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martedì 24 aprile 2018

I BRICS e l’uso delle monete nazionali

Fonte: W. S. I. 24 aprile 2018, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Da anni i paesi del BRICS stanno sperimentando l’utilizzo delle loro monete nazionali nei commerci e negli accordi interni all’alleanza e anche con altri paesi emergenti. L’accordo più clamoroso è quello siglato in renminbi e in rubli per la grandissima fornitura di gas russo alla Cina per l’equivalente di circa 400 miliardi di dollari.
Il sistema monetario internazionale basato sul dollaro è sempre più criticato. Spesso le economie emergenti hanno sofferto per le ricadute destabilizzanti delle politiche monetarie americane che hanno provocato bolle finanziarie e speculative.
Recentemente un gruppo di economisti dei BRICS ha presentato un dettagliato studio “Use of national currencies in International settlements. Experience of the BRICS countries” pubblicato dall’Istituto Russo di Studi Strategici (RISS).
Fino al 2016 il volume del commercio estero della Cina era fatto per il 22% in renminbi, quello della Russia in rubli era del 20%. Le altre monete BRICS sono ancora molto lontane da questi valori. Per quanto riguarda il totale dei movimenti interbancari internazionali, la moneta cinese rappresenta solo l’1,68%, il rand del Sudafrica lo 0,38% e il rublo russo lo 0,25%.
Si potrebbe dire che sono cifre poco significative, ma si tenga presente che 10 anni fa nessuno nel mondo occidentale immaginava situazioni simili. Ciò rafforza la richiesta di superare il dollaro quale moneta di riferimento, con un paniere di monete.
Intanto il Fondo Monetario internazionale ha dovuto rivedere le suo quote di controllo riconoscendo il peso maggiore della Cina. Da ottobre 2016 anche il renminbi fa parte del paniere di monete dei diritti speciali di prelieivo (dsp), la moneta di conto e di riserva del Fmi.
La Cina ha dovuto affrontare un processo di svalutazione della sua valuta e la sfida della contrapposizione tra l’apertura dei movimenti dei capitali e la stabilità finanziaria interna.
Anche la Russia ha rimosso quasi tutte le restrizioni sulle transazioni in rubli dei non residenti. Però ciò non ha ancora portato a un allargamento dell’uso internazionale del rublo. Forse perché il mercato finanziario russo è ancora poco sviluppato.
L’India, per il momento, si è limitata a sviluppare un mercato obbligazionario off shore denominato in rupie con lo scopo di ridurre il fabbisogno di dollari per pagare gli interessi sui suoi debiti esteri.
Interessante è il caso del Brasile che dal 2009 ha creato un sistema dei pagamenti regionale, il Sistema de Pagamentos em Moeda Local, usando le monete nazionali dei paesi coinvolti, quali l’Argentina e l’Uruguay.
Il Sudafrica, che ha un mercato finanziario più avanzato rispetto agli altri paesi BRICS, ha però un’economia troppo dipendente dalle sue materie prime, per cui tenta di diversificarla per rendere il rand protagonista del sistema monetario internazionale. Johannesburg nel 2018, con la sua presidenza del BRICS, intende promuovere lo sviluppo dell’intero continente africano e, quindi, dare maggior impulso alla sua moneta nazionale nei commerci con gli altri paesi dell’Africa.
Certo è che l’utilizzo delle monete nazionali nei regolamenti internazionali presume una transizione complicata. Di fatto i BRICS sono ai loro primi passi e sono consapevoli dei rischi insiti nell’internazionalizzazione delle loro monete.
Ma, nonostante le innegabili difficoltà di muoversi in un campo dominato da potenti forze economiche e politiche, essi puntano a creare gli strumenti di una reale politica multilaterale per dare alle monete locali un ruolo sempre maggiore anche nei mercati finanziari.
C’è da chiedersi: i Paesi europei e l’Unione europea dove si collocano in questo processo? Continueranno a essere succubi del dollaro o vorranno riconoscere che i loro interessi potranno essere meglio tutelati in un mondo multipolare?

