Fonte: W.S.I. 27 Marzo 2019, di Daniele Chicca
Che
le discrepanze in Europa siano colossali quando si tratta di mercato
del lavoro è risaputo. Nel 2016 per esempio si andava dai 4,40 euro di costo del lavoro orario
della Bulgaria ai 42 euro della Danimarca o più di 50 euro della
Norvegia. Ma sono i salari nel Sud d’Europa a destare le maggiori
preoccupazioni degli economisti.
Come si vede bene nel grafico
sotto riportato, il costo del lavoro è aumentato più velocemente in
Francia che in Germania o in Italia. Ma i salari in questi ultimi due
paesi sono fermi da tempo. L’anno scorso il costo del lavoro è salito del 2,9% in Francia, contro il 2,4% di media dell’Eurozona e l’1,8% della Germania.
Se ci si rifà ai dati Eurostat del 2016, si scopre quanto la situazione sia da anni particolarmente distorta in Italia.
Sebbene il costo del lavoro non sia di molto maggiore di quello del
Regno Unito, a Londra le retribuzioni sono state e rimangono di gran
lunga superiori, nonostante le turbolenze generate dalla Brexit.
L’Unione
Europea deve agire in fretta per ridurre i tanti gap e incrementare le
buste paga, secondo i sindacati europei. Per farlo potrebbe per
esempio incoraggiare e promuovere un contratto collettivo di lavoro tra
datori e sindacati, secondo Luca Visentini, Segretario Generale della European Trade Union Confederation (ETUC).
il resto qui su W.S.I.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
Visualizzazione post con etichetta salari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta salari. Mostra tutti i post
giovedì 28 marzo 2019
venerdì 7 aprile 2017
I salari dimezzati dalle tasse l’ Italia è sopra la media Ue (ROSARIA AMATO)
06/04/2017 di triskel182

ROMA – Avanti verso la crescita, ma il
sistema italiano presenta ancora molti «limiti e distorsioni », a
cominciare da un carico fiscale da record che pesa sulle imprese per 25
punti in più rispetto alla media Ue. Lo denuncia la Corte dei Conti
nel Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica. Anche i
lavoratori sono molto penalizzati. Infatti « il 49% prelevato a titolo
di contributi e di imposte eccede di ben dieci punti l’onere che si
registra nel resto d’Europa».
I
questi giorni in effetti il governo sta lavorando a un’ipotesi di
taglio del cuneo fiscale, ponendo particolare attenzione ai neoassunti
sotto i 35 anni e ai redditi fino a 40.000 euro. Quanto alle imprese, è
stata azzerata l’Irap e dall’inizio di quest’anno l’Ires, la tassa
sulle società, è scesa dal 27,5 al 24%. Ma evidentemente non è
abbastanza: la pressione fiscale in Italia, ricorda la Corte, «è tra le
più elevate tra i paesi Ue (42,9% del Pil)». E le tasse sono tante e
tali che essere a posto con tutti gli adempimenti costa
all’imprenditore italiano «269 ore lavorative, il 55% in più di quanto
richiesto al suo competitore europeo».
La
Corte chiede una seria revisione del sistema, che poggi su basi certe:
la riduzione della pressione fiscale è un «obiettivo raggiungibile solo
attraverso un ridimensionamento della spesa». Altrimenti si rischia di
proseguire con interventi parziali, che non incidono sugli squilibri
di fondo: «Occorrerà stabilire anche se e come rivedere le misure che
hanno portato ad un’attenuazione del prelievo su specifiche categorie
di contribuenti». E continueranno a esserci eterne pendenze irrisolte,
come quelle delle clausole di salvaguardia. Non bisogna fare troppo
affidamento sul contributo delle privatizzazioni, né sui proventi della
lotta all’evasione fiscale. Serve invece un progetto organico, che
permetta in primo luogo anche di «porre il debito su un sentiero
discendente, non troppo ripido ma costante, procedendo speditamente
alle azioni di riforme strutturali per sostenere la crescita e
migliorare, anche sotto questo profilo, le condizioni di sostenibilità
della finanza pubblica».
Le condizioni ci
sono: «Nel 2016 la crescita ha ripreso vigore – dice il ministro
dell’Economia Pier Carlo Padoan – i primi segnali dell’anno in corso
sono molto incoraggianti, siamo in una fase di transizione verso una
crescita più robusta e sostenuta grazie anche ai significativi
progressi in termini di riforme strutturali». Lo conferma anche
l’Istat, nella nota congiunturale: «In Italia l’andamento dell’attività
economica risulta positivo, in un contesto di aumento della
profittabilità delle imprese e di intensificazione dell’attività di
investimento ». Un clima che si riflette anche nella fiducia dei
consumatori e delle aziende, in crescita. Meglio non rimandare: la
segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, chiede infatti di
«aprire subito, senza aspettare il 2018, una fase di confronto con il
governo sulla riforma dell’Irpef per ridurre la pressione fiscale sul
lavoro dipendente, sulle pensioni e sulle imprese che assumono ed
investono in innovazione e ricerca».
Articolo intero su La Repubblica del 06/04/2017.
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
.. e la serie continua
Etichette:
blog,
economia,
evasione fiscale,
lavoro,
mercato,
politica,
privatizzazioni,
salari
domenica 4 settembre 2016
Solo un grosso spot: il dossier sul Jobs act che nasconde il flop
04/09/2016 di triskel182
Occasione persa – Per distrarre dal Pil arriva il primo monitoraggio sulla riforma.Senza annunci, in una giornata di intenso dibattito sulla non crescita dell’economia italiana, dal ministero del Lavoro arriva il primo “Quaderno di monitoraggio del mercato del lavoro” al tempo del Jobs Act. Novantacinque pagine per descrivere cosa è successo ai contratti di lavoro e all’occupazione nel 2015, incrociando i dati delle tre fonti istituzionali di riferimento: Inps, ministero del Lavoro e Istat. Appena pubblicato, le agenzie stampa si sono riempite di numeri positivi.
Il documento sarebbe potuto essere un ottimo strumento per verificare gli effetti della riforma. A uno sguardo qualitativo d’insieme, però, non c’è nessuna novità, a parte qualche dato sul lavoro in somministrazione e sui tirocini. Il testo è impegnato soprattutto a fornire una chiave di lettura ottimistica su quanto è avvenuto nel mercato del lavoro nel 2015. Il rapporto si apre con il dato sull’andamento del tasso di occupazione e disoccupazione, ma senza dettagli. Ad esempio, che l’occupazione del 2015 è assorbita quasi interamente da lavoratori over 50 (+229 mila) a fronte di un calo degli occupati tra i 25 e i 49 anni di 122 mila unità. Un trend che peraltro caratterizza tutti i 30 mesi del governo Renzi (da febbraio 2014 a luglio scorso ci sono 820 mila occupati ultracinquantenni in più e 338 mila tra i 25 e i 49 anni in meno), effetto soprattutto della riforma Forneno delle pensioni.
