solidarietà fra Paesi, per dirla secondo il gergo economico, aumenterebbe il rischio di azzardo morale.
Il vero bersaglio delle critiche, però, è la proposta, già lanciata dalla Commissione Ue, di creare un Fondo monetario europeo, che accresca il perimetro d’azione dell’attuale Esm (o fondo Salva-stati). Mettere insieme un fondo comune che fornisca prestiti ai paesi che subiscono shock economici asimmetrici (sulla falsariga del Fmi) è “superfluo e non porta raggiungere l’obiettivo desiderato”.
L’assenza di strumenti d’intervento di questo tipo espone i Paesi più vulnerabili a speculazioni finanziarie e, potenzialmente, a scontare i più elevati tassi d’interesse dovuti al fatto di dover essere responsabili della sostenibilità del proprio debito pubblico, e, soprattutto, dei propri conti con l’estero.
Secondo Weidmann, tuttavia, fornire la rassicurazione di uno strumento finanziario di sostegno ai Paesi più vulnerabili ne disincentiverebbe il rigore fiscale, con possibili trasferimenti a carico dei Paesi più solidi. “Gli investitori”, ha dichiarato, “devono capire che si stanno assumendo un rischio se comprano titoli governativi di Paesi con finanze poco solide”.

lunedì 17 luglio 2017

Donald Trump il buono marcia su Parigi (Furio Colombo)

Trump ci è sembrato subito molto diverso da ogni altro suo predecessore, buono o cattivo, quando è diventato presidente degli Stati Uniti… Abbiamo commesso l’errore di confrontarlo con la tradizione, a volte fittizia, spesso convinta e condivisa, secondo cui la vera misura della potenza sono alleanze e amicizia. Abbiamo pensato che valesse ancora la persuasione che ci sono dei limiti nel tenere a bada l’avversario (anche attraverso un certo rispetto) per non rischiare il conflitto.
La clamorosa novità di Trump è stata di respingere subito e in modo aggressivo tutto ciò che gli veniva offerto dal mondo di prima. Ha sùbito fatto sapere che rifiutava la vestizione da leader benevolo del mondo, e che non sarebbe mai stato un presidente buono, protettivo e preoccupato di giustizia, anche al di fuori dei confini del suo Paese, pronto a difendere dovunque i diritti umani e civili dei tanti che, per questo, avevano fiducia nell’America.
Naturalmente mi riferisco all’immagine voluta e cercata dalla tradizione americana attribuita ai presidenti americani del dopoguerra, e non sto discutendo la storia. Comunque Trump ha rovesciato la narrazione: non ha Paesi amici, non vuole averne. Se necessario ne parla con disinteresse o disprezzo. Ha prontamente screditato le alleanze, ha lasciato che si intravedessero rapporti amichevoli e segreti con Paesi potenti e rivali.
Ha disorientato il suo Paese e i paesi legati agli Usa, e provocato, forse, una grave questione giudiziaria. Ha inoltre dimostrato di avere preparato una lista di Paesi inaccettabili (nel senso che i cittadini di quei Paesi sarebbero stati inaccettabili in America, individualmente e come popolo, in quanto islamico). Ha annunciato un isolamento improvviso del suo grande Paese (che possiede ed è posseduto da mezzo mondo) con lo slogan “America first”, che in realtà si legge: “America alone”, una frase che sembra di orgoglio e descrive invece un grave danno in un mondo irreversibilmente globalizzato.
Ha aggiunto l’iniziativa, del tutto nuova, fatta senza schermi diplomatici, alla luce del sole, di spaccare e contrapporre parti del Medio Oriente(Riad e Teheran), e producendo a catena la spaccatura di molte altre, privandosi della capacità di mediare che spesso è stato diritto e dovere degli Usa.
L’impegno di Trump ad apparire ostile quasi senza eccezioni è apparso subito una strana e non facilmente spiegabile linea politica, per un Paese di grande potenza. Il disprezzo per le alleanze, anche offerte e volontarie, una nota stridente nella storia americana, hanno segnato una sequenza unica, qualcosa che non c’era nella storia americana. Anche perché a momenti torna a riemergere, da indagini, di cui non si conosce ancora la profondità e la pericolosità, l’inspiegabile rete di rapporti, a tanti livelli, di coinvolgimento del potere russo nelle elezioni americane. È qui, a questo punto, che l’inaspettata iniziativa di Macron cambia la scena.
Trump viene invitato a festeggiare insieme il 14 luglio francese, dunque tutti i valori che il nuovo presidente aveva negato e respinto. Macron fa di più. Riceve, saluta, onora, accompagna Trump attraverso i vari eventi di Parigi, come se fosse un normale presidente americano, e benevolmente lo costringe a celebrare, con soldati e bandiera americana, un grande ed eroico impegno per la libertà degli altri popoli che Trump aveva già annunciato di rifiutare d’ora in poi per sempre perché “America first” richiede che tutto sia solo per il tornaconto dell’America (al punto da denigrare la Nato come istituzione obsoleta).
Trump e signora pretendono di ignorare che, sotto la testata del Washington Post, da quando Trump ha giurato, compare ogni giorno la frase “La notte è scesa sulla Repubblica”. Trump, sempre scortato dalla moglie gelida, sorride o ride impacciato, fa le gaffe naturali del tipo di americano come lui, a cui, fuori dagli affari, non interessa niente, eventi, personaggi, cultura. La finta ingenuità di Macron, che dichiara Francia e America “unite per sempre”, costringe Trump il buono a marciare con lui su Parigi.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 17/07/2017.