venerdì 12 giugno 2015

G7, il Ttip e la fase suprema della globalizzazione

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 12/06/2015 a firma di
Il dato più preoccupante del recente incontro del G7 è la promessa di realizzare in tempi brevi il Ttip, come ha rassicurato la cancelliera Merkel, ormai unica voce in rappresentanza dei Paesi europei, che non a caso per fare un piacere a Obama non ha dimenticato di minacciare un inasprimento delle sanzioni alla Russia, colpevole di aver violato la sovranità dell’ Ucraina quando tutti ormai sanno il gioco sporco che Usa e Ue hanno fatto e stanno facendo in quella regione. Se non fosse per l’irrilevanza di queste riunioni annuali, che non fanno altro che ribadire progetti e decisioni prese in altri contesti molto meno pubblicizzati, si potrebbe relegare il tutto all’ennesimo carrozzone messo in piedi dai Paesi più industrializzati, su impulso e direzione degli Stati Uniti che escludono i Brics dalle loro riunioni, non abbastanza ligi alla visione del mondo che hanno a Washington, e ora anche la Russia.
La cancelliera Merkel ha promesso a Obama di concludere le trattative sul Ttip entro la fine di quest’anno. Il Transatlantic Trade and Investment Partnership, o preferibilmente Trattato transatlantico sul Commercio e gli Investimenti, è un trattato di libero scambio che serve a modellare l’economia e il commercio europeo a immagine e somiglianza di quello statunitense. Ad una prima lettura superficiale può apparire sorprendente che la Germania, il Paese che di fatto guida l’Unione Europea imponendole l’austerity e il modello economico tedesco, possa aderire ad un Trattato che distruggerebbe il vantaggio competitivo che ha accumulato in questi anni a discapito dei Paesi dell’Europa del Sud. Non lo è poi tanto, se si considera che la Germania stessa commette un suicidio per la sua politica commerciale, quando continua ad applicare sanzioni economiche nei confronti della Russia, uno dei suoi partner commerciali più importanti. La dichiarazione della Merkel è dunque la conferma che l’Unione Europea non è che una periferia nella quale gli Usa possono far valere i propri interessi politici e commerciali. Il Ttip è l’ultimo passo per l’abdicazione della sovranità degli Stati europei e la nascita di un’unica area commerciale dominata dall’egemonia di Washington. I cittadini europei e italiani, ne sanno ancora ben poco perché su questo trattato e i suoi contenuti è stato mantenuto il più stretto riserbo. I documenti sulle trattative sono trapelati solo grazie al contributo di Wikileaks. Se avessimo atteso che le autorità europee e americane rendessero possibile l’accesso ai documenti avremmo dovuto attendere 30 anni, un tempo giudicato sufficientemente lungo dal capo delle negoziazioni dell’Ue Ignacio Garcia Bercero, che ha ribadito il suo impegno alla controparte americana a non diffondere in alcun modo il contenuto delle trattative.
Perché imporre la segretezza su un accordo che cambierà completamente l’assetto del commercio europeo e la sua economia? Chi è il vero beneficiario di questo trattato? I documenti descrivono un mercato senza più barriere e controlli, quella liberalizzazione totale che darebbe alle corporation americane l’opportunità di esportare le loro merci nei mercati europei, senza tutte quelle regolamentazioni che oggi ostacolano il commercio Europa-Usa. Il vantaggio dunque è solo americano. Quale sarebbe però l’impatto per le nostre economie? Forse è questa segretezza che ha spinto il Presidente dell’Europarlamento Martin Schulz a sancire che non deve esserci né voto né dibattito sul Ttip, suscitando forti tensioni nell’aula plenaria che ancora una volta dimostra un grave deficit democratico delle istituzioni europee.
Aumento della disoccupazione
La storia recente insegna che gli accordi di libero commercio sono svantaggiosi per i Paesi che hanno più protezioni a livello salariale o diritti più solidi in materia di legislazione del lavoro, e vantaggiosi per chi ha deregolamentato il mercato del lavoro. Una volta che il Trattato entrerà in vigore, le imprese potranno aprire sedi in tutte le aree interessate dall’accordo ed essere trattate allo stesso modo delle imprese locali. Lo Stato in questo modo perde il potere di porre delle condizioni di entrata al suo mercato e non può regolamentare l’apertura di imprese straniere, che avranno lo stesso trattamento di quelle locali. Il mercato europeo e quello statunitense hanno ancora profonde differenze; il primo ha costi del lavoro più alti e sindacati più forti; il secondo ha costi del lavoro più bassi e una protezione sindacale molto più debole. E’ quindi facile immaginare che la creazione di un’unica area di libero scambio, incentivi la migrazione di imprese europee sul suolo americano, attratte da costi più bassi. Sarebbe una riedizione del fenomeno della delocalizzazione di imprese europee verso l’Europa dell’Est e l’Asia, con gli Stati Uniti come nuovo mercato di riferimento e un conseguente aumento della disoccupazione interna per i Paesi che subiscono la chiusura delle imprese locali.
di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti
Continua…
p.s.
nulla da aggiungere, sottoscrivo TUTTO.

