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domenica 29 marzo 2020

Coronavirus e banche, ha ragione Mario Draghi: meglio evitare il loro contributo

Fonte: Il Fatto Quoidiano Economia & Lobby - 28 Marzo 2020 Vincenzo Imperatore
Ennesima lezione di leadership di Mario Draghi che ci ha confermato che non è leader chi comanda o chi ha potere ma chi, forte di una rara competenza professionale, ha una visione diversa e nuova del mondo e soprattutto la comunica in modo chiaro e diretto indicando i passi da fare con semplicità.
Complicare è facile, semplificare è difficile e nella sua lettera al Financial Times l’ex governatore ha ridisegnato il futuro dell’Europa in tre azioni elementari:
– L’Europa deve essere unita e solidale con un’identità fiscale tanto forte da bilanciare quella monetaria. Ridurre all’osso la pressione fiscale e niente più egoismi: non ci possiamo più permettere le spinte nazionalistiche di questi ultimi decenni.
– Gli Stati sovrani non possono più correre dietro ai vincoli di bilancio. Siamo in guerra e oggi la priorità è sopravvivere attraverso la ripresa economica.
– Dare direttamente alle imprese le risorse necessarie per ripartire. In altri termini prestare danaro a tasso zero direttamente alle imprese evitando l’intermediazione delle banche.È su questo terzo punto che mi vorrei concentrare.
Draghi, che conosce molto bene quel “mondo”, ha capito perfettamente che se il bazooka passa tra le mani del sistema bancario diventa una pistola ad acqua. Mi arrivano da più parti, infatti, segnalazioni di comportamenti ostruzionistici, dilatori ed arroganti da parte del personale bancario in merito alle urgenti necessità dei piccoli imprenditori di utilizzare le misure a loro tutela stabilite dal decreto “Cura Italia”.
Non generalizziamo ma gli episodi denunciati come worst practice sono ancora numerosi rispetto a quelli, pochi ed eccezionali, individuabili come “buone pratiche” comportamentali (da segnalare, a tal proposito, la procedura semplice ed immediata predisposta da Banca Sella per la sospensione del pagamento delle rate dei mutui).
Paradigmatico è il caso di un piccolo imprenditore di Casoria (Napoli), cliente trentennale di UniCredit che, di fronte alla necessità di dover interrompere il pagamento delle rate di mutuo per la drastica riduzione del fatturato dovuta alla chiusura forzata, si è sentito rispondere dal gestore di turno che:
– “non ci sono ancora i moduli per la richiesta”, mentre il decreto legge sancisce un diritto per il quale non c’è bisogno di una richiesta ma semmai di una disposizione da effettuare con una semplice autocertificazione
– “eventualmente si può sospendere solo il pagamento della quota capitale e continuare a pagare invece gli interessi” laddove il provvedimento legislativo stabilisce per le piccole imprese e le partite Iva che, per i mutui e gli altri finanziamenti a rimborso rateale (anche leasing), il pagamento dell’intera rata o del canone di leasing in scadenza è sospeso fino al 30 settembre 2020 e il piano di rimborso delle rate è dilazionato senza nuovi o maggiori oneri.
Basta! E’ legge dello Stato, voi bancari non dovete decidere nulla!
L’arroganza dei bancari è il segnale della loro mediocrità professionale e della loro cieca vanità. I loro deliri di onnipotenza nascondono seri problemi di integrazione in un contesto sociale e civile completamente mutato rispetto a ieri. Non è una generalizzazione ma sicuramente il pensiero dominante nell’universo dei dipendenti delle banche è ancora lontano anni luce dalla piena consapevolezza di ciò che sta succedendo nel mondo. Ancora non si rendono conto che siamo in guerra e continuano a mostrare i loro fragili muscoli.
Intervenga immediatamente lo Stato, anche attraverso la commissione bicamerale sulle banche presieduta da Carla Ruocco del M5S, perché la paura è che l’opinione pubblica si abitui alla situazione e, dopo una prima fase di sconforto, impari a tollerare. Qui, invece, non c’è niente da accettare e non ci si può abbandonare alla rassegnazione.
La dignità delle persone non è una merce sacrificabile in nome dell’incompetenza tecnica e relazionale e quando alcune banche parlano di necessità di stare sul mercato dovrebbero farlo con la consapevolezza di piani industriali seri, con investimenti concreti e con la lungimiranza di chi guarda al futuro.
Ma credo che, soprattutto per loro, sia tardi ormai.
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di solito posto un articolo e non faccio commenti ma questo è particolare perchè segna la crescita di una personalità che proviene da un mondo, quello bancario e finanziario, arido e grigio e che, però, se ne discosta per emergere nel grigiore generale...... non sono un fa di Draghi e nemmeno dell'Europa ma quel che dice lo trovo FONDAMENTALE per far risorgere questo paese e farlo incamminare, all'interno di una diversa Europa (opposta a quella attuale e incamminata su una strada diversa da quella intrapresa in questi anni), su una strada virtuosa: cosa che di cui dubito i ns politici ne siano capaci se è vero che c'è chi propone di 'riaprire' ancor prim che la pandemia sia finita, una cosa realmente assurda; se questo è il livello Draghi emerge come un gigante e quindi è una risorsa a disposizione del paese daprendere in grande considerazione e, credo, che sarebbe un gigante nel luogo che più gli è consono, il ministero economico, e non certo come vertice politico!!!!!

