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lunedì 4 settembre 2017

La grande fuga dai nuovi voucher L’Inps: “Ci sarà un crollo dell’80%” (MARCO RUFFOLO)

Il caso.I vincoli introdotti con la riforma per evitare il referendum hanno ridotto le prestazioni occasionali. Ora il rischio è il sommerso.
ROMA.
«La vendemmia anticipata la facciamo con amici e parenti: i nuovi voucher sono troppo complicati, non riusciamo a utilizzarli. Chi può, arriva addirittura a preferire i contratti a tempo determinato». Gli agricoltori della marca trevigiana sono in buona compagnia nel denunciare la burocratizzazione di uno strumento pensato in origine per lavori occasionali e veloci. Ma non è solo un problema procedurale. Pochi mesi fa, una legge fatta in quattro e quattr’otto per evitare il referendum anti-voucher della Cgil, ha trasformato i vecchi buoni-lavoro in contratti di prestazione occasionale, vincolati a un complicato intreccio di limiti e divieti, che impedisce alla maggior parte delle imprese di accedervi.

L’80 PER CENTO IN MENO
I primi 45 giorni di vita del nuovo strumento ci consegnano in realtà un bilancio assai magro. Sono appena 6.742 i lavoratori che hanno svolto finora prestazioni occasionali: quasi tutti (6.056) al servizio di microimprese, e solo 686 per lavori familiari. Sulla piattaforma Inps si sono registrati 16.250 utilizzatori e 10.767 lavoratori, per un totale di oltre 27 mila utenti. «Non potevamo attenderci un livello più alto di ricorso al lavoro occasionale », commenta il giuslavorista Pietro Ichino, senatore del Pd. «La legge ora esclude da questa opportunità tutte le imprese con più di 5 dipendenti stabili: in questo modo si è tagliato fuori il novanta per cento della platea di datori di lavoro che nel regime precedente potevano utilizzare i voucher». Ecco uno dei nuovi paletti, sicuramente il più ingombrante. Tanto da ridimensionare drasticamente le previsioni di accesso ai nuovi voucher elaborate dall’Inps. Secondo l’Istituto di previdenza, non si supererà il 20% di quanto realizzato nel 2016, anno che registrò un picco di 1,6 milioni di lavoratori e 134 milioni di voucher. L’80% in meno significa che ci dobbiamo aspettare a regime poco più di 300 mila prestatori di lavori occasionali. La spiegazione che viene data sta tutta nella nuova costruzione di vincoli e divieti. I quali sono stati inseriti per tutelare meglio i lavoratori, per evitare l’abuso di lavori normali spacciati per occasionali (anche se si era già provveduto a rendere obbligatoria la tracciabilità). E soprattutto per scongiurare il referendum incombente.
VINCOLI E DIVIETI
Vediamoli allora questi nuovi vincoli. Non c’è solo il limite che circoscrive la platea delle imprese a quelle con non più di 5 dipendenti a tempo indeterminato. Ci sono vincoli anche al tipo di attività: le imprese agricole sono ammesse solo se impiegano pensionati, studenti under 25, disoccupati e cassintegrati. Sono escluse imprese edili, cave, miniere e opere e servizi svolti in appalto. Le pubbliche amministrazioni possono accedervi con progetti speciali per categorie svantaggiate, attività di solidarietà, manifestazioni sociali, sportive, culturali e caritative. Le famiglie, invece, possono chiedere piccoli lavori domestici, assistenza domiciliare a bambini e anziani malati o disabili, e lezioni private. Tetto alle ore lavorate: 280 l’anno. Tetto agli importi: ogni lavoratore non può incassare più di 5 mila euro l’anno da tutti i suoi datori di lavoro (contro i precedenti 7 mila), e non più di 2.500 euro dallo stesso utilizzatore. Se si supera questo limite, il rapporto si trasforma in contratto a tempo indeterminato. Il compenso giornaliero non può essere inferiore a 36 euro. Quello orario deve essere di almeno 9 euro netti e 12,37 lordi per le imprese, e di almeno 8 euro netti e 10 lordi per le famiglie. Il vecchio regime prevedeva cifre inferiori: 7,5 e 10 euro.
Facile prevedere, di fronte a questo ginepraio di vincoli, un forte ridimensionamento del fenomeno voucher. «I primi dati dell’Inps mi sembrano molto bassi», commenta il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano. «Segno evidente che questa norma è stata pensata non per trovare uno strumento utile a lavoratori, imprese e famiglie, ma solo per evitare il referendum, per scoraggiare l’uso del lavoro occasionale. Che è diventato anche molto complicato da utilizzare».
Oltre ai paletti legislativi, infatti, ci si è messa pure la procedura di accesso alla piattaforma on line dell’Inps a complicare le cose, anche se ad agosto la situazione è migliorata. Lavoratori e utilizzatori devono registrarsi nel sito dell’istituto. Tre i modi: con il Pin, ma servono giorni per ottenerlo, con lo Spid tramite le Poste o con la Carta nazionale dei servizi. Dopo la registrazione, scatta il versamento dei datori di lavoro sul proprio “portafoglio elettronico”: all’inizio si poteva usare solo il modulo F24, da agosto è ammessa la carta di credito. A questo punto bisogna comunicare la prestazione: i dati dell’utilizzatore e del lavoratore, il tipo di impiego, il luogo, la durata e il compenso pattuito. Una volta terminata la prestazione, il lavoratore deve accedere nuovamente al sito e confermare l’avvenuto lavoro. Ed entro il 15 del mese successivo viene pagato dall’Inps.
IL RISCHIO SOMMERSO
Insomma, un percorso molto più accidentato di quello richiesto con i vecchi voucher, reperibili dal tabaccaio e facilmente utilizzabili; un percorso che richiede il più delle volte la guida di un consulente.
Articolo intero su La Repubblica del 01/09/2017.

