Ho posta to apposta ieri l'articolo di Andrea Scanzi
non solo perchè lo condivido in toto ma soprattutto perchè, con
arguzia, ha detto chiaramente quel che 7 italiani su 10 pensano da anni,
il sottoscritto compreso, ma che non sempre possono o, per stanchezza,
vogliono dire: queste elezioni sono l'addio, almeno per i cittadini, a
questi politici e agli ultimi 25 anni di politica italiana.. del tutto
fallimentare: siamo più poveri; più cattivi, più egoisti; più razzisti;
più violenti e, soprattutto, senza futuro non solo per noi ma per i
nostri figli.
Gli italiani hanno parlato chiaro dicendo basta con
tutti loro. C'hanno messo un macigno sopra e non ne vogliono nemmeno più
sentir parlare.
Pensate, però, che davvero sia finita qui? O
meglio, pensate davvero che questi si 'dimettono' sul serio e se ne
vanno a godersi le rendite maturate alle Canarie o chissà dove? Vana
speranza: non molleranno, anzi semmai terranno duro e non si periteranno
di fare ancora più danni inguaiando ancora di più il paese pur di
evitare quel che ieri si è detto chiaro: il paese ha cambiato pagina ma
loro no.
Ha ragione Scanzi: i 5 stelle devono evitare di farsi
carico, insistendo, di andare a un governicchio di minoranza con chi ci
sta per farsi erodere il consenso. Non hanno imparato nulla dalle
esperienze romane o torinesi? Hanno già dimenticato lo stillicidio
giornaliero fatto sulle sindache dai media? spero di no perchè sarebbe
proprio un errore storico da cui non solo loro ma l'intero paese non si
risolleverebbe più, ma proprio più..... a meno di non votare tutti Lega.
Già il trappolone: ci stanno lavorando duramente: Confindustria si è già schierata aprendo ai pentastellati; l'altra parte della tenaglia è Scalfari
(forse mandato avanti in avanscoperta da qualcun'altro ..... forse la
famosa tessera n°1?); manca l'esca (un incarico di governo senz'avere i
numeri) e la preda (i 5 stelle) che cade in trappola.
Cadranno o
sapranno evitarla? Ai posteri l'ardua sentenza e se non fosse che saremo
noi a pagarne le conseguenze sarebbe quasi da guardare con un divertito
distacco.... per intendersi con l'espressione che aveva Sordi, quando
girò il film 'In viaggio con papà', quando guardava quel figlio un pò così (...) egregiamente interpretato da un grandissimo Verdone!!!
Perchè il problema è esattamente questo: mentre impazza 'La grande bellezza (un inno alla sinistra che lotta ... nei salotti dei .... parioli')
del paese non importa a loro e non importa a chi gli sta dietro e a
quella parte del paese che in questi anni si è arricchito ai nostri
danni....
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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martedì 6 marzo 2018
Elezioni: la trappola
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martedì 13 giugno 2017
Elezioni amministrative 2017: chi perde, chi non vince, chi vince (Andrea Scanzi)
13/06/2017 di triskel182
Riflessione su queste amministrative 2017, che hanno acceso gli animi come un doppio misto al torneo di Tegoleto tra Picierno e Sibilia versus Gasparri e la Fusani.Chi perde
Il Movimento 5Stelle. Era ampiamente previsto, le Amministrative sono il loro tallone d’Achille. Stavolta però sono riusciti ad andare oltre ogni ragionevole speranza (degli avversari). Suicidio a Genova e Palermo, harakiri colpevolissimo a Parma (e Pizzarotti sogna la torcida). In passato, avevano spesso vinto in città stremate dalle disastrose giunte di centrosinistra e centrodestra: Parma, Livorno, Roma. Adesso no (Taranto). Sul piano nazionale è tutto un altro sport, ma i campanelli d’allarme ci sono. Pizzarotti ha ragione quando asserisce sadicamente che ormai il M5s è forza che mira più al nazionale che al locale (e ciò è in controtendenza con gli albori dei Meet up).