martedì 16 luglio 2019

FT, Ponte Morandi: “Atlantia sapeva dei problemi di sicurezza dieci anni prima del crollo”

Fonte: W.S.I. 16 Luglio 2019, di Alessandra Caparello

Dieci anni prima del disastro avvenuto il 14 agosto 2018 che ha causato la morte di 43 persone e l’evacuazione di altre migliaia, erano evidenti i segni di insicurezza sul Ponte Morandi a Genova. A rivelarlo oggi il Financial Times che fa riferimento ad un rapporto commissionato da Atlantia e arrivato sul tavolo del consiglio di amministrazione della società nel novembre scorso.
Nel documento, a detta del quotidiano economico della City che ha preso visione delle 87 pagine, sarebbero indicate le urgenzi maggiori da risolvere, con una scala con un punteggio da 10 a 70. Inoltre sarebbe stato identificato almeno un problema con un grado di rischio pari a 60, quello identificato fin dal 2011 sui tiranti che all’epoca, dieci anni fa, era oggetto di ulteriori approfondimenti.
Secondo le fonti citate dal FT, un mese dopo la tragedia consumata il 14 agosto del 2018, il comitato per il controllo dei rischi di Atlantia aveva chiesto il rapporto per determinare eventuali responsabilità nella manutenzione del ponte. Secondo fonti vicine al cda, scrive il FT, “la presentazione del rapporto era stata affrettata, senza abbastanza tempo per elaborare i risultati del documento di 87 pagine”. Il rapporto non è stato reso pubblico e le fonti hanno espresso dubbi proprio sulla decisione di non rendere pubblico il documento. La risposta della holding Atlantia è stata raccolta da Repubblica:
L’audit citato dal Financial Times non ha evidenziato alcun problema di sicurezza del Ponte Morandi, come erroneamente riportato nell’articolo di Donato Mancini sul sito,”ma al contrario ha certificato il pieno rispetto degli obblighi di manutenzione previsti dalla Convenzione. Il documento fu elaborato dalla Direzione Internal Audit di Atlantia, con il supporto tecnico qualificato di tre soggetti esterni indipendenti e di standing internazionale in ambito legale e tecnico-ingegneristico. Scopo dell’audit svolto da Atlantia era quello di effettuare una verifica circa il rispetto degli obblighi manutentivi convenzionali da parte della società controllata Autostrade per l’Italia dall’inizio della Convenzione fino al 2018″.