mercoledì 5 aprile 2017

Dalla legge Biagi al Jobs Act l’occupazione resta al palo (VALENTINA CONTE)

ROMA – Siamo tornati al 2004. Stesso tasso di occupazione, il 57,5%. Stesso basso livello di classifica in Europa. Soltanto che oggi fanno peggio di noi solo Grecia, Turchia e Macedonia. Allora in coda c’erano Croazia, Bulgaria, Malta e Polonia, poi risorte. Ma cos’è successo nel frattempo?
Sette governi di centrodestra e centrosinistra. Tre importanti riforme del lavoro, dalla legge Biagi al Jobs Act, passando per la Fornero. Bonus e incentivi a profusione. E la crisi più profonda dal Dopoguerra che ha distrutto un quarto della produzione industriale, zavorrato di cinque punti gli investimenti, incenerito oltre un milione di posti e quasi nove punti di Pil.

«Abbiamo insistito troppo nel regolamentare un mercato del lavoro già flessibile da tempo e ci siamo concentrati di meno sulle politiche di sostegno alla crescita», ragiona Maria Cecilia Guerra, senatrice pd ed ex sottosegretario al Lavoro nel governo Letta. «Ma è la crescita che trascina l’occupazione, le imprese assumono se hanno domanda. E invece abbiamo moltiplicato le tipologie contrattuali mirate solo a garantire un costo del lavoro più basso. Mentre da anni non si parla più di politiche industriali». Un’ossessione che ha attraversato tutte le legislature, quella del costo del lavoro da comprimere, fino all’uso e abuso dei voucher.
Depotenziare l’articolo 18. Era iniziata così, con Berlusconi al comando e le piazze infiammate dalla Cgil. È finita con l’articolo 18 abolito dal Jobs Act di Renzi. E i voucher cancellati dalla sera alla mattina, per evitare un altro effetto Cgil, questa volta nelle urne del referendum. Eppure il livello di occupati è rimasto lì. «Ma la qualità è profondamente cambiata», analizza Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro con Prodi premier, tra 2006 e 2008. «Ai tempi, lo stock occupazionale era caratterizzato per lo più da contratti a tempo indeterminato. Ora sappiamo dall’Istat che basta lavorare un’ora a settimana, pagata con voucher, per rientrare in questa percentuale».
Vero è che tra 2004 e 2017 l’occupazione italiana somiglia a un’onda più che a una linea piatta. Con un massimo nel 2008 (58,6%) e un minimo nel 2013 (55,5%). Tre punti pesanti persi nella crisi. E che faticosamente gli incentivi di Renzi provano a recuperare. Invano, fin qui. Unica differenza, tra oggi e allora, in quel 57,5% di reflusso è la sfumatura rosa: tre punti in meno di uomini occupati (da 69 a 64%), tre in più di donne (da 45 a 48%).
«Il Jobs Act non sta producendo gli effetti sperati, dobbiamo dirlo», prosegue Damiano. «La logica degli incentivi spot era sbagliata. Finiti quelli, cresce il lavoro a termine e autonomo». Va detto che senza bonus, forse oggi neanche avremmo un 57,5% di occupati. Di qui in avanti, certo non basta. «Le imprese vanno favorite e accompagnate nei percorsi di investimento», insiste Guerra.
Articolo intero su La Repubblica del 04/04/2017.

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.. e il giornalista ha dimenticato, volutamente o meno non so, la legge Treu.

martedì 21 marzo 2017

Inseguendo la destra

La ritirata sui voucher, difesi fino a qualche settimana fa, poi da riformare per bloccare il referendum della CGIL. Ora cancellati, per togliere alla sinistra (quella a sinistra del PD) uno strumento elettorale.
Voucher che non verranno cancellati, ci mancherebbe. Anziché correggerne i difetti potrebbero essere sostituiti dai mini jobs, come in Germania, considerati tra le cause dell’aumento esponenziale dei lavoratori poveri e delle diseguaglianze e creando terreno fertile per la destra populista.

