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lunedì 13 maggio 2019

Cala potere d’acquisto italiani, peggio di noi solo Grecia e Cipro

Fonte: W.S.I. 13 Maggio 2019, di Alessandra Caparello

In nove anni, dal 2008 al 2017, gli italiani hanno perso l’8,7% del proprio reddito disponibile reale (o potere d’acquisto), come risulta da una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro su dati Eurostat.
Peggio di noi fanno solamente Cipro (-15,4%) e la Grecia (-30,8%). Solamente in altri sei Paesi dell’Unione Europea su 28 i redditi reali sono tuttora inferiori a quelli del 2008. Si tratta di Portogallo (-0,8%), Irlanda (-1,1%), Belgio (-2,1%), Austria (-3,9%), Croazia (-4,4%) e Spagna (-5,8%). In tutti gli altri Stati europei, invece, sono stati recuperati e addirittura oltrepassati i livelli pre-crisi. Il centro studi rivela inoltre che in valori assoluti, secondo i dati Istat, le famiglie italiane dall’inizio della crisi ad oggi hanno perso nel complesso 70 miliardi di euro del proprio reddito disponibile e di conseguenza si sono ridotti consumi e risparmi.  I consumi totali sono ancora di 15 miliardi inferiori a quelli del 2008 e la propensione al risparmio – ossia il rapporto tra il risparmio delle famiglie e il loro reddito disponibile– si è ridotta di un terzo nel periodo, passando dall’11,6% al 7,7%.

Il potere d’acquisto, così come definito da Eurostat, rappresenta la quantità di beni e servizi che una persona può acquistare con un determinato reddito in un dato momento, neutralizzando gli effetti dell’inflazione
Le cause di una performance così negativa da parte dell’Italia sono molteplici. La carenza di investimenti pubblici e l’oppressione fiscale e legislativa deprimono gli sforzi delle aziende e frenano un vero rilancio della nostra economia.
Così commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro.
A farne le spese non sono soltanto quanti, soprattutto giovani, non riescono a entrare nel mondo del lavoro ma pure gli stessi occupati, molto spesso precari. Trovare il nostro Paese agli ultimi posti anche di questa classifica preoccupa, soprattutto perché fotografa l’avvenuto impoverimento degli italiani e spiega la difficile ripresa dei nostri consumi interni. Con questo ritmo di crescita medio, gli italiani recupereranno il potere d’acquisto che avevano prima della crisi economica solamente nel lontano 2026».

giovedì 28 marzo 2019

Salari, Italia peggio di 10 anni fa. Ma anche la Germania arranca

Fonte: W.S.I. 27 Marzo 2019, di Daniele Chicca

Che le discrepanze in Europa siano colossali quando si tratta di mercato del lavoro è risaputo. Nel 2016 per esempio si andava dai 4,40 euro di costo del lavoro orario della Bulgaria ai 42 euro della Danimarca o più di 50 euro della Norvegia. Ma sono i salari nel Sud d’Europa a destare le maggiori preoccupazioni degli economisti.
Come si vede bene nel grafico sotto riportato, il costo del lavoro è aumentato più velocemente in Francia che in Germania o in Italia. Ma i salari in questi ultimi due paesi sono fermi da tempo. L’anno scorso il costo del lavoro è salito del 2,9% in Francia, contro il 2,4% di media dell’Eurozona e l’1,8% della Germania.
Se ci si rifà ai dati Eurostat del 2016, si scopre quanto la situazione sia da anni particolarmente distorta in Italia. Sebbene il costo del lavoro non sia di molto maggiore di quello del Regno Unito, a Londra le retribuzioni sono state e rimangono di gran lunga superiori, nonostante le turbolenze generate dalla Brexit.
L’Unione Europea deve agire in fretta per ridurre i tanti gap e incrementare le buste paga, secondo i sindacati europei. Per farlo potrebbe per esempio incoraggiare e promuovere un contratto collettivo di lavoro tra datori e sindacati, secondo Luca Visentini, Segretario Generale della European Trade Union Confederation (ETUC).
il resto qui su W.S.I.

