Fonte: Regione (dati attuali) Emilia Romagna (dati precedenti ossia 2014).
Allora:
Elezioni 2014: elettori 3.460.402; votanti 1.304.841; percentuale 37,76%.
Centrosinistra:
Bonaccini 615.723; % 49.05;
PD 535.109; % 44.53.
Centrodestra
Fabbri Alan 374.736; %29,85
LEGA: 233.439 19,42%
Elezioni 2020: 3.508.332; 67,67% pari a 2.374.088
Centrosinistra
Bonaccini 1.195.742 pari a 51,42%
PD 749.976 pari a 34,69%
Centrodestra
Borgonzoni 1.014.672; pari a 43,63%
Lega 690.864; pari a 31,95%.
ecc. ecc.
cosa emerge?
I
5 stelle pagano lo scotto del cambio di maggioranza romano e delle
scelte fatte in nome della governabilità nella staganazione eurocentrica
che ci vede colonia e sbocco delle merci e delle acquisizioni altrui
ossia tutte ben lontane da quello che il loro popolo si aspettava e
auspicava visto che erano la vera novità del decrepito panorama politico
italiano.
il pd, bé fatta la
tara, tiene bene e, in casa propria, riesce a evitare il crollo della
diga: un aiuto di non poco conto arriva dalle cosiddette sardine
(movimento simil-civico che molto ricorda i 'comitati civici'
inventati, per fermare l'avanzata del pci, nel 1948... con i soldi degli
americani) che hanno reso spendibile la sinistra italica che sinistra
non è più e scimmiotta i dem americani: le sardine sono i veri
vincitori, ora vedremo cosa ne viene fuori anche se visti i precedenti, e
fermata l'onda, molto probabilmente anche le sardine faranno presto la
fine dei movimenti che li hanno preceduti: una lenta agonia fra
scissioni e litigi fino a sparire dalla scena.
La
Lega: piaccia o meno e, nonostante non abbia dato la spallata, ha
triplicato i voti ed è l'unico partito che aumenta i propri (nonostante
la geografia dei flussi elettorali ci dica che ne ha persi altrettanti
quanti gliene sono entrati) nella propria coalizione che, salvo FdI,
perde vistosamente..... anzi si può dire che il terzo contraente della
coalizione, FI, sparisce del tutto.
immagino
il solone di turno che in brodo di giuggiole festeggerà.. ma in realtà
nessuno si illudeva che vincesse, e lo stesso sarà in toscana, ma che
avesse un buon risultato si e l'ha avuto: piaccia o meno. Il vero
problema sono i voti in uscita dei 5 Stelle che vanno in parte, grossa
parte, al pd o meglio vi ritornano.. vedremo cosa ci si immaginerà per
mantenerceli invece di farli scappare ancora una volta con proposte
impresentabili.
Ed ecco che,
nonostante la prosopopea dei media, la evidenza della realtà rimane
anche al di là del quotidiano trambusto: se non ci sono cambiamenti di
rotta e di mentalità questo paese o si rassegna alla bigia e grigia
realtà attuale o scommette e cambia... vista la ns storia non sono così
ottimista ma si sa che solo quando siamo con tutti e due piedi sul
ciglio del burrono diamo il meglio.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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lunedì 27 gennaio 2020
elezioni: le balle e la nuda realtà
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giovedì 29 agosto 2019
Bozza programma governo Pd-M5s: cosa cambia dall’era gialloverde
Fonte: W.S.I. 29 Agosto 2019, di Alberto Battaglia
Le
linee guida programmatiche elaborate da Partito democratico e
Movimento 5 stelle si trovano ora nelle mani del presidente incaricato
Giuseppe Conte. Si tratta di una bozza di appena due pagine, molte meno
rispetto alle oltre 50 del Contratto di governo fra Lega e M5s. Anche
per questo sono prive del grado di dettaglio di un programma di
legislatura vero e proprio.
Rispetto ai progetti del governo gialloverde spariscono tutte le “bandiere” del partito di Matteo Salvini: secondo quanto anticipato dal Sole 24 Ore, nei punti programmatici mancano riferimenti aperti alle politiche migratorie (eccezion fatta per la revisione dei decreti sicurezza), scompare il capitolo delle autonomie, il taglio dell’imposta sui redditi “flat tax” ed evaporano i minibot.
New entry, invece, il taglio del cuneo fiscale che, invece, non era nemmeno menzionato nel contratto gialloverde.
Restano numerose, però, le componenti di continuità con i due programmi, di evidente ascendenza pentastellata. Taglio dei parlamentari, ma accompagnato da nuova legge elettorale, legge sul conflitto d’interessi, salario minimo, e nuova legge sull’acqua pubblica: tutti elementi già presenti nel precedente contratto e ora ribaditi nelle linee guida consegnate a Conte. Non manca, infine, il riferimento a una politica economica più espansiva da concordare con Bruxelles: un appello al maggiore deficit, che però sembra spostarsi ora su temi di maggiore valenza sociale.
Interrogativi di fondo rimangono irrisolti su alcuni aspetti complicati dell’alleanza Pd-M5s. Quota 100, un provvedimento difeso sia dai pentastellati sia dalla Lega, ma combattuto dal Pd, non viene nominata nonostante incomba a breve la necessità del suo rifinanziamento. Sul superamento del Jobs Act, avviato con il decreto dignità (“decreto disoccupazione”, per i dem), rimane un assordante silenzio. Anche la delegazione di Liberi e uguali, interessata a prendere parte al nascente esecutivo, potrebbe richiedere una revisione della riforma sul mercato del lavoro. Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, infine, non si legge di alcuna richiesta di revisione, nonostante le critiche dei dem nei mesi scorsi. Si tratta con ogni evidenza di un punto inamovibile per i Cinque Stelle.
Rispetto ai progetti del governo gialloverde spariscono tutte le “bandiere” del partito di Matteo Salvini: secondo quanto anticipato dal Sole 24 Ore, nei punti programmatici mancano riferimenti aperti alle politiche migratorie (eccezion fatta per la revisione dei decreti sicurezza), scompare il capitolo delle autonomie, il taglio dell’imposta sui redditi “flat tax” ed evaporano i minibot.
New entry, invece, il taglio del cuneo fiscale che, invece, non era nemmeno menzionato nel contratto gialloverde.
Restano numerose, però, le componenti di continuità con i due programmi, di evidente ascendenza pentastellata. Taglio dei parlamentari, ma accompagnato da nuova legge elettorale, legge sul conflitto d’interessi, salario minimo, e nuova legge sull’acqua pubblica: tutti elementi già presenti nel precedente contratto e ora ribaditi nelle linee guida consegnate a Conte. Non manca, infine, il riferimento a una politica economica più espansiva da concordare con Bruxelles: un appello al maggiore deficit, che però sembra spostarsi ora su temi di maggiore valenza sociale.
Interrogativi di fondo rimangono irrisolti su alcuni aspetti complicati dell’alleanza Pd-M5s. Quota 100, un provvedimento difeso sia dai pentastellati sia dalla Lega, ma combattuto dal Pd, non viene nominata nonostante incomba a breve la necessità del suo rifinanziamento. Sul superamento del Jobs Act, avviato con il decreto dignità (“decreto disoccupazione”, per i dem), rimane un assordante silenzio. Anche la delegazione di Liberi e uguali, interessata a prendere parte al nascente esecutivo, potrebbe richiedere una revisione della riforma sul mercato del lavoro. Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, infine, non si legge di alcuna richiesta di revisione, nonostante le critiche dei dem nei mesi scorsi. Si tratta con ogni evidenza di un punto inamovibile per i Cinque Stelle.
mercoledì 20 marzo 2019
Lavoro e tutele, abbiamo fatto un confronto e (per ora) M5S batte Pd due a zero
Fonte: Il Fatto Quotidiano Area pro labour
di Umberto Carabelli *
Mentre sotto i riflettori dell’informazione televisiva e giornalistica si consuma la vivisezione del Reddito di Cittadinanza (RdC) e di Quota 100 (Q100), nelle stanze della politica si sta lavorando a due importanti interventi in materia di lavoro che toccano altri temi di grande rilievo, rispetto ai quali vi sono proposte del M5S e del Pd. Al confronto, le prime risultano con una certa evidenza più favorevoli ai lavoratori e ai loro sindacati.
Quanto al primo tema, entrambe le proposte intendono “perfezionare” l’attuale disciplina delle collaborazioni cosiddette etero-organizzate contenuta nel Jobs Act del 2015. Il disegno di legge del Pd (S. n. 699/2018) prevede che dal 1° gennaio 2016 si applichi la disciplina del lavoro subordinato alle collaborazioni esclusivamente personali, la cui organizzazione sia di competenza del committente. Esso stabilisce, poi, che tale previsione si applichi dal 1° gennaio 2019 anche ai casi in cui la predetta organizzazione avvenga tramite strumenti o procedure informatizzate – come avviene per le piattaforme e i rider – a meno che non vi siano accordi collettivi “adattativi” stipulati dai sindacati maggiormente rappresentativi (invero già consentiti in generale dalla attuale disciplina del Jobs Act).
Orbene, la norma specifica costruita per i lavoratori etero-organizzati “digitalmente” ha l’aspetto di un “favore” fatto alle piattaforme, posto che, ove mancassero detti contratti, a esse si intenderebbe comunque offrire un’entrata ritardata nel nuovo regime. Diversamente, l’intervento proposto formalmente dal ministero del Lavoro (in un emendamento al decreto sul RdC e su Q100 in corso di conversione, che peraltro risulta essere stato dichiarato inammissibile), e quindi imputabile latu sensu a Luigi Di Maio/M5S, prevede che la disciplina del rapporto di lavoro subordinato si applichi ai rapporti di collaborazione prevalentemente (sic!) personali, la cui l’organizzazione è predisposta dal committente “anche attraverso il ricorso a piattaforme digitali”.
Come si vede – a parte l’inspiegabile avverbio di quantità, che finirebbe per estendere la protezione ai collaboratori autonomi “non solitari” – qui non c’è nessuna deroga in favore delle piattaforme, ma un’immediata estensione delle tutele a tutti i collaboratori etero-organizzati, in coerenza, d’altronde, con quanto stabilito da una recente sentenza della Corte d’Appello di Torino, già in sulla base dell’attuale normativa del Jobs Act. A parte ciò, in aggiunta questa proposta prevede rilevanti disposizioni volte a rafforzare la tutela previdenziale dei lavoratori iscritti alla gestione separata Inps e a dettare una tutela della salute e contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali per tutti i lavoratori che operano sotto la morsa degli strumenti digitali.
Ma è soprattutto in relazione al secondo tema, il cosiddetto salario minimo orario, che il disegno di legge predisposto dal Pd (S. n. 310/2018) risulta più deludente di quello del M5S (S. n. 658/2018), denotando una scarsa attenzione per le caratteristiche storiche del sistema di relazioni sindacali italiano. Il disegno del Pd prevede che il salario minimo orario non debba essere inferiore a nove euro, al netto dei contributi previdenziali e assistenziali, nonché un meccanismo incrementale annuale collegato alle variazioni dell’indice dei prezzi al consumo.
Il disegno del M5S prevede, invece, una retribuzione minima oraria complessiva pari a nove euro, al lordo degli oneri previdenziali e assistenziali. Tale minimo, peraltro, assolve a una funzione per così dire residuale per i soli casi in cui i contratti collettivi firmati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative prevedessero minimi inferiori a esso: in via generale, invece, il salario minimo orario sarà quello previsto dal contratto direttamente applicabile al datore di lavoro, ovvero – qualora manchi un contratto collettivo di riferimento – da quello a lui applicabile in quanto il suo “ambito di applicazione sia maggiormente connesso e obiettivamente vicino in senso qualitativo all’attività svolta dai lavoratori anche in maniera prevalente”. Nel caso poi, per scadenza o disdetta del contratto collettivo, ne venga a mancare uno applicabile, il disegno del M5S fissa la regola dell’ultrattività del “previgente contratto collettivo fino al suo rinnovo”, nonché un meccanismo di adeguamento automatico nel tempo dei relativi minimi retributivi (esteso, peraltro, anche al valore minimo dei nove euro lordi).
Un’attenta lettura dei due disegni rivela la profonda differenza tra di essi. Quello del Pd ignora totalmente la diffusione capillare nel nostro Paese, dal Dopoguerra fino ad oggi, di una contrattazione collettiva che si è fatta carico di fissare le retribuzioni minime secondo differenziali corrispondenti alle varie professionalità. La previsione del valore unico e secco dei nove euro netti potrebbe, poi, risultare addirittura rischiosa per la tenuta dei contratti nazionali che fissino (come avviene nella maggior parte dei casi) minimi superiori a quel valore: la fuga della Fiat dal Contratto nazionale dei metalmeccanici è ancora davanti a noi a ricordarci la pratica possibilità di tale evenienza, in assenza di un sistema di contrattazione collettiva a efficacia generale.
Diversamente, il disegno di legge del M5S appare più rispettoso dell’autonomia collettiva delle organizzazioni sindacali e dei loro contratti, proprio per i motivi sopra indicati, ed evita comportamenti strumentali poiché la clausola di ultrattività impedisce ai datori di lavoro di sottrarsi alla retribuzione minima prevista dai contratti per rifugiarsi sotto l’inferiore importo legale dei nove euro lordi. Il rinvio ai minimi dei vari livelli retributivi previsti dai contratti, inoltre, sembra assicurare la piena rispondenza ai principi sia di sufficienza che di proporzionalità richiesti dall’art. 36 della Costituzione, in quanto garantisce retribuzioni minime differenziate per livelli professionali. Insomma, una normativa, quella del disegno di legge del M5S, che appare ispirata alla recente sentenza della Corte costituzionale (n. 51/2015), la quale ha dichiarato adeguata all’art. 36 Cost., e non in contrasto con l’art. 39 Cost., la norma che impone alle cooperative la corresponsione ai soci lavoratori di trattamenti economici complessivi non inferiori a quelli dei contratti stipulati dai sindacati più rappresentativi a livello nazionale.
Certo, né l’uno né l’altro disegno di legge affrontano di petto la questione dell’attuazione dell’art. 39 Cost., cioè di una legge volta a disciplinare la rappresentanza dei lavoratori e la stipula di contratti collettivi a efficacia generale, che sarebbe la via maestra, auspicata dalle grandi Confederazioni, per la rifondazione di un sano sistema di relazioni sindacali in Italia. Ma se la politica pretende (o è capace) di intervenire al momento soltanto in materia di salario minimo, allora è bene che si rispetti comunque quanto previsto dai contratti collettivi.
Concludendo, fa comunque piacere vedere all’orizzonte il ritorno di politiche di sostegno ai diritti dei lavoratori, dopo anni di mortificazione e di decrescita delle tutele. Se però il nuovo Pd vuole davvero candidarsi a rappresentare una sinistra ampiamente inclusiva, sarà bene che si rimbocchi le maniche e si attrezzi a corrispondere meglio alla domanda di tutela che viene dal mondo del lavoro, non soltanto per non essere ancora una volta scavalcato nella corsa alla ricerca del consenso, ma soprattutto per ridarsi un’anima sociale degna di questo nome, dopo tanto amoreggiare con teorie e pratiche neoliberiste. Per far ciò occorrerà anzitutto che metta da canto l’idea di disintermediazione sindacale che ha ispirato le sciagurate politiche dell’ultimo periodo. Il M5S parrebbe averlo già capito.
* Direttore della Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale.
di Umberto Carabelli *
Mentre sotto i riflettori dell’informazione televisiva e giornalistica si consuma la vivisezione del Reddito di Cittadinanza (RdC) e di Quota 100 (Q100), nelle stanze della politica si sta lavorando a due importanti interventi in materia di lavoro che toccano altri temi di grande rilievo, rispetto ai quali vi sono proposte del M5S e del Pd. Al confronto, le prime risultano con una certa evidenza più favorevoli ai lavoratori e ai loro sindacati.
Quanto al primo tema, entrambe le proposte intendono “perfezionare” l’attuale disciplina delle collaborazioni cosiddette etero-organizzate contenuta nel Jobs Act del 2015. Il disegno di legge del Pd (S. n. 699/2018) prevede che dal 1° gennaio 2016 si applichi la disciplina del lavoro subordinato alle collaborazioni esclusivamente personali, la cui organizzazione sia di competenza del committente. Esso stabilisce, poi, che tale previsione si applichi dal 1° gennaio 2019 anche ai casi in cui la predetta organizzazione avvenga tramite strumenti o procedure informatizzate – come avviene per le piattaforme e i rider – a meno che non vi siano accordi collettivi “adattativi” stipulati dai sindacati maggiormente rappresentativi (invero già consentiti in generale dalla attuale disciplina del Jobs Act).
Orbene, la norma specifica costruita per i lavoratori etero-organizzati “digitalmente” ha l’aspetto di un “favore” fatto alle piattaforme, posto che, ove mancassero detti contratti, a esse si intenderebbe comunque offrire un’entrata ritardata nel nuovo regime. Diversamente, l’intervento proposto formalmente dal ministero del Lavoro (in un emendamento al decreto sul RdC e su Q100 in corso di conversione, che peraltro risulta essere stato dichiarato inammissibile), e quindi imputabile latu sensu a Luigi Di Maio/M5S, prevede che la disciplina del rapporto di lavoro subordinato si applichi ai rapporti di collaborazione prevalentemente (sic!) personali, la cui l’organizzazione è predisposta dal committente “anche attraverso il ricorso a piattaforme digitali”.