Il dossier parte dal classico dato sui nuovi contratti a tempo indeterminato attivati al netto dei cessati, comprese le trasformazioni di contratti a termine in tempo indeterminato. Ma senza sottolineare però che proprio le trasformazioni pesano sul dato complessivo per il 72%. Sarebbe utile saperlo visto che queste stabilizzazioni nel 41% dei casi non superano il triennio di vita. Non proprio un lavoro stabile. Manca poi il dettaglio sul tasso di sopravvivenza nel primo anno di queste trasformazioni, che si poteva desumere dalle “Comunicazioni Obbligatorie” del ministero stesso che però, guarda caso, non lo fa.
Una novità è invece il dato sui tirocini: la loro transizione in contratti a tempo indeterminato aumenta notevolmente dopo il 1° giugno 2015, probabilmente per la corsa ai generosi sgravi del governo (dimezzati nel 2016). Sul fronte della domanda di lavoro a tempo indeterminato da parte delle imprese arriva un dato interessante: il rapporto sottolinea come siano le imprese di piccole dimensioni quelle che hanno provveduto a stipulare contratti permanenti ex novo, non quindi come trasformazione di altre tipologie. In particolare, il 46% delle assunzioni permanenti (e il 49% di quelle con sgravio) si concentrano nelle micro imprese (1-9 addetti), solo il 13% in quelle tra i 10 e 19 dipendenti. L’effetto dell’abolizione dell’articolo 18 per le imprese intorno alla soglia dei 15 addetti non pare quindi essersi affatto verificato. Parliamo del cuore pulsante del Jobs act. Nessun dettaglio, invece, sulle cessazioni, e così non si capisce quale sia l’effetto occupazionale netto. I nuovi contratti hanno sostituito altri contratti e, se sì, di che tipo? Con i dati a sua disposizione, il ministero poteva indagare sull’incidenza dell’emersione del lavoro irregolare sull’aumento dei contratti, e invece nulla. Niente anche sulle retribuzioni dei nuovi assunti per tipologia d’impresa.
Altri due focus compongono poi il corposo rapporto: l’evoluzione dei contratti di collaborazione (co. co. co.) e il lavoro in somministrazione (lacunoso quello sul lavoro occasionale accessorio). Si scopre che dei collaboratori mono-committenti del 2014, solo il 41% ha avuto nel 2015 un contratto di lavoro dipendente. Il monitoraggio omette di riportare che – stando all’Inps – il 10% dei lavoratori con contratti di collaborazione nei sei mesi precedenti ha iniziato a lavorare con i voucher, i buoni lavoro orari nuova frontiera del precariato estremo. Sul lavoro in somministrazione (interinale) si nota il suo netto incremento sul totale degli occupati a tempo indeterminato avvenuto in dicembre: la quota aumenta dal 7 al 10% in poco meno di due mesi.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 03/09/2016.
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
Insomma a differenza del racconta renziano le cose nel mondo reale vanno come dovevano andare e come sono andate in altri paesi dove sono state introdotte misure simili..... nessuna meraviglia che il pil e la crescita siano ferme.
Occasione persa – Per distrarre dal Pil arriva il primo monitoraggio sulla riforma.Senza annunci, in una giornata di intenso dibattito sulla non crescita dell’economia italiana, dal ministero del Lavoro arriva il primo “Quaderno di monitoraggio del mercato del lavoro” al tempo del Jobs Act. Novantacinque pagine per descrivere cosa è successo ai contratti di lavoro e all’occupazione nel 2015, incrociando i dati delle tre fonti istituzionali di riferimento: Inps, ministero del Lavoro e Istat. Appena pubblicato, le agenzie stampa si sono riempite di numeri positivi.
Il documento sarebbe potuto essere un ottimo strumento per verificare gli effetti della riforma. A uno sguardo qualitativo d’insieme, però, non c’è nessuna novità, a parte qualche dato sul lavoro in somministrazione e sui tirocini. Il testo è impegnato soprattutto a fornire una chiave di lettura ottimistica su quanto è avvenuto nel mercato del lavoro nel 2015. Il rapporto si apre con il dato sull’andamento del tasso di occupazione e disoccupazione, ma senza dettagli. Ad esempio, che l’occupazione del 2015 è assorbita quasi interamente da lavoratori over 50 (+229 mila) a fronte di un calo degli occupati tra i 25 e i 49 anni di 122 mila unità. Un trend che peraltro caratterizza tutti i 30 mesi del governo Renzi (da febbraio 2014 a luglio scorso ci sono 820 mila occupati ultracinquantenni in più e 338 mila tra i 25 e i 49 anni in meno), effetto soprattutto della riforma Forneno delle pensioni.
Il dossier parte dal classico dato sui nuovi contratti a tempo indeterminato attivati al netto dei cessati, comprese le trasformazioni di contratti a termine in tempo indeterminato. Ma senza sottolineare però che proprio le trasformazioni pesano sul dato complessivo per il 72%. Sarebbe utile saperlo visto che queste stabilizzazioni nel 41% dei casi non superano il triennio di vita. Non proprio un lavoro stabile. Manca poi il dettaglio sul tasso di sopravvivenza nel primo anno di queste trasformazioni, che si poteva desumere dalle “Comunicazioni Obbligatorie” del ministero stesso che però, guarda caso, non lo fa.
Una novità è invece il dato sui tirocini: la loro transizione in contratti a tempo indeterminato aumenta notevolmente dopo il 1° giugno 2015, probabilmente per la corsa ai generosi sgravi del governo (dimezzati nel 2016). Sul fronte della domanda di lavoro a tempo indeterminato da parte delle imprese arriva un dato interessante: il rapporto sottolinea come siano le imprese di piccole dimensioni quelle che hanno provveduto a stipulare contratti permanenti ex novo, non quindi come trasformazione di altre tipologie. In particolare, il 46% delle assunzioni permanenti (e il 49% di quelle con sgravio) si concentrano nelle micro imprese (1-9 addetti), solo il 13% in quelle tra i 10 e 19 dipendenti. L’effetto dell’abolizione dell’articolo 18 per le imprese intorno alla soglia dei 15 addetti non pare quindi essersi affatto verificato. Parliamo del cuore pulsante del Jobs act. Nessun dettaglio, invece, sulle cessazioni, e così non si capisce quale sia l’effetto occupazionale netto. I nuovi contratti hanno sostituito altri contratti e, se sì, di che tipo? Con i dati a sua disposizione, il ministero poteva indagare sull’incidenza dell’emersione del lavoro irregolare sull’aumento dei contratti, e invece nulla. Niente anche sulle retribuzioni dei nuovi assunti per tipologia d’impresa.
Altri due focus compongono poi il corposo rapporto: l’evoluzione dei contratti di collaborazione (co. co. co.) e il lavoro in somministrazione (lacunoso quello sul lavoro occasionale accessorio). Si scopre che dei collaboratori mono-committenti del 2014, solo il 41% ha avuto nel 2015 un contratto di lavoro dipendente. Il monitoraggio omette di riportare che – stando all’Inps – il 10% dei lavoratori con contratti di collaborazione nei sei mesi precedenti ha iniziato a lavorare con i voucher, i buoni lavoro orari nuova frontiera del precariato estremo. Sul lavoro in somministrazione (interinale) si nota il suo netto incremento sul totale degli occupati a tempo indeterminato avvenuto in dicembre: la quota aumenta dal 7 al 10% in poco meno di due mesi.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 03/09/2016.