In più, alle Amministrative si votano le persone e non i simboli. E le persone candidate dai 5Stelle non le conosce quasi nessuno. È difficile dare la propria città in mano a uno sconosciuto, ancor più contro avversari molto più organizzati e radicati. Il teatrino sulla legge elettorale ha spostato pochissimo, gli affanni di Raggi e parzialmente Appendino, un po’ di più. L’aspetto dirimente resta però l’allergia dei 5Stelle alle amministrative: una Torino non fa primavera, mentre una Genova è per sempre.
Chi non vince
Il Partito democratico. Sta esultando perché i grillini hanno scontato la pena, ma in 13 casi si presenteranno al ballottaggio in ritardo rispetto al centrodestra: Asti, Como, Monza, Genova, Padova, Spezia, Piacenza, Rieti, Lecce, Taranto, Catanzaro, Oristano, Trapani. E, in nove di questi casi, la giunta uscente era di centrosinistra o di sinistra. Il Pd soffre (ovviamente), anche in realtà un tempo rossissime: se questa è una vittoria, Orfini è il nuovo leader dei Led Zeppelin. Ha ragione il Movimento democratico e progressista (Mdp), nel ricordare che, senza l’aiuto della “sinistra riformista” (e spesso pure “radicale”), il Pd non va da nessuna parte. Se non a un apericena con Verdini.
A Renzi è già tornata la voglia di andare al voto anticipato, stavolta a novembre, ma non si capisce quali meriti avrebbe avuto. In primo luogo, il Pd non ha vinto, ma casomai pareggiato: solo i ballottaggi diranno se sarà trionfo o gogna. In secondo luogo, le elezioni nazionali seguiranno tutt’altre logiche. C’è poi l’aspetto personale: Renzi, terrorizzato di perdere, per queste elezioni non si è mai fatto vedere (e anche per questo non sono andate malissimo). Non è che adesso può appropriarsi di una (non) vittoria. O meglio: non potrebbe, ma lo farà. Ah, dimenticavo: è riuscito a perdere anche nella sua Rignano. Idolo.
Chi vince
Più volte ho scritto – e detto – in questi mesi che, tra i due litiganti, il Berlusconi gode. Appunto: a livello comunale e regionale, il centrodestra signoreggia con antica sicumera baldanzosa. I motivi sono semplici. Uno: l’Italia è un paese di centrodestra. Due: il centrodestra è, da sempre, la forza che in nome del bene comune (cioè il loro) è in grado di ingoiare qualsiasi rospo. Mentre Pisapia litiga con Fratoianni che litiga con Bersani che litiga con Civati, e mentre i 5Stelle rileggono in chiave nu-metal i sacri testi dell’Asilo Mariuccia, il centrodestra in apparenza si scazza, ma poi si presenta unito come un sol uomo. Per questo vinceranno. O comunque saranno sempre decisivi per fare un governo nazionale. Agili.
Dal Fatto Quotidiano
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giovedì 27 aprile 2017
E’ tempo di sognare (Andrea Scanzi)
27/04/2017 di triskel182
E’
tempo di sognare: facciamolo con Renzi. In questo video, durante il
quale ha dato il 197esimo bacio della morte a qualcuno o qualcosa, il
nostro eroe dà il meglio di sé. Era il 2015 e RenziRegna era all’apice
del successo, quindi delle cazzate. Notate anzitutto la postura, la
mimica, le faccette da “boro” nei film di Verdone. Si alza, petto
(pancia) in fuori, e ha la faccia di chi si sente figo (ahahahahah). Poi