lunedì 2 giugno 2014

Brasile, il boomerang dei Mondiali

... a completamento del post di ieri oggi vi posto un articolo preso dal Fatto quotidiano del 1/6/2014 a firma di Loretta Napoleoni (una persona che certo ne sa più di me.. lo fa di mestiere, io no..)
Tra meno di due settimane partono i mondiali di calcio in Brasile, che oltre a regalarci uno spettacolo sportivo di prima classe ci offrono la possibilità di sapere di più nei confronti di una nazione emergente, parte dei celeberrimi BRIC (Brasile, Russia, India Cina). Il Brasile, si sa, è la nazione che ha vinto più coppe del mondo in assoluto, quindi ci sarebbe da aspettarsi che i mondiali siano un evento popolarissimo, fonte di orgoglio nazionale. Ed invece non è proprio così.
Dal 2007, da quando il Brasile si è assicurato i mondiali del 2014, “l’indice di gradimento” di questo evento è sceso dal 75 al 48 per cento, oggi meno della metà della popolazione pensa che sia stata una buona mossa ospitare i mondiali. Ai brasiliani appare assurdo che il governo abbia speso 11 miliardi di dollari e mezzo, di cui circa 3,6 miliardi provenienti dall’erario pubblico, per allestire i mondiali quando nel paese mancano i servizi sociali fondamentali, dalla sanità alla scuola. La notizia, poi, che questi saranno i mondiali più costosi della storia, ha provocato un’ondata di protesta.
Le critiche mettono in luce un sistema economico corrotto, asfissiato dall’eccessiva burocrazia e controllato dal grande capitale. Questa miscela ha fatto sì che gli sprechi siano stati  quasi tanto frequenti quanto le promesse non mantenute. Ad esempio, il governo ha insistito per ubicare le partite in una dozzina di città, quando la stessa FIFA aveva ne suggerito massimo 8. Stadi  giganteschi sono sorti, simili a cattedrali nel deserto, in piccoli centri urbani privi di squadre locali famose e dei tifosi per riempirli. Quello costruito a Manaus, nell’Amazzonia, ha una capienza di 39 mila persone quando nelle partite locali il numero massimo di spettatori è 1.500. Dietro la costruzione degli stati c’è una macchina infernale di politici corrotti e di architetti e società di costruzioni a loro legati.
Ma non basta, gran parte delle infrastrutture di cui in futuro avrebbe dovuto beneficiare la popolazione, e che hanno giustificato l’uso di 3,6 miliardi di dollari provenienti dalle tasse dei brasiliani, non sono state costruiti. L’alta velocità che doveva collegare Rio de Janeiro a Sao Paulo per un costo di 16 miliardi di dollari non si è mai materializzato.
La rabbia contro le spese e gli sprechi dei mondiali, esplosa lo scorso anno nelle strade del Brasile, è anche alimentata dal rallentamento della crescita economica. Nel 2007 il tasso di crescita era del 7,5 per cento, oggi l’economia fa i conti con una recessione quasi quinquennale. Secondo il governo i mondiali inietteranno nell’economia nazionale circa 11,1 miliardi di dollari, grazie alla pubblicità ed alle spese dei tifosi; daranno anche lavoro a quasi 400 mila persone. I critici, tra cui le agenzie di certificazione come Moody, fanno notare che si tratta di occupazione stagionale e che l’impatto sull’economica brasiliana sarà minimo. I mondiali non compenseranno la contrazione legata all’eccessivo indebitamento della giovanissima classe media, la caduta del gettito fiscale legata a questo fenomeno, né risolveranno il problema della corruzione e dell’eccessiva burocrazia.
Peccato che sia tardi per tornare indietro e che il Brasile dovrà anche fare i conti con le Olimpiadi del 2016.
p.s.
più chiaro di così...