Il decreto Minniti col Daspo dei sindaci, contro tutte le persone che offendono il decoro, che limitano l’accesso alle infrastrutture (ferroviarie) facendo la questua verrà multato con una sanzione da 100 a 300 euro.
E se i soldi non ci sono (visto che sono questuanti)?
Scatta il carcere, si auspica Nardella e lo chiede Tosi. Destra e sinistra assieme per cancellare, per decretazione d’urgenza non le cause della povertà, del degrado, della sofferenza ma i loro effetti visibili all’occhio sensibile del legislatore.
Scriveva ieri Daniela Ranieri sul Fatto Quotidiano, che Minniti ammette il calo dei reati, ma aggiunge però che la percezione di insicurezza è aumentata: non so se avete capito, vogliamo combattere le fake news e così creiamo per decreto un provvedimento basato sulla percezione collettiva.
La riforma penale di cui si parla non affronta i problemi della giustizia.
Niente notifiche via email (per liberare ufficiali di polizia giudiziaria a fare indagini), niente blocco del processo se salta un giudice del collegio (esclusi magari quelli per mafia o quelli più delicati).
Niente blocco della prescrizione, nessuna infornata di magistrati per riempire i vuoti.
Solo norme per bloccare certi processi e certi magistrati.
Come quelli che passano in politica. Come Emiliano o come Nitto Palma o come il ministro Finocchiaro.
Oppure norme per mettere un tetto alla spesa per le intercettazioni.
Il salvataggio di Minzolini che apre le porte, grazie allipocrisia di parte dei senatori PD, al ritorno del cavaliere (ex) Berlusconi per riunificare il centro destra.
Cosa hanno in comune questi fatti?
La paura che sta crescendo nel Partito democratico, che probabilmente conoscono i sondaggi e ora temono le urne.
E così via le norme sulla sicurezza.
Via alle norme per non scontentare gli amici dei partitini di centro.
Abbiamo ancora una volta una sinistra che insegue la destra e che ha paura di perdere consenso e terreno, come nel 2007, ai tempi del secondo governo Prodi.
E sappiamo come è andata a finire: si è spianata la strada al ritorno della destra…
Da unoenessuno.blogspot.it
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mi chiedo a quale destra qui ci si riferisca. Al PD? Al suo clone populista, il PDL/FI ecc.? Mica è chiaro..

giovedì 2 marzo 2017

Voucher, tutte le giravolte di Poletti. Da “basta qualche correttivo per evitare abusi” a “devono usarli solo le famiglie”

