giovedì 3 novembre 2016

Andarci piano con le narrazioni

«Choose hope», ha ripetuto cinque volte Obama ieri nell’Ohio, stato in bilico e forse decisivo, dove oggi è favorito Trump.
Hope, speranza, è stata del resto la parola chiave della sua prima elezione, otto anni fa. E di speranza era diffusa in effetti tanta parte d’America, in quei giorni, da Harlem ai sobborghi di Los Angeles.
Oggi Obama prova a rinverdirla e la enfatizza contrapponendola a fear, paura, con cui identifica Donald Trump: paura degli immigrati, paura degli islamici, paura della Cina, paura in generale da tutto quello che sta fuori dal proprio sicuro cortile, con la bandiera americana che sventola al balconcino. «Speranza e paura sono entrambe sulla scheda elettorale», dice il presidente uscente. Intendendo rispettivamente Hillary e Trump.
È una chiave interpretativa, una narrazione politica. Personalmente, spero che prevalga. Eppure sarebbe cieco non vedere che, rispetto a otto ani fa, è molto indebolita.
E non solo perché la fredda e pragmatica Hillary tutto ispira tranne grandisperanze di cambiamento: magari evoca efficienza, solidità, know how, equilibrio, esperienza, perfino saggezza. Ma certo non fa immaginare un futuro radicalmente migliore dello status quo.
Ma non è solo per questo, ripeto, che la narrazione di Obama (hope versus fear) rischia di zoppicare.
È anche perché Donald Trump incamera, accanto alla paura di tutto ciò che si è detto, anche un altro sentimento perfino più devastante: che è la rabbia. Rabbia verso un mondo sempre più complicato, liquido, imprevedibile, ingovernabile, indecifrabile; verso poteri sempre più impalpabili, lontani, astratti eppure decisivi nell’impattare sulla nostra esistenza; rabbia verso il rovesciamento di una dinamica che da quasi un secolo l’Occidente credeva eterna, cioè il miglioramento delle proprie condizioni di vita, generazione dopo generazione, emancipazione dopo emancipazione.
Negli Stati Uniti, otto anni di presidenza Obama sono stati buoni o ottimi per tanti motivi: la riforma sanitaria, la gestione dalla crisi del 2008-2009, la spinta verso la green economy, il disimpegno dalle folli guerre di Bush, il ritorno al multilateralismo nei rapporti internazionali, la battaglia culturale contro le armi diffuse e altro ancora. Eppure (cito Mark Lilla) «l’America oggi è molto più divisa, con un gap sempre più grande tra i super ricchi e una classe media impoverita». E (anche) di qui la rabbia.
Ma c’è un elemento in più, in tutto questo. E cioè che la rabbia, spesso, è anche il risultato di una speranza delusa. Di un’aspettativa disattesa. Tanto maggiore era la speranza, quanto più facile è che questa si trasformi in rabbia. Nessuno dotato di buon senso può pensare che Donald Trump possa essere un bravo presidente. Ma la rabbia a volte se lo mangia, il buon senso.
E qualcosa di simile, se guardate bene, sta succedendo anche in Europa. In Francia, ad esempio: basta guardare com’è finito François Hollande, che tante speranze aveva suscitato all’inizio del suo mandato. Ma anche Alexis Tsipras in Grecia, diciamolo.
E in Italia?
Anche da noi il grande cambio generazionale, stilistico e cognitivo successivo alle primarie del Pd e alla caduta prima di Berlusconi poi del governo Letta aveva creato attese quasi messianiche. Che sono emerse in modo trasparente nel 40 e passa per cento raccolto dall’homo novus tre mesi dopo essere diventato premier. Oggi, si sa, le cose stanno molto diversamente. La diffidenza e la rabbia prevalgono.
Il paradosso del politico è che – proprio nell’era delle narrazioni – deve andarci molto piano con le narrazioni. Perché poi queste rischiano di rovesciarsi nel loro opposto. E di rivoltarsi contro chi le ha narrate – o contro la sua parte.
Oggi vale per Obama, Hollande, Tsipras, Renzi. Domani varrà per i loro successori. A cui si può solo consigliare una radicalità d’azione inversamente proporzionale alla illusorietà narrativa.
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it
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non potrei essere più d'accordo con l'Autore del post!!!!! Peccato che la narrazione di Obama venga da uno che aveva promesso di:
  1. chiudere guantanamo;
  2. portare la sanità ai poveri (senza regali per le assicurazioni);
  3. ridare speranze di futuro ai giovani americani (non mantenute);
  4. ricostruire il paese dopo i furti fatti dai CEO delle varie agenzie a spese dei cittadini;
ecc. ecc. addirittura aveva avuto il Premio Nobel, ma in realtà non si è allontanato per nulla dai suoi esimi predecessori e non c'è motivo di pensare che se vincesse la Clinton si cambi registro, anzi... c'è da scommettere sull'aggressività degli USA nei confronti del blocco russo-cinese e l'accentuazione della presa sul vecchio mondo da usare come una clava e come teatro di un eventuale guerra contro l'est (proprio come aveva predetto Orwell c'è da scommettere sull'uso interno di una siffatta guerra); come c'è da scommettere che non uno ma entrambi gli occhi saranno chiusi sul finanziamento dei paesi arabi moderati/amici (e finanziatori della campagna elettorale della stessa Clinton) ai terroristi islamici; aumenterà anche la pressione sull'Iran per isolarlo ulteriormente e provocarlo.... soprattutto se cade Assad.
Ripeto: c'è da augurarsi che sia Trump a vincere non foss'altro perchè isolerà il suo paese o almeno ne ridurrà la presenza ingombrante sui vari scenari del pianeta....
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