lunedì 19 giugno 2017

Francia: fra bombe e Macron

Bè oltre l'ennesimo attentato a Parigi la Francia fa registrare un record: una percentuale bulgara alle legislative che da al neo presidente della repubblica la maggiroanza assoluta in parlamento. Spariscono i socialisti; la Lepen (cui Macron dovrebbe erigere un monumento per essere diventata la sua competitor.... non poteva esserci migliore avversario per il giovane presidente, vero? Sembra fatto apposta) ai minimi storici, ecc. ma qual'è la realtà? Che a votare ci sono andati in pochissimi: in pratica poco più del 30% degli aventi diritto il che significa che il partito di Macron governa avendo preso poco del 17% dei voti degli aventi diritto.. un porzione, piccola porzione che si appresta a governare in nome di tutti e per conto di tutti. E fin qui nulla di nuovo perchè se non partecipi non ti puoi lamentare: andavi a votare era meglio. Ma il punto è la parola minoranza: nei sistemi liberal-democratici la competizione elettorale è una 'guerra' di minoranz, quella più forte governa l'altra va all'opposizione e prepara le condizioni per un ricambio se ne è  capace e la votano, ma ... ma qui è diverso: è una minoranza nella minoranza ossia fra primo e secondo turno non avrebbe raggiunto, in tempi normali, il 20%, un inezia. Come può Macron governare con numeri da 0, ecc.? Lo farà per un semplice motivo: ha il mandato elettorale ricevuto secondo le regole e, cosa più importante, ha alle spalle i Rotschild per cui ha lavorato e dove si è formato... mica bau bau micio micio e potete scometterci che se davvero ci son loro alle spalle prima che i francesi si possano riappropriare della democrazia ne passerà di tempo e ne sborseranno di soldi.. ci sono da fare le 'riforme' le stesse che hanno fatto qui: solo che lì i numeri ci sono eccome e, secondo le elezioni, anche il consenso popolare (ipse dixit). Ma, come sempre, il diavolo è nei dettagli; manca una cosa: chi farà 'l'opposizione' o meglio chi farà finta di farla? ci saranno utili idioti al soldo che si sacrificheranno allo scopo? Si hanno davvero esagerato e non hanno pensato a questo aspetto non secondario se non vogliono ammettere che in Francia di tutto si potrà parlare tranne che di democrazia parlamentare visto che hanno messo un parlamento di tipo 'sovietico' dove c'è 'il partito' e una serie di satelliti di facciata e nient'altro. Troppo poco, anche per chi è di palato non ricercato come l'Italia dove parlano male dei 5 stelle ma, ora che sono anche loro addomesticati, che nei reconditi recessi dei pensieri dei grigi detentori della, vera, borsa della spesa gli farebbero un monumento.... senza di loro saremmo anche noi con un partito unico.
La domanda che ci si dovrebbe porre è la seguente: ma senza opposizione parlamentare le 'riforme' passeranno fra la gente o la si costringerà a ingoiarle loro malgrado (mica son italiani che pigliano tutto quel che passa il convento e alcuni ne sono anche felici perchè pensano hanno beccato quei fessi e non me, per ora in realtà) e anche se non sono d'accordo sono stato eletto e comando? Il problema non è da poco.. non essendo italiani  e avendo inventato la ghigliotttina fossi in Macron un pensierino ce lo farei.. ma per mia fortuna non lo sono e quindi mi limito ad osservare la cosa aspettandomi una 'vigorosa protesta e poco di più..
p.s.
da notare un piccolo particolare, ma vi avverto entriamo nel campo complottista quindi siamo in zona grigia...., ossia: avete notato la serie di attentati? Non è che questi attentati sono filodiretti? Ossia per tenermi buoni gli eventuali oppositori ho creato che so un gruppo o ho finanziato un gruppo di disperati facendogli credere di fare il jihad che mi fa da utile idiota in senso karamazoviano? Si? No? A leggere da questa prospettiva in senso storico la cosa non mi parrebbe così peregrina, soprattutto se pensiamo a quanto venuto fuori con wikileaks e i suoi file? I paesi occidentali non sono nuovi a false flag del genere: ad esempio la Francia fu accusata, e mai venne smentito anzi credo che non ci fu nemmeno un inchiesta giudiziaria, di aver fatto affondare la nave di greenpeace con un azione in false flag dei servizi segreti francesi... naturalmente complotti e maldicenze ma sapete com'è no? Diceva Andreotti 'a pensar male magari ...'