si guarda attorno, continua a pensare “So’ fico” e strofina le mani assumendo la posizione della foca monaca triste. Bei momenti. Quindi, dopo un leggendario “Caro Luca” (Montezemolo), parte con la solita messa cantata sul futuro, l’ottimismo e soprattutto stocazzo. La cosa buffa è che per anni ci hanno detto che uno così ha carisma, sa parlare ed è mediaticamente forte. Come no: al bar di Montione ne conosco almeno 74 che sono più efficaci. “Buona strada, buon volo, buon lavoro” (come gufa lui, nessuno mai). Poi butta là delle frasi a caso in inglese (“veri veri arddddd momenzzzz”, stavolta con un’esaltante espressione da prugna corrucciata).”Il futuro è sembrato sempre dietro di noi” (questa gliel’ha scritta Farinetti). “Il futuro sembrava dietro di noi” (eddai: gli piace proprio il pensiero forte da bacio Perugina). “Quello che sta cambiando è il progetto, che guarda per la prima volta in maniera non episodico alla più grande opportunità che ha l’Italia: quella di essere noi stessi” (parole e concordanze lessicali in libertà, con supercazzola prematurata antani). Ecco poi un’altra messa cantata: le due Italie. Oddio che due coglioni. “Ci sono due Italie davanti a voi”. Ancora con ‘sta sega: bastaaaaaaaaa. Quando distribuivano la banalità, era proprio in prima fila. Faccetta da D’Urso incupita, sbrodolata sui “lamentoni” che criticano tutto, “l’Italia del pianto e del rimpianto” e bla bla bla. Vuoto cosmico, fiera della scontatezza: si vola. Ovviamente la seconda Italia è la sua (?), ovvero quella “che può scrivere la pagina del futuro”. Siamo proprio a livelli di Smemoranda per bimbominkia. Gran finale, comicamente enfatico e con smulinare inutile di mani, braccia, mascelle molli e pappegorge fiere: “Vorrei chiedervi di allacciarvi le cinture di sicurezza” (Moccia in confronto è Faulkner). “Qui stiamo decollando davvero, piaccia o non piaccia”. Evidentemente non è piaciuto. “Il decollo dell’Italia è il decollo di Alitalia”. E allora siam messi male di nulla, vai.
Da facebook.com/andreascanzi
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mercoledì 1 febbraio 2017
Matteo Renzi, vi spiego perché vuole votare subito
di Andrea Scanzi | 1 febbraio 2017 Il Fatto Quotidiano
“Se i disgustati dal partito se ne andranno, rimarranno solo i disgustosi”. E’ una frase che mi ha colpito molto. L’ha pronunciata giorni fa uno dei molti sostenitori di Benoit Hamon, espressione della cosiddetta sinistra radicale, che ha vinto le primarie socialiste francesi. Altri suoi sostenitori ritenevano che lo sconfitto Valls avesse pagato lo spostamento verso il centro del partito, snaturandolo e rovinandolo, “proprio come Renzi in Italia”. La frase sui disgustati & disgustosi ben si adatta al Pd: se quelli che amano il partito, e più in generale una certa idea “socialista”,
non si muovono a salvarlo, i disgustati cresceranno sempre più (già
adesso sono a livelli di guardia) e rimarranno solo i “disgustosi”.
Il Pd ci ha tristemente abituato ai penultimatum. Fino al 4 dicembre la minoranza dem, tranne Civati (che infatti se n’è andato) e pochi altri, era un’Armata Brancaleone di Don Abbondio. In questo senso D’Alema, che mi ha sempre attratto come una jam session tra Bianca Atzei e il Poro Schifoso, ha avuto il coraggio di gridare il suo “no” al referendum e di descrivere Renzi per quel che era, è e sarà: ovvero niente. Evidentemente, per far dire qualcosa di sinistra a D’Alema, serviva Renzi. E da questo si capisce come anche Matteo, nel suo piccolo, una ragione di vita politica forse ce l’abbia.
Molte cose, adesso, sono cambiate. Dopo il meraviglioso Golgota del 4 dicembre, che – ve lo ricordo – è ora Festa Nazionale della Torcida Inesausta e ha per inno Another Brick In The Wall Part 2, il tappo è alfine saltato. Renzi non ha più il partito sotto controllo. Le parole di Emiliano sono durissime. Le parole di Rossi sono durissime. Un ipotetico partito dalemiano è accreditato al 12-14%, che con questa legge elettorale (di merda) non è poco. Persino Bersani non esclude più la scissione. E la stessa vittoria di Hamon dice che c’è spazio per la sinistra. Certo, permane qualche pontiere, tipo Speranza – il cui carisma non smette di accecarci – e Cuperlo, ma lo strappo pare irrecuperabile.