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
Insomma a differenza del racconta renziano le cose nel mondo reale vanno come dovevano andare e come sono andate in altri paesi dove sono state introdotte misure simili..... nessuna meraviglia che il pil e la crescita siano ferme.
lunedì 18 luglio 2016
Jobs act, creare finte coop per tagliare costi non è più reato. “Così il lavoratore perde il posto e l’impresa onesta chiude”
14/07/2016 di triskel182
La riforma ha cancellato il reato di somministrazione fraudolenta, che si configurava quando un’azienda creava società fasulle a cui affidare alcune attività sulla pelle dei dipendenti, con contratti capestro, stipendi ridotti, abusi negli orari. Un fenomeno che va a braccetto con il caporalato. Il docente: “Sono state aumentate le sanzioni, per cui lo Stato guadagna di più, ma l’operaio perde il lavoro”.Prima era reato. Dopo il Jobs act, non più. Fino a un anno fa, gli ispettori del lavoro potevano obbligare le imprese colte in flagrante ad assumere i dipendenti sfruttati. Ora i lavoratori perdono semplicemente il posto. E le imprese rispettose delle regole hanno costi più alti e vanno fuori mercato. E’ il quadro dipinto dagli addetti ai lavori a 13 mesi dalla cancellazione del reato di somministrazione fraudolenta. Quello che si verifica quando le imprese creano società fasulle, in particolare cooperative, per affidare loro alcune attività e ridurre così gli esborsi sulla pelle dei lavoratori, con contratti capestro, stipendi ridotti, abusi negli orari. Un fenomeno che va a braccetto con il caporalato e che, non a caso, è evidente in modo particolare nel settore agroalimentare.
“Un anno fa, l’ispettore del lavoro interveniva per il ripristino immediato delle tutele del lavoratore: retribuzione, tempi di lavoro, contratto, inquadramento – spiega Pierluigi Rausei, docente di Diritto sanzionatorio del lavoro alla scuola di dottorato Adapt presso l’Università di Bergamo – Adesso, invece, ci sono solo sanzioni economiche. Che sono più aspre di prima, ma l’obbligo di assumere il dipendente non c’è più. Oggi lo Stato guadagna più soldi, ma il lavoratore perde il posto”.
Il reato, istituito dalla legge Biagi del 2003, si contestava di fronte a una somministrazione di lavoro “posta in essere con la specifica finalità di eludere norme inderogabili di legge o di contratto collettivo applicato al lavoratore”. In sostanza, come spiega Rausei, si verificava quando “un’impresa affidava un’attività, svolta in proprio fino al giorno prima, a una società creata ad hoc, una finta cooperativa o una finta srl, per abbattere i costi riducendo le tutele dei lavoratori”. Nel 2015, secondo i dati del ministero del Lavoro, i rilievi ispettivi in materia di “esternalizzazioni fittizie”, tra le quali rientra anche la somministrazione fraudolenta, hanno coinvolto 9.620 lavoratori, il 16% in più rispetto all’anno precedente.
Ma il decreto attuativo del Jobs act sul riordino dei contratti, firmato da Matteo Renzi e dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti e entrato in vigore nel giugno 2015, ha spazzato via questo reato abrogandolo. “L’abolizione della somministrazione fraudolenta – aggiunge Rausei – ha determinato l’immediatadecadenza dei procedimenti sanzionatori in corso”. L’opera cominciata con il Jobs act è poi stata compiuta con un decreto approvato nel gennaio del 2016, il numero 8. Con questo provvedimento, il governo ha inasprito le sanzioni, ma al tempo stesso ha esteso l’ambito della depenalizzazione. Prima, i trasgressori dovevano pagare un’ammenda pari a 50 euro per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di lavoro. Da gennaio, la sanzione parte da 5mila euro e può arrivare fino a 50mila. Ma intanto le violazioni in materia di somministrazione sono scivolate dall’ambito penale a quello amministrativo. “Non costituiscono reato e sono soggette alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro tutte le violazioni per le quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda”, stabilisce il decreto.
“E’ il capitolo due rispetto al Jobs act – aggiunge Rausei – Se la riforma del lavoro ha abolito la somministrazione fraudolenta, il decreto ha depenalizzato tutti gli altri reati in materia di somministrazione, eccetto quelli che riguardano l’impiego diminorenni. Per il resto, i reati si sono trasformati in illeciti amministrativi che prevedono solo il pagamento di una sanzione pecuniaria“.
Sono i sindacati a raccontare le conseguenze pratiche della depenalizzazione. “L’abolizione del reato è stata un’ulteriore libertà di bypassare le norme concessa dal governo a caporali, false cooperative e committenti senza scrupoli – spiega Umberto Franciosi, segretario Flai Cgil Emilia Romagna – E così le imprese che rispettano le leggi di questa Repubblica, che hanno costi più alti, vanno fuori mercato“. Gli abusi della somministrazione, spiega il sindacalista, sono particolarmente diffusi nel settore agroalimentare: “Nel distretto della lavorazione delle carni in provincia di Modena non c’è grande marchio che non faccia ricorso a queste pratiche fraudolente. Ma dappertutto stanno germogliando false cooperative con lavoratori sottopagati, senza malattia, senza vincoli di orario: ci sono dipendenti che formalmente lavorano 20 ore a settimana, ma in realtà ne fanno anche 50″.
Esempi concreti? “Noi ci limitiamo a fare le segnalazioni di quelli che riteniamo casi di somministrazione fraudolenta, non conosciamo l’esito dei rilievi ispettivi – spiega Franciosi – Ma il caso più recente, che rappresenta la punta dell’iceberg di questo fenomeno, è la vertenza della Castelfrigo di Modena“. L’azienda in questione, attiva nel settore della macellazione della carne, è stata al centro di una vertenza che si è risolta con un accordo sindacale a febbraio. “Si trattava di circa 100 lavoratori inquadrati in due cooperative di dubbia legittimità – racconta il sindacalista – sottoposti a una serie di abusi su contratto, orari, stipendi”.
A febbraio, il deputato Pd Davide Baruffi aveva presentato un’interpellanza al governo sulla vicenda della Castelfrigo. Il sottosegretario al Lavoro Massimo Cassano, pur non riferendosi nello specifico all’azienda in questione, ha spiegato che nel distretto modenese delle carni “le verifiche hanno evidenziato, oltre all’applicazione di contratti collettivi nazionali differenti per i lavoratori delle società committenti e per quelli delle cooperative operanti in regime di appalto, anche fenomeni di interposizione di manodopera, omissioni contributive, registrazioni infedeli sul libro unico del lavoro e violazioni della normativa in materia diorario di lavoro“.
dal Fatto Quotidiano
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::
.. e dopo i salari dati con i buoni pasto (anche nella civilissima Toscana nel quale gli esponenti del partito e della coalizione che ha votato per queste riforme ora chiedono che vengano arrestati coloro che ne usano gli strumenti) ora abbiamo le finte coop legalizzate dal Job Act. Manca ancora qualcosa all'appello? Certo le free tax zone (come in Messico ecc.), le zone franche (dove non paga le tasse chi investe (confine coree nord/sud, ecc.), ecc. ecc. eppure le associazione e le ong ne hanno fatte di lotte per denunciare le grandi aziende che facevano lavorare nei paesi asiatici e africani come schiavi bambini e adulti per pochi centesimi al giorno.. avreste mai pensato che anche qui nel grasso Occidente spuntavano fuori cose del genere appena 20 anni fa? No, naturalmente... e quando li avete votati avreste mai pensato che gli stessi partiti che una volta denunciavano questi guasti del capitalismo facevano una riforma che introduceva, e nemmeno surrettiziamente, figure del genere?