Nel 2014 e 2015 il ministro non riteneva necessarie modifiche. Anzi, con uno dei decreti attuativi del Jobs Act ha innalzato il tetto massimo che ogni lavoratore può percepire in buoni. E si è opposto alle proposte per restringerne i settori di utilizzo. Nel 2016 ha cambiato idea: occorreva renderli tracciabili per “evitare furbate”. Dopo il via libera al referendum della Cgil per abolirli si è lasciato scappare che era meglio votare prima per rinviarli. Poi ha ritrattato. Ora l’ultima capriola.“Conservarli seppur introducendo qualche correttivo”. Ma anche: “Riportarli allo spirito originario”. O meglio: “Rimettiamoci mano per evitare abusi”. E quindi? “Le aziende possono utilizzarli, certo, ma senza fare furbate”. Anzi, no: “Li usino soltanto le famiglie”. Tra capriole ed equilibrismi, dichiarazioni d’intenti contrastanti e tentennamenti, il Poletti-pensiero sui voucher si arricchisce di una nuova sfumatura.
L’ultima esternazione del ministro del Lavoro, fresca di giornata, recita: “Io credo che i voucher vadano modificati lasciandoli tendenzialmente per le famiglie, per i piccoli lavori, e non per le imprese, che hanno già i contratti di lavoro”. L’affermazione di Giuliano Poletti di per sé sembrerebbe esaustiva, ma si tratta dell’ennesimo cambio di rotta sui buoni del lavoro da 10 euro diventati la frontiera più estrema del precariato. Con l’ultima giravolta l’ex presidente di Legacoop si allinea di fatto con l’orientamento della commissione Lavoro della Camera, che sta lavorando a un testo unificato di riforma dei voucher e il cui presidente Cesare Damiano proprio mercoledì ha preannunciato che “è stata fortemente sostenuta la tesi di prevedere l’uso esclusivamente per le famiglie e non per le imprese e la pa”. Ma fino a poco tempo fa (prima che la Consulta desse il via libera al referendum sull’abolizione dei buoni) Poletti non era certo di questa opinione.
Prima la sottovalutazione del rischio, poi il tentativo di ridimensionare il problema – All’inizio sembravano non essere affatto una grana da risolvere. Nei primi mesi d’incarico come ministro del Lavoro del governo Renzi, nel 2014, Giuliano Poletti il problema dei voucher semplicemente non se lo pone. Se ne parla sempre di più, soprattutto in rete: emergono le prime denunce di abusi, ma negli uffici del ministero di Via Veneto si continua a fare spallucce. Il momento a partire dal quale non si può più far finta di niente ha una data precisa: il 29 maggio 2015. Quando, cioè, a denunciare i voucher come “la nuova frontiera del precariato” è Tito Boeri in persona, ovvero il presidente dell’Inps scelto da Matteo Renzi. Il quale, da Palazzo Chigi, prova a cavarsela con la più vecchia delle giustificazioni: “Quello dei buoni lavoro è uno strumento che abbiamo ereditato dai precedenti governi”. Il premier e il suo ministro del Lavoro rivendicano che al loro esecutivo non va attribuita alcuna volontà di estenderne l’utilizzo. Cosa che Poletti ripete ancora oggi: “Non abbiamo fatto nulla per ampliare e agevolare i voucher”. E forse dev’essersi distratto, visto che nel Jobs Act che lo stesso Poletti ha tante volte incensato, è stato introdotto l’innalzamento del tetto che ogni lavoratore può percepire in voucher nell’arco di un anno: da 5mila a 7mila euro.
La battaglia ai tempi del Jobs Act. M5S: “Poletti si oppose a qualsiasi limitazione dell’uso dei voucher” – La possibilità d’intervenire sui voucher, limitandone l’uso e riducendo i rischi di abuso, c’era già stata nell’autunno del 2014, ai tempi della discussione in Parlamento della delega sul Jobs Act. Ma Poletti non ne volle sapere: del resto, si era ancora in una fase in cui dei buoni lavoro erano in pochi a parlare. Sia in Commissione sia in Aula, le opposizioni (Sel e Cinque Stelle) evidenziarono i rischi legati alla scelta di proseguire sulla strada della liberalizzazione dei voucher. Ci furono proposte volte a restringere i settori d’utilizzo dei buoni, vietandoli alle imprese e alla pubblica amministrazione, e a tornare al perimetro esclusivo delle “prestazioni meramente occasionali”. Ricorda il deputato pentastellato Claudio Cominardi, che in quella discussione fu relatore di minoranza: “Facemmo le barricate, e da Poletti ricevemmo solo dei No. A noi era chiaro il pericolo della precarizzazione estrema connessa al lavoro accessorio, ma il governo preferì marciare a tappe forzate senza ascoltare alcuna critica”.
La tracciabilità non funziona. Poletti: “Le imprese? Possono usare i voucher, ma impediremo le furbate” – Dopo mesi di sottovalutazione del rischio, finalmente nella primavera 2016 anche Poletti ammette che quello dei voucher è un problema da affrontare. Pur ribadendo i meriti di questo strumento: “Non possiamo buttare il bambino con l’acqua sporca: i voucher – dichiara – hanno aiutato l’emersione del lavoro nero. Ma dobbiamo contrastare chi li usa male”. Come? “Rendendoli pienamente tracciabili: solo così riusciremo ad evitare le furbate delle aziende”, afferma convinto. Però quando, nel maggio scorso, Sel lo incalza su questo argomento alla Camera, nel corso del Question time il ministro si limita a parlare di “criticità” in modo così timido che alcuni giornali titolano: “Poletti difende i voucher”. Lui precisa, dice di volerli riformare, e s‘impegna a farlo nel decreto correttivo del Jobs Act che viene approvato a settembre 2016. Poletti esulta: “Abbiamo deciso di introdurre la tracciabilità piena per contrastare con ancora maggior forza il loro utilizzo irregolare”. Un successo, secondo il ministro, che infatti esalta questa modifica in ogni circostanza in cui, d’allora in poi, si ritrova a parlare dei voucher. I sindacati protestano: “La misura non funziona perché i controlli sono troppo scarsi”. Ma Poletti non ci sta: “Noi abbiamo introdotto la legge, i controlli seguiranno”. E invece non è così, almeno stando a quanto affermano i tecnici dello stesso ministero del Lavoro a ilfattoquotidiano.it nel dicembre scorso: “Impossibile effettuare tutti i controlli necessari”.
Gaffe e rettifiche: “Referendum per abolirli? Meglio anticipare le elezioni per evitarlo. Anzi no” – Cambia il governo, ma Poletti resta al suo posto. E conserva la sua tendenza a contraddirsi da solo. Quando la Cgil presenta i 4 referendum sul Jobs Act, proponendo – tra l’altro – l’abolizione dei voucher, il ministro del Lavoro del nuovo esecutivo Gentiloni afferma: “Se si vota prima del referendum il problema non si pone. Diventa ovvio che per legge l’eventuale referendum sul Jobs Act sarebbe rinviato”. Insomma, meglio aggirare lo spauracchio accelerando la fine della legislatura: sembra questo il suggerimento di Poletti. Sembra ma non è, perché passa appena qualche ora e Poletti si corregge, spiegando ai colleghi del governo appena insediatosi che quella dichiarazione è stata una semplice “scivolata”. Un anticipo di ciò che avverrà di lì a pochi giorni con la questione dei giovani emigrati all’estero in cerca di lavoro: prima la figuraccia, poi la rettifica e l’ammissione di colpa.
Nuovo cambio di strategia e giravolta: “Le imprese? Hanno i contratti di lavoro. Per loro niente voucher” – Intanto vengono diffusi i dati ufficiali sull’esplosione dei voucher: nel 2016 ne sono stati utilizzati 134 milioni. Cifre di fronte alle quali si pretende un pronunciamento definitivo da parte del ministro del Lavoro. Poletti allora prima – è la fine di dicembre – cerca di prendere tempo (“Abbiamo introdotto la tracciabilità, e dal prossimo mese vedremo l’effetto e in caso interverremo di nuovo”); poi, a inizio gennaio, dichiara “aperta la riflessione sull’utilizzo dei voucher” e infine, il 30 dello stesso mese, annuncia: “Pensiamo di intervenire con modifiche normative per andare nello spirito originario dei voucher, il lavoro accessorio e occasionale”. Ovvero, in sostanza, le stesse modifiche che invocano da anni sia i detrattori del Jobs Act sia Damiano e altri esponenti del Pd nelle Commissioni Lavoro di Camera e Senato. Ora, infine, il ribaltamento totale delle tesi fin qui sostenute: ovvero, spiega il ministro, bisogna vietare i voucher alle imprese e lasciarli solo alle famiglie. Ma come? Non si era detto che le aziende potevano utilizzarli, pur senza furbate, e che le misure di controllo messe in campo bastavano ad evitare gli abusi? Misteri del Poletti-pensiero, che più che compreso va evidentemente interpretato.