Come si vede – a parte l’inspiegabile avverbio di quantità, che finirebbe per estendere la protezione ai collaboratori autonomi “non solitari” – qui non c’è nessuna deroga in favore delle piattaforme, ma un’immediata estensione delle tutele a tutti i collaboratori etero-organizzati, in coerenza, d’altronde, con quanto stabilito da una recente sentenza della Corte d’Appello di Torino, già in sulla base dell’attuale normativa del Jobs Act. A parte ciò, in aggiunta questa proposta prevede rilevanti disposizioni volte a rafforzare la tutela previdenziale dei lavoratori iscritti alla gestione separata Inps e a dettare una tutela della salute e contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali per tutti i lavoratori che operano sotto la morsa degli strumenti digitali.
Ma è soprattutto in relazione al secondo tema, il cosiddetto salario minimo orario, che il disegno di legge predisposto dal Pd (S. n. 310/2018) risulta più deludente di quello del M5S (S. n. 658/2018), denotando una scarsa attenzione per le caratteristiche storiche del sistema di relazioni sindacali italiano. Il disegno del Pd prevede che il salario minimo orario non debba essere inferiore a nove euro, al netto dei contributi previdenziali e assistenziali, nonché un meccanismo incrementale annuale collegato alle variazioni dell’indice dei prezzi al consumo.
Il disegno del M5S prevede, invece, una retribuzione minima oraria complessiva pari a nove euro, al lordo degli oneri previdenziali e assistenziali. Tale minimo, peraltro, assolve a una funzione per così dire residuale per i soli casi in cui i contratti collettivi firmati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative prevedessero minimi inferiori a esso: in via generale, invece, il salario minimo orario sarà quello previsto dal contratto direttamente applicabile al datore di lavoro, ovvero – qualora manchi un contratto collettivo di riferimento – da quello a lui applicabile in quanto il suo “ambito di applicazione sia maggiormente connesso e obiettivamente vicino in senso qualitativo all’attività svolta dai lavoratori anche in maniera prevalente”. Nel caso poi, per scadenza o disdetta del contratto collettivo, ne venga a mancare uno applicabile, il disegno del M5S fissa la regola dell’ultrattività del “previgente contratto collettivo fino al suo rinnovo”, nonché un meccanismo di adeguamento automatico nel tempo dei relativi minimi retributivi (esteso, peraltro, anche al valore minimo dei nove euro lordi).
Un’attenta lettura dei due disegni rivela la profonda differenza tra di essi. Quello del Pd ignora totalmente la diffusione capillare nel nostro Paese, dal Dopoguerra fino ad oggi, di una contrattazione collettiva che si è fatta carico di fissare le retribuzioni minime secondo differenziali corrispondenti alle varie professionalità. La previsione del valore unico e secco dei nove euro netti potrebbe, poi, risultare addirittura rischiosa per la tenuta dei contratti nazionali che fissino (come avviene nella maggior parte dei casi) minimi superiori a quel valore: la fuga della Fiat dal Contratto nazionale dei metalmeccanici è ancora davanti a noi a ricordarci la pratica possibilità di tale evenienza, in assenza di un sistema di contrattazione collettiva a efficacia generale.
Diversamente, il disegno di legge del M5S appare più rispettoso dell’autonomia collettiva delle organizzazioni sindacali e dei loro contratti, proprio per i motivi sopra indicati, ed evita comportamenti strumentali poiché la clausola di ultrattività impedisce ai datori di lavoro di sottrarsi alla retribuzione minima prevista dai contratti per rifugiarsi sotto l’inferiore importo legale dei nove euro lordi. Il rinvio ai minimi dei vari livelli retributivi previsti dai contratti, inoltre, sembra assicurare la piena rispondenza ai principi sia di sufficienza che di proporzionalità richiesti dall’art. 36 della Costituzione, in quanto garantisce retribuzioni minime differenziate per livelli professionali. Insomma, una normativa, quella del disegno di legge del M5S, che appare ispirata alla recente sentenza della Corte costituzionale (n. 51/2015), la quale ha dichiarato adeguata all’art. 36 Cost., e non in contrasto con l’art. 39 Cost., la norma che impone alle cooperative la corresponsione ai soci lavoratori di trattamenti economici complessivi non inferiori a quelli dei contratti stipulati dai sindacati più rappresentativi a livello nazionale.
Certo, né l’uno né l’altro disegno di legge affrontano di petto la questione dell’attuazione dell’art. 39 Cost., cioè di una legge volta a disciplinare la rappresentanza dei lavoratori e la stipula di contratti collettivi a efficacia generale, che sarebbe la via maestra, auspicata dalle grandi Confederazioni, per la rifondazione di un sano sistema di relazioni sindacali in Italia. Ma se la politica pretende (o è capace) di intervenire al momento soltanto in materia di salario minimo, allora è bene che si rispetti comunque quanto previsto dai contratti collettivi.
Concludendo, fa comunque piacere vedere all’orizzonte il ritorno di politiche di sostegno ai diritti dei lavoratori, dopo anni di mortificazione e di decrescita delle tutele. Se però il nuovo Pd vuole davvero candidarsi a rappresentare una sinistra ampiamente inclusiva, sarà bene che si rimbocchi le maniche e si attrezzi a corrispondere meglio alla domanda di tutela che viene dal mondo del lavoro, non soltanto per non essere ancora una volta scavalcato nella corsa alla ricerca del consenso, ma soprattutto per ridarsi un’anima sociale degna di questo nome, dopo tanto amoreggiare con teorie e pratiche neoliberiste. Per far ciò occorrerà anzitutto che metta da canto l’idea di disintermediazione sindacale che ha ispirato le sciagurate politiche dell’ultimo periodo. Il M5S parrebbe averlo già capito.
* Direttore della Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale.
Lavoro & Precari | 19 Marzo 2019
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martedì 2 ottobre 2018
Def, e se il deficit/pil al 2,4% funzionasse davvero?
Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby | 30 settembre 2018 Massimo Rocca
Il rapporto deficit/pil al 2,4%: e adesso “deve” andare male. Malissimo. Preferibilmente deve succedere come in Grecia. Tempesta finanziaria, bancomat chiusi, e Conte
che, alla fine, in un consesso europeo lasci la giacca sulla sedia
dicendo, prendetevi anche questa, ma poi uscendo torni a casa dai suoi a
dire hanno vinto loro. In via subordinata come in Argentina, ma
l’ideale sarebbe il Venezuela. Cacciati dalla comunità
internazionale, con i fondi avvoltoio appollaiati sullo spread, fuori
dall’Unione europea, uno stato canaglia.
Perché bene non “può” finire. Non “può” nemmeno finire mediocremente, uno zero a zero. Altrimenti che figura ci fanno? Tutte le catastrofi che vedete elencate sulle prime pagine dei giornali non sono circostanze da scongiurare, sono appuntamenti che gli autori si augurano di poter verificare, una per una, e rapidamente perché non è vero che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. Metti che non succede niente, metti che qualcosa davvero funziona, poi come si fa? Metti che il project fear, che ha fallito così clamorosamente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna debba fallire pure da noi?
Che si scopra che due anni dopo la Brexit la Gran Bretagna non è alla fame, in cerca della sua Marmite perduta, ma è un paese più o meno come prima, con la sua piena occupazione e le sue ingiustizie sociali, con i suoi leader litigiosi e incapaci di trovare la rotta, un po’ come la Merkel dopo il voto di settembre, o come il deus ex machina Macron che piagnucola “aiutatemi” al 68% di francesi che lo trova scarsino come Presidente.
E sì, lo sappiamo il peggio deve ancora arrivare per la perfida Albione, l’Europa sta facendo di tutto per prepararglielo, ma insomma, in attesa di Keynes, a Londra vige Mark Twain: la catastrofe del 2016 era fortemente esagerata. Ecco, metti che nel 2020 l’Italia sia ancora più o meno in piedi, meglio comunque del ponte di Genova. Che qualcosa sia rimasto qui, non come Fiat, Versace e Candy per dire. E come li si giustifica i titoli delle ultime 48 ore? Sapete le previsioni economiche sono come quelle del tempo. Scientifiche ma non infallibili. Ora chi aveva più o meno previsto come sarebbero andate le cose dopo il 2011 e lo ha scritto, ha tutto il diritto di dire, avete visto.
Mentre chi ci ha raccontato che andava tutto bene madama la marchesa il suo destino politico lo ha incontrato il 4 marzo. Prendete il temutissimo Bagnai, andate sul suo blog Goofynomics, cercate il primo post in assoluto, novembre 2011, I salvataggi che non ci salveranno. Diciamo che se quando non sei “nessuno” azzecchi la diagnosi e indovini la prognosi, poi ti può capitare di esercitare la cura a scapito di chi, titolatissimo allora, sbagliò diagnosi, prognosi e cura. Ma il problema è che sono proprio gli stessi che oggi, volgendo le spalle ai cadaveri allineati, brandiscono il dito indice elencandoci diagnosi e prognosi della nuova malattia. Per dire, abbiamo Alberto Alesina e Francesco Giavazzi.
Ormai insieme a Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart sono un modo di dire. Gli studi sull’austerità espansiva e sul livello di debito che innesca i problemi economici sono in economia come la concezione tolemaica. Gente che ci ha insegnato che il Sole ruota attorno alla Terra, e che vorrebbe essere messo a capo della missione su Marte. I due hanno il coraggio di dire che ci sono valanghe di dati che dimostrano che il taglio delle tasse ha moltiplicatori maggiori della spesa pubblica per la crescita. Sì, come ci sono valanghe di dati perfino del Fondo monetario internazionale che dimostrano che le vostre idee di quegli anni erano palle e che, avendo dato voi la rotta avete distrutto interi paesi.
Oppure c’è lo stuntman Maurizio Martina, incaricato di sbattere contro gli spigoli in attesa che l’Attore possa declamare la sua battuta. “Mettono cento miliardi di debito sulle spalle dei giovani in tre anni”. Quando Enrico, morire per Maastricht, Gianni Letta prese la campanella il debito italiano era di 2107 miliardi. E Il conte Paolo Gentiloni, passando per il Bomba, ha lasciato a Conte 2302 miliardi, che fanno 195 miliardi in cinque anni. Le misure del nuovo governo, possono e debbono essere contestate nel metodo e nel merito. Alcune saranno utili, altre inutili, altre dannose, come tutte le politiche economiche. Moltissime di loro, per quel che vale, non mi piacciono. Ma se la mettete giù così o arriva la grande Catastrofe oppure sono guai.
Perché bene non “può” finire. Non “può” nemmeno finire mediocremente, uno zero a zero. Altrimenti che figura ci fanno? Tutte le catastrofi che vedete elencate sulle prime pagine dei giornali non sono circostanze da scongiurare, sono appuntamenti che gli autori si augurano di poter verificare, una per una, e rapidamente perché non è vero che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. Metti che non succede niente, metti che qualcosa davvero funziona, poi come si fa? Metti che il project fear, che ha fallito così clamorosamente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna debba fallire pure da noi?
Che si scopra che due anni dopo la Brexit la Gran Bretagna non è alla fame, in cerca della sua Marmite perduta, ma è un paese più o meno come prima, con la sua piena occupazione e le sue ingiustizie sociali, con i suoi leader litigiosi e incapaci di trovare la rotta, un po’ come la Merkel dopo il voto di settembre, o come il deus ex machina Macron che piagnucola “aiutatemi” al 68% di francesi che lo trova scarsino come Presidente.
E sì, lo sappiamo il peggio deve ancora arrivare per la perfida Albione, l’Europa sta facendo di tutto per prepararglielo, ma insomma, in attesa di Keynes, a Londra vige Mark Twain: la catastrofe del 2016 era fortemente esagerata. Ecco, metti che nel 2020 l’Italia sia ancora più o meno in piedi, meglio comunque del ponte di Genova. Che qualcosa sia rimasto qui, non come Fiat, Versace e Candy per dire. E come li si giustifica i titoli delle ultime 48 ore? Sapete le previsioni economiche sono come quelle del tempo. Scientifiche ma non infallibili. Ora chi aveva più o meno previsto come sarebbero andate le cose dopo il 2011 e lo ha scritto, ha tutto il diritto di dire, avete visto.
Mentre chi ci ha raccontato che andava tutto bene madama la marchesa il suo destino politico lo ha incontrato il 4 marzo. Prendete il temutissimo Bagnai, andate sul suo blog Goofynomics, cercate il primo post in assoluto, novembre 2011, I salvataggi che non ci salveranno. Diciamo che se quando non sei “nessuno” azzecchi la diagnosi e indovini la prognosi, poi ti può capitare di esercitare la cura a scapito di chi, titolatissimo allora, sbagliò diagnosi, prognosi e cura. Ma il problema è che sono proprio gli stessi che oggi, volgendo le spalle ai cadaveri allineati, brandiscono il dito indice elencandoci diagnosi e prognosi della nuova malattia. Per dire, abbiamo Alberto Alesina e Francesco Giavazzi.
Ormai insieme a Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart sono un modo di dire. Gli studi sull’austerità espansiva e sul livello di debito che innesca i problemi economici sono in economia come la concezione tolemaica. Gente che ci ha insegnato che il Sole ruota attorno alla Terra, e che vorrebbe essere messo a capo della missione su Marte. I due hanno il coraggio di dire che ci sono valanghe di dati che dimostrano che il taglio delle tasse ha moltiplicatori maggiori della spesa pubblica per la crescita. Sì, come ci sono valanghe di dati perfino del Fondo monetario internazionale che dimostrano che le vostre idee di quegli anni erano palle e che, avendo dato voi la rotta avete distrutto interi paesi.
Oppure c’è lo stuntman Maurizio Martina, incaricato di sbattere contro gli spigoli in attesa che l’Attore possa declamare la sua battuta. “Mettono cento miliardi di debito sulle spalle dei giovani in tre anni”. Quando Enrico, morire per Maastricht, Gianni Letta prese la campanella il debito italiano era di 2107 miliardi. E Il conte Paolo Gentiloni, passando per il Bomba, ha lasciato a Conte 2302 miliardi, che fanno 195 miliardi in cinque anni. Le misure del nuovo governo, possono e debbono essere contestate nel metodo e nel merito. Alcune saranno utili, altre inutili, altre dannose, come tutte le politiche economiche. Moltissime di loro, per quel che vale, non mi piacciono. Ma se la mettete giù così o arriva la grande Catastrofe oppure sono guai.
Economia & Lobby | 30 settembre 2018
lunedì 1 ottobre 2018
Commissione Ue pronta a bocciare manovra, pressing su deficit/Pil
Fonte: W.S.I. 1 ottobre 2018, di Mariangela Tessa
La Commissione europea è pronta a bocciare la manovra del governo italiano a novembre e ad aprire “una procedura sui conti verso febbraio”.
Lo scrive oggi il quotidiano la Repubblica aggiungendo che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, subirà “una forte pressione affinché almeno provi a cambiare i numeri del deficit”, indicato al 2,4% dal 2019 al 2021.
Segnali dei primi contrasti con Bruxelles erano d’altronde emersi già all’indomani dell’accordo sul DEF. Venerdì scorso Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici, in un’intervista a Bfm Tv e Rmc Info aveva messo in guardia Roma, affermando:
Anche se la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza non sarà ancora sul tavolo dell’Eurogruppo alla riunione di oggi in Lussemburgo, a Bruxelles viene dato per sicuro che se ne parlerà comunque, a margine dei lavori, e soprattutto sarà questa la prima occasione per il ministro italiano dell’Economia, Giovanni Tria, di parlarne a quattr’occhi con il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, e con il vicepresidente della Commissione per l’Euro, Valdis Dombrovskis.
L’intenzione dichiarata dal governo di lasciar aumentare il rapporto deficit/Pil nominale fino al 2,4% (invece dell’1,6% che sarebbe andato bene alla Commissione europea e che Tria avrebbe voluto mantenere nella “nota”), è stata naturalmente vista da Bruxelles come un tentativo di sottrarsi, almeno in parte, alle regole dell’Eurozona; anche se il vicepremier Luigi Di Maio si è affrettato chiarire di non volere lo scontro ma il dialogo con la Commissione, guardiana di quelle regole.
Lo scrive oggi il quotidiano la Repubblica aggiungendo che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, subirà “una forte pressione affinché almeno provi a cambiare i numeri del deficit”, indicato al 2,4% dal 2019 al 2021.
Segnali dei primi contrasti con Bruxelles erano d’altronde emersi già all’indomani dell’accordo sul DEF. Venerdì scorso Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici, in un’intervista a Bfm Tv e Rmc Info aveva messo in guardia Roma, affermando:
“Se gli italiani continuano a indebitarsi, cosa succede? Il tasso di interesse aumenta, il servizio del debito diventa maggiore. Gli italiani non devono sbagliarsi: ogni euro in più per il debito è un euro in meno per le autostrade, per la scuola, per la giustizia sociale. Non abbiamo alcun interesse ad aprire una crisi tra l’Italia e la Commissione, ma non abbiamo neanche interesse a che l’Italia non riduca il suo debito pubblico, che rimane esplosivo“.Il primo banco di prova arriverà tra oggi e domani quando Tria sarà in Lussemburgo per le riunioni mensili di Eurogruppo ed Ecofin.