Bene.. chi la fa l'aspetti, ora ci tocca fare da colonia economica
La riforma ha cancellato il reato di somministrazione fraudolenta, che si configurava quando un’azienda creava società fasulle a cui affidare alcune attività sulla pelle dei dipendenti, con contratti capestro, stipendi ridotti, abusi negli orari. Un fenomeno che va a braccetto con il caporalato. Il docente: “Sono state aumentate le sanzioni, per cui lo Stato guadagna di più, ma l’operaio perde il lavoro”.Prima era reato. Dopo il Jobs act, non più. Fino a un anno fa, gli ispettori del lavoro potevano obbligare le imprese colte in flagrante ad assumere i dipendenti sfruttati. Ora i lavoratori perdono semplicemente il posto. E le imprese rispettose delle regole hanno costi più alti e vanno fuori mercato. E’ il quadro dipinto dagli addetti ai lavori a 13 mesi dalla cancellazione del reato di somministrazione fraudolenta. Quello che si verifica quando le imprese creano società fasulle, in particolare cooperative, per affidare loro alcune attività e ridurre così gli esborsi sulla pelle dei lavoratori, con contratti capestro, stipendi ridotti, abusi negli orari. Un fenomeno che va a braccetto con il caporalato e che, non a caso, è evidente in modo particolare nel settore agroalimentare.
“Un anno fa, l’ispettore del lavoro interveniva per il ripristino immediato delle tutele del lavoratore: retribuzione, tempi di lavoro, contratto, inquadramento – spiega Pierluigi Rausei, docente di Diritto sanzionatorio del lavoro alla scuola di dottorato Adapt presso l’Università di Bergamo – Adesso, invece, ci sono solo sanzioni economiche. Che sono più aspre di prima, ma l’obbligo di assumere il dipendente non c’è più. Oggi lo Stato guadagna più soldi, ma il lavoratore perde il posto”.
Il reato, istituito dalla legge Biagi del 2003, si contestava di fronte a una somministrazione di lavoro “posta in essere con la specifica finalità di eludere norme inderogabili di legge o di contratto collettivo applicato al lavoratore”. In sostanza, come spiega Rausei, si verificava quando “un’impresa affidava un’attività, svolta in proprio fino al giorno prima, a una società creata ad hoc, una finta cooperativa o una finta srl, per abbattere i costi riducendo le tutele dei lavoratori”. Nel 2015, secondo i dati del ministero del Lavoro, i rilievi ispettivi in materia di “esternalizzazioni fittizie”, tra le quali rientra anche la somministrazione fraudolenta, hanno coinvolto 9.620 lavoratori, il 16% in più rispetto all’anno precedente.
Ma il decreto attuativo del Jobs act sul riordino dei contratti, firmato da Matteo Renzi e dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti e entrato in vigore nel giugno 2015, ha spazzato via questo reato abrogandolo. “L’abolizione della somministrazione fraudolenta – aggiunge Rausei – ha determinato l’immediatadecadenza dei procedimenti sanzionatori in corso”. L’opera cominciata con il Jobs act è poi stata compiuta con un decreto approvato nel gennaio del 2016, il numero 8. Con questo provvedimento, il governo ha inasprito le sanzioni, ma al tempo stesso ha esteso l’ambito della depenalizzazione. Prima, i trasgressori dovevano pagare un’ammenda pari a 50 euro per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di lavoro. Da gennaio, la sanzione parte da 5mila euro e può arrivare fino a 50mila. Ma intanto le violazioni in materia di somministrazione sono scivolate dall’ambito penale a quello amministrativo. “Non costituiscono reato e sono soggette alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro tutte le violazioni per le quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda”, stabilisce il decreto.
“E’ il capitolo due rispetto al Jobs act – aggiunge Rausei – Se la riforma del lavoro ha abolito la somministrazione fraudolenta, il decreto ha depenalizzato tutti gli altri reati in materia di somministrazione, eccetto quelli che riguardano l’impiego diminorenni. Per il resto, i reati si sono trasformati in illeciti amministrativi che prevedono solo il pagamento di una sanzione pecuniaria“.
Sono i sindacati a raccontare le conseguenze pratiche della depenalizzazione. “L’abolizione del reato è stata un’ulteriore libertà di bypassare le norme concessa dal governo a caporali, false cooperative e committenti senza scrupoli – spiega Umberto Franciosi, segretario Flai Cgil Emilia Romagna – E così le imprese che rispettano le leggi di questa Repubblica, che hanno costi più alti, vanno fuori mercato“. Gli abusi della somministrazione, spiega il sindacalista, sono particolarmente diffusi nel settore agroalimentare: “Nel distretto della lavorazione delle carni in provincia di Modena non c’è grande marchio che non faccia ricorso a queste pratiche fraudolente. Ma dappertutto stanno germogliando false cooperative con lavoratori sottopagati, senza malattia, senza vincoli di orario: ci sono dipendenti che formalmente lavorano 20 ore a settimana, ma in realtà ne fanno anche 50″.
Esempi concreti? “Noi ci limitiamo a fare le segnalazioni di quelli che riteniamo casi di somministrazione fraudolenta, non conosciamo l’esito dei rilievi ispettivi – spiega Franciosi – Ma il caso più recente, che rappresenta la punta dell’iceberg di questo fenomeno, è la vertenza della Castelfrigo di Modena“. L’azienda in questione, attiva nel settore della macellazione della carne, è stata al centro di una vertenza che si è risolta con un accordo sindacale a febbraio. “Si trattava di circa 100 lavoratori inquadrati in due cooperative di dubbia legittimità – racconta il sindacalista – sottoposti a una serie di abusi su contratto, orari, stipendi”.
A febbraio, il deputato Pd Davide Baruffi aveva presentato un’interpellanza al governo sulla vicenda della Castelfrigo. Il sottosegretario al Lavoro Massimo Cassano, pur non riferendosi nello specifico all’azienda in questione, ha spiegato che nel distretto modenese delle carni “le verifiche hanno evidenziato, oltre all’applicazione di contratti collettivi nazionali differenti per i lavoratori delle società committenti e per quelli delle cooperative operanti in regime di appalto, anche fenomeni di interposizione di manodopera, omissioni contributive, registrazioni infedeli sul libro unico del lavoro e violazioni della normativa in materia diorario di lavoro“.
dal Fatto Quotidiano
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::
.. e dopo i salari dati con i buoni pasto (anche nella civilissima Toscana nel quale gli esponenti del partito e della coalizione che ha votato per queste riforme ora chiedono che vengano arrestati coloro che ne usano gli strumenti) ora abbiamo le finte coop legalizzate dal Job Act. Manca ancora qualcosa all'appello? Certo le free tax zone (come in Messico ecc.), le zone franche (dove non paga le tasse chi investe (confine coree nord/sud, ecc.), ecc. ecc. eppure le associazione e le ong ne hanno fatte di lotte per denunciare le grandi aziende che facevano lavorare nei paesi asiatici e africani come schiavi bambini e adulti per pochi centesimi al giorno.. avreste mai pensato che anche qui nel grasso Occidente spuntavano fuori cose del genere appena 20 anni fa? No, naturalmente... e quando li avete votati avreste mai pensato che gli stessi partiti che una volta denunciavano questi guasti del capitalismo facevano una riforma che introduceva, e nemmeno surrettiziamente, figure del genere?