lunedì 6 maggio 2019

Economia mondiale batte le stime e smentisce Fmi

Fonte: W.S.I. 6 Maggio 2019, di Alberto Battaglia

I dati preliminari sull’andamento del Pil, nonostante non manchino interpretazioni prudenti, si sono rivelati migliori delle attese in tutte le maggiori aree economiche mondiali. In particolare, i continui tagli alle previsioni sul Pil globale per il 2019, da parte del Fondo monetario internazionale (Fmi), avevano tratto giustificazione da uno stato di salute “precario” per l’economia, sul fronte dell’apertura ai commerci e della produzione manifatturiera.
“Probabilmente non c’è stata sufficiente attenzione alla crescita del reddito delle famiglie, alla bassa disoccupazione e alla forza del settore servizi”, ha commentato il Financial Times ricordando come importanti istituzioni finanziarie come Citigroup abbiano già provveduto a rivedere al rialzo le previsioni per fine anno. Le maggiori preoccupazioni, d’altro canto, restano localizzate sul terreno degli scambi internazionali – che risultano in calo negli scorsi tre mesi rispetto a un anno fa.
Se si escludono casi particolari come quello della Turchia o dell’Iran (la prima colpita dall’elevata inflazione, il secondo dal giro di vite americano sulle esportazioni di petrolio del Paese), le performance di aree come gli Usa o l’Eurozona hanno superato le aspettative per il primo quarto del 2019. Gli Stati Uniti hanno messo a segno un incremento sul trimestre dello 0,8% (per quanto abbiano inciso l’incremento delle scorte e l’andamento delle esportazioni nette); l’Eurozona è cresciuta nello stesso periodo dello 0,4%, con un contributo della ripresa italiana (+0,2%) in qualche modo inatteso.
“Questo decennio sarà probabilmente ricordato per una crescita economica sostenuta”, ha detto al Ft Jagjit Chadha, economista presso il National Institute of Economic and Social Research, “sebbene vi siano chiari rischi derivanti dall’accumulo di debito pubblico e privato, i dati non hanno ancora supportato l’opinione del Fondo monetario internazionale” che avevano tratteggiato “una crescita mondiale estremamente precaria”.

mercoledì 13 febbraio 2019

Nuovo Ordine Mondiale, Carney: “Brexit è il primo test”

Fonte: W.S.I. 12 Febbraio 2019, di Daniele Chicca

Se affrontata nel modo sbagliato la Brexit potrebbe accelerare la formazione del Nuovo Ordine Mondiale. Ne è convinto Mark Carney, secondo cui l’addio del Regno Unito all’Unione Europea ormai prossimo rappresenta il primo vero banco di prova per le forze occidentali.
Secondo il governatore della Banca d’Inghilterra, il Regno Unito deve evitare di chiudersi nella chioccia protezionista come hanno fatto gli Stati Uniti. L’economia britannica dovrebbe invece favorire una cooperazione internazionale nel commercio, nel nome di un’apertura al libero scambio.
Brexit è un test per capire se è possibile rivedere la globalizzazione in un modo tale da offrire i benefici del libero commercio, allontanando al contempo le paure di un’erosione della democrazia. È il parere espresso da Carney oggi in un intervento a Londra.
Protezionismo o una “nuova era di cooperazione internazionale”Il governatore di origini canadesi sostiene che le ramificazioni della Brexit si sentiranno in tutto il globo e determineranno quale sarà il Nuovo Ordine Mondiale. Il divorzio voluto dagli inglesi con il voto del giugno di tre annni fa, è l’occasione per mettere in guinzaglio al montante protezionismo. E dare il la a una “nuova era di cooperazione internazionale”.
Il governatore della Bank of England ha citato le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, ma anche tra Usa e Unione Europea. “È possible che le nuove regole saranno sviluppate per creare un’economia globale più resiliente e inclusiva. Allo stesso tempo, c’è il rischio che i paesi chiudano le porte, riducendo la crescita e la prosperità di tutti”.
Le parole di Carney suonano come un appello alle autorità britanniche. La Banca d’Inghilterra da tempo avverte dei rischi a breve termine per l’economia nel caso di una Brexit senza accordo (no deal). Ma oggi all’evento organizzato dal Financial Times il banchiere centrale ha voluto concentrarsi anche sui fattori a lungo raggio temporale.
Nuovo Ordine Mondiale ma positivoIl suo intervento sullo stato di salute dell’economia è scandito da toni più ottimisti rispetto agli ultimi alert lanciati. Secondo lui la Brexit è l’occasione di plasmare un Nuovo Ordine Mondiale “positivo”, che affronti una volta per tutte i problemi alimentati da una globalizzazione senza freni.
“Sotto molti aspetti, la Brexit è il primo vero banco di prova di un nuovo ordine mondiale e potrebbe rilevarsi un’opportunità per ampliare i benefici dell’apertura, aumentando le responsabilità delle autorità democratiche” nei confronti dei cittadini.
“La Brexit potrebbe portare a una nuova forma di cooperazione internazionale e di commercio transfrontaliero costruito sulla base di un equilibrio migliore tra autorità locali e sovranazionali”. In questo senso, la Brexit potrebbe avere un impatto sull’outlook non solo a breve termine ma anche lungo.