Anche se la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza non sarà ancora sul tavolo dell’Eurogruppo alla riunione di oggi in Lussemburgo, a Bruxelles viene dato per sicuro che se ne parlerà comunque, a margine dei lavori, e soprattutto sarà questa la prima occasione per il ministro italiano dell’Economia, Giovanni Tria, di parlarne a quattr’occhi con il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, e con il vicepresidente della Commissione per l’Euro, Valdis Dombrovskis.
L’intenzione dichiarata dal governo di lasciar aumentare il rapporto deficit/Pil nominale fino al 2,4% (invece dell’1,6% che sarebbe andato bene alla Commissione europea e che Tria avrebbe voluto mantenere nella “nota”), è stata naturalmente vista da Bruxelles come un tentativo di sottrarsi, almeno in parte, alle regole dell’Eurozona; anche se il vicepremier Luigi Di Maio si è affrettato chiarire di non volere lo scontro ma il dialogo con la Commissione, guardiana di quelle regole.
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lunedì 24 settembre 2018
La Francia dà il via a un maxi-taglio delle tasse: “Deficit-Pil al 2,8%”....
Fonte: Il Fatto Quotidiano di F. Q. | 24 settembre 2018
Il governo della Francia prevede per l’anno prossimo un taglio delle tasse pari a 24,8 miliardi di euro, nel tentativo di dare impulso all’economia e creare più posti di lavoro. Per finanziare la misura, il deficit pubblico del Paese dovrebbe aumentare dal 2,6 per cento del Pil di quest’anno al 2,8 per cento l’anno prossimo, comunque sotto al 3 per cento. Le misure per il 2019 sono basate su una previsione di crescita stimata all’1,7 per cento. Nel dettaglio, le tasse sulle famiglie saranno ridotte di 6 miliardi di euro, quelle alle aziende di 18,8 miliardi. Sono tutte cifre presentate dai due ministri competenti, quello del Bilancio Gérald Darmanin e quello delle Finanze Bruno Le Maire. La prosperità, sottolinea Le Maire, “non deve basarsi su maggiore spesa pubblica, più debito e più imposte”. L’alleggerimento fiscale, infatti, ha rivendicato il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, pur in presenza di un aumento del prezzo dei carburanti, sarà “il più consistente” degli ultimi dieci anni.
Un’iniziativa che ha suscitato, dopo pochi minuti, la reazione del vicepresidente del Consiglio italiano Luigi Di Maio. “La Francia – twitta il ministro per lo Sviluppo – per finanziare la sua manovra economica farà un deficit del 2,8 per cento. Siamo un Paese sovrano esattamente come la Francia. I soldi ci sono e si possono finalmente spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia”. E’ la linea già annunciata e ripetuta più volte dal ministro M5s, fino a stamani, in un’intervista al Fatto Quotidiano: “Reddito di cittadinanza facendo deficit”. Vale la pena ricordare, peraltro, che le “cartelle cliniche” di Francia e Italia sono diverse: il rapporto tra deficit e Pil, per esempio, in Italia è al 133 per cento, mentre in Francia è al 97; lo spread tra buoni del tesoro francesi e tedeschi è poco sopra quota 30 contro l’indice di circa 240 del differenziale italiano.
Per i Cinquestelle, tuttavia, “da Monti in poi le manovre di austerity hanno fatto aumentare il debito pubblico italiano di 300 miliardi di euro, esattamente quello che non voleva l’Europa” come dice il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli. Ecco perché serve quella che il parlamentare grillino definisce “Manovra del popolo” per utilizzare “anche le spese in deficit, non certo per violare i parametri Ue, ma per dare una boccata d’ossigeno ai cittadini più in difficoltà”.
In questa battaglia il governo italiano è unito, nonostante una “guerra di numeri”. Più precisamente, di uno solo, quello del rapporto deficit-Pil: Di Maio punta al 2 per cento, il ministro dell’Economia Giovanni Tria vorrebbe fermarsi all’1,6. Ma questa cifra, sottolinea il presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi (leghista) non è mai uscito dalle labbra di Tria: “Io non ho mai sentito dire a Tria il numero 1,6” dice Borghi a Circo Massimo, su Radio Capital.
Quel numero, secondo Borghi, dovrebbe salire al 2,5: “Stiamo confondendo il numero del Def con la legge di bilancio, l’ex post con l’ex ante. Secondo me, ex ante, un numero vicino al 2,5 porterà come risultato una percentuale più bassa”, spiega Borghi. “Se mettendo un po’ di denaro in circolo aumenterà la crescita, e quindi il Pil, ex post il rapporto deficit-Pil sarà più basso. Con il 2,5 e una credibile politica di crescita, i mercati resteranno tranquilli”. Il resposabile economico della Lega poi nega che con l’aumento del debito lo spread tornerebbe a 500 punti: “Secondo me non c’è alcuna relazione fra debito e spread. I primi paesi che ebbero a che fare con lo spread nel 2011, come Irlanda e Spagna, non avevano debito”.
Il governo della Francia prevede per l’anno prossimo un taglio delle tasse pari a 24,8 miliardi di euro, nel tentativo di dare impulso all’economia e creare più posti di lavoro. Per finanziare la misura, il deficit pubblico del Paese dovrebbe aumentare dal 2,6 per cento del Pil di quest’anno al 2,8 per cento l’anno prossimo, comunque sotto al 3 per cento. Le misure per il 2019 sono basate su una previsione di crescita stimata all’1,7 per cento. Nel dettaglio, le tasse sulle famiglie saranno ridotte di 6 miliardi di euro, quelle alle aziende di 18,8 miliardi. Sono tutte cifre presentate dai due ministri competenti, quello del Bilancio Gérald Darmanin e quello delle Finanze Bruno Le Maire. La prosperità, sottolinea Le Maire, “non deve basarsi su maggiore spesa pubblica, più debito e più imposte”. L’alleggerimento fiscale, infatti, ha rivendicato il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, pur in presenza di un aumento del prezzo dei carburanti, sarà “il più consistente” degli ultimi dieci anni.
Un’iniziativa che ha suscitato, dopo pochi minuti, la reazione del vicepresidente del Consiglio italiano Luigi Di Maio. “La Francia – twitta il ministro per lo Sviluppo – per finanziare la sua manovra economica farà un deficit del 2,8 per cento. Siamo un Paese sovrano esattamente come la Francia. I soldi ci sono e si possono finalmente spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia”. E’ la linea già annunciata e ripetuta più volte dal ministro M5s, fino a stamani, in un’intervista al Fatto Quotidiano: “Reddito di cittadinanza facendo deficit”. Vale la pena ricordare, peraltro, che le “cartelle cliniche” di Francia e Italia sono diverse: il rapporto tra deficit e Pil, per esempio, in Italia è al 133 per cento, mentre in Francia è al 97; lo spread tra buoni del tesoro francesi e tedeschi è poco sopra quota 30 contro l’indice di circa 240 del differenziale italiano.
Per i Cinquestelle, tuttavia, “da Monti in poi le manovre di austerity hanno fatto aumentare il debito pubblico italiano di 300 miliardi di euro, esattamente quello che non voleva l’Europa” come dice il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli. Ecco perché serve quella che il parlamentare grillino definisce “Manovra del popolo” per utilizzare “anche le spese in deficit, non certo per violare i parametri Ue, ma per dare una boccata d’ossigeno ai cittadini più in difficoltà”.
In questa battaglia il governo italiano è unito, nonostante una “guerra di numeri”. Più precisamente, di uno solo, quello del rapporto deficit-Pil: Di Maio punta al 2 per cento, il ministro dell’Economia Giovanni Tria vorrebbe fermarsi all’1,6. Ma questa cifra, sottolinea il presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi (leghista) non è mai uscito dalle labbra di Tria: “Io non ho mai sentito dire a Tria il numero 1,6” dice Borghi a Circo Massimo, su Radio Capital.
Quel numero, secondo Borghi, dovrebbe salire al 2,5: “Stiamo confondendo il numero del Def con la legge di bilancio, l’ex post con l’ex ante. Secondo me, ex ante, un numero vicino al 2,5 porterà come risultato una percentuale più bassa”, spiega Borghi. “Se mettendo un po’ di denaro in circolo aumenterà la crescita, e quindi il Pil, ex post il rapporto deficit-Pil sarà più basso. Con il 2,5 e una credibile politica di crescita, i mercati resteranno tranquilli”. Il resposabile economico della Lega poi nega che con l’aumento del debito lo spread tornerebbe a 500 punti: “Secondo me non c’è alcuna relazione fra debito e spread. I primi paesi che ebbero a che fare con lo spread nel 2011, come Irlanda e Spagna, non avevano debito”.
di F. Q. | 24 settembre 2018
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domenica 27 maggio 2018
Il vero volto...
Ebbene si: il voto non ha più la forza dirompente di alcuni decenni
fa quando con lo spostamento di alcune decine di migliaia voti
maggioranze finivano e altre ne venivano create.... oggi, con l'euro e
l'europa che tutti conosciamo, ciò non vale più; il voto vale poco (meno
anche di 1 vale 1) se si dimostra autonomia rispetto alle istituzioni e
ai mercati.
C'è da pensare che in realtà ciò che conta non sia il voto popolare ma l'assenso delle istituzioni finanziarie: senza il primo cade la maschera che hanno indossato i ceti dirigenti 'europeisti' ma senza il secondo qualunque voto vale meno del due picche: soprattutto se all'economia si vuole mettere uno con la schiena dritta.
E' interessante notare alcune cose: mentre si è storto il naso sul nome di un Ministro con la schiena dritta nulla accadde quando ai dicasteri, non solo economici, si nominavano personaggi che definire discutibili e incompetenti è un eufemismo... Non ricordo 'no possumus presidenziali' per questi figuri; non ricordo ingerenze per politici espressione di lobby o che erano scesi in politica per difendere interessi terz o ... proprii; no.. non c'è n'è ricordo, anzi semmai ricordo la 'tolleranza' nei loro confronti. C'è ricordo di un mezzo golbeddo per nominare Monti al posto di Mr. B; non c'è ricordo di pressioni per far dimettere chi in qualche modo copiò la tesi o è vicina a chi truffò i soldi (che ora si dice devono essere difesi) agli italiani. Di tutto ciò nessun ricordo di intervento dell'Alto Colle mentre rimarrà il ricordo del veto (europeo, del mercato e ... anche italico) a un Ministro che ha motivato le proprie idee rispetto alla UE, al mercato ecc..... e ora? Bé potete scommetterci: Cottarelli ad vitam o almeno finchè sarà necessario alla bisogna, soprattutto per far decantare la, giusta, inkazzatura italica.. perchè alla fine ciò che conta non è il voto del popolo bue ma quello dei mercati e dei paesi stranieri.
C'è da pensare che in realtà ciò che conta non sia il voto popolare ma l'assenso delle istituzioni finanziarie: senza il primo cade la maschera che hanno indossato i ceti dirigenti 'europeisti' ma senza il secondo qualunque voto vale meno del due picche: soprattutto se all'economia si vuole mettere uno con la schiena dritta.
E' interessante notare alcune cose: mentre si è storto il naso sul nome di un Ministro con la schiena dritta nulla accadde quando ai dicasteri, non solo economici, si nominavano personaggi che definire discutibili e incompetenti è un eufemismo... Non ricordo 'no possumus presidenziali' per questi figuri; non ricordo ingerenze per politici espressione di lobby o che erano scesi in politica per difendere interessi terz o ... proprii; no.. non c'è n'è ricordo, anzi semmai ricordo la 'tolleranza' nei loro confronti. C'è ricordo di un mezzo golbeddo per nominare Monti al posto di Mr. B; non c'è ricordo di pressioni per far dimettere chi in qualche modo copiò la tesi o è vicina a chi truffò i soldi (che ora si dice devono essere difesi) agli italiani. Di tutto ciò nessun ricordo di intervento dell'Alto Colle mentre rimarrà il ricordo del veto (europeo, del mercato e ... anche italico) a un Ministro che ha motivato le proprie idee rispetto alla UE, al mercato ecc..... e ora? Bé potete scommetterci: Cottarelli ad vitam o almeno finchè sarà necessario alla bisogna, soprattutto per far decantare la, giusta, inkazzatura italica.. perchè alla fine ciò che conta non è il voto del popolo bue ma quello dei mercati e dei paesi stranieri.
giovedì 24 maggio 2018
Governo M5s-Lega, faremo i Conte con l’Europa?
Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 24 maggio 2018 Massimo Rocca
Dopo il conte abbiamo il Conte. Complice un viaggio sono indietro almeno di una richiesta di scuse. Quella a Matteo Salvini. Non pensavo, non credevo, che avrebbe avuto la forza di mettere in soffitta il Caimano. Siccome l’avevo scritto, riconosco l’errore.
Le prime parole di Giuseppe Conte all’uscita dallo studio alla Vetrata hanno immediatamente riproposto la formidabile domanda ideata da Alberto Bagnai, e poi ripresa da Claudio Borghi, nel corso della lunga marcia che li ha portati ad essere gli economisti di riferimento della Lega. “E se ci dicono di no?” Con queste poche parole hanno demolito tutte le subordinate europeiste, via via sempre più blande, che quel poco di sinistra critica nella accademia e nella politica osava opporre al dogma ideato a Berlino e Francoforte e promulgato da Bruxelles, “un’altra Europa è possibile”.
Basta chiedere a Stefano Fassina o agli eletti della lista Tsipras, o ai firmatari dei tanti documenti degli economisti se negli ultimi dieci anni sia stata possibile. Gli italiani il loro responso lo hanno dato già il 4 marzo. Per evitare di farci dire di no, i nostri rappresentanti, che partivano col pugno di ferro da scaraventare sul tavolo, hanno poi sempre firmato con guanti di velluto ogni successivo giro della corda.
Articolo 81, two pack, six pack, clausole di salvaguardia e via aggiungendo. I firmatari sono gli stessi che in questi giorni hanno toccato vertici inverosimili di, trovate voi la parola, perché vorrei evitare querele. Tipo Pier Carlo Padoan che accusa Borghi di aver fatto perdere l’8% in una seduta a Monte Paschi, mentre durante la sua gestione del ministero dell’economia è crollata del 99%. Oppure gli esperti di spending review che azzardano per il contratto gialloverde aumenti del deficit di 100 o 150 miliardi, cioè esattamente gli stessi aumenti registrati sotto i governi Monti o Renzi, tagliando spese e diritti e non provando a fare deficit spending come vorrebbero fare Salvini e Di Maio. Ma questi sono dettagli.
Il punto resta sempre quello. Lo abbiamo visto in questi giorni, tra spread, borse e Savona. Quel programma che contiene cose orrende dal punto di vista securitario, cose molto discutibili come lo pseudo reddito di cittadinanza che Bagnai soprannominava, giustamente, reddito della gleba perché è un sussidio di disoccupazione condizionato all’accettazione di un lavoro che, ovviamente, verrà retribuito due spicci in più dei 780 euro, insensate come la flat tax che, come ogni abbassamento della pressione fiscale ovunque realizzato, ha come prima vittima i servizi statali e il welfare che il contratto vuole rilanciare, quel programma ha bisogno di risorse e tante.
E per quanto Salvini dica, correttamente, che si punta a finanziarlo con la crescita economica, in attesa della crescita bisogna finanziarlo keynesianamente a debito. E sarebbe anche ora. Se non fosse che, nel giro di dodici mesi, ci sono tre o quattro problemi. La fine del quantitative easing di Francoforte, la fine dell’era Draghi, un probabile deterioramento del ciclo economico. E il fatto che ci possono dire di no. Mattarella, grazie all’articolo 81, e Bruxelles in ogni modo possibile. Come sa Conte (Antonio), un conto è vincere lo scudetto tutti gli anni, un conto la Champions. Per cui l’ossimoro di Conte (Giuseppe) la collocazione europea e gli interessi italiani rischia di arrivare prestissimo ai cartellini gialli e rossi e ai rigori, Var o non Var. Per cui la domanda resta più grande e misteriosa di prima. E se vi dicono di no?
Dopo il conte abbiamo il Conte. Complice un viaggio sono indietro almeno di una richiesta di scuse. Quella a Matteo Salvini. Non pensavo, non credevo, che avrebbe avuto la forza di mettere in soffitta il Caimano. Siccome l’avevo scritto, riconosco l’errore.
Le prime parole di Giuseppe Conte all’uscita dallo studio alla Vetrata hanno immediatamente riproposto la formidabile domanda ideata da Alberto Bagnai, e poi ripresa da Claudio Borghi, nel corso della lunga marcia che li ha portati ad essere gli economisti di riferimento della Lega. “E se ci dicono di no?” Con queste poche parole hanno demolito tutte le subordinate europeiste, via via sempre più blande, che quel poco di sinistra critica nella accademia e nella politica osava opporre al dogma ideato a Berlino e Francoforte e promulgato da Bruxelles, “un’altra Europa è possibile”.