Bene.. chi la fa l'aspetti, ora ci tocca fare da colonia economica
Etichette:
blog,
buoni pasto,
coop,
economia,
free tax,
Job Act,
lavoro,
lavoro nero,
politica,
precariato,
salari
lunedì 11 luglio 2016
L’Italia 2.0 è questa: salari fermi e produttività al palo (Marco Maroni)
09/07/2016 di triskel182
LO DICONO OCSE, INPS E ISTAT. Riforme inefficaci e povertà in aumento, siamo nella “trappola della bassa crescita”.
La produttività è piatta da 15 anni, i salari sono praticamente fermi, l’ineguaglianza dei redditi è in aumento e come tasso di occupazione siamo al terzo valore più basso tra i paesi sviluppati, dopo Grecia e Turchia. Inoltre, in Italia più di un giovane su quattro non lavora, né studia, né segue corsi di formazione, una categoria di disoccupati con scarsissime prospettive di lavoro, che è aumentata del 44% negli anni della crisi. Questa cruda descrizione della situazione italiana viene dall’Ocse, organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che ha presentato ieri l’analisi annuale sul mercato del lavoro.
La stagnazione salariale e la bassa produttività sono problemi che affliggono un po’ tutti i paesi sviluppati. Il fatto è che mentre alcuni stanno recuperando il terreno perso dal 2007, altri, come l’Italia, rimangono indietro. “Quasi 10 anni dopo l’inizio della crisi”, scrive l’Ocse dell’Italia, “la crescita dei salari in termini reali è debole, evidenziando il rischio di una stagnazione salariale duratura”. È la cosiddetta “trappola della bassa crescita”: i salari e l’occupazione sono bassi, le famiglie spendono meno, le imprese vendono meno e investono meno. A risentirne alla fine è anche la produttività. Perchè assumere lavoratori poco costosi e flessibili diventa spesso più conveniente che fare efficienza spendendo capitali in macchinari.
Le recenti riforme del lavoro, Jobs act in testa, non sembrano in grado di cambiare in meglio il quadro. La lieve crescita dell’occupazione è infatti legata agli incentivi degli sgravi contributivi e le nuove assunzioni a tempo indeterminato (ma interrompibili in qualunque momento, anche senza giusta causa) sono in buona parte la trasformazione di contratti a termine.
Ieri ha pubblicato il suo rapporto annuale anche l’Inps. I dati mostrano che quasi la metà dei contratti attivati con le decontribuzioni sono “stabilizzazioni di lavoratori all’interno della medesima impresa”. Inoltre, la stabilizzazione dei contratti di lavoro spesso non è accompagnata dal tempo pieno: “quattro lavoratori su 10 assunti con contratto a tempo indeterminato – segnala l’Inps – hanno impeghi part time”. Il risultato è sempre che le famiglie faticano ad arrivare a fine mese.
Che la trappola della bassa crescita sia particolarmente insidiosa in Italia e abbia costi sociali alti lo si è capito ieri anche dalle parole del presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, in un audizione al Senato, convocata in relazione al disegno di legge sul contrasto alla povertà presentato da Stefano Lepri(Pd). Alleva ha spiegato che oltre la metà delle famiglie italiane nel 2015 ha limitato le spese per il cibo e una su cinque ha provato a risparmiare anche sulle spese sanitarie. Il 63% cerca di fare economie su abbigliamento e calzature, uno dei settori di punta del made in Italy. Grandi sono le differenze tra regione e regione. La Calabria risulta essere la regione con la spesa mensile familiare più bassa, 1.729 euro, mentre Lombardia, Trentino – Alto Adige ed Emilia – Romagna sono le regioni con la spesa mensile più elevata, tutte e tre attorno ai 3mila euro.
A questa crisi finora non si è risposto in modo adeguato: “gli interventi sociali a sostegno delle Famiglie – ha spiegato Alleva – in Italia pesano per il 4,1% della spesa totale per le prestazioni sociali. Un valore tra i più bassi in Europa”. Va ricordato peraltro che l’Italia, a differenza di tutti gli altri paesi europei, eccetto la Grecia, non ha alcuna forma stabile di sostegno al reddito, il cosiddetto reddito di cittadinanza. Uno strumento che in tempi di crisi argina la caduta dei consumi.
Per gli analisti dell’Ocse, la via d’uscita dalla trappola sono politiche strutturali, che portino a una crescita sostenibile, in grado di assicurare benefici più equamente distribuiti, incluso un più ambizioso uso delle politiche di bilancio. E anche ulteriori riforme strutturali.
Dopo anni di catechismo neoliberista, dunque, l’ufficio studi dei paesi ricchi riconosce che senza mettere in campo l’intervento pubblico, dalla stagnazione secolare non si esce.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 08/07/2016.
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
.. anche se non è l'intero articolo mi pare che dica molto sullo stato dell'arte nel quale si trova questo paese dopo anni di austherity, tagli, ritagli, frattaglie, malversazioni, evasione, elusione, clientelismo, corruzione, politici inetti, opposizioni incapaci di fare proposte e, nel caso dei 5STAR, afflitti dalla sindrome del conte ugolino, ecc. ecc. insomma siamo nei guai e siamo senza soldi: non tutti però perchè c'è chi ci sta bene in questo tempo di ladri legalizzati e farà di tutto affinché nulla cambi... a meno che.. ma è molto 'a meno che'...
LO DICONO OCSE, INPS E ISTAT. Riforme inefficaci e povertà in aumento, siamo nella “trappola della bassa crescita”.
La produttività è piatta da 15 anni, i salari sono praticamente fermi, l’ineguaglianza dei redditi è in aumento e come tasso di occupazione siamo al terzo valore più basso tra i paesi sviluppati, dopo Grecia e Turchia. Inoltre, in Italia più di un giovane su quattro non lavora, né studia, né segue corsi di formazione, una categoria di disoccupati con scarsissime prospettive di lavoro, che è aumentata del 44% negli anni della crisi. Questa cruda descrizione della situazione italiana viene dall’Ocse, organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che ha presentato ieri l’analisi annuale sul mercato del lavoro.