mercoledì 19 settembre 2018

Lussemburgo, covo degli evasori fiscali europei

Fonte: W.S.I. 10 marzo 2017, di Alberto Battaglia

Il Gran Ducato del Lussemburgo è già ben noto per le pratiche attraverso le quali è riuscito ad attirare grandi quantità di capitali esteri; non ultime, le agevolazioni che esso avrebbe concesso a grosse società come, ad esempio, Amazon (il caso è noto giornalisticamente come “Luxleaks”).
Meno evidenza era stata data fino ad ora, invece, al ruolo che il Lussemburgo avrebbe avuto nel favorire il riciclaggio di somme guadagnate illecitamente. Un indizio, però, emerge chiaramente da una tavola pubblicata dal Financial Times, elaborata sui dati della Bce: il Lussemburgo dall’introduzione dell’euro, ha stampato moneta fisica in quantità pari “a Belgio, Irlanda, Olanda e Spagna” messe assieme. Un po’ strano per un Paese così piccolo. In Europa, solo Germania, Francia e Italia (le tre più grosse economie del blocco comunitario) hanno stampato più denaro.
Una possibile spiegazione, scrive il Financial Times, sta nell’eventualità che numerosi soggetti possano aver convertito in contanti guadagni illeciti che erano depositati presso banche lussemburghesi; così facendo avrebbero prevenuto eventuali accertamenti a loro carico portandosi a casa (oltre confine) il denaro. I dati Bce “implicano che circa 100 miliardi di euro potrebbero essere stati oscurati al fisco in questa maniera dall’introduzione dell’euro”, scrive il Financial Times.

Il sospetto che sollevano questi dati è grande, ma le ragioni per essere ottimisti su possibili cambiamenti in futuro scarseggiano.
“Dato l’uomo che era a capo del Lussemburgo durante la maggioranza del periodo e la sua posizione attuale, vi lasciamo stimare la probabilità che possano esserci risorse investigative volte a determinare se questo genere di criminalità è in corso”, scrive con una certa ironia il Financial Times. Per i pochi che non l’avessero intuito, l’ex premier del Lussemburgo in questione è l’attuale presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker.