lunedì 15 maggio 2017

Banca Etruria, lo scontro Boschi-de Bortoli nasconde mica un’operazione Macron?


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Da qui la domanda: c’è qualcuno da qualche parte di un qualche Palazzo che sta progettando una sorta di operazione Macron per l’Italia? Indurrebbe tale sospetto il concerto che ha attivato e sostenuto la polemica attorno a una semplice battuta saltata fuori, quasi casualmente, dopo due centinaia di pagine di un libro di memorie. Ne fa fede – ad esempio – il determinato sostegno di una testata già filo-renziana come la Repubblica; a firma della sua penna più appuntita, quale Massimo Giannini.
Ma se dietro a tutto questo c’è un disegno, risulta difficile immaginare chi possa incarnarlo. L’Emmanuel Macron, realizzato in vitro dagli alambicchi della finanza e della massoneria francese, è comunque espressione di un Paese che ancora possiede istituzioni ben più salde e propulsive delle nostre. E il giovanotto comunque ha saputo preservare un’aura di novità. Chi potrebbe rileggere lo spartito d’oltralpe dalle nostre parti non è dato vedere. Il sempre “in riserva della Repubblica” ma carismaticamente debole Enrico Letta? Lo stesso de Bortoli?
di | 14 maggio 2017

martedì 9 maggio 2017

Parigi. Sindacati, studenti e sinistra subito in piazza per avvertire Macron: “Non tocchi il lavoro”. Tensioni con polizia