mercoledì 19 ottobre 2016

Lavoro, Inps: “31% di licenziati in più nei primi otto mesi del 2016. E -351mila assunzioni rispetto al 2015”

Finiti gli effetti degli sgravi contributivi: a ribadirlo sono i dati dell’Osservatorio sul precariato relativi ai primi otto mesi del 2016. Il rallentamento ha riguardato principalmente i contratti a tempo indeterminato: -395.000, pari a -32,9%. Per quanto riguarda i tempi determinati, invece, si registrano 2.385.000 assunzioni, in aumento sia sul 2015 (+2,5%), sia sul 2014 (+5,5%). Su del 28% i licenziamenti disciplinari.Dopo il taglio degli sgravi, sul mercato del lavoro si fa sentire appieno l’effetto del Jobs Act: meno assunzioni e piùlicenziamenti. L’effetto principale della riforma del lavoro voluta da Matteo Renzi è tutto nei dati forniti nell’Osservatorio sul precariato dell’Inps relativo ai primi otto mesi dell’anno.
E che dimostrano come, una volta eliminato di fatto l’articolo 18 e finiti gliincentivi per la creazione di nuovi posti di lavoro, il trend è tutto tranne che positivo: -8,5% di assunzioni e +31% di licenziamentirispetto ai primi otto mesi del 2015. Arrivano al 28% in più, inoltre, i licenziamenti disciplinari, quelli che il Jobs Act ha reso a tutti gli effetti più facili da portare a termine per le aziende. Nel dettaglio, poi anche altri indicatori testimoniano come gli effetti positivi del provvedimento firmato dal ministro del LavoroGiuliano Poletti siano ormai un lontano ricordo. Nel frattempo, dopo aver speso oltre 14 miliardi per gli sgravi, il governo ha preso atto del flop: nella prossima legge di Bilancio non saranno rinnovati, se non per i giovani che vengono assunti dopo uno stageo tirocinio. Infine il capitolo voucher, nuova frontiera del precariato: nel periodo gennaio-agosto 2016 ne sono stati venduti 96,6 milioni con un incremento, rispetto ai primi otto mesi del 2015, del 35,9%.
E’ boom di licenziamenti: +31% in tutto, +28% quelli disciplinari – Nei primi otto mesi del 2016 i licenziamenti sui contratti a tempo indeterminato passano da 290.556 a 304.437 (+31%), ma aumentano soprattutto i licenziamenti cosiddetti “disciplinari”, ovvero quelli per giusta causa e giustificato motivo. Nel periodo in esame sono passati dai 36.048 dello stesso periodo del 2015 a 46.255 (+28%). Per coloro che sono stati assunti con il contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs act a partire dal marzo 2015, sono cambiate le sanzioni in caso dilicenziamento ingiusto, con la sostanziale cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che ha eliminati la reintegra automatica nel posto di lavoro.
Giù le assunzioni: – 351mila rispetto al 2015 – Flessionenetta per quanto riguarda le assunzioni: meno 351mila rispetto allo stesso periodo del 2015. Si tratta di quelle riferite ai soli datori di lavoro privati: nel periodo gennaio-agosto 2016 sono state 3,78 milioni, con una riduzione dell’8,5% rispetto a gennaio-agosto dell’anno scorso. Nel novero complessivo sono comprese anche le assunzioni stagionali (447mila). Il rallentamento ha riguardato principalmente i contratti a tempo indeterminato: -395mila, pari a -32,9% rispetto ai primi otto mesi del 2015. Il calo, spiega l’Inps, va considerato in relazione al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015, anno in cui le assunzioni potevano beneficiare dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni. Stesso identico discorso per la contrazione del flusso ditrasformazioni a tempo indeterminato (-35,4%). Se il trend è direttamente calcolato sulla presenza o meno di aiuti governativi, quindi, il futuro non promette nulla di buono: per l’anno 2017, infatti, l’esecutivo ha deciso di azzerare gli incentivi invece di abbassarli al 20% come prevedeva il piano iniziale.
Contratto a tempo indeterminato: meglio del 2015 e del 2014 – Tornando ai dati, invece, per i contratti a tempo determinato nei primi 8 mesi del 2016 si registrano 2.385.000 assunzioni, in aumento sia sul 2015 (+2,5%), sia sul 2014 (+5,5%). Su anche i contratti in apprendistato: +18,0%. I contratti stagionali invece registrano una riduzione del 7,4%. In relazione all’analogo periodo del 2015, le cessazioni nel complesso, comprensive anche dei rapporti di lavoro stagionale, risultano diminuite del 7,3%. La riduzione è più consistente per i contratti a tempo indeterminato (-8,3%) che per quelli a tempo determinato (-5,2%). Nei primo 8 mesi del 2016 le assunzioni con esonero contributivo biennale sono state pari a 247mila, le trasformazioni di rapporti a termine che beneficiano del medesimo incentivo ammontano a 84mila, per un totale di 330mila rapporti di lavoro agevolati. Nel 2016, i rapporti di lavoro agevolati rappresentano il 32,8% del totale delle assunzioni/trasformazioni a tempo indeterminato. Nel 2015, l’incidenza delle assunzioni e trasformazioni agevolate (con abbattimento totale dei contributi a carico del datore di lavoro per un triennio), sul totale delle assunzioni/trasformazioni a tempo indeterminato, era stata pari al 60,8%.
Nei primi 8 mesi del 2016, inoltre, nel settore privato si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +703mila, inferiore a quello del corrispondente periodo del 2015 (+813mila) e superiore a quello registrato nei primi otto mesi del 2014 (+540mila). Su base annua, il saldo consente di misurare la variazione tendenzialedelle posizioni di lavoro. La differenza tra assunzioni e cessazioninegli ultimi dodici mesi ad agosto 2016 risulta positiva e pari a +514.000, compresi i rapporti stagionali. Il risultato positivo è imputabile al trend di crescita registrato dai contratti a tempo indeterminato, il cui saldo annualizzato ad agosto 2016 è pari a +518.000. Nello stesso arco di tempo preso in esame, poi, sono stati stipulati 330.262 contratti a tempo indeterminato con gli sgravi. Si tratta del 32,8% dei contratti rispetto al totale delle assunzioni e trasformazioni a tempo indeterminato. Ad agosto irapporti stabili instaurati con l’incentivo sono stati 24.692, in calo rispetto ai 45.624 di luglio. Nel complesso negli otto mesi considerati 246.532 sono assunzioni a tempo indeterminato mentre 83.730 sono trasformazioni di contratti a termine. I contratti stipulati con lo sgravio contributivo rappresentano l’8,2% del totale dei rapporti di lavoro instaurati.
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Meriti (Marione)