domenica 20 maggio 2018

Governo, mini-BOT spaventano Ue e analisti: o salta la Germania o l’Italia

Fonte: W.S.I. 18 maggio 2018, di Alessandra Caparello
(questa è solo una parte dell'articolo il resto lo trovate al link suindicato con W.S.I.)
ROMA (WSI) – Promette di far discutere la proposta di Lega e Movimento Cinque Stelle riguardante l’emissione di titoli di stato a breve termine per pagare le aziende che vantano crediti con lo Stato.
A parlarne è stato il capo dell’economia della Lega Claudio Borghi, che alla domanda se i cosiddetti “mini-BOT” – nominati dopo i buoni del Tesoro a breve termine dell’Italia – fossero all’ordine del giorno, ha risposto “sì”.
A renderlo noto Reuters, che sottolinea anche in un articolo a firma di Jan Strupczewski in cui vengono citati una serie di analisti, come – a giudicare dall’ultima bozza di contratto – la coalizione che guiderà il governo italiano rischia di bloccare il processo di integrazione nell’area dell’euro e potrebbe preparare il terreno per la prossima crisi dell’euro, qualora riuscisse a realizzare le sue politiche di riduzione delle imposte e di spese allegre. Vanno trovate coperture per oltre 100 miliardi (vedi stime riportate nella tabella sotto).
“Con il governo M5S/Lega, i problemi di fondo dell’economia italiana, tra cui la bassa crescita, la scarsa flessibilità dei mercato del lavoro, l’inefficienza del sistema bancario e della pubblica amministrazione, non saranno affrontati, anzi, in molti casi saranno peggiorati”.
Lo ha affermato in una nota ai clienti Jan von Gerich, Chief Strategist di Nordea.
“In breve, la fiducia nei confronti dell’Italia è destinata ad essere messa a dura prova da un governo M5S/Lega, anche se le due parti non saranno in grado di attuare pienamente il loro programma”. L'osservatorio sui conti pubblici dell'Università Cattolica di Milano guidato da Carlo Cottarelli ha calcolato quanto costeranno e quanto permetteranno di risparmiare le misure contenute nel contratto firmato da M5s e Lega: c'è un buco da oltre cento miliardi da coprire.Mini-Bot: moneta parallela, bomba a orologeria per l'euroPer Borghi i mini-Bot sono "la bomba del programma, ma non se ne è accorto nessuno". Con questo sistema "mettiamo soldi nelle tasche degli Italiani pagando i debiti dello Stato. È l’uovo di Colombo". Secondo alcuni commentatori stranieri si tratta però di un altro tipo di bomba. I mini-Bot, emessi in euro, vivono nel paradosso che se un giorno l'Italia dovesse uscire dall'area euro, una volta liberi di scambiare sul mercato "staccati" dall'euro, quei titoli varranno probabilmente molto meno. Il Financial Times stima che i mini-Bot - si chiamano così perché di piccolo taglio, dai 5 ai 100 euro - siano una bomba a orologeria pronta a esplodere sotto la sedia dell'Eurozona. Con l'arrivo di una proposta del genere o se ne va la Germania o l'Italia. Nel senso che l'uno o l'altro paese sono destinati a dire addio all'Eurozona. Il concetto dei titoli denominati in euro è che non paghino interessi, che siano stampati dallo Stato e che siano garantiti dalle entrate fiscali del paese emittente. I privati non saranno costretti ad accettare i mini-Bot come pagamento. Il titolo mini-Bot potrebbe essere usato per ripianare debiti con il fisco o per pagare entità del settore pubblico. Il primo obiettivo sembra che sia quello di appianare i debiti commerciali della Pubblica Amministrazione, che si stima ammontino a 64 miliardi di euro. Alla luce di queste considerazioni, i mini-Bot possono essere considerati una forma di moneta parallela, nonostante Lega e M5S neghino che si tratti di questo. Ma di fatto è un sistema per incrementare il debito nazionale senza che venga iscritto a bilancio. I due partiti euro scettici hanno promesso di attenersi agli accordi stretti con il trattato Ue fondatore di Lisbona, ma i mini-Bot sono in violazione dell'articolo 106, che dice che solo la Bce può emettere la moneta unica.  Nell'idea di Lega e M5S, i mini-Bot sono un modo semplice per creare un registro trasferibile di future entrate fiscali, garantito quindi dallo Stato. Dal momento che non si tratta di moneta ufficiale, i pagamenti di questo tipo non saranno nemmeno soggetti al limite delle transazioni in contanti di 3mila euro. I mini-BoT rischiano pertanto di favorire le attività illecite e il mercato in nero. Casi di esperimenti simili, volti ad aggirare i vincoli di bilancio, si sono già visti in California nel 2001 e a Buenos Aires durante la crisi dell'Argentina nel 2001-2002 che poi ha portato al default del debito del paese. Anche in Grecia l'allora ministro dell'Economia Yanis Varoufakis propose una sorta di "pagamento pubblico digitale", che sarebbe stato garantito dalle future entrate fiscali. Nessuno di questi strumenti, tuttavia, veniva "stampato" come nel caso dei mini-Bot. Secondo John Dizard del Financial Times a trarre vantaggio dell'iniziativa non saranno i giovani senza lavoro, bensì coloro i quali compreranno i mini-Bot a un tasso di sconto del 20-30%, come pensionati e creditori statali. Potrebbero rivendere il titolo (la "quasi moneta parallela" come la definisce l'editorialista) agli acquirenti di beni, titoli finanziari e servizi italiani.
"Se i mini-Bot vengono introdotti su grande scala, i problemi politici che creeranno in Europa costringeranno una tra Italia e Germania a uscire dall'euro". E "dopo aver recato danni, alla fine lo schema dei mini-bot verrà abbandonato".