Basta chiedere a Stefano Fassina o agli eletti della lista Tsipras, o ai firmatari dei tanti documenti degli economisti se negli ultimi dieci anni sia stata possibile. Gli italiani il loro responso lo hanno dato già il 4 marzo. Per evitare di farci dire di no, i nostri rappresentanti, che partivano col pugno di ferro da scaraventare sul tavolo, hanno poi sempre firmato con guanti di velluto ogni successivo giro della corda.
Articolo 81, two pack, six pack, clausole di salvaguardia e via aggiungendo. I firmatari sono gli stessi che in questi giorni hanno toccato vertici inverosimili di, trovate voi la parola, perché vorrei evitare querele. Tipo Pier Carlo Padoan che accusa Borghi di aver fatto perdere l’8% in una seduta a Monte Paschi, mentre durante la sua gestione del ministero dell’economia è crollata del 99%. Oppure gli esperti di spending review che azzardano per il contratto gialloverde aumenti del deficit di 100 o 150 miliardi, cioè esattamente gli stessi aumenti registrati sotto i governi Monti o Renzi, tagliando spese e diritti e non provando a fare deficit spending come vorrebbero fare Salvini e Di Maio. Ma questi sono dettagli.
Il punto resta sempre quello. Lo abbiamo visto in questi giorni, tra spread, borse e Savona. Quel programma che contiene cose orrende dal punto di vista securitario, cose molto discutibili come lo pseudo reddito di cittadinanza che Bagnai soprannominava, giustamente, reddito della gleba perché è un sussidio di disoccupazione condizionato all’accettazione di un lavoro che, ovviamente, verrà retribuito due spicci in più dei 780 euro, insensate come la flat tax che, come ogni abbassamento della pressione fiscale ovunque realizzato, ha come prima vittima i servizi statali e il welfare che il contratto vuole rilanciare, quel programma ha bisogno di risorse e tante.
E per quanto Salvini dica, correttamente, che si punta a finanziarlo con la crescita economica, in attesa della crescita bisogna finanziarlo keynesianamente a debito. E sarebbe anche ora. Se non fosse che, nel giro di dodici mesi, ci sono tre o quattro problemi. La fine del quantitative easing di Francoforte, la fine dell’era Draghi, un probabile deterioramento del ciclo economico. E il fatto che ci possono dire di no. Mattarella, grazie all’articolo 81, e Bruxelles in ogni modo possibile. Come sa Conte (Antonio), un conto è vincere lo scudetto tutti gli anni, un conto la Champions. Per cui l’ossimoro di Conte (Giuseppe) la collocazione europea e gli interessi italiani rischia di arrivare prestissimo ai cartellini gialli e rossi e ai rigori, Var o non Var. Per cui la domanda resta più grande e misteriosa di prima. E se vi dicono di no?
mercoledì 16 maggio 2018
contratto fu
Alla fine il topolino è nato. Il cotnratto è firmato e nell'attesa di
saperne i termini le indiscrezioni dicono che solo quando sarà definito
nelle parti politiche, che spettano ai leader politici, ne verremo a
conoscenza e allora si vedrà chi ha detto balle e chi ha rimestato nel
fango per spaventare i cittadini in primis e i mercati.... e devo dire
che, come sempre quando si tratta di soldi, ci sono riusciti: è
ripartito il ricatto dello spread, per fare un esempio... ora vedremo ma
una cosa è subito emersa: no uscita dall'euro e quindi
i populisti/avventuristi lo sono molto meno di come li hanno
disegnati!!!! Al massimo ci sarà un referendum consultivo
sull'argomento..... ma non mi pare che sarà una tragedia.
Per il resto si attenderà la sua pubblicazione.
Quello che vorrei sottolineare è che di fronte a squali politici e finanziari ci vorrebbero politici con un background solido e non figli del prodi/berlusconismo .... che sappiano mantenere saldo il timone e i nervi a fronte delle provocazioni e, contemporaneamente, cittadini consapevoli che almeno conoscano la Costituzione e le conseguenze che al sua applicazioni porterebbero per tutti. Purtroppo non è così e questo sarà il punto debole di questo governo...
Per il resto si attenderà la sua pubblicazione.
Quello che vorrei sottolineare è che di fronte a squali politici e finanziari ci vorrebbero politici con un background solido e non figli del prodi/berlusconismo .... che sappiano mantenere saldo il timone e i nervi a fronte delle provocazioni e, contemporaneamente, cittadini consapevoli che almeno conoscano la Costituzione e le conseguenze che al sua applicazioni porterebbero per tutti. Purtroppo non è così e questo sarà il punto debole di questo governo...
lunedì 30 aprile 2018
Elezioni: la lezione friulana..
Passato il turno elettorale tiriamo le somme.
Il PD tiene (in parte voti di ritorno dalla libera uscita); continua l'opera di distruzione dal di dentro del partito ma, nonostante tutto, tiene e tutto sommato da segni di vitalità.. del tutto insperata.
M5S. Beh l'opera di avvicinamento al PD ha dato i suoi frutti: gli elettori hanno talmente apprezzato la 'nuova linea politica del Capo' che in segno di giubilo gli hanno appena dimezzato i voti (almeno la lettura che ne da il candidato alla presidenza della Regione del Movimento è questa).... messaggio chiaro, mi pare. In attesa di Di Battista, novello cincinnato, che, temo, veda concentrare sul proprio groppone troppe aspettative (e con Fico che nicchia acconciandosi alla bisogna) e se ne tiene fuori.... lontano; dicevo ora il segnale dell'elettorato mi pare chiaro: nessun accordo con chi ci ha ridotti così e disprezzati, derisi ecc. fino alla sera prima.. è vero: la legge elettorale è quel che è, essendo stata pensata proprio per fregare il M5S, e vi hanno contribuito tutti, Lega compresa... tale legge non aiuta anzi rischia di far ridurre il movimento alla stessa stregua del pugile suonato. Ma tant'è e ci si deve arrangiare con quel che si ha. Si pensava che la tattica dei due forni avesse un fine: ossia di dimostrare il grado di inattendibilità dell'attuale sistema di partiti ma la verità, lentamente, sta venendo a galla; l'assoluta mancanza di una strategia politica e e una visione di medio periodo.. e non è cosa da poco visto che si candidano al governo del paese. Qui ci voleva altro: una cosa semplice semplice bastava ossia una volta dimostrato che non puoi accordarti con la Lega e i suoi alleati e anche con il pd torni dal Capo di Stato e gli dici che è impossibile e che si torni alle urne: evitavi di farti lavorare ai fianchi e spendevi bene il mandato ricevuto, facile, no? E invece.. invece si è giocato a imitare il Divo (...) senz'averne né la statura nè tutto il resto e i risultati si vedono: meno che c'è l'ex segretario del PD che, per motivi tutti suoi e che sono ben noti, tiene duro, altrimenti ci ritrovavamo con un abbraccio mortale e non solo per il movimento ma per il paese o meglio per quella parte di paese che vuol dare un taglio alla vecchia politica che tanto il Capo politico attuale del M5S mostrava di disdegnare ma che con cui voleva farci addirittura un governo..
Chi ha vinto? Bé mi pare chiaro: in primis la Lega!!! Senza se e senza ma, poi Fratelli d'Italia (quindi il fronte sovranista .. presunto tale) e F.I. che diciamo 'tiene' più o meno. Si il centrodestra vince ma non per propria proposta e bravura ma per insipienza altrui.... del PD in primis e del M5S in secundis. I primi troppo presi dai loro affari e i secondi preda di una sorta di governatio precox (..) un pò poco.
Personalmente se continua di questo passo alle, temo ormai prossime, elezioni se il M5S rimane su queste posizioni si troverà, felicemente, costretto o a non votare o.. a votare turandosi tutto (non solo il naso).. Lega
Il PD tiene (in parte voti di ritorno dalla libera uscita); continua l'opera di distruzione dal di dentro del partito ma, nonostante tutto, tiene e tutto sommato da segni di vitalità.. del tutto insperata.
M5S. Beh l'opera di avvicinamento al PD ha dato i suoi frutti: gli elettori hanno talmente apprezzato la 'nuova linea politica del Capo' che in segno di giubilo gli hanno appena dimezzato i voti (almeno la lettura che ne da il candidato alla presidenza della Regione del Movimento è questa).... messaggio chiaro, mi pare. In attesa di Di Battista, novello cincinnato, che, temo, veda concentrare sul proprio groppone troppe aspettative (e con Fico che nicchia acconciandosi alla bisogna) e se ne tiene fuori.... lontano; dicevo ora il segnale dell'elettorato mi pare chiaro: nessun accordo con chi ci ha ridotti così e disprezzati, derisi ecc. fino alla sera prima.. è vero: la legge elettorale è quel che è, essendo stata pensata proprio per fregare il M5S, e vi hanno contribuito tutti, Lega compresa... tale legge non aiuta anzi rischia di far ridurre il movimento alla stessa stregua del pugile suonato. Ma tant'è e ci si deve arrangiare con quel che si ha. Si pensava che la tattica dei due forni avesse un fine: ossia di dimostrare il grado di inattendibilità dell'attuale sistema di partiti ma la verità, lentamente, sta venendo a galla; l'assoluta mancanza di una strategia politica e e una visione di medio periodo.. e non è cosa da poco visto che si candidano al governo del paese. Qui ci voleva altro: una cosa semplice semplice bastava ossia una volta dimostrato che non puoi accordarti con la Lega e i suoi alleati e anche con il pd torni dal Capo di Stato e gli dici che è impossibile e che si torni alle urne: evitavi di farti lavorare ai fianchi e spendevi bene il mandato ricevuto, facile, no? E invece.. invece si è giocato a imitare il Divo (...) senz'averne né la statura nè tutto il resto e i risultati si vedono: meno che c'è l'ex segretario del PD che, per motivi tutti suoi e che sono ben noti, tiene duro, altrimenti ci ritrovavamo con un abbraccio mortale e non solo per il movimento ma per il paese o meglio per quella parte di paese che vuol dare un taglio alla vecchia politica che tanto il Capo politico attuale del M5S mostrava di disdegnare ma che con cui voleva farci addirittura un governo..
Chi ha vinto? Bé mi pare chiaro: in primis la Lega!!! Senza se e senza ma, poi Fratelli d'Italia (quindi il fronte sovranista .. presunto tale) e F.I. che diciamo 'tiene' più o meno. Si il centrodestra vince ma non per propria proposta e bravura ma per insipienza altrui.... del PD in primis e del M5S in secundis. I primi troppo presi dai loro affari e i secondi preda di una sorta di governatio precox (..) un pò poco.
Personalmente se continua di questo passo alle, temo ormai prossime, elezioni se il M5S rimane su queste posizioni si troverà, felicemente, costretto o a non votare o.. a votare turandosi tutto (non solo il naso).. Lega
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mercoledì 28 marzo 2018
Pd, la finissima strategia politica renziana: il rosicamento
Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 28 marzo 2018 Andrea Scanzi
Dopo giorni e giorni di attente analisi e osservazioni, ho finalmente compreso la finissima strategia politica di Matteo Renzi e dunque del Pd: il rosicamento. Chi ancora fa appelli per un accordo tra M5S e Pd, e sapete che io non li ho mai fatti, spera l’impossibile. E non è il caso.
A oggi il Pd è ancora pressoché interamente renziano e non può esserci accordo tra grillini e renziani: sono due mondi inconciliabili. Credo poi che, se fosse chiesto alla base del Pd (ammesso che una “base” ancora esista) se vuole o no un accordo con Di Maio, la maggioranza direbbe no. Chi ancora vota Pd è in larga parte renziano, mentre chi era possibilista nei confronti dei 5 Stelle si è già spostato e ormai li vota (infatti sono passati dal 40 abbondante al 18 stitico in neanche quattro anni). Sarebbe certo giusto chiedere agli iscritti cosa fare, ma ritengo che – in maniera del tutto lecita, s’intende – risponderebbero così: “Con i grillini neanche morti”. E’ tempo di capire che l’equazione “Pd=partito di sinistra” non ha senso da un bel pezzo, essendo ormai il Pd un partito personalistico e padronale, gestito da un reuccio che non ne indovina mezza ma che non ha oppositori interni.
Torniamo però alla finissima strategia politica elaborata da Renzi, sempre bravissimo a non imparare nulla dai propri (continui) errori e dalle proprie (infinite) sconfitte. Dopo avere distrutto in quattro anni un partito, Renzi e i renziani hanno partorito un’altra strategia puntualmente infantile e sconsiderata: “Tanto meglio tanto peggio”. Oppure, se preferite: “Lasciamoli schiantare”.
Dopo una Waterloo di dimensioni bibliche, l’unica cosa che questi geni contemporanei hanno saputo partorire è stato il rosicamento. La reazione rancorosa di chi ha perso e se ne sta in un angolo, sperando che un meteorite cada sul campo e che a quel punto Dio gli dia la vittoria a tavolino. Infatti son lì che tifano perché Luigi Di Maio vada con Matteo Salvini e magari pure con Berlusconi, per poter poi dire che anche i grillini ci hanno la rogna e che Nicola Morra in un’altra vita è stato Goring.
Chissà cosa ha mai fatto l’Italia per meritarsi questo morbo goffo-renziano che fa danni tanto quando vince (quasi mai) quanto quando perde (quasi sempre). Certo, sarebbe ora che questi benedetti “non-renziani del Pd”, entità ormai metafisica e trascendente, battessero un colpo: ma non lo battono mica. E la mestizia, nel frattempo, esonda.
I renziani hanno perso tutto e ancora danno la colpa agli elettori, alla sfiga e alla congiura: che maturità politica accecante. Si sono autoconsegnati all’irrilevanza e ne godono pure. Starsene in disparte come bambini mocciosi e sperare nel disastro altrui – e incidentalmente del paese – è tanto infantile quanto politicamente folle. Un Aventino dei poveri, anzi dei poveracci, che non fa che regalare altro consenso a M5S e centrodestra, che è poi quel che in fondo ha (quasi) sempre fatto il Pd. Riuscendo persino a peggiorare di giorno in giorno, fino a questo parossismo di boria&nulla chiamato renzismo.
Dopo giorni e giorni di attente analisi e osservazioni, ho finalmente compreso la finissima strategia politica di Matteo Renzi e dunque del Pd: il rosicamento. Chi ancora fa appelli per un accordo tra M5S e Pd, e sapete che io non li ho mai fatti, spera l’impossibile. E non è il caso.
A oggi il Pd è ancora pressoché interamente renziano e non può esserci accordo tra grillini e renziani: sono due mondi inconciliabili. Credo poi che, se fosse chiesto alla base del Pd (ammesso che una “base” ancora esista) se vuole o no un accordo con Di Maio, la maggioranza direbbe no. Chi ancora vota Pd è in larga parte renziano, mentre chi era possibilista nei confronti dei 5 Stelle si è già spostato e ormai li vota (infatti sono passati dal 40 abbondante al 18 stitico in neanche quattro anni). Sarebbe certo giusto chiedere agli iscritti cosa fare, ma ritengo che – in maniera del tutto lecita, s’intende – risponderebbero così: “Con i grillini neanche morti”. E’ tempo di capire che l’equazione “Pd=partito di sinistra” non ha senso da un bel pezzo, essendo ormai il Pd un partito personalistico e padronale, gestito da un reuccio che non ne indovina mezza ma che non ha oppositori interni.
Torniamo però alla finissima strategia politica elaborata da Renzi, sempre bravissimo a non imparare nulla dai propri (continui) errori e dalle proprie (infinite) sconfitte. Dopo avere distrutto in quattro anni un partito, Renzi e i renziani hanno partorito un’altra strategia puntualmente infantile e sconsiderata: “Tanto meglio tanto peggio”. Oppure, se preferite: “Lasciamoli schiantare”.
Dopo una Waterloo di dimensioni bibliche, l’unica cosa che questi geni contemporanei hanno saputo partorire è stato il rosicamento. La reazione rancorosa di chi ha perso e se ne sta in un angolo, sperando che un meteorite cada sul campo e che a quel punto Dio gli dia la vittoria a tavolino. Infatti son lì che tifano perché Luigi Di Maio vada con Matteo Salvini e magari pure con Berlusconi, per poter poi dire che anche i grillini ci hanno la rogna e che Nicola Morra in un’altra vita è stato Goring.
Chissà cosa ha mai fatto l’Italia per meritarsi questo morbo goffo-renziano che fa danni tanto quando vince (quasi mai) quanto quando perde (quasi sempre). Certo, sarebbe ora che questi benedetti “non-renziani del Pd”, entità ormai metafisica e trascendente, battessero un colpo: ma non lo battono mica. E la mestizia, nel frattempo, esonda.