mercoledì 24 ottobre 2018

Non solo l’Italia: un altro grande paese preoccupa Bruxelles

Fonte: W.S.I. 24 ottobre 2018, di Alessandra Caparello 

Non è solo l’Italia a preoccupare Bruxelles. La Francia, la seconda economia più grande d’Europa, ha ricevuto un’ avvertimento dall’Ue la settimana scorsa, secondo cui la riduzione del debito prevista per il 2019 dal governo Macron non rispetta le proposte che Parigi aveva precedentemente concordato con l’UE.
Anche la Spagna, il Belgio, il Portogallo e la Slovenia sono stati richiamati dall’UE. Ma soffermandoci sulla Francia, il piano di bilancio del 2019 prevede che il deficit strutturale, ossia la differenza tra le spese e le entrate, escluse le voci una tantum, scenda dello 0,1 per cento quest’anno e dello 0,3 per cento nel 2019. Lo scorso aprile Parigi aveva concordato una riduzione annuale dello 0,6% del PIL per il disavanzo strutturale. Anche se il tono dell’avvertimento arrivato da Bruxelles a Parigi è stato più morbido di quello verso Roma, i due paesi hanno in realtà forse più somiglianze che differenze come scrive Silvia Amaro della Cnbc.
La legge di bilancio francese per il 2019 dimostra che il governo conta molto su entrate molto ottimistiche per raggiungere il consolidamento fiscale e che la spesa è di nuovo fuori controllo”.
Così Daniel Lacalle, capo economista e responsabile degli investimenti di Tressis Gestion. Anche l’Italia è stata criticata per avere previsioni economiche molto ottimistiche nel suo piano di bilancio 2019. I dati dell’agenzia di statistica europea, Eurostat, mostrano che, da quando ha iniziato a raccogliere i dati francesi nel 1978, la Francia non ha mai registrato un’eccedenza di bilancio. Anche l’Italia, che fornisce dati dal 1995, non ha mai presentato un’eccedenza di bilancio.
Florian Hense, economista di Berenberg, ha detto che a prima vista il bilancio francese potrebbe essere anche peggiore di quello italiano, ma c’è una grande differenza.
“Presi nel loro valore nominale, i piani del bilancio francesi non sembrano molto migliori di quelli italiani, o addirittura peggiori. Ma, mentre la Francia sta lavorando in modo credibile per migliorare il suo potenziale di crescita a lungo termine (rafforzando sia la domanda che l’offerta dell’economia), l’Italia sta facendo il contrario (si pensi alla riforma pensioni e alla spesa fiscale incanalata verso i consumi piuttosto che verso gli investimenti)”.
Nel complesso, la Francia ha promesso di ridurre il debito pubblico totale nel 2019, ma con un margine molto sottile. Mentre il debito della Francia dovrebbe raggiungere il 98,7% del PIL nel 2018, si prevede una sua riduzione di 0,1 punti percentuali nel 2019 al 98,6%. Guardando all’Italia, il governo giallo-verde ha dichiarato che il rapporto debito/PIL del Paese scenderà dal 131,2% del PIL nel 2017 al 126,7% nel 2021. Numeri più alti quindi.
Le regole fiscali europee suggeriscono che i paesi membri non dovrebbero superare un rapporto debito/PIL del 60%. I dati di Eurostat hanno dimostrato che entrambi i paesi fondatori dell’UE hanno lottato per mantenere il rapporto debito/PIL al di sotto di tale soglia, ma la situazione sembra peggiore in Italia, dove dal 1995 il rapporto debito/PIL è sempre stato superiore al 100%.

giovedì 24 aprile 2014

Austerità: l'ennesima prova che non funziona....