A meno di 20 ore dall’elezione del nuovo presidente della Repubblica, centinaia di persone si sono radunate in una delle piazze simbolo della Capitale. E’ il primo messaggio di fronte al programma di rafforzare il Jobs act all’italiana: “Se lui vuole fare in fretta, noi scenderemo nelle strade ancora più velocemente”.Presidenza di Emmanuel Macron, giorno 1. Se al nuovo Capo dello Stato francese serviva un assaggio di come saranno i prossimi mesi sulla poltrona più importante della Francia, è stato accontentato in meno di 20 ore. “Non sei lì con il nostro voto. Il lavoro non si tocca”, è stato il coro di migliaia di persone radunate in place de la République a Parigi e poi in corteo fino alla Bastiglia.
Eccolo il primo avvertimento di studenti, sindacalisti e militanti di sinistra di fronte al programma del presidente (che tra l’altro entrerà in carica solo fra una settimana) di rafforzare il Jobs act all’italiana e di modificare il codice del lavoro. Mentre gli imprenditori e alcuni sindacati hanno preso tempo in attesa di vedere le mosse del presidente, il Front Social, una realtà che unisce collettivi e i rappresentanti dei lavoratori Cgt e Sud, ha deciso di chiamare subito alla mobilitazione. Durante il corteo ci sono state, come ormai da routine in ogni manifestazione, alcuni momenti di tensione con le forze dell’ordine e dopo una carica della polizia i partecipanti si sono lentamente dispersi.
La Francia, e la Capitale soprattutto, portano ancora le tracce nella memoria delle manifestazioni di piazza contro la legge sul lavoro (la famosa Loi El Khomri) voluta e approvata sotto la presidenza di François Hollande. Era maggio 2016, e le proteste sarebbero servite a poco. Anche per questo oggi, le strade si sono affollate con così poca difficoltà. “Siamo qui per esorcizzare e per contarci. Sappiamo che con Macron non cambierà niente ed è importante dare un segnale. Non potrà fare quello che gli pare”, ha detto Loic, elettore dell’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon. Dal palco i sindacalisti hanno spiegato ancora meglio il messaggio: “A Macron noi rispondiamo con la lotta. Non toccherà i diritti dei lavoratori. Se vuole fare in fretta, noi siamo pronti a scendere ancora più in fretta per le strade”. Sono tutti qui gli astensionisti, quel 25,38 per cento di elettori (la cifra più alta dal 1969) che ha deciso di non presentarsi alle urne, ma anche quelli che invece ci sono andati e lo hanno fatto a malincuore pur di opporsi all’estrema destra di Marine Le Pen.
La manifestazione è iniziata intorno alle 14 in place de la Republique, la stessa piazza dove per mesi ci sono state le commemorazioni per le vittime degli attentati terroristici e là dove gruppi di attivisti hanno organizzato le Nuit debout per la partecipazione cittadina. La tensione è salita durante il corteo, anche se non ci sono stati particolari scontri. Lo scoppio di una bomba carta ha provocato la reazione degli agenti di polizia che si sono schierati nel mezzo del boulevard isolando un gruppo di manifestanti. Un poliziotto ha alzato uno spara lacrimogeni puntandolo all’altezza del viso degli attivisti, che si sono subito radunati davanti alle forze dell’ordine. Dopo vari minuti di tensione, è intervenuto uno dei sindacalisti chiedendo all’uomo di abbassare l’arma: “La prego”, ha gridato più volte fino a che non è stato ascoltato. A quel punto il corteo ha cercato di avanzare, ma è stato bloccato da un gruppo di agenti che hanno caricato le prime file. Dopo quindici minuti di tensione, i manifestanti si sono dispersi nella piazza della Bastiglia.
L’8 maggio per i francesi non è un giorno qualunque: si festeggia la vittoria contro i nazisti dopo la seconda guerra mondiale e scuole e uffici rimangono chiusi. In mattinata Macron ha partecipato alla cerimonia ufficiale sugli Champs-Elysées, a cui poche ore dopo hanno replicato i militanti del Front Social. Nelle strade hanno sfilato gli uni accanto agli altri simboli politici e delle rappresentanza sindacale, i grandi assenti della festa al Louvre della sera prima. Con loro anche ecologisti, gruppi anti-capitalisti e anarchici. Tutti, in modo unanime, hanno minacciato lunghi mesi di mobilitazione se il piano della nuova presidenza sarà rispettato. “Si tolga dalla testa”, ha spiegato Basile Peot, sindacalista Sud delle Scnf, “che noi stiamo a guardare mentre lui smantella i diritti dei lavoratori. Il suo programma è lo stesso di Nicolas Sarkozy o di un qualsiasi politico di destra e non potremo che rispondere con la lotta”. Anche Basile è tra quelli che ieri non sono andati alle urne: “Ho esitato fino all’ultimo, ma quando ho visto che i sondaggi pubblicati in Belgio nel pomeriggio lo davano in testa ho deciso di stare a casa. Proprio non potevo farcela a dargli il mio voto”. Al suo fianco Giorgio Stassi, sindacalista pure lui e da 20 anni in Francia per lavoro: “Non ci faremo trovare impreparati. Il suo programma parla chiaro e così noi non ci stiamo”. Ma il corteo non era monopolio dei sindacati: a sfilare con cartelli e bandiere della France Insoumise o del Partito comunista, anche tanti delusi della sinistra. Magali ad esempio, ha chiesto al compagno di andare al corteo dopo quella che lei ha chiamato “la brutta giornata” di domenica: “Avevo bisogno di vedere che non siamo da soli. Che per tanti essere stati costretti a votare Macron pur di dare uno schiaffo alla Le Pen, è stato traumatico. Io ho esitato fino in fondo e poi mi sono detta che era la cosa giusta da fare. Ma oggi avevo bisogno di non sentirmi sola”. Loic, l’ha tenuta abbracciata per tutto il tempo: “Saranno cinque anni molto difficili”.
Il Fatto Quotidiano