La coperta di Renzi è sempre più corta e lui pare sempre più bollito (c’mon). Eppure il Podista Bolso di Rignano, che non va mai – mai – dato per finito, vuole le elezioni subito. Perché? La Consulta, se possibile, ha reso l’Italicum (ennesimo troiaio renziano) persino più inverecondo. Via il ballottaggio, permangono però i capilista bloccati e le multicandidature. Siamo di fronte a un proporzionale con premio di maggioranza al 40%. Il premio va però alla lista e non alla coalizione: quindi, salvo miracoli (?), non va a nessuno. Siamo passati dall’Italicum all’Itatroiaium. Che culo.
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
il resto lo trovate al link del Fatto Quotidiano
Ci pensate? Credo che siamo uno dei pochi paesi al mondo democratici, o che si fregiano (senz'esserlo davvero), insieme agli USA, che vedono personaggi siffatti fare rapidissima carriera e altrettanto rapidissimamente conoscere la china..
Il Pd ci ha tristemente abituato ai penultimatum. Fino al 4 dicembre la minoranza dem, tranne Civati (che infatti se n’è andato) e pochi altri, era un’Armata Brancaleone di Don Abbondio. In questo senso D’Alema, che mi ha sempre attratto come una jam session tra Bianca Atzei e il Poro Schifoso, ha avuto il coraggio di gridare il suo “no” al referendum e di descrivere Renzi per quel che era, è e sarà: ovvero niente. Evidentemente, per far dire qualcosa di sinistra a D’Alema, serviva Renzi. E da questo si capisce come anche Matteo, nel suo piccolo, una ragione di vita politica forse ce l’abbia.
Molte cose, adesso, sono cambiate. Dopo il meraviglioso Golgota del 4 dicembre, che – ve lo ricordo – è ora Festa Nazionale della Torcida Inesausta e ha per inno Another Brick In The Wall Part 2, il tappo è alfine saltato. Renzi non ha più il partito sotto controllo. Le parole di Emiliano sono durissime. Le parole di Rossi sono durissime. Un ipotetico partito dalemiano è accreditato al 12-14%, che con questa legge elettorale (di merda) non è poco. Persino Bersani non esclude più la scissione. E la stessa vittoria di Hamon dice che c’è spazio per la sinistra. Certo, permane qualche pontiere, tipo Speranza – il cui carisma non smette di accecarci – e Cuperlo, ma lo strappo pare irrecuperabile.
La coperta di Renzi è sempre più corta e lui pare sempre più bollito (c’mon). Eppure il Podista Bolso di Rignano, che non va mai – mai – dato per finito, vuole le elezioni subito. Perché? La Consulta, se possibile, ha reso l’Italicum (ennesimo troiaio renziano) persino più inverecondo. Via il ballottaggio, permangono però i capilista bloccati e le multicandidature. Siamo di fronte a un proporzionale con premio di maggioranza al 40%. Il premio va però alla lista e non alla coalizione: quindi, salvo miracoli (?), non va a nessuno. Siamo passati dall’Italicum all’Itatroiaium. Che culo.
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il resto lo trovate al link del Fatto Quotidiano
Ci pensate? Credo che siamo uno dei pochi paesi al mondo democratici, o che si fregiano (senz'esserlo davvero), insieme agli USA, che vedono personaggi siffatti fare rapidissima carriera e altrettanto rapidissimamente conoscere la china..