martedì 27 marzo 2018

Italia bomba a orologeria, troppo grande per essere salvata

Fonte: W.S.I. 27 marzo 2018, di Livia Liberatore 
Una guerra commerciale, una recessione economica globale e l’Italia. Sono queste le tre fonti potenziali di instabilità della zona euro, secondo Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times. L’Italia è la più prevedibile. Dal periodo successivo alla crisi finanziaria l’Italia ha un’unica ricetta possibile: restrizioni fiscali e riforme economiche permanenti per garantire la sostenibilità del debito. Ma, nota l’editorialista, i due partiti vincitori nelle recenti elezioni politiche, il Movimento 5 Stelle e la Lega, hanno sostenuto tutto il contrario.
Il primo momento critico sarà il bilancio del 2019, che dovrà essere approvato entro questo autunno. I partiti populisti rappresentano circa il 60% dei parlamentari e senatori italiani. La loro priorità non sarà quella di seguire le regole fiscali dell’Unione europea: la maggioranza del parlamento non sembra avere intenzione di approvare un budget di austerità. “Quindi perché i mercati finanziari sono così calmi?” si chiede Munchau.
La tranquillità dei mercati sull’Italia è dovuta a due errori di valutazione, che l’editorialista del Ft smentisce. Il presidente della Banca centrale europea non verrà in aiuto di uno Stato membro che si oppone in modo deliberato alle regole fiscali. E l’establishment italiano non riuscirà a tenere lontani gli estremisti dal potere: il voto per Lega e M5S è “la prevedibile risposta a due decenni di politica economica che non è riuscita a creare posti di lavoro per i giovani“. Nessun Paese può mantenere uno spirito europeista in presenza di una calamità economica permanente come questa, spiega Munchau.
Le proposte economiche avanzate dai due partiti vincitori, come quella del reddito di cittadinanza, sono incoerenti con l’adesione alle regole fiscali dell’Ue. “L’Italia è troppo grande per essere salvata e troppo grande per fallire”, si legge nel commento. L’eurozona non ha strumenti per affrontare con efficacia la crisi di un grande Paese. Soltanto l’istituzione di una singola risorsa sicura come supporto per i mercati finanziari e di uno strumento di finanziamento per creare capacità di risanamento economico per gli Stati in difficoltà della zona euro potrebbe avere qualche effetto. Ma, secondo Munchau, siamo ancora lontani da questa prospettiva.

martedì 29 novembre 2016

Financial Times e The economist..