lunedì 8 maggio 2017

elezioni francesi: diamo i numeri

Partiamo dalla foto. Un incubo vero e proprio nel prossimo futuro per l'Italia e per la Francia.. è da oggi che questa foto gira per il web, insieme a tanto altro, e da sola da il senso della giornata: una filiazione della (ex)sinistra che partorisce un ibrido che del paese che dovrà gestire ne può fare fettine piccole piccole: per giunta con il consenso di tutti i ceti: i perdenti perchp non votano più e i vincenti perchè l'hanno fatto per 'fermare il fascismo' dimenticando che loro stessi votavano per un fascismo finanziario che sempre fascismo è!!!!
p.s.
volevate buttare nel cestino 850 euro? Obama a Milano tanto costava...
Elezioni francesi: diamo i numeri
Fonte: Wikileaks
finanziatori di Macron:
Soros : 2 365 910,16 €
David Rothschild : 976 126,87 €
Goldman-Sachs : 2 145 100 €
Obama : 10 654 €

.... per fare alcuni nomi

Fonte - Ministère de l'Interieur
Macron - 20.703.631 voti pari al 66,06%

Le Pen - 10.637.183 voti pari al 33,94%
Aventi diritto al voto - 46. 303. 662, votanti 30 .841. 813 pari al 66,61% ,
Astensione -11.416. 454 pari al 24,66%

Schede bianche - 2.989. 270 pari all' 8,57%

Schede nulle - 1.056 .125 pari 3,03%
.... allora: un dato è chiaro ossia che l'elettorato di sinistra si è astenuto in massa determinando la vittoria del banchiere.Come sempre la sinistra, non solo italiota, non sa fare a meno del sindrome del tafazzismo: non solo crea 'ibridi' ma gli da anche la possibilità di far danni a proprio svantaggio; ha ragione la Dr.ssa Napoleoni, nell'articolo che ieri in piccola parte ho postato qui, quando sostiene che si doveva guardare al voto/non voto delle tute blu.. questo ceto sociale ad oggi, come in Italia e Spagna, non ha una sua rappresentanza politica e quindi è un massa di manovra in  mano a chiunque sappia intercettarne gli umori: che sia Lepen, Trump, o chissà chi ha per le mani milioni di voti e se ci sa fare ed è almeno presentabile quel capitale elettorale è oro per chi vuol vincere.. qui però siamo ai se; mentre invece quel dato, l'astensionismo, rimane non tanto come scelta consapevole ma quanto come scelta di cortissimo respiro: mi martello da solo gli zebedei sol perchè non riesco a vedere la trave che mi arriva addosso (Macron) e non il pelo (Lepen).. Questa scelta la ritengo un grave errore: primo perchè Lepen è si di destra ma è una destra che conosciamo bene e che sappiamo come combatterla; Trump ne è un esempio del tipo di destra di cui si parla e in pratica è già stato fermato: si le spara grosse e emana ordine esecutivi e quant'altro ma quando si arriva ai soldi poi.... chi decide è la maggiorazna repubblicana non certo l'inquilino della Casa Bianca!!! Lo abbiamo visto con la Corea; e lo vedremo con il resto.. immaginate invece cosa sarebbe accaduto con la Clinton che invece è meno legata al partito, se di partito si può parlare, e più agli intressi di fortissime lobby finanziarie e industriali: secondo me in guerra guerreggiata ci saremmo già!!! Inoltre: qualcuno ha più sentito parlare di contestazioni di massa negli USA contro Trump? No, vero? E sapete perchè? Perchè le varie fondazioni e ONG americane (una delle più influenti è al Move On di Soros) si sono improvvisamente zittite... chissà perchè: a voi la risposta ma non è quella giusta l'immaginare in un cambiamento di Trump, anzi è sempre lo stesso e fosse per lui gli USA sarebebro oggi già un enorme SpA!!!