mercoledì 30 aprile 2014

la Cina è sempre ... più vicina

Ne parlano da anni (e non sempre in termini entusiastici): la Cina diventerà già quest'anno la prima potenza economica mondiale...... non nel 2019 ma proprio all fine di quest'anono. Cosa cambierà nel quotidiano e per noi comuni mortali? Molto e poco  nell'immediato; ma andiamo con ordine...
secondo uno studio dell’International Comparison Program della Banca Mondiale, riportato oggi dal Financial Times, da quest'anno in poi ci dovrebbe essere lo storico sorpasso (gli usa da oltre un secolo sono la guida del pianeta a livello economico) e l'oriente diventerà il faro del pianeta. Il punto è: da anni si parla del possibile sorpasso ma ora che avviene come reagiranno gli usa? Si faranno da parte o... inizieranno una guerra commerciale? E l'economia finanziaria come reagirà (dato che è tutta basata sulla compressione dei salari e del potere d'acquisto di lavoratori e delle famiglie dell'ex ceto medio e sulle bellezze del mercato non regolamentato) a questo sorpasso? Una cosa è far produrre in cina e in india un altra è vedersi sfilare da sotto gli occhi la leadership: non può passare senza colpo ferire dato che gli enormi interessi in gioco verrebbero ad essere compromessi dal crescente malumore del nazionalismo americano che potrebbe mettere in discussione la stessa base del modello americano, peraltro fallimentare com'è sotto gli occhi di tutti, e porre le condizioni per un cambiamento radicale: in peggio o in meglio lo si potrà capire solo da chi ne uscirà vincente ma una cosa è certa ossia gli usa sono in decadenza cronica e, nonostante la fiorente finanza, sono fuori dal gioco di quelli che contano davvero....... Cina, USA, India, Russia, Brasile, Indonesia, Messico più indietro Giappone e Gran Bretagna ecc. e l'europa? La Germania è decima e l'italia dodicesima ma in discesa; il resto vivacchia. Inutile fare supposizioni in merito: l'asse dell'economia s'è spostato ad est e poco ci si può fare se non, se fossimo sovrani e con moneta propria, costruire un piano economico e industriale che miri da un lato a mantenere qui la produzione e l'assemblaggio (incentivi a chi investe nel paese e disincentivi veri a chi se ne va) e dall'altro pongano su piani diversi le esportazioni e le importazioni: insomma ci vorrebbe una seria politica industriale che può anche prevedere sacrifici e rallentamenti nella crescita dei salari ma richiederebbero anche un ceto industriale che non sia propenso solo a fare profitto per il profitto ma propenso a investire in proprio senza svendere le produzioni al primo che arriva.... un vero libro dei sogni perchè:
  1. il ceto politico è quello che è.. inutile dirlo;
  2. il ceto industriale pensa solo a portarsi all'estro i profitti investendoli in fondi esteri, spesso dietro schermi dei paradisi fiscali, propri anzichè sviluppare quella sinergia con il pubblico che permette, attraverso la ricerca e lo sviluppo, a una economia die ssere realmente competitiva;
  3. il burocretinismo italico che è il vero freno e che impedisce non solo il ricambio ma lo combatte strenuamente per mantenere la propria posizione di privilegio;
  4. compito primo del governo dovrebbe essere sia il sostegno della domanda interna sia l'incentivazione a investire per chi vuol rischiare
non acccadrà mai.. quindi rassegnamoci a diventare un popolo di .... avvitatori di mobili fatti chissà dove.
Buon Primo maggio

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