articolo di Munchau sul Financial Times (tradotto dal Massimo Rocca alias il contropelo).
Alcune rivoluzioni avrebbero potuto essere evitate se solo la vecchia guardia si fosse astenuta dalle provocazioni. Non c’è prova della realtà del “ dategli le brioches”. Ma è il genere di cose che Marian Antonietta avrebbe potuto dire. Suona credibile. I Borboni sono difficili da battere come esempio di un potere astratto dalla realtà.
Essi hanno dei rivali, oggi.
Il nostro potere globale liberal democratico sta agendo proprio nello stesso modo. In un epoca in cui l‘Inghilterra ha votato per lasciare l’Unione europea, in cuo Donald Trump è diventato presidente degli Usa, e marine Le Pen è in marcia verso l’Eliseo, noi - i guardiani dell’ordine globale liberale non facciamo che raddoppiare la puntata.
La campagna di Tony Blair, l’ex primo ministro inglese, per cancellare la Brexit è probabilmente il più bizzarro esempio tra tutti. Un fatto più serie sono le previsioni dell’ Ufficio per la stabilità del bilancio in Gran Bretagna, che la scorsa settimana ha detto che la Brexit avrà serie conseguenze economiche. Venendo dopo pochi mesi da quando la professione economica si è coperta di discredito con apocalittiche previsioni delle conseguenze del referendum inglese, questo è uno sbalorditivo avanzo di magazzino della inadeguatezza dei modelli di previsione economica. La verità sull’impatto della Brexit è che esso è incerto, al di là delle possibilità di previsione di chiunque e che dipende quasi interamente dal modo in cui il processo sarà gestito. La risposta tecnicamente corretta è “non lo so”. Prima del referendum il “progetto paura” fu un colossale errore di calcolo tattico. Oggi è pura stupidità. Uno dei punti di discussione è se il popolo deve dare retta agli esperti. Ma abbiamo già fatto un passo avanti. Per la loro tendenza a esagerare i macroeconomisti non sono più considerati esperti in macroeconomia.
Vecchi leader fuori dalla realtà e il potere economico non sono soli. In Italia il potere politico sta considerando di modificare una legge elettorale appena approvata, col solo obiettivo di tenere lontano dal potere il movimento ribelle di Beppe Grillo, i 5 stelle. E questo si intreccia in modo complesso con il referendum di domenica sulla riforma costituzionale.
La legge elettorale entrata in vigore a luglio da al partito più forte poteri quasi dittatoriali. Ha origine da un accordo sottobanco del 2014 tra il partito democratico del primo Ministro Matteo Renzi e Forza Italia del ex premier Berlusconi. Nessuno dei due credeva che i 5 stelle sarebbero mai stati in grado di scuotere il confortevole duopolio. Indipendentemente dall’esito del referendum , aspettatevi di vedere uno dei casi più eclatanti di manipolazione delle modalità di voto nella politica moderna. Ma il problema di Renzi non sono i 5 stelle. Sono gli elettori.
La stessa Europa, sta raddoppiando la posta ogni volta che può. Il trattato commerciale con il Canada, e l’ancora da siglare TTIP, sono tanto popolari oggi quanto lo era il dislocamento dei missili nucleari a medio raggio negli anni ottanta. Una ribellione popolare si sta organizzando contro di loro perchè la gente teme una riduzione delle tutele dei consumatori ed il potere arraffato dalle multinazionali. Perchè sta avvenendo ciò? I macroeconomisti hanno pensato che nessuno osasse sfidare la loro autorevolezza. I politici italiani stanno giocando col potere da sempre. E il lavoro dei tecnici dell’unione europea è quello di trovare metodi coperti per portare avanti legislazioni scorrette e trattati al di là delle legislazioni nazionali. Anche se forze come quelle della Le Pen, di Grillo o del partito di estrema destra olandese di Geert Wilders marciano verso il potere, l’establishment continua a d agire sempre in questo modo. Un reggente dei Borbone , in un raro momento di consapevolezza avrebbe fatto marcia indietro. Il nostro sistema capitalistico, con le sue istituzioni contendibili è costituzionalmente incapace di farlo. Raddoppiare la sfida è quello che è programmato per fare. La strada giusta sarebbe smettere di insultare gli elettori e, cosa più importante, risolvere i problemi di un settore finanziario fuori controllo, di flussi incontrollati di capitali e di persone, e di una distribuzione ineguale del reddito. Nell’eurozona i leaders politici hanno ritenuto conveniente impantanarsi in una crisi bancaria e poi una crisi dei debiti sovrani - solo per ritrovarsi con un debito greco insostenibile e con un sistema bancario italiano in grandi difficoltà. Dopo otto anni ci sono ancora investitori che stanno scommettendo sul collasso dell’eurozona come l’abbiamo fin qui conosciuta.