domenica 7 maggio 2017

Elezioni Francia, l’esclusione della classe operaia è il vero pericolo



Una delle chiavi di lettura più interessanti della svolta a destra del libero occidente è la scomparsa della classe operaia. Scomparsa nel senso fisico e non solo figurativo della parola. Gli operai e le loro famiglie quale categoria sociale praticamente non esistono più e coloro che lo erano e i pochi che ancora vanno in fabbrica ogni mattina sono piombati nella povertà. L’alienazione è la bandiera che sventola sui casermoni di periferia dove costoro vivono e nelle fabbriche dove condividono il lavoro con i compagni robot. Scenari distopici a pochi chilometri dalle nostre case.
Su questi temi verte il dibattito che imperversa tra alcuni intellettuali occidentali, tra cui un giovane francese, Edouard Louis, autore di un romanzo autobiografico The End of Eddy dove si racconta la profonda povertà della sua infanzia e adolescenza a Hallencourt, un piccolo villaggio nel Nord della Francia. Quando mancava da mangiare il padre lo mandava dagli zii a elemosinare una pagnotta di pane o un chilo di spaghetti. Non siamo nella Francia pre-rivoluzionaria ma nel presente, Edouard Louis è nato negli anni Novanta.
Perso il lavoro a causa di un grave incidente in fabbrica, il padre di Edouard è diventato un escluso, senza un ruolo nel sindacato e nei partiti della sinistra i cui punti di riferimento sociali non includevano individui come lui. L’esclusione sociale e politica, una parola che in inglese suona meglio che in italiano disenfranchised, ha portato Louis padre ad abbracciare la causa del Front National di Le Pen padre.
Il resto sul Fatto Quotidiano

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finchè si continuerà a pensare in termini sinistra/destra saremo sempre fregati...

sabato 6 maggio 2017

Ballottaggi Francia, Macron vincerà ma c’è poco da festeggiare


Se Emmanuel Macron dovesse vincere al secondo turno, come i sondaggi continuano a ripeterci, dalla mattina seguente ricomincerebbe, in modo ovviamente amplificato rispetto alle ultime due settimane, la ricerca del Macron d’oltralpe. Chi è il Macron italiano? Qual è la figura che più gli si avvicina? Quale sarà l’eroe che ci salverà dal populismo? E immagino che discorsi identici siano già stati fatti, o verranno preso fatti, anche in altri Paesi. Macron sarà dipinto come l’archetipo del politico moderno, che si libera delle zavorre ideologiche della destra e della sinistra, propone un programma innovativo, diciamo anche “smart”, mette tutti d’accordo e così soffoca sul nascere le pulsioni radicali che in altri contesti nessuno è riuscito a tenere a bada.
E tutto ciò accadrà, in caso di vittoria, nonostante Macron sia un personaggio che arriva in ritardo di almeno dieci anni, con un programma economico respinto non soltanto dall’evidenza dalla storia recente ma anche dagli stessi elettori francesi, e che potrebbe diventare Presidente soltanto perché le persone che la pensano diversamente da lui su economia e lavoro sono irrimediabilmente divise su altri temi.
La ricetta di Macron consiste, in sostanza, nel connubio trito e ritrito di tagli considerevoli alla spesa pubblica e alleggerimento dei vincoli che ricadono sui datori di lavoro. Con meno regole, meno coinvolgimento dello Stato e un’apertura incondizionata al mercato globale, gli imprenditori saranno finalmente liberi di creare lavoro, si tornerà a crescere e saranno tutti più contenti. Tutto ciò è in continuità con la seconda versione, liberista, di Hollande. Un Presidente che è passato dalle roboanti dichiarazioni della campagna elettorale, e dal proclamato intento di ridare unità e serenità alla Francia, all’approvazione della sua ormai famosa legge sul lavoro (licenziamenti più facili e meno ricorsi) che è riuscita nello straordinario intento di unire nelle proteste e nelle manifestazioni studenti e lavoratori, come non avveniva più da tanto tempo. Per poi terminare il mandato con una popolarità così bassa da escludere perfino la sua partecipazione alle elezioni seguenti.
Il resto sul Fatto online

mercoledì 26 aprile 2017

Quando Emmanuel Macron...

