martedì 26 aprile 2016

A proposito di 70 anni, anzi di 71

25/04/2016 di triskel182
Dopo gli ultimi dati sui voucher – e sulla loro crescita esponenziale in Italia – finalmente qualcuno nei media e tra i politici sembra accorgersi di questa nuova realtà e delle questioni che porta con sé: precariato totale, redditi da fame, totale assenza di diritti basilari come le ferie e la malattia, ovviamente nessuna possibilità di vertenze sindacali, per non dire degli abusi di chi li utilizza per nascondere il nero (ti faccio lavorare dieci ore e una te la pago col voucher, così se arriva un controllo o accade un infortunio abbiamo un pezzo di carta a coprirci).
E non stiamo neppure ad accennare alla perdita psicologica di identità sociale (che lavoro fa, uno che lavora qua e là con i voucher?) o all’impossibilità di pianificarsi qualsiasi futuro: questi ormai sono lussi, lasciamo stare.
Il punto fondamentale, tuttavia, è che i voucher non sono la causa del problema: ne sono solo l’effetto. Anzi, uno degli effetti.
Intendo dire che se anche abolissimo e vietassimo i voucher, non aboliremmo e non vieteremmo quello che c’è dietro, cioè l’economia on demand, liquida, provvisoria e destrutturata. Dove l’unico lavoro disponibile è quello molecolare, polverizzato.
Quel sistema cioé in cui per guadagnarsi qualcosa che somigli a un reddito molte persone (sempre di più) devono mettere insieme ogni giorno un po’ di queste molecole sparse: un paio d’ore di voucher, okay, ma poi un’altra oretta a correggere bozze dopo aver risposto a un annuncio su Upwork, un’altra a pascolare cani al parco grazie a un’offerta su Taskrabbit, quindi a pulire la seconda stanza di casa perché arriva un ospite trovato su Airbnb, magari due ore a guidare per Uber, infine a cucinare per sei clienti ramazzati su Gnammo.
Perché così sta andando e così andrà sempre di più: i lavoretti “per arrotondare” stanno invece diventando gli unici disponibili su piazza.
Gli unici che messi insieme possono appunto avvicinare le persone a un reddito.
Ed è così che si va creando una nuova classe sociale: quella dei post operai digitali a cottimo o all’ora che per vivere saltellano full time tra piattaforme, siti, annunci on demand e miniofferte volanti.
Del resto, anche i voucher nostrani erano nati per far emergere e per regolarizzare pochi lavoretti extra: invece sono già diventati la forma di sostentamento principale se non unica per oltre un milione di persone.
Ma, appunto, non sono la causa del problema: ne sono un effetto. Se hanno avuto così successo (molto oltre le previsioni di chi li aveva inventati) è perché canalizzano in modo legale la questione strutturale: cioè la parcellizzazione del lavoro, il suo essere diventato così liquido.
Tutto questo, come evidente, è il risultato di una serie di processi diversi tra loro ma connessi.
Le tecnologie, prima di tutto: non solo e non tanto perché queste hanno permesso lo sviluppo delle piattaforme attraverso le quali buona parte di questa parcellizzazione avviene, ma soprattutto perché hanno portato tutte le relazioni economiche verso l’on demand e l’accesso (Uber, per esempio, è la più grande compagnia di taxi al mondo ma non possiede nemmeno un’automobile e i suoi conducenti non sono suoi dipendenti).
Poi, naturalmente, le cause di questa situazione sono anche altre.
Ad esempio, la robotica, gli algoritmi e l’intelligenza artificiale: che stanno rarefacendo drasticamente il bisogno di lavoro umano, sicché (in base alle note leggi della domanda e dell’offerta) i prestatori di lavoro sono in condizioni sempre più sfavorevoli, quindi accettano dumping sempre peggiori.
Poi, si sa, la globalizzazione dei mercati consente di esternalizzare le produzioni nei Paesi in via di sviluppo, un asset non da poco nel cambiare ulteriormente i rapporti di forza tra chi dà e chi presta lavoro.
In piú, anche se fa brutto dirlo, prima del 1989 lo spauracchio del comunismo convinceva gli imprenditori e i governi a tenere buoni i propri lavoratori con concessioni e riforme sociali: adesso che il comunismo non c’è più, questi hanno (o credono di avere) mani del tutto libere.
Ecco: tutto questo per dire che i voucher fanno schifo, ma abolirli non basta. Non serve. Perché se anche se non ci fossero piú i voucher, ci sarebbero mille altre forme di lavoro molecolare a cottimo o a ora. È questa la realtà con cui dobbiamo fare i conti.
Ed è una realtà che porta inevitabilmente a pensare che l’unica strada possibile – se vogliamo restare umani e non considerare “moderno” lo schiavismo – sia quella universalistica.
Quella che passa cioè attraverso un reddito minimo che sradicherebbe alla base il bisogno di inginocchiarsi ogni giorno alle offerte al ribasso del lavoro molecolare, riportandolo semmai alla sua funzione di reddito supplettivo e marginale. E riequilibrando un po’ i rapporti di forza.
Ma è anche la strada che passa attraverso la universalizzazione dei servizi e dei diritti fondamentali – casa, salute, istruzione, trasporti, ambiente, svago – la cui offerta gratuita ai cittadini è un altro indispensabile strumento di emancipazione dal bisogno di sottostare ai ricatti imposti dal lavoro molecolare.
Ah, prima di scuotere la testa e di chiedere dove si trovano i soldi per fare tutto questo, vi chiedo sommessamente di farvi un giro sui fatturati e le accumulazioni delle piattaforme. Sì, proprio quelle che sotto il nome ormai farlocco di sharing invece accentrano a sé le ricchezze (altro che “condivisione”), contribuendo a creare un divide di redditi e di patrimoni come non si vedeva dall’età augustea dell’Impero romano. Quando avete visto quelle cifre – ma più in generale quelle sulla ripartizione della ricchezza in questo secolo e sulle sue tendenze – ne riparliamo.
Altrimenti dovremo parlarne molto prima, ma in modo diverso, temo. Perché la parcellizzazione del lavoro e il suo dumping progressivo, se diventa una condizione di sopravvivenza di massa, non è cosa augurabile per nessuno. Ma proprio per nessuno, nemmeno per quelli che pensano solo alla massimizzazione dei profitti e neppure vedono che cosa stanno combinando, in questo modo, alle classi che da 70 anni garantivano stabilità e consumi. E anche pace, tutto sommato, qui da noi.
Già, a proposito di 70 anni, anzi di 71. Sì, questo è il mio post per il 25 aprile. Anomalo, forse off topic, lo so. Non parla di partigiani, ma di lavoretti sottopagati e precari senza alternative.
Però in fondo i partigiani sono morti per liberarci da una schiavitù. E capire le schiavitù di oggi, per provare a liberarcene anche noi, mi sembra un modo meno scontato per agire la loro memoria. E per non ridurla solo a monumento e a rito.
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it
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il problema è farlo capire agli italiani......
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