La stagnazione salariale e la bassa produttività sono problemi che affliggono un po’ tutti i paesi sviluppati. Il fatto è che mentre alcuni stanno recuperando il terreno perso dal 2007, altri, come l’Italia, rimangono indietro. “Quasi 10 anni dopo l’inizio della crisi”, scrive l’Ocse dell’Italia, “la crescita dei salari in termini reali è debole, evidenziando il rischio di una stagnazione salariale duratura”. È la cosiddetta “trappola della bassa crescita”: i salari e l’occupazione sono bassi, le famiglie spendono meno, le imprese vendono meno e investono meno. A risentirne alla fine è anche la produttività. Perchè assumere lavoratori poco costosi e flessibili diventa spesso più conveniente che fare efficienza spendendo capitali in macchinari.
Le recenti riforme del lavoro, Jobs act in testa, non sembrano in grado di cambiare in meglio il quadro. La lieve crescita dell’occupazione è infatti legata agli incentivi degli sgravi contributivi e le nuove assunzioni a tempo indeterminato (ma interrompibili in qualunque momento, anche senza giusta causa) sono in buona parte la trasformazione di contratti a termine.
Ieri ha pubblicato il suo rapporto annuale anche l’Inps. I dati mostrano che quasi la metà dei contratti attivati con le decontribuzioni sono “stabilizzazioni di lavoratori all’interno della medesima impresa”. Inoltre, la stabilizzazione dei contratti di lavoro spesso non è accompagnata dal tempo pieno: “quattro lavoratori su 10 assunti con contratto a tempo indeterminato – segnala l’Inps – hanno impeghi part time”. Il risultato è sempre che le famiglie faticano ad arrivare a fine mese.
Che la trappola della bassa crescita sia particolarmente insidiosa in Italia e abbia costi sociali alti lo si è capito ieri anche dalle parole del presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, in un audizione al Senato, convocata in relazione al disegno di legge sul contrasto alla povertà presentato da Stefano Lepri(Pd). Alleva ha spiegato che oltre la metà delle famiglie italiane nel 2015 ha limitato le spese per il cibo e una su cinque ha provato a risparmiare anche sulle spese sanitarie. Il 63% cerca di fare economie su abbigliamento e calzature, uno dei settori di punta del made in Italy. Grandi sono le differenze tra regione e regione. La Calabria risulta essere la regione con la spesa mensile familiare più bassa, 1.729 euro, mentre Lombardia, Trentino – Alto Adige ed Emilia – Romagna sono le regioni con la spesa mensile più elevata, tutte e tre attorno ai 3mila euro.
A questa crisi finora non si è risposto in modo adeguato: “gli interventi sociali a sostegno delle Famiglie – ha spiegato Alleva – in Italia pesano per il 4,1% della spesa totale per le prestazioni sociali. Un valore tra i più bassi in Europa”. Va ricordato peraltro che l’Italia, a differenza di tutti gli altri paesi europei, eccetto la Grecia, non ha alcuna forma stabile di sostegno al reddito, il cosiddetto reddito di cittadinanza. Uno strumento che in tempi di crisi argina la caduta dei consumi.
Per gli analisti dell’Ocse, la via d’uscita dalla trappola sono politiche strutturali, che portino a una crescita sostenibile, in grado di assicurare benefici più equamente distribuiti, incluso un più ambizioso uso delle politiche di bilancio. E anche ulteriori riforme strutturali.
Dopo anni di catechismo neoliberista, dunque, l’ufficio studi dei paesi ricchi riconosce che senza mettere in campo l’intervento pubblico, dalla stagnazione secolare non si esce.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 08/07/2016.
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
.. anche se non è l'intero articolo mi pare che dica molto sullo stato dell'arte nel quale si trova questo paese dopo anni di austherity, tagli, ritagli, frattaglie, malversazioni, evasione, elusione, clientelismo, corruzione, politici inetti, opposizioni incapaci di fare proposte e, nel caso dei 5STAR, afflitti dalla sindrome del conte ugolino, ecc. ecc. insomma siamo nei guai e siamo senza soldi: non tutti però perchè c'è chi ci sta bene in questo tempo di ladri legalizzati e farà di tutto affinché nulla cambi... a meno che.. ma è molto 'a meno che'...
domenica 31 agosto 2014
Deflazione, l’Italia è a rischio
di Loretta Napoleoni | 31 agosto 2014
L’Italia rischia la deflazione,
un male forse peggiore dell’inflazione a giudicare dalle difficoltà
pluri-decennali che il Giappone continua a incontrare per uscirne fuori.
La deflazione è in effetti l’opposto dell’inflazione poiché i prezzi
invece di salire scendono: la loro caduta, a sua volta,
fa crollare investimenti, salari e occupazione. In ultima analisi la
deflazione distrugge ricchezza.
L’aspetto più
pericoloso è, come nell’inflazione, quello psicologico. L’economia si
contrae anche perché la gente, anticipando prezzi futuri sempre più
bassi, pospone gli acquisti, e così facendo deprime il
consumo, che a sua volta fa scendere la domanda globale, la produzione,
l’investimento, insomma un cane che si morde la coda.
L’importanza che l’aspetto psicologico
gioca nel fenomeno della deflazione dipende dalla composizione
demografica del Paese in oggetto e dalle dimensioni del debito. Va da
solo che più vecchia è la prima e più grande è il secondo tanto più
difficile sarà contrastare le spinte inflazioniste.
In
Giappone una popolazione in via d’invecchiamento è da almeno vent’anni
convinta che prima o poi questo debito dovrà essere pagato, ciò fa
presagire un futuro ancora più nero del presente. Fino
ad oggi tutti gli sforzi del governo per far ripartire la spesa sono
falliti proprio perché la popolazione è sicura che lo stato per ripagare
il debito continuerà a tagliare salari, pensioni e assistenza sociale,
ciò equivale a dire avrà un comportamento deflattivo. Di fronte a
queste aspettative la gente non spende anche se il tasso d’interesse è a
zero e la banca centrale pompa liquidità nel sistema, piuttosto risparmia quel poco che ha e quindi deprime ulteriormente l’economia.
L’esempio del Giappone,
una nazione in deflazione dalla metà degli anni Novanta, ben illustra
quanto sia difficile interrompere la spirale deflazionista una volta
che il processo economico e quello psicologico si auto-alimentano.
In Europa, l’Italia e la Spagna
sono le prime nazioni che rischiano di scivolare lungo la spirale
deflazionista. L’Italia è insieme alla Germania quella che assomiglia di
più demograficamente al Giappone ed anche quella con un rapporto
debito pubblico/PIL più vicino in termini percentuali a quello
giapponese.
Per ora le prospettive per il Bel
Paese sono pessime: in agosto l’indice dei prezzi al consumo prodotto
dall’Istat è sceso dello 0,1 per cento rispetto ad agosto del 2013. E’
la prima volta dal 1959 che questo succede, ma allora l’economia era in
fase ascendente anche grazie agli aiuti economici del Piano Marshall e
alla ricostruzione del dopoguerra. Oggi la situazione è ben diversa.
Tutti gli indicatori economici sembrano preannunciare un autunno di deflazione:
il tasso di disoccupazione è tornato al di sopra del 12 per cento (
12,6 per cento); il Pil è sceso dello 0,2 per cento su base annuale; le
esportazioni sono aumentate (1,9 per cento) meno delle importazioni (2
per cento).