dall'Huffington Post

Astro nascente della sinistra liberal alternativa ai partiti tradizionali, tirato per la giacca dalle forze europeiste e in Italia dal Partito Democratico (che già si accalora interrogandosi su chi sia il Macron italiano tra i candidati alla segreteria), il vincitore del primo turno delle presidenziali francesi ha un trascorso politico non privo di inciampi e uscite fuori luogo che poco si attagliano a un profilo "progressista". Tralasciando il suo passato come banchiere in Rothschild, il "simpatico ma maldestro" (copyright Dominique Strauss-Kahn) Emmanuel Macron ha infatti un passato ancorato nel socialismo francese.
Da fedelissimo di Francois Hollande è diventato ministro dell'Economia nel governo Valls II. Ed è da allora ha disseminato le sue uscite pubbliche di una lunga serie di gaffe. Pochi giorni dopo la sua nomina a ministro innescò una raffica di proteste per una frase infelice: intervenendo nel settembre 2014 ad un dibattito sui mattatoi di Gad, in Bretagna, dove i lavoratori vivevano forti difficoltà e gli stabilimenti erano alle prese con una profonda crisi aziendale, Macron si lasciò sfuggire che le lavoratrici del posto "sono perlopiù ignoranti". "In questa società - disse l'allora ministro - c'è una maggioranza di donne, per lo più ignoranti. Viene spiegato loro: 'Qui o nei dintorni non avete futuro, andate a lavorare a 50 o 60 chilometri'. Ma loro non hanno la patente. Che facciamo? Diamo loro 1.500 euro, e aspettiamo un anno?". La frase sulle donne "ignoranti" con difficoltà a prendere la patente suscitò non poche polemiche perché seguì di pochi giorni l'accusa al presidente Hollande di chiamare in privato "sdentati" le persone povere. Per queste parole Macron si scusò il giorno stesso in Assemblea Nazionale: "Il primo rimpianto è per le affermazioni che ho tenuto stamani se ho offeso, e perchè ho offeso alcuni operai. E' inaccettabile. E non è quello che volevo fare".
Non fu un bel biglietto di presentazione per il giovane e liberal ministro delle finanze francesi. Pochi mesi e Macron viene di nuovo investito dalle polemiche. In un'intervista al quotidiano Les Echos in occasione del suo viaggio a Las Vegas per il Ces affermò che "c'è bisogno di giovani francesi che abbiano voglia di diventare miliardari" perchè il Paese abbia successo nell'high tech, "un settore di superstar". Una frase che rompeva con le posizioni tradizionali della gauche francese, da sempre critica con l'eccessiva ricchezza e la sua ostentazione. Frase che gli attirò gli strali non solo dei suoi oppositori politici ma anche del suo partito: "Macron si smaschera, l'uomo dei miliardari - commentò Gerard Filoche, una delle voci più polemiche dell'ala sinistra del partito - quando la Francia ne ha già troppi, e anche troppi poveri".
il resto sul sito del Huffington

martedì 25 aprile 2017

L’uomo nuovo (BERNARDO VALLI)

Verso il ballottaggio del 7 maggio pesano le incognite dell’islamismo radicale Il duello per l’Eliseo non riguarda solo la Francia ma tutta l’Unione europea.

Da Fillon a Hamon, tutti contro Le Pen Un “fronte repubblicano” per l’Europa.
PARIGI – SI PRECISANO i contorni dell’ottavo presidente della Quinta Repubblica. E indicano Emmanuel Macron. Né il populismo, né il terrorismo sono riusciti a cancellare la figura del giovane garante di una lineare continuità democratica. Alla sua avversaria, a Marine Le Pen, è andata male, anche se ha preso oltre 7 milioni di voti, un bel pezzo di Francia. Il personaggio Macron appare un “uomo nuovo” rispetto al vecchio establishment, il quale è stato relegato in seconda fila.