I renziani hanno perso tutto e ancora danno la colpa agli elettori, alla sfiga e alla congiura: che maturità politica accecante. Si sono autoconsegnati all’irrilevanza e ne godono pure. Starsene in disparte come bambini mocciosi e sperare nel disastro altrui – e incidentalmente del paese – è tanto infantile quanto politicamente folle. Un Aventino dei poveri, anzi dei poveracci, che non fa che regalare altro consenso a M5S e centrodestra, che è poi quel che in fondo ha (quasi) sempre fatto il Pd. Riuscendo persino a peggiorare di giorno in giorno, fino a questo parossismo di boria&nulla chiamato renzismo.
martedì 27 marzo 2018
Italia bomba a orologeria, troppo grande per essere salvata
Fonte: W.S.I. 27 marzo 2018, di Livia Liberatore
Una
guerra commerciale, una recessione economica globale e l’Italia. Sono
queste le tre fonti potenziali di instabilità della zona euro, secondo
Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times. L’Italia è la più prevedibile. Dal periodo successivo alla crisi finanziaria l’Italia ha un’unica ricetta possibile: restrizioni fiscali e riforme economiche
permanenti per garantire la sostenibilità del debito. Ma, nota
l’editorialista, i due partiti vincitori nelle recenti elezioni
politiche, il Movimento 5 Stelle e la Lega, hanno sostenuto tutto il
contrario.
Il primo momento critico sarà il bilancio del 2019, che dovrà essere approvato entro questo autunno. I partiti populisti rappresentano circa il 60% dei parlamentari e senatori italiani. La loro priorità non sarà quella di seguire le regole fiscali dell’Unione europea: la maggioranza del parlamento non sembra avere intenzione di approvare un budget di austerità. “Quindi perché i mercati finanziari sono così calmi?” si chiede Munchau.
La tranquillità dei mercati sull’Italia è dovuta a due errori di valutazione, che l’editorialista del Ft smentisce. Il presidente della Banca centrale europea non verrà in aiuto di uno Stato membro che si oppone in modo deliberato alle regole fiscali. E l’establishment italiano non riuscirà a tenere lontani gli estremisti dal potere: il voto per Lega e M5S è “la prevedibile risposta a due decenni di politica economica che non è riuscita a creare posti di lavoro per i giovani“. Nessun Paese può mantenere uno spirito europeista in presenza di una calamità economica permanente come questa, spiega Munchau.
Le proposte economiche avanzate dai due partiti vincitori, come quella del reddito di cittadinanza, sono incoerenti con l’adesione alle regole fiscali dell’Ue. “L’Italia è troppo grande per essere salvata e troppo grande per fallire”, si legge nel commento. L’eurozona non ha strumenti per affrontare con efficacia la crisi di un grande Paese. Soltanto l’istituzione di una singola risorsa sicura come supporto per i mercati finanziari e di uno strumento di finanziamento per creare capacità di risanamento economico per gli Stati in difficoltà della zona euro potrebbe avere qualche effetto. Ma, secondo Munchau, siamo ancora lontani da questa prospettiva.
Il primo momento critico sarà il bilancio del 2019, che dovrà essere approvato entro questo autunno. I partiti populisti rappresentano circa il 60% dei parlamentari e senatori italiani. La loro priorità non sarà quella di seguire le regole fiscali dell’Unione europea: la maggioranza del parlamento non sembra avere intenzione di approvare un budget di austerità. “Quindi perché i mercati finanziari sono così calmi?” si chiede Munchau.
La tranquillità dei mercati sull’Italia è dovuta a due errori di valutazione, che l’editorialista del Ft smentisce. Il presidente della Banca centrale europea non verrà in aiuto di uno Stato membro che si oppone in modo deliberato alle regole fiscali. E l’establishment italiano non riuscirà a tenere lontani gli estremisti dal potere: il voto per Lega e M5S è “la prevedibile risposta a due decenni di politica economica che non è riuscita a creare posti di lavoro per i giovani“. Nessun Paese può mantenere uno spirito europeista in presenza di una calamità economica permanente come questa, spiega Munchau.
Le proposte economiche avanzate dai due partiti vincitori, come quella del reddito di cittadinanza, sono incoerenti con l’adesione alle regole fiscali dell’Ue. “L’Italia è troppo grande per essere salvata e troppo grande per fallire”, si legge nel commento. L’eurozona non ha strumenti per affrontare con efficacia la crisi di un grande Paese. Soltanto l’istituzione di una singola risorsa sicura come supporto per i mercati finanziari e di uno strumento di finanziamento per creare capacità di risanamento economico per gli Stati in difficoltà della zona euro potrebbe avere qualche effetto. Ma, secondo Munchau, siamo ancora lontani da questa prospettiva.
lunedì 26 marzo 2018
Governo: che fare? O meglio che farei io?
No, non è la riedizione del più noto che fare di Lenin: non ho
quell'ambizione né devo fare un favore al germanico impero chiudendogli
ad est le frontiere.. no; penso ad altro. La novità uscita dalle
elezioni per un paese come questo è enorme: ha quasi il sapore di una
beffa dei cittadini verso questa, fin troppo, classe di politici cui
finora è stato perdonato e permesso di fare praticamente tutto. Almeno
finchè la tasca non è stata completamente svuotata.... allora anziché
fare la rivoluzione i cittadini hanno rivoluzionato il quadro politico:
in un sol colpo hanno cancellato una buona parte del panorama politico:
un pò come accaddee per il referendum sull'acqua e quello sul nucleare.
Tralascio i sondaggi pre voto perchè ormai non servono a una cippa e
perchè ormai gli italiani hanno perfettamente metabolizzato il giochino
e, da bravi burloni, dicono una cosa e fanno esattamente l'opposto.
LA domanda che i tanti (soprattutto nelle aule sorde e grigie) si pongono: 'con' e 'chi'? Già, un bel rebus, ma io no sono d'accordo perchè in teoria tutto dovrebbe essere già scritto: chi vince (Lega e M5S) governa e gli altri, se la sanno fare, faranno opposizione: ma siamo in Italia e quindi siamo bizantini... e l'Ufficio Complicazione Affari Semplici l'abbiamo inventato proprio noi. Quindi?
Quindi: al momento siamo in alto mare.... ma a me non meraviglierebbe se alla fine dei giochi ci sarà un Governo a guida leghista ma con una cabina di regia condivisa fra Lega e 5 Stelle con l'appoggio, suo malgrado, della coalizione di centrodestra (che vedrà accolti i desiderata di posti e prebende). Ma questo governo cosa dovrebeb fare?
Semplice; fossi io al loro posto il prodromo di tutto dovrebbe una cosa sola, una singola cosa: AZZERARE la lavagna (intendendo per lavagna tutte le riforme fatte dal '94 in poi...) e cominciare a scrivere; basterebbe applicare e unire, per quanto possibile, i due progammi e gettare le basi per attuarli. Se ci sono voluti oltre 20 anni altrettanti ce ne vorranno....
Sono ingenuo o illuso? Può darsi ma mi piace pensare che queste due forze, e i loro corollari poco più che insignificanti, siano coscienti del mandato ricevuto dagli elettori e che cosa ci si aspetti che facciano: in quest'ottica un'idea del genere è molto meno peregrina. Non mi si venga a dire che è questine di soldi perchè se ritorniamo a essere sovrani come Stato non abbiamo più fra i piedi controllori interessati e quindi possiamo agire nell'interesse del paese e non di Brussells.
A puro titolo esemplificativo (e dopo aver azzerato la lavagna.... o almeno cominciato a farlo):
ecc. ecc.
LA domanda che i tanti (soprattutto nelle aule sorde e grigie) si pongono: 'con' e 'chi'? Già, un bel rebus, ma io no sono d'accordo perchè in teoria tutto dovrebbe essere già scritto: chi vince (Lega e M5S) governa e gli altri, se la sanno fare, faranno opposizione: ma siamo in Italia e quindi siamo bizantini... e l'Ufficio Complicazione Affari Semplici l'abbiamo inventato proprio noi. Quindi?
Quindi: al momento siamo in alto mare.... ma a me non meraviglierebbe se alla fine dei giochi ci sarà un Governo a guida leghista ma con una cabina di regia condivisa fra Lega e 5 Stelle con l'appoggio, suo malgrado, della coalizione di centrodestra (che vedrà accolti i desiderata di posti e prebende). Ma questo governo cosa dovrebeb fare?
Semplice; fossi io al loro posto il prodromo di tutto dovrebbe una cosa sola, una singola cosa: AZZERARE la lavagna (intendendo per lavagna tutte le riforme fatte dal '94 in poi...) e cominciare a scrivere; basterebbe applicare e unire, per quanto possibile, i due progammi e gettare le basi per attuarli. Se ci sono voluti oltre 20 anni altrettanti ce ne vorranno....
Sono ingenuo o illuso? Può darsi ma mi piace pensare che queste due forze, e i loro corollari poco più che insignificanti, siano coscienti del mandato ricevuto dagli elettori e che cosa ci si aspetti che facciano: in quest'ottica un'idea del genere è molto meno peregrina. Non mi si venga a dire che è questine di soldi perchè se ritorniamo a essere sovrani come Stato non abbiamo più fra i piedi controllori interessati e quindi possiamo agire nell'interesse del paese e non di Brussells.
A puro titolo esemplificativo (e dopo aver azzerato la lavagna.... o almeno cominciato a farlo):
- acqua pubblica dove le tariffe siano tali e basate sul consumo effettivo e non un servizio che si perde se s'incontrano difficoltà per pagarle;
- bollette con cui si paga il consumo e non per fare altre mille cose e con cui, grazie al costo fisso, le aziende hanno la certezza del rientro certo del loro investimento al di là dei proclami sul libero mercato;
- Sanità pubblica ricostruita dalle macerie attuali;
- Scuola pubblica cui venga ridata la dignità che le spetta;
- Università degna della tradizione plurisecolare da cui proviene;
- Pubblica Amministrazione finalmente human friendly;
- Evasori ed Elusori che perdono il diritto di voto;
- Pensioni che ritornino a essere il ristoro di una vita di lavoro e non un peso sociale;
- eliminazione delle guarentigie economiche per i parlamentari (sostituite con rimborsi per le spese effettivamente sostenute);
ecc. ecc.
mercoledì 21 marzo 2018
Nuovo governo, M5s traccia il suo perimetro. Nonostante la trappola del Rosatellum
Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 21 marzo 2018 Daniela Gaudenzi
C’è qualche segnale di movimento, dopo due settimane che lasciavano immaginare un post voto persino più sfibrante della campagna elettorale, anche perché l’imminente elezione dei presidenti delle Camere impone a vincitori e sconfitti, inclusi quelli che come Silvio Berlusconi pretenderebbero di continuare a distribuire i posti, di prendere atto della realtà.
Oltre al frutto politico avvelenato della legge elettorale che, concepita per azzoppare la vittoria del M5S, rischia di infilare il paese in un cul de sac il paese, si sono dispiegati anche sul piano “tecnico” gli effetti nefasti del Rosatellum.
Infatti ci sono voluti ben quindici giorni perché finalmente la Corte di Cassazione riuscisse a diffondere la lista definitiva degli eletti che è arrivata in contemporanea con l’adempimento delle formalità di inizio legislatura per i neosenatori; e la serie di verifiche, riconteggi e ricorsi si deve alle complicazioni, mai viste prima de Rosatellum, per la redistribuzione dei voti all’interno delle coalizioni combinate con la possibilità per ogni candidato di correre in ben cinque diversi collegi plurinominali.
Nessuno tra i maggiori responsabili nonché beneficiari, secondo le intenzioni, dei macchinosi inghippi del Rosatellum ha accennato minimamente ad un mea culpa.
Ettore Rosato – artefice del capolavoro legislativo – a chi osa avanzare qualche perplessità sugli effetti del prodotto, risponde sprezzante (come ha fatto giovedì scorso a Piazza Pulita) che si è trattato della legge elettorale approvata con il più vasto consenso parlamentare della storia repubblicana ma si dimentica di aggiungere che è avvenuto anche “grazie” alla raffica di voti di fiducia; poi senza il minimo imbarazzo fa notare che prima si votava con il Porcellum. Poi abbastanza sorprendentemente lo stesso Ettore Rosato si è dichiarato favorevole ad un referendum tra gli iscritti in merito ad una eventuale ipotesi di governo con il M5S e solo 24 ore dopo ha ritenuto opportuno smentirsi dichiarando che il referendum da sottoporre agli iscritti manca “dell’oggetto” e cioè la proposta: ma se è così non sembra che ci fosse nemmeno il giorno prima.
Intanto la coppia del Nazareno, con i relativi supporter, è più che mai impegnata nel tentativo di impedire con mezzi di molteplice natura qualsiasi uscita dallo stallo che non li veda almeno coprotagonisti. E che Renzi con il suo cospicuo plotone parlamentare di fedelissimi in grado, non si sa ancora per quanto, di condizionare le mosse di un partito in stato confusionale così come B. impensierito dalla “spregiudicatezza” di Matteo Salvini e terrorizzato dallo spettro di nuove elezioni vogliano convergere un’irresistibile quanto improbabile ammucchiata PD- centrodestra è quasi una non notizia.
Così mentre i capigruppo del M5S stanno facendo il secondo giro di colloqui con tutti per le presidenze delle camere da FI è arrivato solo da Toti l’ovvio riconoscimento che “il M5S è indubbiamente l’interlocutore istituzionale” mentre B. dall’alto del suo 14% si era compiaciuto di “aprire la porta per cacciarli” con contestuale raccomandazione ai neoletti di avvicinare i “grillozzi“, come li chiama con trasudante disprezzo Il Foglio, per “persuaderli” con discrezione e con i consolidati metodi alla sua causa.
E analogamente i renziani stanno perseverando nel non capire, come gli ha rimproverato persino Andrea Orlando, fino a prova contraria non un fan grillino, che sarebbe ora di “fare basta con la spocchia verso i 5Stelle sui congiuntivi, sui curriculum e sulle proposte”. Anche perché, come ha dovuto ancora una volta spiegare una voce fuori dal coro e vicina alla realtà, questa volta quella del giovane Nicholas Ferrante, giunta da Avellino, gli elettori del Pd “hanno votato il M5S contro un sistema marcio e clientelare, contro i signori delle tessere” e cioè hanno guardato dove hanno individuato la difesa di valori, principi e beni comuni ed irrinunciabili come “l’onestà, la moralità, la sovranità popolare, la democrazia diretta, il lavoro, i diritti, l’acqua pubblica” che non ha più trovato casa e da troppo tempo nel loro partito di riferimento.
Di Maio alla prima riunione con i senatori ha ribadito che prima ci si accorderà sui metodi e poi sui nomi e per non sbagliare con un preciso riferimento ai nomi che circolano per il Senato, in primis quello di Paolo Romani, ha di nuovo sottolineato con assoluta chiarezza il NO per chi è condannato o sotto processo. Beppe Grillo in una lunga intervista a Repubblica ha ripetuto che “l’epoca dei vaffa è finita ma quella degli inciuci non comincerà”.
Per ora, anche se a qualcuno può sembrare poco, mentre a tanti navigatori di lungo corso e rottamatori gattopardeschi la conferma della sprovvedutezza e dell'”infantilismo” del M5S, il perimetro minimo della trasparenza, della disponibilità all’accordo nel rispetto delle istituzioni, della coerenza con i valori di riferimento è stato tracciato.
Politica | 21 marzo 201
C’è qualche segnale di movimento, dopo due settimane che lasciavano immaginare un post voto persino più sfibrante della campagna elettorale, anche perché l’imminente elezione dei presidenti delle Camere impone a vincitori e sconfitti, inclusi quelli che come Silvio Berlusconi pretenderebbero di continuare a distribuire i posti, di prendere atto della realtà.
Oltre al frutto politico avvelenato della legge elettorale che, concepita per azzoppare la vittoria del M5S, rischia di infilare il paese in un cul de sac il paese, si sono dispiegati anche sul piano “tecnico” gli effetti nefasti del Rosatellum.
Infatti ci sono voluti ben quindici giorni perché finalmente la Corte di Cassazione riuscisse a diffondere la lista definitiva degli eletti che è arrivata in contemporanea con l’adempimento delle formalità di inizio legislatura per i neosenatori; e la serie di verifiche, riconteggi e ricorsi si deve alle complicazioni, mai viste prima de Rosatellum, per la redistribuzione dei voti all’interno delle coalizioni combinate con la possibilità per ogni candidato di correre in ben cinque diversi collegi plurinominali.
Nessuno tra i maggiori responsabili nonché beneficiari, secondo le intenzioni, dei macchinosi inghippi del Rosatellum ha accennato minimamente ad un mea culpa.
Ettore Rosato – artefice del capolavoro legislativo – a chi osa avanzare qualche perplessità sugli effetti del prodotto, risponde sprezzante (come ha fatto giovedì scorso a Piazza Pulita) che si è trattato della legge elettorale approvata con il più vasto consenso parlamentare della storia repubblicana ma si dimentica di aggiungere che è avvenuto anche “grazie” alla raffica di voti di fiducia; poi senza il minimo imbarazzo fa notare che prima si votava con il Porcellum. Poi abbastanza sorprendentemente lo stesso Ettore Rosato si è dichiarato favorevole ad un referendum tra gli iscritti in merito ad una eventuale ipotesi di governo con il M5S e solo 24 ore dopo ha ritenuto opportuno smentirsi dichiarando che il referendum da sottoporre agli iscritti manca “dell’oggetto” e cioè la proposta: ma se è così non sembra che ci fosse nemmeno il giorno prima.