venerdì 7 ottobre 2016

Un voucher è per sempre: la trappola del super-precariato

I dati Inps, Liberalizzazione selvaggia con Renzi.

L’esplosione dei voucher (i buoni lavoro orari) è ormai impossibile da negare: nei primi sette mesi del 2016 ne sono stati venduti 84 milioni, il 36% in più rispetto allo stesso periodo del 2015 e oltre il 200% in più rispetto al 2014, secondo i dati Inps. Una dinamica coerente con la loro progressiva liberalizzazione: dalla riforma Fornero che ne estese l’uso a tutti i settori fino al Jobs Act che ha aumentato il reddito massimo percepibile in voucher da ciascun lavoratore in un anno, da 5 a 7 mila euro. Il loro numero è così esploso, ma sempre giustificato con l’obiettivo di “far emergere il lavoro nero”. Ora, una recente pubblicazione del progetto VisitInps a cura di Bruno Anastasia sulla dinamica del lavoro accessorio dal 2008 al 2015 spiega che questo non è mai avvenuto: l’incidenza dei soggetti “emersi” dal lavoro nero grazie ai voucher è irrisoria.
Ma soprattutto si assiste a una “regolarizzazione minuscola (parzialissima) in grado di occultare la parte più consistente di attività in nero”. Se n’è accorto anche il governo che ha introdotto l’obbligo per i committenti di segnalare all’Inps l’ora effettiva di inizio della prestazione, ma i controlli non ci sono.
Tra il 2011 e il 2015, la percentuale di voucheristi tra i 25 e i 49 anni passa dal 33% al 54%, mentre si dimezza quella relativa agli over 50 (dal 36 al 18%). Una dinamica opposta a quella dell’occupazione tout court, nettamente positiva solo per gli over50. Sempre più spesso, il voucher appare il mezzo di inserimento nel mercato del lavoro per i più giovani.
Per capire come e in che misura il lavoro accessorio si accompagna o sostituisca ad altre forme contrattuali, la ricerca Inps si concentra sulle transizioni tra lavoro dipendente e accessorio, senza un focus su quelle relative al lavoro parasubordinato, cioè le collaborazioni. Nel 2015 la metà dei prestatori di lavoro accessorio risultava occupata come dipendente pubblico o privato o percettore di assegni di disoccupazione. Tra questi, un terzo dei lavoratori a voucher aveva contratti di lavoro dipendente nella stessa azienda. Per alcuni i voucher fungono da porta d’ingresso per il contratto dipendente a termine (quota prevalente), per altri invece si afferma il processo inverso, da dipendenti a voucheristi. Il 10% di questi voucheristi è composto da occupati che transitano dal lavoro dipendente ai voucher ma non nella stessa azienda. Infine, molti sono i casi, circa il 25%, di soggetti che, pur avendo un lavoro dipendente, svolgono un secondo lavoro retribuito a voucher: sono soprattutto persone con contratti part-time, probabilmente non per scelta loro ma per imposizione del datore di lavoro.
Questo tipo di “lavoro accessorio”, poi, si rivela spesso una trappola: secondo l’Inps, infatti, oltre la metà dei vaucheristi sono “persistenti”, cioè continuano a lavorare a voucher anche negli anni successivi, restando così in una prolungata condizione di super-precarietà. Il tasso di persistenza si fa più marcato per chi ha iniziato dopo il 2012 (circa il 25-30%) e aumenta con il numero dei voucher percepiti. Un guaio per le prospettive previdenziali di questi lavoratori. La metà di loro non riscuote più di 29 voucher all’anno, per un reddito netto pari a 217 euro, dato sostanzialmente stabile dal 2010. Significa che questi lavoratori, data l’aliquota contributiva del 13%, in un anno di lavoro occasionale non riescono a versare neppure un mese di contributi validi ai fini previdenziali (servono 130 voucher annui). Che vi sia un’alta rotazione di forza lavoro retribuita a voucher si evince dal fatto che da un lato i voucheristi aumentano, ma dall’altro il numero di buoni lavoro percepiti da ciascuno è costante negli ultimi quattro anni.
Dal lato delle imprese, infine, si osserva che il 40% dei voucher sono utilizzati nel settore alberghiero e della ristorazione. Ma molti altri comparti mostrano un aumento del ricorso ai buoni lavoro. Tutto da approfondire invece è l’utilizzo dei voucher nelle amministrazioni pubbliche dove il lavoro accessorio sembra iniziare a configurarsi come meccanismo di internalizzazione di servizi dati in gestione ad imprese esterne.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 06/10/2016.
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Per capire in che mondo viviamo e che cosa stiamo lasciando ai nostri posteri