È stato messo in castigo, perché giudicato incapace di affrontare le continue minacce terroristiche e i vasti mutamenti della società quasi senza confini. Dirigenti dell’Europa unita burocraticamente non hanno osato difenderla idealmente.
Soltanto tra due settimane è in programma l’ultimo atto: l’incoronazione ufficiale del presidente monarca, che ormai ha la scettro in tasca. Il confronto definitivo sarà una faticosa formalità perché per arrivarci oltre ai i comizi e alle polemiche ci sono le incognite dell’islamismo in collera e assassino. Il duello decisivo sarà tra l’Europa e l’ anti Europa: la prima rappresentata da Emmanuel Macron, ieri arrivato in testa con il 23,9 per cento dei voti, la seconda rappresentata da Marine Le Pen, rimasta sotto il 21,7 percento. Questo è il principale significato del doppio voto. Dopo il primo scrutinio possiamo tirare un respiro di sollievo. Chi teme e rifiuta una disintegrazione dell’Europa può rallegrarsi del 23 aprile francese. Una diserzione elettorale dei transalpini, sulla traccia dei britannici, avrebbe avuto tristi conseguenze.
L‘elezione di Macron a presidente della Repubblica è garantita dalla formazione di un “fronte repubblicano”, spontaneo o concordato, per evitare l’ingresso di Marine Le Pen, la leader populista, nel palazzo dell’Eliseo. Lo stacco tra i due finalisti, stando ai pronostici, dovrebbe aggirarsi sul quindici per cento in favore di Macron. L’esito iniziale della maratona elettorale allontana il rischio di gravi traumi, anche istituzionali, alla Quinta Repubblica. Sarebbe infatti problematico per larga parte dell’apparato statale eseguire le direttive di un esecutivo populista.
Il voto di domenica ha comunque sconvolto la società politica. I principali partiti, quelli che hanno dominato, alternativamente, al potere e all’opposizione, la vita politica francese degli ultimi decenni sono stati esclusi dal ballottaggio. Cioè dalla possibilità che uno dei loro esponenti occupi la massima carica dello Stato. Né un socialista né un notabile del centrodestra (seguito bastardo del gollismo), parteciperà al secondo turno. La République ha cambiato connotati. Non è stata una rivoluzione, ma c’è mancato poco.
Marine Le Pen è presidente del Front National, partito escluso da quello che definivamo in Italia “ arco costituzionale”. Emmanuel Macron, pur avendo un intenso passato politico, prima come consigliere di François Hollande, il presidente socialista, e poi come ministro dell’Economia, ha creato un movimento nuovo, “In marcia!”, che vuole sfuggire al sistema basato sull’equazione destra-sinistra. Gira le spalle, almeno ufficialmente, all’attuale classe politica. Nonostante il suo netto rifiuto di confondersi con l’establishment alle sue spalle, gli avversari continuano a indicarlo come la continuità, sotto un’altra veste, di François Hollande. Visto che la barca stava affondando, il giovane ministro l’avrebbe abbandonata con il consenso tacito del capitano.
Il presidente socialista, afflitto da una pesante impopolarità, non avrebbe osato riproporsi per un secondo mandato, e considererebbe Macron un suo delfino segreto. L’ex primo ministro socialista. Manuel Valls e due ministri pure loro socialisti hanno girato le spalle al candidato ufficiale del partito, Benoit Hamon (che ha ottenuto un modesto 6,3 per cento), e si sono schierati con Macron. Numerose sono le diserzioni socialiste in favore del fondatore di “In marcia!”, che tuttavia accetta quelle adesioni a titolo individuale. Come accetta del resto, secondo lo stesso principio, gli appoggi provenienti dal centrodestra. Riferendosi al suo passato di funzionario della Banca Rotschild, gli avversari indicano Macron come vicino al mondo degli affari. Lui si definisce progressista ed europeo, e come tale parla. Dice: mantengo l’equilibrio democratico della Francia.
La maratona elettorale non è tuttavia conclusa. Restano le due settimane, fino al 7 maggio, durante le quali gli sconfitti dovranno curarsi le ferite e i vincitori prepararsi al nuovo duello. Nessun grande partito democratio oserà appoggiare il Front National. Né a destra né a sinistra. Tutti i leader democratici, compresi Fillon e Hamon, si sono già pronunciati per Macron contro la Le Pen.
Il partito socialista esce frantumato dalla prova elettorale. Il candidato designato dalle primarie è stato abbandonato al suo destino dai compagni. Giudicato troppo a sinistra, Benoit Hamon, è stato lasciato solo. Si è avuta l’impressione che il vecchio partito socialista, di Guy Mollet e di François Mitterrand si fosse in larga parte trasferito nel movimento di Macron, “In marcia!”. Una diserzione di massa. Comandanti in testa, che non pronunciandosi apertamente per Hamon, si sono pronunciati in silenzio per Macron. E coloro che non hanno voluto fare la piroetta hanno appoggiato Jean-Luc Mélenchon, alla testa della “Francia indomita”, grande tribuno di estrama sinistra con un cuore socialdemocratico. E convinto euroscettico. Ha ottenuto un buon risultato, 19 e qualcosa per cento.
Il candidato dei Républicains, di centro destra, ha avuto gli stessi voti. Ma era un canditato zoppo per via degli affari a suo carico. Perduti per strada due loro leader, Nicolas Sarkozy, l’ex presidente della Repubblica, e Alain Juppé, ex primo ministro, entrambi bocciati alle primarie, i Républicains si sono accodati con fatica a François Fillon, il candidato zoppo, preferito dai cattolici conservatori che non amano i matrimoni gay e neppure troppo i musulmani. Hanno tenuto insieme il partito per le legislative di giugno, quando ci sarà il terzo turno.
La Quinta repubblica è semipresidenziale: il capo dello Stato eletto al suffragio universale dispone di ampi poteri se ha la maggioranza parlamentare o ne ha molto pochi (politica estera e difesa) se non ne ha.
Articolo intero su La Repubblica del 24/04/2016.

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ci sono fascismi e fascismi e non sempre quelli evidenti sono i peggiori... il caso Macron è emblematico

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