A questo scenario sconfortante si
deve aggiungere la dura posizione assunta dalla Germania nei confronti
della politica monetaria espansiva ventilata da Draghi, che molti sono convinti aiuterebbe l’economia. Il ministro delle finanze tedesco, Wolfang Schaeuble,
ha infatti dichiarato che la banca centrale europea ha esaurito le
munizioni per aiutare l’eurozona e ha aggiunto che il problema non è la
scarsa liquidità ma l’eccessiva quantità di moneta in circolazione.
Secondo il governo di Matteo Renzi, invece, il problema centrale della nostra economia è proprio la mancanza di liquidità,
che si manifesta attraverso la scarsa presenza di capitali esteri per
l’investimento. Dato che non possiamo stampare moneta l’unico modo per
ottenerla è farla arrivare dall’estero.
Ma pochi
sono disposti a investire in un Paese dove il sistema legale è al
collasso e quello di tassazione è tra i più alti al mondo. Ecco quindi
la necessità di un pacchetto di riforme per far ripartire l’economia. Tutte approvate dal governo e ora da passare al vaglio del Parlamento.
Funzioneranno?
Solo se non verranno annacquate dai politici per difendere le varie
lobby o per tagliare le gambe a Renzi, ma soprattutto se riusciranno a
rompere la paura psicologica che la popolazione ha di spendere e quella
degli investitori stranieri di investire in una nazione in deflazione.
Certo dopo anni di crescita negativa e di promesse infrante,
trasformare il pessimismo in ottimismo è quasi impossibile.
Una soluzione radicale, che forse anche il Giappone dovrebbe prendere in considerazione è l’abbandono delle dottrine neo-liberiste,
sulle quali, va detto, poggia l’apparato monetario ed economico
dell’Unione Europea, a favore della nazionalizzazione del debito, con
relativa cancellazione. Ma anche questa manovra rivoluzionaria potrebbe
non funzionare se la popolazione non è disposta a cambiare in positivo
le aspettative future e a rinegoziare la maturità dei titoli di stato
per una data lontana nel futuro. Tutto ciò potrebbe richiedere il
rinnovamento dell’intera classe politica.
Etichette:
blog,
economia,
giappone,
Governo Renzi,
liberismo,
Mario Draghi,
Matteo Renzi,
pensioni,
politica,
salari,
UE
domenica 17 maggio 2009
Bassi salari: che facciamo?
Il nostro è il paese maglia nera in molte cose (libertà d'informazione, istruzione, ecc.) e lo è anche per i salari. L'OSCE ci mette al 23° posto sui trenta paesi che ne fanno parte. In media guadagniamo 21 e rotti euro all'anno e riusciamo a vivere. Ricordate quando, fino a qualche mese fa, si parlava di costo del lavoro troppo alto? Ricordate quando si diceva che bisognava ridurre i salari per essere competitivi? Dove sono queste persone? E se è vero che la pressione fiscale è al 46% è anche vero che essa pesa su chi al fisco non può sfuggire: i lavoratori, appunto. Sarebbe altrettanto "oppressiva" la pressione fiscale se la base imponibile si allargasse agli evasori/elusori? Temo di no perchè ci sarebbe ampio spazio non solo per ridurre le tasse ai lavoratori ma anche per ridurle in generale: ma invece proprio per l'egoismo imperante (troppo spesso favorito dai politici dell'una e dell'altra - quale altra poi - parte) di non dare nulla o il meno possibile (i parziali evasori di solito parlano di "giusto" da dichiarare ergendosi a giudici e valutatori di se stessi) tutto ciò non accade e la spina dorsale, i lavoratori, è sempre più in sofferenza, e si vede. Ora un Governo che tenga al benessere dei cittadini dovrebbe fare il suo dovere e ridurgliele perseguendo chi non le paga, invece....... ci si limita al gioco delle parti favorendo la imperante confusione. ...... E io pago, come diceva Totò!
martedì 1 luglio 2008
L'inflazione: galoppa!! Noi? alla fame!
E mentre il sottoscritto cerca casa (a proposito se qualcuno nella zona di massa affitta una casa mi contatti, grazie!) arriva l'ennesima stangata inflattiva (non mi importa che siamo nella media europea, da noi a differnza di altri i salari sono più basi e morde di più) che si va ad aggiungere ai rincari del petrolio e delle bollette che riducono ancora di più lo spazio per vivere dei cittadini. Insomma siamo messi male e la cosa che più mi fa inkazzare e che la casta pensa solo a salvarsi e a misurarsi al suo interno in un gioco di potere pericoloso e autodistruttivo: il problema e che si distruggessero fra loro credo che pochi li rimpiangerebbero, il vero problema è che rovinano anche la nostra di vita e questo non va bene. Rimaniamo in attesa della finanza creativa tremontiana, ma nel frattempo le famiglie si trovano a dover fare i conti con un portafoglio microscopico e insufficiente a farvi fronte se non tagliando letteralmente tagliando i viveri e anche l'essenziale per sopravvivere: di solito un governo interessato al bene dei suoi cittadini da un lato prenderebbe iniziative per farvi fronte (può farlo non credete alla favola che di frotne al mercato si è impotenti perchè nel mondo civile il mercato è SEMPRE regolato) dall'altro agirebbe sulle accise e sui tributi per farli agire da bilanciere e mettere in atto politiche di salvaguardia del potere d'acquisto e, infine, metterebbe una bella mordacchia agli evasori (genere manette agli evasori e non solo multe e poc'altro ma qui è un'altro problema perchè proprio nella casta si è fatta strada la depenalizzazione del falso in bilancio e quindi lupo non mangia lupo) colpendoli duramente. Dove sono le politiche per la casa e quelle per la famiglie? ma soprattutto perchè ci ostiniamo a votarli mi rimane un mistero: una volta si diceva una risata vi seppellirà ma mi sà che stavolta a ridere saranno loro non noi. Invece qui da un lato sentiamo le "idee" rivoluzionarie di chi dovrebbe gestire l'erario pubblico, dall'altro si "depura" l'inflazione di quella importata (altra cosa astrusa come l'inflazione eprcepita e l'aumento contrattuale basato sull'inflazione programmata ossia tutte cose per far rimanere al palo il potere d'acquisto di chi lavora davvero mentre altri si arricchiscono oscenamente fregandosene di tutto e tutti al riparo dell'impunità quasi assoluta) e quindi i prossimi contratti saranno come questi: da fame mentre tutto il resto corre a velocità folle. Se è scontato che America latina docet in fatto di fallimenti di interi stati è altrettanto scontato credere che non sarà fatto nulla e tutto si risolverà nel solito rito mediatico, complici le o.s., di tira e molla di cui le vittime saranno come sempre i soliti noti..............