Renzi avrebbe potuto usare il suo ampio capitale politico per riformare l’economia italiana invece di cercare solo di cementare il suo potere. E immaginate che cosa sarebbe stato possibile se la cancelliera Merkel avesse speso il suo ancor più vasto capitale politico per trovare soluzioni alle molteplici crisi dell’eurozona, o nel ridurre gli eccessi di surplus della bilancia commerciale tedesca.
Ma questo non è successo per lo stesso motivo per cui non successe nella Francia pre rivoluzionaria. I guardiani del capitalismo occidentale, come i Borboni prima di loro , non dimenticano nulla e non imparano niente
EconomistL’Italia, scrive il giornale, è la più grande minaccia alla sopravvivenza dell’euro e dell’Unione Europea per i suoi indicatori economici: ilreddito pro capite fermo da oltre quindici anni, un mercato del lavoro sclerotico, banche “farcite” di crediti non riscuotibili, uno Stato appesantito dal secondo debito pubblicodell’Eurozona. Per questo motivo – sottolinea l’Economist – molta speranza viene riposta in Renzi. Il capo del governo pensa che il problema di fondo è la paralisi istituzionale e per questo ha chiamato al voto sulle modifiche costituzionali che, prosegue il giornale, tirerebbe indietro i poteri dalle Regioni e realizzerebbe un Senato subordinato alla Camera bassa. Questo – aggiunge l’Economist – insieme a una legge elettorale che mira a garantire una maggioranza al partito principale gli darà il potere di far approvare le riforme di cui “disperatamente” ha bisogno, come sostiene lui.
Quanto alle eventuali dimissioni di Renzi, molti investitori e governi europei hanno paura che l’Italia possa rappresentare in un terzo domino in un ordine internazionale che si sta rovesciando, dopo Brexit e l’elezione di Trump. “Eppure questo giornale crede che gli italiani dovrebbero votare No”. La fine del bicameralismo – che viene definita dall’Economist una “ricetta per la paralisi” – suona ragionevole. Ma i dettagli del progetto di Renzi offendono i principi democratici. Innanzitutto il Senato non sarebbe eletto. Al contrario, ricorda il giornale, i suoi membri sarebbero presi dalle autonomie locali e “Regioni e Comuni rappresentano gli strati più corrotti di governo e i senatori potrebbero gradire l’immunità dagli arresti”. Così il Senato si trasformerebbe in una calamita per i politici.
Anche l’Italicum ha senso. Ma, obietta il giornale inglese, l’approvazione delle leggi non è il problema più grande dell’Italia, perché la produzione legislativa di Roma è pari a quella dialtri Paesi europei. “Se il potere esecutivo fosse la risposta – si legge nell’editoriale – la Francia sarebbe fiorente: ha un potente sistema presidenziale, eppure, come l’Italia, è perennemente resistente alla riforma”.
Per contro uno svantaggio di una vittoria del No sarebbe il rafforzamento della convinzione che all’Italia manca la capacità di riformarsi. Ma è lo stesso Renzi, dice il giornale britannico, adaver creato questa crisi, puntando il futuro del suo governo sul test sbagliato. “Gli italiani non dovrebbero essere ricattati”. E se poi, conclude l’Economist, davvero il No innescasse il collasso dell’euro, allora sarebbe il segno che la moneta unica è così fragile che la sua distruzione era solo questione di tempo.
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Ora fate mente locale a cosa hanno detto i media italiani riguardo a quanto hanno scritto questi due giornali economici espressione delle varie anime della finanza internazionale.... inutile parlare di cosa e di chi perchè arriveremmo molto lontano.

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