Eurostat, semmai ce ne fosse bisogno, da un altro colpo (peraltro annunciato dai fatti) alla politica dell'austerità imposta alle genti europee.... nella UE a 18 paesi perchè si il deficit è in via di risanamento ma il debito pubblico è letteralmente esploso: non solo in grecia e in italia (paesi notoriamente "spendaccioni"..... la prima con un debito schizzato al 175,1% e la seconda al 132,6%) ma pure in quelli (eccenzion fatta per la germania dove  il debito è sceso dal 81% al 78,4% azzerando il surplus e quindi raggiungendo il pareggio; naturalmente il welfare teesco è stato tagliuzzato ben ebne e molta parte del lavoro è fato da mini-job, precariato vario e contratti tipo amazon...) in via di "risanamento" (irlanda da 117,4% a 123,7%, portogallo dal 124% al 129%, spagna da 86% a 93,9%, francia 90,6% a 93,5%, cipro 86,6% a 117,7 e in quelli più virtuosi come come l'olanda dove si il deficit è passato da - 4,1% a -2,5% ma il debito è salito dal 71,3% al 73,5%..... la media è: da 90,7% (2012) al 92,6%; una debacle delle ricette e una conferma di come sia fallace l'assioma ideologico che il mercato sia il totem perfetto e che se non funziona è solo perchè nessuno ci sta a tirare la conghia o, per dirla meglio, politici e cittadini non ci stanno a pagare il dovuto.... d'altronde in passato proprio su questo blog furono postati alcuni articoli che critcavano aspramente l'idea di fondo: sia riportando la dimostrazione dell'errata interpretazione delle serie storiche (uno studentello si prese la briga, a puro titolo di esercizio, di controllarle dimostrando che erano state "falsate" perchè si dava peso a parametri del tutto irreali) sia postando un report interno dello stesso f.m.i. che evidenziava come si erano troppo sottovalutati gli effetti della crescita della tassazione sul gettito, sui redditi e sull'economia........ insomma l'idea era errata e la sua applicazione era anche peggio: nulla è cambiato e imperterriti si è continuato sulla stessa strada.
Ci sono state voci dissonanti ma sono state zittite. Si è anche dimostrato che le critiche al "deficit spending" degli stati, fatte dai rigoristi, e dai liberisti, erano del tutto infondate: il teorema di Barro-Ricardo che predicava come sia giusta l'idea che la previsione di incrementi fiscali, anche forti, sul risparmio indurrebbe si le famiglie a risparmiare ma la domanda aggregata non ne avrebbe risentito perchè l'accumulo dei risparmi fatti allo scopo l'avrebbe sostenuta nel medio periodo: non è bastato a farli cambiare idea nemmeno la dimostrazione successiva che l'assunto era del tutto errato perchè, semplicemente, era tutto teorico e ristretto a pochi ed eccezionalissimi casi.... infatti, per esempio, quando Bush ha abbassato le tasse ai ricchi spingendo alle stelle il deficit americano i risparmi delle famiglie sono andati in ... discesa anzichè in salta come sostenevano i sostenitori del teorema.
Ma cosa si aspetta a pensionare tutto il circo che è stato messo su per strozzarci dai politici tutto teso a far staccare assegni milionari ai CEO con soldi pubblici che potevano essere destinati ad opere pubbliche, investimenti, ricerca e sviluppo?
p.s.
a proposito.... il ministro padoan ha dichiarato (in inglese naturalmente in modo che pochi qui lo potessero leggere e capire al di fuori della cerchia dei soliti noti) già nell'aprile del 2013 al Wall Street journal: " le politiche di austerità abbiano prodotto buoni risultati e l’opposizione sociale ad esse non deve distogliere i governi dal “consolidamento fiscale”. In pratica il disastro europeo, sotto gli occhi di tutti, è considerato positivamente dal nuovo Ministro dell’Economia, voluto da Francoforte e Bruxelles come garanzia che tutto cambi per non cambiare nulla. Una frase fa venire i brividi: ““Fiscal consolidation is producing results, the pain is producing results,” he said.Il consolidamento fiscale sta producendo risultati, il dolore sta producendo risultati. Anche se sarà un dolore anestetizzato: “We need a softer tone, while moving in the same direction,” he said".
Chiaro, no?

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