lunedì 23 gennaio 2017
Con trasporto silenzioso (Andrea Scanzi)
23/01/2017 di triskel182
E’
un mio limite, ma di fronte al dolore non ho parole. Così, me ne sto
zitto. Per esempio quando c’è il terremoto. Come cantava qualcuno, di
fronte allo sgomento c’è solo l’immagine del grande smarrimento. Nelle
terre devastate dal sisma ho molti amici, molti ricordi e ancor più
fascinazioni. Sono terre meravigliose, anche se troppo spesso
dimenticate. Faccio fatica a vedere le immagini, a leggere le notizie. E
mi guardo bene dal partecipare al cicaleccio web di chi straparla di tutto, commentando – per forza – ogni notizia. A volte, anzi spesso, esiste solo il silenzio.Il dramma straziante di Rigopiano andrebbe osservato con trasporto silenzioso, ma tutto – in questo paese – diventa chiacchiericcio indistinto. Più ancora di chi straparla a cazzo, mi infastidisce però la pletora di pretoriani che – in questi casi – vorrebbero una sorta di sospensione del giudizio. Una “solidarietà nazionale” peraltro ipocrita, perché presuppone l’appoggio acritico al governo (questo e il precedente) e l’attacco livoroso a qualsivoglia opposizione (anche se essa ha il torto d’aver ragione). Non alludo alla politica: chi lucra sul terremoto mi fa schifo. Alludo all’informazione, quella vera, quella a cui tocca in questi giorni scrivere (non certo con gioia) che la neve a gennaio non è “imprevedibile”, che le promesse elettorali non sono state mantenute e che la tragedia di Rigopiano si poteva evitare. Eppure, se lo scrivi e lo motivi, sei uno “sciacallo”. Uno che merita il paragone con quel politico andato in tivù coi doposci griffati. Ecco: questo ricatto è insopportabile. Non si aiuta un paese dicendo sempre “sì padrone”: lo si aiuta adoperandosi – ognuno nel suo ruolo – affinché quella tragedia non si ripeta. Chi oggi dà dello “sciacallo” a chi osa fare giornalismo (vero), è lo stesso che imponeva l’appoggio acritico a Monti, “altrimenti sei uno sciacallo”. Oppure a Letta, “altrimenti sei un disfattista”. Oppure a Renzi, “altrimenti non ami l’Italia, se vince il no sarà il disastro” (come no: infatti si è visto). Il mantra si ripete ora con Gentiloni. Questi ragionamenti sono di una disonestà intellettuale ac-ce-can-te. E vengono puntualmente da osservatori tromboneggianti e avvizziti che, ogni volta, non ne indovinano una. Neanche per sbaglio. Fateci un favore: ritiratevi e non ammorbateci più con le vostre litanie colpevoli e furbastre. Fate più danni della grandine. Se questo paese avesse meno servitori “ottimisti” e più persone libere “realiste”, probabilmente non avrebbe i problemi che ha. E non dovrebbe affidarsi ogni volta – per salvarsi – ad eroici avamposti di utopia e resistenza, gli stessi che ora rischiano la vita per salvarne altre. Avamposti assai più belli della classe dirigente – giannizzeri inclusi – che mal li governa. E che pretende pure il consenso, e il silenzio, ogni volta che sbaglia. Cioè quasi sempre.
Da facebook.com/andreascanzi
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A forza di tagli e dello storico pressapochismo italiaco che ha sempre privilegiato il condono e il voto alla legalità, e in questi casi anche alla sicurezza, i risultati sono, saranno e sono stati sotto gli occhi di tutti a ogni problema sorto o disastro avvenuto, quanto annunciato...
mercoledì 7 settembre 2016
L’unico miracolo di Renzi (Andrea Scanzi)
07/09/2016 di triskel182
Viviamo tempi davvero strani. Lo scorso weekend, alla festa del Fatto alla Versiliana, durante un incontro c’era Sallusti in prima fila. Lo so bene, perché a quell’incontro ero relatore con Travaglio, Buttafuoco eFerrucci. Parlavamo dei “Social Pirla”, che stanno sempre più sputtanando i social network, e si spanciava dal ridere. Due giorni fa, sul Giornale, ha scritto un articolo in prima pagina ammettendo di essere totalmente d’accordo con noi. Nessuno, alla festa del Fatto,
lo ha contestato. Anzi. Eppure era lo stesso che, fino a due anni fa,
era uno dei nemici più odiati. E ancora: al dibattito tra Parisi e Barca, con arbitriPadellaro e Caporale, quello più fischiato è stato Barca. E’ l’unico miracolo di Renzi: sta così sulle palle da avere reso assai più digeribili i berlusconiani.Vale anche per D’Alema. Persino per D’Alema. L’uomo che ha fatto più danni della grandine alla sinistra italiana, danni che mai dimenticherò, negli ultimi giorni è incontenibile. Bastona Renzi con agio sublime, indovinando battute e tritandolo con serenità tibetana. A Catania, alla Festa de l’Unità, ha zittito Gentiloni (va be’) e ridicolizzato Cerasa(lo so, non è difficilissimo). E ieri, al lancio del Comitato per il No al Referendum Costituzionale del Centrosinistra, ha dato letteralmente spettacolo. Invito i lettori del Fatto a godersi l’imperdibile sintesi di due minuti nel nostro sito: è strepitosa. I tempi teatrali di D’Alema, quando perculeggia qualcuno, restano impeccabili. Pensate come siam messi: tocca quasi – tranquillo, ho detto “quasi” – rivalutare D’Alema. Poveri noi. Auguri e buona catastrofe.