Intanto la coppia del Nazareno, con i relativi supporter, è più che mai impegnata nel tentativo di impedire con mezzi di molteplice natura qualsiasi uscita dallo stallo che non li veda almeno coprotagonisti. E che Renzi con il suo cospicuo plotone parlamentare di fedelissimi in grado, non si sa ancora per quanto, di condizionare le mosse di un partito in stato confusionale così come B. impensierito dalla “spregiudicatezza” di Matteo Salvini e terrorizzato dallo spettro di nuove elezioni vogliano convergere un’irresistibile quanto improbabile ammucchiata PD- centrodestra è quasi una non notizia.
Così mentre i capigruppo del M5S stanno facendo il secondo giro di colloqui con tutti per le presidenze delle camere da FI è arrivato solo da Toti l’ovvio riconoscimento che “il M5S è indubbiamente l’interlocutore istituzionale” mentre B. dall’alto del suo 14% si era compiaciuto di “aprire la porta per cacciarli” con contestuale raccomandazione ai neoletti di avvicinare i “grillozzi“, come li chiama con trasudante disprezzo Il Foglio, per “persuaderli” con discrezione e con i consolidati metodi alla sua causa.
E analogamente i renziani stanno perseverando nel non capire, come gli ha rimproverato persino Andrea Orlando, fino a prova contraria non un fan grillino, che sarebbe ora di “fare basta con la spocchia verso i 5Stelle sui congiuntivi, sui curriculum e sulle proposte”. Anche perché, come ha dovuto ancora una volta spiegare una voce fuori dal coro e vicina alla realtà, questa volta quella del giovane Nicholas Ferrante, giunta da Avellino, gli elettori del Pd “hanno votato il M5S contro un sistema marcio e clientelare, contro i signori delle tessere” e cioè hanno guardato dove hanno individuato la difesa di valori, principi e beni comuni ed irrinunciabili come “l’onestà, la moralità, la sovranità popolare, la democrazia diretta, il lavoro, i diritti, l’acqua pubblica” che non ha più trovato casa e da troppo tempo nel loro partito di riferimento.
Di Maio alla prima riunione con i senatori ha ribadito che prima ci si accorderà sui metodi e poi sui nomi e per non sbagliare con un preciso riferimento ai nomi che circolano per il Senato, in primis quello di Paolo Romani, ha di nuovo sottolineato con assoluta chiarezza il NO per chi è condannato o sotto processo. Beppe Grillo in una lunga intervista a Repubblica ha ripetuto che “l’epoca dei vaffa è finita ma quella degli inciuci non comincerà”.
Per ora, anche se a qualcuno può sembrare poco, mentre a tanti navigatori di lungo corso e rottamatori gattopardeschi la conferma della sprovvedutezza e dell'”infantilismo” del M5S, il perimetro minimo della trasparenza, della disponibilità all’accordo nel rispetto delle istituzioni, della coerenza con i valori di riferimento è stato tracciato.
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martedì 6 marzo 2018
Elezioni: la trappola
Ho posta to apposta ieri l'articolo di Andrea Scanzi
non solo perchè lo condivido in toto ma soprattutto perchè, con
arguzia, ha detto chiaramente quel che 7 italiani su 10 pensano da anni,
il sottoscritto compreso, ma che non sempre possono o, per stanchezza,
vogliono dire: queste elezioni sono l'addio, almeno per i cittadini, a
questi politici e agli ultimi 25 anni di politica italiana.. del tutto
fallimentare: siamo più poveri; più cattivi, più egoisti; più razzisti;
più violenti e, soprattutto, senza futuro non solo per noi ma per i
nostri figli.
Gli italiani hanno parlato chiaro dicendo basta con tutti loro. C'hanno messo un macigno sopra e non ne vogliono nemmeno più sentir parlare.
Pensate, però, che davvero sia finita qui? O meglio, pensate davvero che questi si 'dimettono' sul serio e se ne vanno a godersi le rendite maturate alle Canarie o chissà dove? Vana speranza: non molleranno, anzi semmai terranno duro e non si periteranno di fare ancora più danni inguaiando ancora di più il paese pur di evitare quel che ieri si è detto chiaro: il paese ha cambiato pagina ma loro no.
Ha ragione Scanzi: i 5 stelle devono evitare di farsi carico, insistendo, di andare a un governicchio di minoranza con chi ci sta per farsi erodere il consenso. Non hanno imparato nulla dalle esperienze romane o torinesi? Hanno già dimenticato lo stillicidio giornaliero fatto sulle sindache dai media? spero di no perchè sarebbe proprio un errore storico da cui non solo loro ma l'intero paese non si risolleverebbe più, ma proprio più..... a meno di non votare tutti Lega. Già il trappolone: ci stanno lavorando duramente: Confindustria si è già schierata aprendo ai pentastellati; l'altra parte della tenaglia è Scalfari (forse mandato avanti in avanscoperta da qualcun'altro ..... forse la famosa tessera n°1?); manca l'esca (un incarico di governo senz'avere i numeri) e la preda (i 5 stelle) che cade in trappola.
Cadranno o sapranno evitarla? Ai posteri l'ardua sentenza e se non fosse che saremo noi a pagarne le conseguenze sarebbe quasi da guardare con un divertito distacco.... per intendersi con l'espressione che aveva Sordi, quando girò il film 'In viaggio con papà', quando guardava quel figlio un pò così (...) egregiamente interpretato da un grandissimo Verdone!!!
Perchè il problema è esattamente questo: mentre impazza 'La grande bellezza (un inno alla sinistra che lotta ... nei salotti dei .... parioli') del paese non importa a loro e non importa a chi gli sta dietro e a quella parte del paese che in questi anni si è arricchito ai nostri danni....
Gli italiani hanno parlato chiaro dicendo basta con tutti loro. C'hanno messo un macigno sopra e non ne vogliono nemmeno più sentir parlare.
Pensate, però, che davvero sia finita qui? O meglio, pensate davvero che questi si 'dimettono' sul serio e se ne vanno a godersi le rendite maturate alle Canarie o chissà dove? Vana speranza: non molleranno, anzi semmai terranno duro e non si periteranno di fare ancora più danni inguaiando ancora di più il paese pur di evitare quel che ieri si è detto chiaro: il paese ha cambiato pagina ma loro no.
Ha ragione Scanzi: i 5 stelle devono evitare di farsi carico, insistendo, di andare a un governicchio di minoranza con chi ci sta per farsi erodere il consenso. Non hanno imparato nulla dalle esperienze romane o torinesi? Hanno già dimenticato lo stillicidio giornaliero fatto sulle sindache dai media? spero di no perchè sarebbe proprio un errore storico da cui non solo loro ma l'intero paese non si risolleverebbe più, ma proprio più..... a meno di non votare tutti Lega. Già il trappolone: ci stanno lavorando duramente: Confindustria si è già schierata aprendo ai pentastellati; l'altra parte della tenaglia è Scalfari (forse mandato avanti in avanscoperta da qualcun'altro ..... forse la famosa tessera n°1?); manca l'esca (un incarico di governo senz'avere i numeri) e la preda (i 5 stelle) che cade in trappola.
Cadranno o sapranno evitarla? Ai posteri l'ardua sentenza e se non fosse che saremo noi a pagarne le conseguenze sarebbe quasi da guardare con un divertito distacco.... per intendersi con l'espressione che aveva Sordi, quando girò il film 'In viaggio con papà', quando guardava quel figlio un pò così (...) egregiamente interpretato da un grandissimo Verdone!!!
Perchè il problema è esattamente questo: mentre impazza 'La grande bellezza (un inno alla sinistra che lotta ... nei salotti dei .... parioli') del paese non importa a loro e non importa a chi gli sta dietro e a quella parte del paese che in questi anni si è arricchito ai nostri danni....
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lunedì 5 marzo 2018
Elezioni 2018, qualche considerazione
Fonte: Il Fatto Quotidiano Elezioni Regionali 2018 | 5 marzo 2018 Andrea Scanzi
9 bis. Raffaele Fitto è l’unico “politico” ad avere indovinato, in tutta la sua carriera, la miseria di un fuorionda. Son soddisfazioni.
9 ter. Nel Dizionario dei Sinonimi e Contrari hanno appena aggiunto un sinonimo alla parola “inutile”: “Italia Europa Insieme”. La gloriosa compagine atta a imbarcare quel che resta dei verdi, dei Mascia e del Popolo Viola ha conquistato un leggendario 0,53%. Così imparano a fingersi rivoluzionari a 20 anni per poi reinventarsi (?) brutte copie dei Gozi & Picerno. Sia loro lieve l’inutilità.
9 quater. Tra le poche cose di cui son certo c’è il mio essere fieramente antifascista, ma questa recente sopravvalutazione del “ritorno del fascismo” è parsa un mezzuccio per indurre gli indecisi a votare Renzi per arginare il pericolo dei nuovi Farinacci. Ebbene: non ha funzionato. E faccio umilmente notare che Casa Pound ha preso lo 0.84%, non il 48.
10. Ve lo ricordate Angelino Alfano agli Interni e agli Esteri? Neanche si è candidato. Ve la ricordate Beatrice Lorenzin, ministra della Salute e rutilante pasionaria di Family day e altri demoni? Ha preso lo 0.50% (daje). Se questa elezione ha un pregio, ha senz’altro quello di aver ricordato ai “Si credono stocazzo” che non contano nulla. Non sono nulla. E devono smettere di rovinarci la vita. Vale per la petalosa Lorenzin, vale per i quartagambisti del centrodestra. E vale per tanti altri rottamati. Stavolta sul serio, stavolta (si spera) per sempre.
(10 bis. Insisto: l’ipotesi migliore, con questi numeri qua, è fare una legge elettorale seria alla svelta e tornare al voto entro un anno. Il rischio inciucio c’è ancora, eccome, con tutti o quasi al potere pur di non mandarci i 5 Stelle)
Benvenuti a Ten Talking Fava, l’unica rubrica che esce solo il 5 marzo 2018. Vincitori indiscussi: M5S e Lega. Sconfitto indiscusso: Matteo Renzi.
Non c’è alcuna maggioranza, quindi o si torna al voto entro un anno
con una nuova legge elettorale oppure l’unica strada è chiedere a Dario
Nardella di essere il nuovo Chuck Norris.
Altre considerazioni.
1. Renzi è sempre stata la più grande sbornia politica inspiegabile nella storia dell’Italia repubblicana. Un uomo politicamente senza pregi, privo di qualsivoglia qualità, goffo e caricaturale, arrogante e vendicativo, tronfio e circondato da una classe dirigente terrificante al cui confronto la Carfagna è Nilde Iotti. Eppure, se lo criticavi nel 2014, ti lapidavano. Da allora, com’era naturale che fosse, le ha perse tutte. Ma proprio tutte. Se avesse smesso dopo il 4 dicembre 2016, come del resto aveva promesso (come Boschi, Carbone, Fedeli e altri intellettuali), avrebbe fatto bene anzitutto a se stesso. Ma non ha smesso. E la slavina si è fatta gogna, e poi martirio, e poi strazio, e poi Armageddon. Una cosa meravigliosa. Rinfrancante. Persino esaltante, nella sua comicità. Ora però basta. Scendere sotto il 20 – anzi il 19 alla Camera – è una roba da annali dell’insipienza. Torna a Rignano e non farti vedere mai più, Matteo: c’è un limite anche all’andrearomano, cioè al ridicolo.
1. Renzi è sempre stata la più grande sbornia politica inspiegabile nella storia dell’Italia repubblicana. Un uomo politicamente senza pregi, privo di qualsivoglia qualità, goffo e caricaturale, arrogante e vendicativo, tronfio e circondato da una classe dirigente terrificante al cui confronto la Carfagna è Nilde Iotti. Eppure, se lo criticavi nel 2014, ti lapidavano. Da allora, com’era naturale che fosse, le ha perse tutte. Ma proprio tutte. Se avesse smesso dopo il 4 dicembre 2016, come del resto aveva promesso (come Boschi, Carbone, Fedeli e altri intellettuali), avrebbe fatto bene anzitutto a se stesso. Ma non ha smesso. E la slavina si è fatta gogna, e poi martirio, e poi strazio, e poi Armageddon. Una cosa meravigliosa. Rinfrancante. Persino esaltante, nella sua comicità. Ora però basta. Scendere sotto il 20 – anzi il 19 alla Camera – è una roba da annali dell’insipienza. Torna a Rignano e non farti vedere mai più, Matteo: c’è un limite anche all’andrearomano, cioè al ridicolo.
1 bis. Registratevi ogni discorso degli ultrà renziani di queste ore. E poi riguardateli nei momenti in cui la vita ci presenterà il conto. Vi farà bene. Ci farà bene.
1 ter. Nella “carriera politica” di Francesca Barra c’è tutta l’essenza del renzismo.
2. M5S. E’ il grande vincitore indiscusso. Il 32% o giù di lì è una cifra monstre, ancor più considerando che il 25% de 2013 pareva irripetibile e che l’anno dopo alle Europee sembravano già morti. E’ una vittoria che deriva dalla pochezza altrui, dalla stampa che continua quasi sempre a trattarli come ebeti fascisti (accrescendone il bacino d’utenza) e dal sentimento di “ci son rimasti solo loro da provare”. Dipende però anche da qualche loro merito innegabile: aver fatto davvero opposizione (come quasi mai ha fatto il centrosinistra), qualche bel profilo uscito in questi anni e l’idea radicata in molti che i 5 Stelle siano bislacchi e masochisti, sì, ma rappresentino comunque l’unica novità autentica del panorama politico.
1 ter. Nella “carriera politica” di Francesca Barra c’è tutta l’essenza del renzismo.
2. M5S. E’ il grande vincitore indiscusso. Il 32% o giù di lì è una cifra monstre, ancor più considerando che il 25% de 2013 pareva irripetibile e che l’anno dopo alle Europee sembravano già morti. E’ una vittoria che deriva dalla pochezza altrui, dalla stampa che continua quasi sempre a trattarli come ebeti fascisti (accrescendone il bacino d’utenza) e dal sentimento di “ci son rimasti solo loro da provare”. Dipende però anche da qualche loro merito innegabile: aver fatto davvero opposizione (come quasi mai ha fatto il centrosinistra), qualche bel profilo uscito in questi anni e l’idea radicata in molti che i 5 Stelle siano bislacchi e masochisti, sì, ma rappresentino comunque l’unica novità autentica del panorama politico.
2 bis. Il M5S ha vinto, ma non ha i numeri in Parlamento. Secondo le stime, dovrebbe avere 230-240 seggi alla Camera e 110-120 seggi al Senato. Tantissimi, ma del tutto insufficienti. Se
anche ricevesse l’incarico, con quali numeri potrebbe governare? LeU è
impalpabile, mentre abbracciare la Lega significherebbe perdere in un
giorno metà dei consensi. Di Maio può provare col governo di scopo, per
poi – dopo il no di quasi tutti – sperare in una nuova legge
elettorale. E quindi governare sul serio tra sei mesi o un anno.
Ovviamente gli altri faranno di tutto per contrastarli, e la cosa per i
5 Stelle potrebbe anche essere positiva: più gli impediscono di
governare, più loro crescono. Anche se Renzi, Berlusconi e i giornaloni
non riescono a capirlo mica.
2 ter. Di Maio e 5 Stelle devono essere furbi a non cadere nella più ovvia delle imboscate. Dargli il mandato, illuderli di avere i numeri e poi essere disarcionati dopo pochi mesi tipo il Berlusconi I o i due Prodi, che comunque avevano molti più parlamentari. Se i 5 Stelle mantengono la verginità politica su scala nazionale, al prossimo giro sbancano. Se invece si fanno fregare e “inciuciare”, al prossimo giro stravince la Lega.
3. Salvini. E’ l’altro grande vincitore delle elezioni. La Lega ha giusto un punto in meno del Pd alla Camera, sfiora il 18% e guarda dall’alto Berlusconi. Capolavoro politico. Salvini è il nuovo leader del centrodestra. Auguri.
4. Berlusconi. Più bollito del carrello di Carrù, è stato spedito in tivù dagli “amici” sperando che sapesse far tornare il Sole nel centrodestra. Stanco e ormai incapace persino di citare le cifre giuste che gli scrivevano sui foglietti, ha straparlato di “117 milioni di migranti arrivati nel 2017 in Italia” (neanche nella Bibbia), redditi di dignità di 12-13mila euro al mese (l’avrei votato subito) e “curve di Laser” (con Gundam alla Difesa, Mazinza Z agli Esteri e Jeeg Robot al Dicastero dei Rapporti col Parlamento). Crepuscolo.
2 ter. Di Maio e 5 Stelle devono essere furbi a non cadere nella più ovvia delle imboscate. Dargli il mandato, illuderli di avere i numeri e poi essere disarcionati dopo pochi mesi tipo il Berlusconi I o i due Prodi, che comunque avevano molti più parlamentari. Se i 5 Stelle mantengono la verginità politica su scala nazionale, al prossimo giro sbancano. Se invece si fanno fregare e “inciuciare”, al prossimo giro stravince la Lega.
3. Salvini. E’ l’altro grande vincitore delle elezioni. La Lega ha giusto un punto in meno del Pd alla Camera, sfiora il 18% e guarda dall’alto Berlusconi. Capolavoro politico. Salvini è il nuovo leader del centrodestra. Auguri.