Buon weekend (si fa per dire)

domenica 4 settembre 2016

Solo un grosso spot: il dossier sul Jobs act che nasconde il flop

04/09/2016 di triskel182
Occasione persa – Per distrarre dal Pil arriva il primo monitoraggio sulla riforma.Senza annunci, in una giornata di intenso dibattito sulla non crescita dell’economia italiana, dal ministero del Lavoro arriva il primo “Quaderno di monitoraggio del mercato del lavoro” al tempo del Jobs Act. Novantacinque pagine per descrivere cosa è successo ai contratti di lavoro e all’occupazione nel 2015, incrociando i dati delle tre fonti istituzionali di riferimento: Inps, ministero del Lavoro e Istat. Appena pubblicato, le agenzie stampa si sono riempite di numeri positivi.
Il documento sarebbe potuto essere un ottimo strumento per verificare gli effetti della riforma. A uno sguardo qualitativo d’insieme, però, non c’è nessuna novità, a parte qualche dato sul lavoro in somministrazione e sui tirocini. Il testo è impegnato soprattutto a fornire una chiave di lettura ottimistica su quanto è avvenuto nel mercato del lavoro nel 2015. Il rapporto si apre con il dato sull’andamento del tasso di occupazione e disoccupazione, ma senza dettagli. Ad esempio, che l’occupazione del 2015 è assorbita quasi interamente da lavoratori over 50 (+229 mila) a fronte di un calo degli occupati tra i 25 e i 49 anni di 122 mila unità. Un trend che peraltro caratterizza tutti i 30 mesi del governo Renzi (da febbraio 2014 a luglio scorso ci sono 820 mila occupati ultracinquantenni in più e 338 mila tra i 25 e i 49 anni in meno), effetto soprattutto della riforma Forneno delle pensioni.
Il dossier parte dal classico dato sui nuovi contratti a tempo indeterminato attivati al netto dei cessati, comprese le trasformazioni di contratti a termine in tempo indeterminato. Ma senza sottolineare però che proprio le trasformazioni pesano sul dato complessivo per il 72%. Sarebbe utile saperlo visto che queste stabilizzazioni nel 41% dei casi non superano il triennio di vita. Non proprio un lavoro stabile. Manca poi il dettaglio sul tasso di sopravvivenza nel primo anno di queste trasformazioni, che si poteva desumere dalle “Comunicazioni Obbligatorie” del ministero stesso che però, guarda caso, non lo fa.
Una novità è invece il dato sui tirocini: la loro transizione in contratti a tempo indeterminato aumenta notevolmente dopo il 1° giugno 2015, probabilmente per la corsa ai generosi sgravi del governo (dimezzati nel 2016). Sul fronte della domanda di lavoro a tempo indeterminato da parte delle imprese arriva un dato interessante: il rapporto sottolinea come siano le imprese di piccole dimensioni quelle che hanno provveduto a stipulare contratti permanenti ex novo, non quindi come trasformazione di altre tipologie. In particolare, il 46% delle assunzioni permanenti (e il 49% di quelle con sgravio) si concentrano nelle micro imprese (1-9 addetti), solo il 13% in quelle tra i 10 e 19 dipendenti. L’effetto dell’abolizione dell’articolo 18 per le imprese intorno alla soglia dei 15 addetti non pare quindi essersi affatto verificato. Parliamo del cuore pulsante del Jobs act. Nessun dettaglio, invece, sulle cessazioni, e così non si capisce quale sia l’effetto occupazionale netto. I nuovi contratti hanno sostituito altri contratti e, se sì, di che tipo? Con i dati a sua disposizione, il ministero poteva indagare sull’incidenza dell’emersione del lavoro irregolare sull’aumento dei contratti, e invece nulla. Niente anche sulle retribuzioni dei nuovi assunti per tipologia d’impresa.
Altri due focus compongono poi il corposo rapporto: l’evoluzione dei contratti di collaborazione (co. co. co.) e il lavoro in somministrazione (lacunoso quello sul lavoro occasionale accessorio). Si scopre che dei collaboratori mono-committenti del 2014, solo il 41% ha avuto nel 2015 un contratto di lavoro dipendente. Il monitoraggio omette di riportare che – stando all’Inps – il 10% dei lavoratori con contratti di collaborazione nei sei mesi precedenti ha iniziato a lavorare con i voucher, i buoni lavoro orari nuova frontiera del precariato estremo. Sul lavoro in somministrazione (interinale) si nota il suo netto incremento sul totale degli occupati a tempo indeterminato avvenuto in dicembre: la quota aumenta dal 7 al 10% in poco meno di due mesi.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 03/09/2016.
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Insomma a differenza del racconta renziano le cose nel mondo reale vanno come dovevano andare e come sono andate in altri paesi dove sono state introdotte misure simili..... nessuna meraviglia che il pil e la crescita siano ferme.