Da facebook.com/Andrea-Scanzi
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Andrea Scanzi non me lo potevo perdere... d'altronde non è quel che dice, la storia la conosciamo, ma il come senza parlare della solita arguzia..
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mercoledì 20 luglio 2016
Identikit: Edward Luttwak, il guerrafondaio a oltranza
20 luglio 2016 dal Blog di Andrea Scanzi

Con quella sua faccia allegramente incarognita, da pitbull rancoroso a cui non danno da mangiare la carne di prima scelta che vorrebbe, Edward Luttwak è una delle tasse più spietate che gli italiani sono costretti a pagare da anni. Stati Uniti hanno capito da un pezzo come il suo pensiero non sia esattamente imprescindibile, ma in Italia lo invitano tutti. E’ come certe telenovele sudamericane, così orrende che possono trasmetterle giuste da noi. Maurizio Crozza ha rischiato di renderlo quasi simpatico, nel suo circo barnum chiamato DiVenerdì. Ma non ce l’ha fatta: non è proprio possibile. Il comico genovese lo immagina in collegamento dagli Stati Uniti, col faccione costantemente ingrugnito, la voce di un manga pigro e la fissa per gli argomenti più improbabili: “Posso parlare di frighi?”. Magari il vero Luttwak parlasse di frighi: la sua fregola è la guerra. Parla solo di quello, con eccitazione livida e clinicamente parossistica. Te lo immagini, al mattino, mentre si sveglia con la musica di Wagner, gli elicotteri nella testa, l’odore sano del napalm e una gran voglia inevasa di invadere la Polonia. Anzi: il mondo. I tragici fatti di Nizza e Turchia lo hanno fatto tornare in auge. Sempre e solo in Italia, ovviamente, dove nei talkshow ha il compito che aveva Elio Vito al tempo del berlusconismo rampante: rendere ridicolo tutto quel che sostiene. Luttwak interpreta il guerrafondaio uscito da una puntata debole di 24: uno di quelli che, in cinque secondi, Jack Bauer mandava a quel paese o – più spesso – all’ospedale. Cogliamo dal recente fior fiore luttwakiano: “Stragi negli Usa? Conseguenza delle politiche di Obama”. “I golpisti turchi dovevano uccidere Erdogan”. “Troppi errori in Francia” (frase storica: è stata la prima volta in cui ci ha preso). “Forse il Vaticano dovrebbe essere spostato ad Avignone o a Buenos Aires” (tradotto: se gli italiani muoiono mi spiace, se muoiono i francesi o gli argentini sticazzi). Qualcuno potrebbe chiedersi: com’è che Luttwak è diventato Luttwak, ovvero uno che quando parla di guerra ha un’autorevolezza (presunta) che neanche Napoleone? E’ presto detto. Luttwak, 74 anni, ha scritto almeno due libri esiziali. Il primo dice tutto già dal titolo: “Give war a chance”. E’ un appassionante j’accuse contro quei beoti minchioni dei pacifisti, che tra un John Lennon e un Gino Strada non hanno ancora capito che le missioni di pace sono inutili. Anzi dannose. Molto dannose. Mentre i droni fanno bene alla salute, le mine sono depurative e i bombardamenti a grappolo aiutano eccome la diuresi. L’altro testo, tradotto in tutto il mondo, è il divertentissimo “Strategia del colpo di Stato. Manuale pratico”. Da bambini c’è chi si chiude in bagno sognando amplessi leggendari e chi gioca con le bambole o i carri armati. Luttwak, no: lui, i carri armati, li mangiava. Per immedesimarsi nella parte. E’ dalla prima guerra del Golfo che Luttwak incarna la caricatura inconsapevole del Sergente Hartman di Full Metal Jacket. Nel film, come noto, il sergente non faceva una bella fine. Nella misera quotidianità che ci avvolge, non vorremmo certo arrivare a tanto. Per carità. Basterebbe molto meno: basterebbe non invitarlo più. E lasciarlo parlare da solo nella “Fletcher Memorial Home”. Era il nome della casa di riposo-manicomio inventata da Roger Waters in The Final Cut, a uso e consumo di politici sanguinari e mezzo rincitrulliti. Ottima idea: tra i fantasmi di Reagan e Galtieri, Luttwak ci starebbe benissimo. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 19 luglio 2016)
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
Chi è questo vecchio rancoroso?