4. Berlusconi. Più bollito del carrello di Carrù, è stato spedito in tivù dagli “amici” sperando che sapesse far tornare il Sole nel centrodestra. Stanco e ormai incapace persino di citare le cifre giuste che gli scrivevano sui foglietti, ha straparlato di “117 milioni di migranti arrivati nel 2017 in Italia” (neanche nella Bibbia), redditi di dignità di 12-13mila euro al mese (l’avrei votato subito) e “curve di Laser” (con Gundam alla Difesa, Mazinza Z agli Esteri e Jeeg Robot al Dicastero dei Rapporti col Parlamento). Crepuscolo.
4 bis. A uno così, 14 elettori su 100 credono ancora dopo 24 anni. Vamos.
5. Meloni. Quando le dicevo in tivù che aveva le stesse chance di arrivare prima nel centrodestra che ne ho io di sostituire “Bonzo” Bonham nei Led Zeppelin, si inalberava. Me ne dolgo, ma non ero io ad aver torto. Ha preso poco più del 4%, neanche un quarto di quel che ha avuto Salvini e neanche un terzo di quel che ha arraffato Berlusconi. La Meloni, nel centrodestra, ha il peso che ha Musacchio nel Milan di Gattuso. E’ triste, ma lo accetti. E già che c’è si liberi di quelle carampane politiche chiamate La Russa e Santanché.
6. Grasso. Un altro grande sconfitto. Supera a fatica la soglia del 3 e in Parlamento sarà pressoché irrilevante. LeU paga la sensazione data di non essere né carne né pesce: più vecchia che nuova, è parsa quel che probabilmente è, ovvero un gruppo di transfughi che – lecitamente – aspettavano lo schianto del fantozziano Renzi per poi rientrare nel Pd. Non hanno poi aiutato certe facce, su tutte la Boldrini, sfolla-consensi come neanche Renzi.
6 bis. No, come Renzi no.
7. Bonino. E qui mi viene da ridere, e pure parecchio, perché sono settimane che sento dire negli ambienti chic questa litania: “I radicali faranno il botto”. Come no. Accadde anche nel 2006: tutti a dire che la Rosa nel Pugno avrebbe fatto sfracelli, e poi raccolse la miseria del 2.5%. Più o meno come la Bonino. La sopravvalutazione è dipesa dall’autoreferenzialità di molti giornalisti, che poiché supporter dei radicali (e amici di elettori radicali) credevano che tutta Italia fosse come loro.
5. Meloni. Quando le dicevo in tivù che aveva le stesse chance di arrivare prima nel centrodestra che ne ho io di sostituire “Bonzo” Bonham nei Led Zeppelin, si inalberava. Me ne dolgo, ma non ero io ad aver torto. Ha preso poco più del 4%, neanche un quarto di quel che ha avuto Salvini e neanche un terzo di quel che ha arraffato Berlusconi. La Meloni, nel centrodestra, ha il peso che ha Musacchio nel Milan di Gattuso. E’ triste, ma lo accetti. E già che c’è si liberi di quelle carampane politiche chiamate La Russa e Santanché.
6. Grasso. Un altro grande sconfitto. Supera a fatica la soglia del 3 e in Parlamento sarà pressoché irrilevante. LeU paga la sensazione data di non essere né carne né pesce: più vecchia che nuova, è parsa quel che probabilmente è, ovvero un gruppo di transfughi che – lecitamente – aspettavano lo schianto del fantozziano Renzi per poi rientrare nel Pd. Non hanno poi aiutato certe facce, su tutte la Boldrini, sfolla-consensi come neanche Renzi.
6 bis. No, come Renzi no.
7. Bonino. E qui mi viene da ridere, e pure parecchio, perché sono settimane che sento dire negli ambienti chic questa litania: “I radicali faranno il botto”. Come no. Accadde anche nel 2006: tutti a dire che la Rosa nel Pugno avrebbe fatto sfracelli, e poi raccolse la miseria del 2.5%. Più o meno come la Bonino. La sopravvalutazione è dipesa dall’autoreferenzialità di molti giornalisti, che poiché supporter dei radicali (e amici di elettori radicali) credevano che tutta Italia fosse come loro.
Sfortunatamente per il poro Mario Calabresi, l’Italia non coincide con gli attici di Largo Fochetti. La Bonino è stata votata (spesso, non sempre) da renziani che cominciavano a vergognarsi di essere renziani. Era una stampellina irrilevante della Sciagura di Rignano.
Per il 98% degli italiani era una compagine pleonastica. Del resto la
Bonino si era unita a Tabacci (ahahahahhahah) perché neanche ce l’aveva
fatta a trovare le firme. Si rassegni: ha molte doti, ma non ha (da
decenni) elettori. Può vivere anche senza poltrone. Lei come noi.
8. Potere al Popolo. Idea nobile, e persone qua e là meravigliose (su tutte Lidia Menapace), ma non aveva chance alcuna di superare il 3 (1.05%). Ognuno vota come vuole, e ci mancherebbe, ma il rischio di disperdere il voto era appena (ma giusto appena) altino.
9. Noi con l’Italia.
Ma l’Italia non con loro. I vari Fitto, Cesa, Lupi e Mastella hanno
raccattato un vaffanculo (1.19%) che ne bastava anche solo la metà.
Levatevi dalle palle. Agili.8. Potere al Popolo. Idea nobile, e persone qua e là meravigliose (su tutte Lidia Menapace), ma non aveva chance alcuna di superare il 3 (1.05%). Ognuno vota come vuole, e ci mancherebbe, ma il rischio di disperdere il voto era appena (ma giusto appena) altino.
9 bis. Raffaele Fitto è l’unico “politico” ad avere indovinato, in tutta la sua carriera, la miseria di un fuorionda. Son soddisfazioni.
9 ter. Nel Dizionario dei Sinonimi e Contrari hanno appena aggiunto un sinonimo alla parola “inutile”: “Italia Europa Insieme”. La gloriosa compagine atta a imbarcare quel che resta dei verdi, dei Mascia e del Popolo Viola ha conquistato un leggendario 0,53%. Così imparano a fingersi rivoluzionari a 20 anni per poi reinventarsi (?) brutte copie dei Gozi & Picerno. Sia loro lieve l’inutilità.
9 quater. Tra le poche cose di cui son certo c’è il mio essere fieramente antifascista, ma questa recente sopravvalutazione del “ritorno del fascismo” è parsa un mezzuccio per indurre gli indecisi a votare Renzi per arginare il pericolo dei nuovi Farinacci. Ebbene: non ha funzionato. E faccio umilmente notare che Casa Pound ha preso lo 0.84%, non il 48.
10. Ve lo ricordate Angelino Alfano agli Interni e agli Esteri? Neanche si è candidato. Ve la ricordate Beatrice Lorenzin, ministra della Salute e rutilante pasionaria di Family day e altri demoni? Ha preso lo 0.50% (daje). Se questa elezione ha un pregio, ha senz’altro quello di aver ricordato ai “Si credono stocazzo” che non contano nulla. Non sono nulla. E devono smettere di rovinarci la vita. Vale per la petalosa Lorenzin, vale per i quartagambisti del centrodestra. E vale per tanti altri rottamati. Stavolta sul serio, stavolta (si spera) per sempre.
(10 bis. Insisto: l’ipotesi migliore, con questi numeri qua, è fare una legge elettorale seria alla svelta e tornare al voto entro un anno. Il rischio inciucio c’è ancora, eccome, con tutti o quasi al potere pur di non mandarci i 5 Stelle)
Elezioni Regionali 2018 | 5 marzo 2018
domenica 4 marzo 2018
Oggi si vota, avremo i risultati che ci meritiamo
Fonte: Il Fatto Quotidiano Elezioni Politiche 2018 | 4 marzo 2018 Loretta Napoleoni
Tra le tante storie che si sono raccontate sulla campagna elettorale italiana la Bbc ha scelto il proliferarsi di notizie false. Anche se le fake news ormai fanno parte di tutte le campagne elettorali, quelle italiane hanno colpito gli anglosassoni per la loro crudezza ed assurdità. Ed ecco un paio di esempi.
Lo scorso novembre alcune testate hanno riferito che una ragazza musulmana di nove anni era stata ricoverata in ospedale a causa delle percosse del marito trentacinquenne. La notizia è stata oggetto di tweet di propaganda da parte di più di un candidato. Naturalmente era falsa ed è stata smentita dai carabinieri.
A febbraio un gruppo di sostenitori del Movimento 5 Stelle hanno condiviso un sondaggio falso attribuendolo alla Bbc, Der Spiegel e Daily Star Libanese, dove si leggeva che il partito era prossimo ad ottenere il 48% dei voti. In Italia neppure la DC è mai arrivata ad un livello tale.
C’è da dire che dopo la Brexit e l’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti anche i sondaggi veri vanno presi con le pinze. L’unica certezza che abbiamo è che oggi molti decideranno sul momento chi votare, altri neppure lo faranno, scoraggiati da una campagna che come quelle negli altri paesi è stata caratterizzata dalla propaganda e dal fango che i vari candidati si sono lanciati a vicenda. Se poi farà nuovamente freddo, pioverà o nevicherà, allora l’affluenza alle urne sarà ancora minore.
La campagna elettorale italiana ed i risultati che ci porterà domani non sono diversi da quelli esteri. Il villaggio globale è il villaggio globale, non esistono grandi differenze. Nel 2016, gli anglosassoni hanno votato di pancia perché anche loro ce l’hanno ed i sostenitori della Brexit lo sapevano benissimo. Gli americani hanno eletto Trump per gli stessi motivi. Eppure la stampa internazionale continua ad essere affascinata da personaggi come Berlusconi o Grillo, politici che a loro parere sono unici e fanno delle elezioni e della politica italiana un grande circo. Ma sbagliano.
Ma anche il resto dell’occidente ormai è un grande circo politico e così i risultati delle elezioni italiane non saranno diversi da quelli degli altri paesi. Il populismo trionferà per un semplice motivo, è il cavallo di battaglia di tutti i candidati politici. Senza non si può far nulla, lo sa bene Theresa May, che si è opposta alla Brexit ma che una volta eletta primo ministro l’ha difesa a spada tratta. Domanda: il leader deve guidare o farsi guidare dal popolo? Identico discorso vale per paesi come la Polonia, l’Ungheria, le repubbliche baltiche dove il populismo della destra è il prodotto di un nazionalismo sfrenato, reputato dal popolo la difesa maggiore contro i pericoli che arrivano dall’estero, ad esempio i migranti ma anche le decisioni di Bruxelles.
E dato che si tratta di populismo, fenomeno che per definizione non ha né ideologia né piano d’azione, non esiste un programma di riforme, non ci sono proposte concrete, ci troviamo di fronte all’ennesima scatola vuota che durante le elezioni è piena di odio, risentimento, rabbia ecc. ecc. Ed ecco perché la caratteristica dei leader populisti è l’imprevedibilità, decidono sul momento in base alla temperatura del popolo. Ad esempio, nessuno sa mai come reagirà Trump a certe notizie. Lo stesso si potrebbe dire di Di Maio, il Movimento 5 Stelle ha mantenuto una posizione ambigua riguardo a tutti i temi più importanti del paese, ad esempio, sappiamo se è pro o contro l’euro? Il partito ha coperto questa pericolosa incertezza presentando una squadra di ministri simile a quella di Mario Monti, quasi tutti professori universitari, come se essere un cattedratico basti a garantire una visione di lungo periodo sul da farsi. Ha anche mostrato agli italiani il primo decreto che voterà: riduzione dei salari dei parlamentari, dei privilegi, risparmi degli sprechi e ridistribuzione alle famiglie ed ai poveri. Sempre la stessa solfa! Magari bastassero queste manovre a far uscire il paese da più di un decennio di stallo economico.
Questo tipo di messaggio punitivo nei confronti dei parlamentari è proprio quello che il votante populista vuole sentire perché è stanco dei privilegi (perché non ce li ha) e non sa cosa fare per azzerarli. Il vero problema è a monte e si riferisce al perché la terza economia dell’Unione Europea è degenerata in una democrazia bloccata in quanto gestita dalla casta e perché tutti vogliono entrarci. Nelle liste di tutti i partiti, incluso il 5 Stelle ci sono i soliti noti, inclusi, ahimè, i giornalisti televisivi ai quali viene data la ricompensa per essere stati ‘gentili’ con i candidati durante la passata legislatura.
Stiamo per assistere all’ennesima Fiera delle Vanità politiche assolutamente priva di contenuti.
Nessuno dei candidati ci ha detto come farà il suo partito ad aumentare l’occupazione, a redistribuire il reddito più equamente, a far rinascere negli italiani l’etica del lavoro o l’orgoglio di essere una nazione senza attribuirne la decadenza agli emigrati e cioè all’altro.
Anche se mai lo ammetteremo, anche questa volta avremo i risultati che ci meritiamo!
Elezioni Politiche 2018 | 4 marzo 2018
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giovedì 1 marzo 2018
Mercati temono solo un esito: asse anti europeista M5S – Lega
Fonte: WSI 1 marzo 2018, di Marco Piersimoni (Pictet AM)
Solo la creazione di un asse anti europeista con la saldatura tra M5S e Lega potrebbe generare instabilità. Ma a mettere sotto pressione gli spread dei periferici potrebbe essere, proprio il 4 marzo, il mancato via libera alla formazione del governo di Berlino.
01 Marzo 2018 – Il termometro finanziario più accurato per misurare il rischio politico italiano, ossia il livello dello spread BTP-Bund, non segnala preoccupazione da parte degli investitori per l’esito elettorale. Il mercato ha una sua razionalità: tutti gli ultimi appuntamenti politici, anche quelli che si sono conclusi con esiti teoricamente poco graditi ai mercati (referendum italiano), non hanno avuto impatti. La pazienza dei mercati potrebbe essere messa alla prova dal fattore tempo: di fronte ad un esito incerto, ossia con un parlamento non in grado di esprimere una maggioranza chiara, quanto ci vorrà per formare un governo? Saranno necessarie nuove elezioni? Alla Germania i mercati hanno lasciato un beneficio a tempo indefinito, mentre per l’Italia non si potrà contare su tanta condiscendenza.
Un primo punto importante: le differenze rispetto alle elezioni presidenziali in Francia di un anno fa sono enormi. Il risultato non sarà interpretato come un voto di fiducia sull’Europa. Le motivazioni sono molteplici: è diversa l’architettura istituzionale, è diverso il contesto economico (notevolmente migliorato in tutta Europa) e questo induce gli investitori istituzionali ad essere più ottimisti. Lo spread Btp-Bund resta inoltre uno dei differenziali di rendimento più generosi: a fronte di 130bp del decennale italiano, un bond governativo spagnolo o irlandese offrono rispettivamente 80 e 40 punti base.
Analizziamo dunque di seguito in quale misura il differenziale dei rendimenti tra titoli di Stato italiani e tedeschi potrebbe variare in base ai diversi scenari politici che si profilano all’indomani delle elezioni. Basiamo le nostre ipotesi esclusivamente sui risultati degli ultimi sondaggi pubblicati il 16 febbraio, prima del silenzio elettorale, secondo cui il M5S con il 28% delle preferenze si configurava come il primo partito italiano, seguito da Forza Italia al 17% e dalla Lega al 14%; la coalizione di centrosinistra raccoglieva invece circa il 25% delle intenzioni di voto.
Tuttavia, con una quota di indecisi che si aggirava intorno al 20% e poco meno dei due terzi dei seggi che verranno assegnati con un complesso modello proporzionale, persistono alcuni elementi di incertezza che vale la pena non sottovalutare.

Gli scenari possibili, considerando i dati a nostra disposizione, sono tre:
L’ipotesi più probabile (circa il 60%) è la vittoria delle elezioni del centro – destra ma senza una maggioranza in parlamento in grado di esprimere un governo. Questa impone delle alleanze politiche trasversali di compromesso. La prima coalizione possibile in questo contesto include Forza Italia, PD e +Europa (il partito di Emma Bonino), con il reclutamento degli eventuali voti mancanti tra l’ala più moderata della Lega, tra i delusi del M5S e tra gli eletti all’estero. Questa intesa, che potrebbe essere guidata da Gentiloni o da Tajani, non sarebbe una soluzione invisa all’Europa e dunque non avrebbe impatto negativo sull’andamento dei mercati. Anzi, una volta formato il governo, lo spread potrebbe portarsi verso quota 100. Il problema tuttavia potrebbe manifestarsi nel processo di formazione del governo stesso, processo per il quale Roma non può permettersi il lusso del tempo di cui ha goduto Berlino. Pertanto, movimenti erratici nelle fasi immediatamente successive al voto per poi convergere verso un livello di spread minore.
La seconda ipotesi (circa 30%) è la vittoria del centro-destra con i numeri per fare un governo. In questo scenario il dato dirimente risulta senza dubbio quello relativo al partito che raccoglierà la maggioranza relativa all’interno della coalizione. Se dovesse prevalere Forza Italia, il primo ministro designato dovrebbe essere Tajani. Un tale esito sarebbe visto dunque nel segno della stabilità: immaginiamo che lo spread Btp-Bund si muoverà poco. Da un lato, il mercato accoglierà con favore il profilo fortemente Europeista del premier; in secondo luogo, il programma fiscale del centrodestra è espansivo, pur facendo la dovuta tara alle promesse elettorali. Esiste in alternativa la possibilità che il maggior numero di preferenze sia a favore della Lega con Matteo Salvini premier: questo risultato ci porterebbe in uno scenario meno gradito ai mercati che potrebbe creare un certo grado di instabilità, con spread in salita di almeno 30/40 punti base. Si tratterebbe in ogni caso di un governo che non potrebbe sposare la piattaforma della Lega sui temi europei, bensì che dovrebbe accontentarsi di muoversi nei binari di un programma ammorbidito sulle posizioni del partito di Berlusconi che è comunque considerato un garante della tenuta europeista dell’Italia.