mercoledì 18 maggio 2016

Altro che lavoretti: i voucher stanno creando super precari (Stefano Feltri)

18/05/2016 di triskel182
PrecariIn 8 anni venduti 227 milioni di buoni:
uno studio dimostra l’abuso
da parte di catene di negozi e alberghi.Ci sono interi settori dell’economia italiana che ormai si reggono sui voucher, il precariato estremo senza contratto. Lo si vede per la prima volta nell’analisi presentata ieri dall’Inps e da Veneto Lavoro: lo 0,15 per cento dei committenti concentra il 9 per cento dei voucher. Sappiamo anche in quali settori: in quello alberghiero 401 committenti hanno pagato 3,8 milioni di voucher, con una spesa media di 96.400 euro ciascuno.
Segue il settore dei servizi alle imprese, 123 committenti con 1,3 milioni di buoni e una spesa media di 108mila euro. “Questi numeri rivelano il fenomeno della catena di alberghi o della catena di negozi che paga le persone normalmente in voucher”, spiega Anna Zilli, docente di diritto del Lavoro all’università di Udine e tra le prime a fare ricerca su questo nuovo precariato invisibile.
I voucher sono nati nel 2008: uno strumento per pagare in modo regolare prestazioni di solito relegate nell’economia sommersa, come i lavoretti estivi o la vendemmia. In sette anni sono stati venduti 277,2 milioni di voucher da 10 euro: 7,5 euro vanno al lavoratore, il resto a previdenza e Inail per assicurazione contro gli infortuni. Ogni imprenditore non può pagare più di 2000 euro a ciascun lavoratore. Il limite al reddito che si può accumulare tramite voucher era 5000 euro fino a un decreto del governo Renzi del giugno 2015, ora è salito a 7.000. E dal 2013 i voucher si possono pagare praticamente per qualunque tipo di lavoro, non più soltanto per quelli “di natura meramente occasionale”. Tra 2013 e 2015 il numero di committenti (aziende e singoli individui) è raddoppiato. quello dei lavoratori che hanno ricevuto pagamenti in buoni è salito del 137 per cento, il numero complessivo di voucher ha fatto +142 per cento.
Il boom di questi anni “preoccupa perché può indicare che l’uso del voucher sta diventando alternativo ad altre forme di lavoro, anche al di là delle intenzioni del legislatore”, spiega Bruno Anastasia, uno degli autori della ricerca per Veneto Lavoro. Visto che i voucher non sono tracciati, che non ci sono contratti o dettagli sul loro utilizzo, è difficile ricostruire l’uso e riconoscere l’abuso. Ma lo studio Inps-Veneto Lavoro conferma i peggiori sospetti: i voucher vengono usati per sostituire altri contratti invece che limitarsi a sostituire transazioni informali, in nero.
In Veneto, una delle Regioni che in questi anni ha utilizzato di più i voucher, la storia dei 39mila lavoratori che hanno avuto un contratto con un impresa che poi li ha anche pagati in voucher è questa: in metà dei casi i buoni sono stati usati come pagamento per una sorta di periodo di prova (8.000 hanno poi avuto un tempo indeterminato, altri 8.000 un tempo determinato, 3.000 soltanto un lavoro intermittente o un tirocinio). In 13.000 casi c’è stato il “downgrading”, cioè lo scivolamento nella scala della precarietà: il voucher è arrivato dopo un contratto a termine (per 6.000 persone), dopo il licenziamento da un contratto a tempo indeterminato (2.000), dopo un tempo intermittente (2.500) o dopo un tirocinio (1.000). E su 170.000 persone pagate in voucher in Veneto, soltanto 51.000 stavano svolgendo un’attività davvero accessoria (il pensionato che fa qualche lavoretto per arrotondare). Non c’è ragione per pensare che nel resto d’Italia le cose funzionino diversamente rispetto al Veneto.
Entro giugno il governo, con il ministro del Welfare Giuliano Poletti, ha promesso una riforma contro gli abusi: l’obbligo di comunicare all’Inps in anticipo, via sms, l’utilizzo del voucher. Un limite che può arginare soltanto un tipo di abuso: quello del committente che acquista il voucher come assicurazione contro i controlli (paga il lavoratore in nero ma, in caso di ispezione, ha un buono da esibire, una singola ora regolare ne nasconde molte sommerse).
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 17/05/2016.
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.... è questo il futuro che vogliamo per i nostri figli e nipoti? Una casta di privilegiati con il lavoro assicurato e protetto e una moltitudine di poco meno che pitechi che conoscono appena il mondo che vedono intorno tenuti appena sopra il livello di sopravvivenza se non sussidiati? Sembra una forzatura la mia ma sapete che non è così: tempo qualche generazione e se le cose non cambieranno sul serio c'è la possibilità che ciò accada....naturalmente non sarà così estremo, la lezione della storia sembrano averla imparata, ma il succo sarà questo.

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