mercoledì 12 marzo 2008
Salari da fame e promesse ma come sempre è solo statistica mentre la fame è vera ormai
Come sempre si sveglia qualcuno e dice: "l'Italia ha i salari più bassi d'Europa anche meno di Spagna e Grecia" come a dire una bella (ri)scoperta dell'acqua calda in salsa neoliberista. Non ci pensavano nemmeno quando proposero il cuneo fiscale (3 punti per le aziende dati e subito; due per i lavoratori che TPS come i predecessori suoi pari e liberisti come lui non si è nemmeno sognato in un incubo notturno di dare come in effetti è accaduto) ad alzarli anzi la pressione è rimasta stabile (ma con l'evasione che ci ritroviamo è aumentata perchè a pagare sono in pochi) e se si parla di dare qualcosa ai soliti noti è solo incambio di maggiore produttività che significa meno sicurezza, più ore di straordinario, meno tutele (anche perchè con Ichino in Parlamento le ultime garanzie per i lavoratori vanno a farsi benedire), ecc. Insomma per quattro pidocchiosi euro ci si dovrà ancora uccidere di lavoro: tipico dei paesi a capitalismo liberista come il nostro. Il punto è: perchè allora lo dicono? Semplice perchè l'economia è così: è considerata la scienza triste proprio per questo motivo dice tutto ed il suo contrario anche quando cade in contraddizione con le ricette che propone. Ma perchè poi ci sono soldi che sbucano fuori ogni tre mesi? Perchè semplicemente l'Italia è un paese laboratorio (come lo era il Cile negli anno d'oro di Pinochet e di Friedman che lo andava a trovare e di fronte ai disastri sociali che la sua ricetta provocava tutto quello che sapeva dire era liberalizzare e modernizzare di più e sappiamo il cile com'è uscito dalla dittatura) dove si applicano liberismo e modernizzazione: ossia niente Stato (tranne quando deve iniettare preziosi euro ai mercati per compensarli delle speculazioni a danno dei cittadini) e niente regole (quindi chi può come gli autonomi o non p aga o se paga, e sono pochi, alza le tariffe o fa entrambe le cose senza importargli molto se a pagare sono persone che arrivano a stento a 1000 euro al mese e si devono servire di certe professionalità). Aspettiamoci le solite prosopopee sulla necesità di intervenire o di fare qualcosa: ricodatevi che è solo propaganda. E le O.S.? Fatto l'accordo sui punti di cuneo fiscale sparite dall'argomento: ma ora che si scopre che i nostri politici sono avari con i cittadini e i lavoratori come mai non si fanno sentire? Perchè semplicemente anche esse sono parte del gioco: sono le cinghie di trasmissione e accettando la regola contrattuale liberista poco possono in realtà, quindi consolidno solo il proprio potere e basta ma nulla fanno perchè sanno benissimo che dovrebbero fare lotte che sono costose e non sarebbero seguiti dai lavoratori che troppe fregature hanno preso per fare la fame dopo mesi di scioperi ma anche perchè innescerebbero una conflittualità che non fa bene a chi predica la pace sociale in nome della "collaborazione fra produttori" che significa una sola cosa: i padroni delle ferriere continueranno a fare profitti e a farsi il bagno nei soldi e i lavoratori a fare la fame e ad aspettare che qualcuno ad un angolo di strada gli dia qualche spicciolo giusto per levarselo dalle scatole.......... se andate a votare e se votate ricordatevi sempre di queste cose sennò dopo non ci sono scusanti: non si può più dire ormai, io non lo sapevo!!
mercoledì 9 gennaio 2008
Parte male il confronto sul recupero salariale
Tutto rinviato a fine mese! Il confronto Governo O.S. sul recupero salariale non è partito con il piede giusto. Le posizioni sono differenziate ed il Governo nicchia in attesa, almeno ufficialmente, della Trimestrale di cassa. Come se chi ha un reddito basso (escludo a priori i furbini evasori/elusori fiscali) potesse aspettare. Da parte sindacale, infatti, ci sono almeno due posizioni: da un lato UIL che dice prima pagare il dovuto per gli anni precedenti (fiscal drag in testa che tutti i governi fino a ora hanno promesso ma NON dato) dall'altro CGIL e CISL che aprono sul legare l'adeguamento alla produttività (in sintonia quasi perfetta con Confindustria..... ma, mi chiedo, questi non erano sindacati dei lavoratori?). Da parte pubblica c'è un ventaglio altrettanto ampio: chi dice + 100 € (PRC) e chi non ne vuole sentir parlare in nome del mercato (in mezzo gli altri che si muovono sull'onda mossa da TPS); infine c'è Confindustria che dice: partecipiamo anche noi (come se i profitti fatti negli ultimi 15 anni non siano stati fatti sulla pelle, è il caso di dirlo, dei lavoratori e dei loro salari) dobbiamo avere un contentino. Si direbbe che le calende greche sia il minmo e che lo sciopero si avvicina? Possibile ma non probabile perchè potrebbe essere un colpo mortale per questo Governo e darne la stura ad un'altro meno "amico". Qui, come sempre quando no si volgiono riconoscere i propri errori, il problema è la produttività: MAI CHE SI PARLASSE DELL'ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO. Ossia dare si questa boccata d'ossigeno ma spremendo un pò di più i lavoratori e pretendendo da essi ulteriori sforzi per l'economia: mai che si parlasse di tassare le AZIENDE CHE NON INNOVANO E QUELLE CHE NON REINVESTONO............. No la ricetta è sempre la stessa: il lavoro dipendente e il precariato sono l'agnello sacrificale sul quale si fanno teorie e esperimenti di ingegneria sociale ed anche quello che, teoricamente, sarebbe DOVUTO, viene contrattato e negoziato e, soprattutto, dato con il classico "contraccambio": e ci sono anche quelli che poi dicono di voler partecipare al banchetto pur essendo i principali responsabili nel tenere salari bassi. Più serio sarebbe stato dire: intanto diamo ossigeno poi leghiamo i salari o meglio gli aumenti salariali alla produttività detassandoli ed infine penalizziamo i furbi che che non innovano, in nome del mercato che va su e giù, tassandogli i profitti: mi chiedo di quanto si ridurrebbe la spesa se si redistribuissero questa tassazione ai lavoratori e quanto lo Stato spenderebbe di meno direttamente. Perchè non ci si può nascondere dietro la foglia di fico dell produttività che è diminuita: non è solo colpa dei lavoratori ma anche e, soprattutto, dell'organizzazione del lavoro, dell'innovazione mancata e soprattutto dei mancati investimenti: un sindacato serio direbbe questo; un sindacato riformista dice invece si ada altro e negozia vivacchiando sugli allori, più terrorizzato di perdere iscritti e controllo della piazza che capace di guardare al futuro di chi ogni mese gli ammolla la quota di partecipazione. Come finirà? Molto probabilmente ci sarà poco per tutti, anche quelli che non ne avrebbero diritto, e ognuno canterà vittoria sapendo che a pagare saranno i lavoratori dipendenti e i precari che vedranno assottigliarsi gli spiccioli concessigli dall'aumento ormai vertiginoso del costo delal vita. Infatti la moderazione salariale non è servita a frenare l'inflazione ma solo a far guadagnare chi aveva già molti soldini in più: essendo fallita una buona sana contrattazione che spinga il governo a intervenire anche sul frotne dei prezzi non guasterebbe. Ma si sa questo sono cose da "socialismo"...................
Iscriviti a:
Post (Atom)
test velocità
Test ADSL Con il nostro tool potrete misurare subito e gratuitamente la velocità del vostro collegamento internet e ADSL. (c) speedtest-italy.com - Test ADSL |