Esistono poi probabilità inferiori per tutta una serie di scenari alternativi (in totale non più del 10%), alcuni dei quali inverosimili ma che potrebbero turbare i mercati semplicemente aritmeticamente possibili. Tra questi, la possibile coalizione tra M5S, PD e LeU. Questo scenario non rappresenta un rischio anti-Europeista, ma si baserebbe su un programma di politica fiscale molto espansiva. Sarebbe anche grossa una sorpresa cui il mercato non è preparato, con possibile allargamento dello spread di circa 30 punti base. Certo, un’ipotesi remota, che richiederebbe il compiersi di significative giravolte politiche: il cambio di rotta del Movimento rispetto all’idea originale di non allearsi con un partito, il sacrificio di Matteo Renzi come leader PD. Infine, con probabilità inferiore al 5%, la creazione di un asse anti-europeista con i 5S che trovano l’accordo di governo a destra con Lega e Fratelli d’Italia. Questo è l’esito più pericoloso, che potrebbe portare lo spread sopra quota 200.
Infine, l’appuntamento elettorale italiano rischia di essere oscurato, dal punto di osservazione dei mercati, da un altro evento politico. Ovvero il referendum interno alla Spd con cui il partito socialista tedesco si esprimerà su un nuovo governo di Große Koalition con i cristiano democratici di Angela Merkell. Secondo gli ultimi sondaggi, la possibilità di un No sono del 25-30%. In questo caso, i previsti passi di integrazione europea sul tema dell’unione bancaria subiranno una grossa frenata: per spread e listini della periferia non sarà di certo una buona notizia. Va però detto che, se gli esiti del voto italiano e tedesco rispettano i pronostici suesposti, si apre una possibilità concreta – e con la Francia di Macron crediamo accompagnata da volontà politica – di riprendere il percorso di integrazione della Moneta Unica, migliorandone la governance a partire dal completamento dell’Unione Bancaria.
Solo la creazione di un asse anti europeista con la saldatura tra M5S e Lega potrebbe generare instabilità. Ma a mettere sotto pressione gli spread dei periferici potrebbe essere, proprio il 4 marzo, il mancato via libera alla formazione del governo di Berlino.
01 Marzo 2018 – Il termometro finanziario più accurato per misurare il rischio politico italiano, ossia il livello dello spread BTP-Bund, non segnala preoccupazione da parte degli investitori per l’esito elettorale. Il mercato ha una sua razionalità: tutti gli ultimi appuntamenti politici, anche quelli che si sono conclusi con esiti teoricamente poco graditi ai mercati (referendum italiano), non hanno avuto impatti. La pazienza dei mercati potrebbe essere messa alla prova dal fattore tempo: di fronte ad un esito incerto, ossia con un parlamento non in grado di esprimere una maggioranza chiara, quanto ci vorrà per formare un governo? Saranno necessarie nuove elezioni? Alla Germania i mercati hanno lasciato un beneficio a tempo indefinito, mentre per l’Italia non si potrà contare su tanta condiscendenza.
Un primo punto importante: le differenze rispetto alle elezioni presidenziali in Francia di un anno fa sono enormi. Il risultato non sarà interpretato come un voto di fiducia sull’Europa. Le motivazioni sono molteplici: è diversa l’architettura istituzionale, è diverso il contesto economico (notevolmente migliorato in tutta Europa) e questo induce gli investitori istituzionali ad essere più ottimisti. Lo spread Btp-Bund resta inoltre uno dei differenziali di rendimento più generosi: a fronte di 130bp del decennale italiano, un bond governativo spagnolo o irlandese offrono rispettivamente 80 e 40 punti base.
Analizziamo dunque di seguito in quale misura il differenziale dei rendimenti tra titoli di Stato italiani e tedeschi potrebbe variare in base ai diversi scenari politici che si profilano all’indomani delle elezioni. Basiamo le nostre ipotesi esclusivamente sui risultati degli ultimi sondaggi pubblicati il 16 febbraio, prima del silenzio elettorale, secondo cui il M5S con il 28% delle preferenze si configurava come il primo partito italiano, seguito da Forza Italia al 17% e dalla Lega al 14%; la coalizione di centrosinistra raccoglieva invece circa il 25% delle intenzioni di voto.
Tuttavia, con una quota di indecisi che si aggirava intorno al 20% e poco meno dei due terzi dei seggi che verranno assegnati con un complesso modello proporzionale, persistono alcuni elementi di incertezza che vale la pena non sottovalutare.
Gli scenari possibili, considerando i dati a nostra disposizione, sono tre:
L’ipotesi più probabile (circa il 60%) è la vittoria delle elezioni del centro – destra ma senza una maggioranza in parlamento in grado di esprimere un governo. Questa impone delle alleanze politiche trasversali di compromesso. La prima coalizione possibile in questo contesto include Forza Italia, PD e +Europa (il partito di Emma Bonino), con il reclutamento degli eventuali voti mancanti tra l’ala più moderata della Lega, tra i delusi del M5S e tra gli eletti all’estero. Questa intesa, che potrebbe essere guidata da Gentiloni o da Tajani, non sarebbe una soluzione invisa all’Europa e dunque non avrebbe impatto negativo sull’andamento dei mercati. Anzi, una volta formato il governo, lo spread potrebbe portarsi verso quota 100. Il problema tuttavia potrebbe manifestarsi nel processo di formazione del governo stesso, processo per il quale Roma non può permettersi il lusso del tempo di cui ha goduto Berlino. Pertanto, movimenti erratici nelle fasi immediatamente successive al voto per poi convergere verso un livello di spread minore.
La seconda ipotesi (circa 30%) è la vittoria del centro-destra con i numeri per fare un governo. In questo scenario il dato dirimente risulta senza dubbio quello relativo al partito che raccoglierà la maggioranza relativa all’interno della coalizione. Se dovesse prevalere Forza Italia, il primo ministro designato dovrebbe essere Tajani. Un tale esito sarebbe visto dunque nel segno della stabilità: immaginiamo che lo spread Btp-Bund si muoverà poco. Da un lato, il mercato accoglierà con favore il profilo fortemente Europeista del premier; in secondo luogo, il programma fiscale del centrodestra è espansivo, pur facendo la dovuta tara alle promesse elettorali. Esiste in alternativa la possibilità che il maggior numero di preferenze sia a favore della Lega con Matteo Salvini premier: questo risultato ci porterebbe in uno scenario meno gradito ai mercati che potrebbe creare un certo grado di instabilità, con spread in salita di almeno 30/40 punti base. Si tratterebbe in ogni caso di un governo che non potrebbe sposare la piattaforma della Lega sui temi europei, bensì che dovrebbe accontentarsi di muoversi nei binari di un programma ammorbidito sulle posizioni del partito di Berlusconi che è comunque considerato un garante della tenuta europeista dell’Italia.
Esistono poi probabilità inferiori per tutta una serie di scenari alternativi (in totale non più del 10%), alcuni dei quali inverosimili ma che potrebbero turbare i mercati semplicemente aritmeticamente possibili. Tra questi, la possibile coalizione tra M5S, PD e LeU. Questo scenario non rappresenta un rischio anti-Europeista, ma si baserebbe su un programma di politica fiscale molto espansiva. Sarebbe anche grossa una sorpresa cui il mercato non è preparato, con possibile allargamento dello spread di circa 30 punti base. Certo, un’ipotesi remota, che richiederebbe il compiersi di significative giravolte politiche: il cambio di rotta del Movimento rispetto all’idea originale di non allearsi con un partito, il sacrificio di Matteo Renzi come leader PD. Infine, con probabilità inferiore al 5%, la creazione di un asse anti-europeista con i 5S che trovano l’accordo di governo a destra con Lega e Fratelli d’Italia. Questo è l’esito più pericoloso, che potrebbe portare lo spread sopra quota 200.
Infine, l’appuntamento elettorale italiano rischia di essere oscurato, dal punto di osservazione dei mercati, da un altro evento politico. Ovvero il referendum interno alla Spd con cui il partito socialista tedesco si esprimerà su un nuovo governo di Große Koalition con i cristiano democratici di Angela Merkell. Secondo gli ultimi sondaggi, la possibilità di un No sono del 25-30%. In questo caso, i previsti passi di integrazione europea sul tema dell’unione bancaria subiranno una grossa frenata: per spread e listini della periferia non sarà di certo una buona notizia. Va però detto che, se gli esiti del voto italiano e tedesco rispettano i pronostici suesposti, si apre una possibilità concreta – e con la Francia di Macron crediamo accompagnata da volontà politica – di riprendere il percorso di integrazione della Moneta Unica, migliorandone la governance a partire dal completamento dell’Unione Bancaria.
martedì 30 gennaio 2018
‘Le elezioni uccidono l’italiano’, ma per i media i colpevoli sono solo i 5stelle
Fonte: Il Fatto Quotidiano Stefano Cassetti Media & Regime | 30 gennaio 2018
Questa mattina sull’aereo Berlino-Bruxelles mi trovo tra le mani una copia del giornale Le Soir (22 gennaio 2018),
giornale belga in lingua francese. In ultima pagina trovo un
trafiletto che attira la mia attenzione dal titolo: “Les élections
tuent l’italien” (“Le elezioni uccidono l’italiano”). Intervista a Claudio Marazzini,
presidente dell’Accademia della Crusca, che in poche righe di
virgolettato si lamenta degli slogan della campagna elettorale italiana
non supportati da un ragionamento completo. Giusto dico io, bravo
Claudio. Il presidente Marazzini cita anche i due slogan incriminati,
giustamente virgolettati anch’essi: “Aiutiamoli (les immigrés) a casa loro” e “Prima gli italiani”.
Purtroppo senza citare chi o almeno quale parte politica proferisce
questi slogan. Ma continuo fiducioso nella lettura confidando che tale
informazione arriverà presto.
Dopo
una breve domanda di approfondimento del giornalista nel rigo seguente
Marazzini, sempre virgolettato, si lamenta del fatto che stanno uccidendo la lingua italiana.
Ma sempre senza nomi e senza entrare nello specifico. Chiuse le
virgolette. Finalmente arriva la prosa del giornalista a fare chiarezza:
tra i principali accusati di tutto questo, colpevole per uso scorretto
dei congiuntivi, Luigi Di Maio, candidato premier del
M5S. E gli slogan razzisti di destra? Il dubbio plana su Bruxelles,
come d’altronde il mio aereo. Articolo e viaggio finiscono senza
l’identità di chi pronuncia gli slogan razzisti citati da Marazzini.
Mettetevi nei panni di un normale lettore belga che non conosce la politica italiana. Il messaggio finale dell’articolo è: M5S ignorante e razzista. Leggendo l’articolo, infatti, sembra proprio che anche gli slogan di estrema destra vengano proferiti da Di Maio. Che non li ha mai pronunciati ovviamente. Questo si chiama scambio di persona o di slogan? Oppure disinformazione spudorata?
Ma non è finita. Mi accorgo che l’intervista al presidente dell’Accademia non è originale ma una ripresa tagliuzzata da La Stampa. Titolo: “Le elezioni uccidono l’italiano. E il campione è il M5S”. Le virgolette sono tali e quali, non le ho aggiunte io. Ma è mai possibile che il presidente dell’Accademia della Crusca sia angosciato per la morte della lingua italiana a causa di una campagna elettorale? Nient’affatto. Ho contattato personalmente Marazzini che denuncia il fatto di non aver mai proferito il titolo dell’articolo: “Quel titolo è stato un lancio piuttosto artificioso che ha amplificato i miei argomenti. Figuriamoci se l’italiano può morire per una campagna elettorale! Sono gli italiani che, semmai, sono privati di un diritto, e scivolano sempre più verso la disinformazione”.
Sottoscrivo in pieno, caro presidente: ora Le Soir e La Stampa faranno pubblica ammenda e/o correggeranno il tiro? O lasceranno correre? Vedremo. In conclusione, peggio i congiuntivi sbagliati oppure lo scambio di slogan e di virgolettati?
Mettetevi nei panni di un normale lettore belga che non conosce la politica italiana. Il messaggio finale dell’articolo è: M5S ignorante e razzista. Leggendo l’articolo, infatti, sembra proprio che anche gli slogan di estrema destra vengano proferiti da Di Maio. Che non li ha mai pronunciati ovviamente. Questo si chiama scambio di persona o di slogan? Oppure disinformazione spudorata?
Ma non è finita. Mi accorgo che l’intervista al presidente dell’Accademia non è originale ma una ripresa tagliuzzata da La Stampa. Titolo: “Le elezioni uccidono l’italiano. E il campione è il M5S”. Le virgolette sono tali e quali, non le ho aggiunte io. Ma è mai possibile che il presidente dell’Accademia della Crusca sia angosciato per la morte della lingua italiana a causa di una campagna elettorale? Nient’affatto. Ho contattato personalmente Marazzini che denuncia il fatto di non aver mai proferito il titolo dell’articolo: “Quel titolo è stato un lancio piuttosto artificioso che ha amplificato i miei argomenti. Figuriamoci se l’italiano può morire per una campagna elettorale! Sono gli italiani che, semmai, sono privati di un diritto, e scivolano sempre più verso la disinformazione”.
Sottoscrivo in pieno, caro presidente: ora Le Soir e La Stampa faranno pubblica ammenda e/o correggeranno il tiro? O lasceranno correre? Vedremo. In conclusione, peggio i congiuntivi sbagliati oppure lo scambio di slogan e di virgolettati?
Media & Regime | 30 gennaio 2018
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venerdì 1 dicembre 2017
M5S si conferma primo partito, per centro destra vittoria di Pirro
WSI 30 novembre 2017, di Alessandra Caparello
Mentre si ipotizza come nuova data per le elezioni il prossimo 18 marzo, continuano i sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani in cui il Movimento Cinque Stelle si conferma primo partito, mentre avanza il centrodestra che ha la maggioranza relativa del Parlamento, ma non quella assoluta. E il Partito democratico? Arranca.
Questi i risultati dell’ultimo sondaggio Ixè per Radio1 Rai secondo cui alla Camera Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia raccoglierebbero 270 seggi e così ne mancherebbero 46 per poter dare la fiducia a un governo, ma al Senato i tre partiti potrebbero contare solo su 135 parlamentari, 23 in meno di quanti ne servono.
Secondo il presidente di Ixè Weber ad oggi le forze moderate unite in una “Grosse Koalition” alla tedesca sarebbe al massimo intorno a quota 275 alla Camera.
Mentre si ipotizza come nuova data per le elezioni il prossimo 18 marzo, continuano i sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani in cui il Movimento Cinque Stelle si conferma primo partito, mentre avanza il centrodestra che ha la maggioranza relativa del Parlamento, ma non quella assoluta. E il Partito democratico? Arranca.
Questi i risultati dell’ultimo sondaggio Ixè per Radio1 Rai secondo cui alla Camera Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia raccoglierebbero 270 seggi e così ne mancherebbero 46 per poter dare la fiducia a un governo, ma al Senato i tre partiti potrebbero contare solo su 135 parlamentari, 23 in meno di quanti ne servono.
“Abbiamo elaborato i dati sulle intenzioni di voto disaggregate sui nuovi collegi e il risultato è che, con le coalizioni bloccate in questo modo, manca una maggioranza stabile. Finora ci siamo limitati a lavorare solo sulle coalizioni a partire dal proporzionale. Si può procedere solo per inferenze: considerando il valore percentuale odierno sia di Forza Italia che del Pd e proiettandolo sui seggi complessivi (immagino che nelle contrattazioni fra i partiti maggiori, più o meno varrà una dimensione proporzionale) non c’è comunque maggioranza”.Il centrodestra raccoglie in totale oggi il 35,5% dei voti, con 270 seggi alla Camera e 135 al Senato e subito dietro c’è il Movimento Cinque Stelle che si conferma il partito più votato con il 29,4 per cento e si prenderebbe 165 deputati alla Camera e 85 al Senato, il tutto da solo senza coalizioni. Il centrosinistra – Pd, Ap e Campo Progressista – arriva al massimo al 28,6% con 162 seggi a Montecitorio e 81 a Palazzo Madama. A parte la Sinistra che si unirà in una lista unica domenica prossima e che viene valuta al 6,5% dei consensi che darebbe diritto a 25 deputati e 8 senatori.
Secondo il presidente di Ixè Weber ad oggi le forze moderate unite in una “Grosse Koalition” alla tedesca sarebbe al massimo intorno a quota 275 alla Camera.
“Personalmente la ritengo una prospettiva poco credibile e gli elettori di Fi naturalmente la reggerebbero, quelli del Pd no. Ma non ci sarà bisogno di arrivare a tanto, la campagna è lunga…”.
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