E. Luttwak
E' uno dei fautori del turbocapitalismo; imperialista; facente parte dei think thank neo-con americani più a destra che si possa immaginare: è uno di quelli che sotto Trump si sentiranno come pesci nell'acqua perchè, almeno dalle premesse, il candidato del GOP ha come slogan America First, il che ci riporta a tristi ricordi: Chile, Argentina, Brasile.. ma anche strategia della tensione in Italia, l'uccisione di Moro ecc. c'era il suo zampino e quello dell'altro mentore della destra: : Kissinger,

altro tipetto niente male che sulla coscienza ha molti morti, golpe, e quant'altro si possa pensare di peggio della politica estera americana.Due biografie di due uomini che del potere ne han fatto l'uso che ne han voluto per gli scopi che si erano prefissati sia loro che chi gli stava dietro e ne tirava le fila.......
Fa bene Scanzi a destrutturarlo.. ormai entrambi, pur matenendo intatto il loro primato egemonico sono solo ombre di un passato tutto da dimenticare.. dopo averlo studiato e averli inchiodati alle loro responsabilità....
Insomma se volessimo vedere un simbolo dello strapotere politico-militare-economico degli USA ce li abbiamo davanti... i due gemelli del terrore.

Con quella sua faccia allegramente incarognita, da pitbull rancoroso a cui non danno da mangiare la carne di prima scelta che vorrebbe, Edward Luttwak è una delle tasse più spietate che gli italiani sono costretti a pagare da anni. Stati Uniti hanno capito da un pezzo come il suo pensiero non sia esattamente imprescindibile, ma in Italia lo invitano tutti. E’ come certe telenovele sudamericane, così orrende che possono trasmetterle giuste da noi. Maurizio Crozza ha rischiato di renderlo quasi simpatico, nel suo circo barnum chiamato DiVenerdì. Ma non ce l’ha fatta: non è proprio possibile. Il comico genovese lo immagina in collegamento dagli Stati Uniti, col faccione costantemente ingrugnito, la voce di un manga pigro e la fissa per gli argomenti più improbabili: “Posso parlare di frighi?”. Magari il vero Luttwak parlasse di frighi: la sua fregola è la guerra. Parla solo di quello, con eccitazione livida e clinicamente parossistica. Te lo immagini, al mattino, mentre si sveglia con la musica di Wagner, gli elicotteri nella testa, l’odore sano del napalm e una gran voglia inevasa di invadere la Polonia. Anzi: il mondo. I tragici fatti di Nizza e Turchia lo hanno fatto tornare in auge. Sempre e solo in Italia, ovviamente, dove nei talkshow ha il compito che aveva Elio Vito al tempo del berlusconismo rampante: rendere ridicolo tutto quel che sostiene. Luttwak interpreta il guerrafondaio uscito da una puntata debole di 24: uno di quelli che, in cinque secondi, Jack Bauer mandava a quel paese o – più spesso – all’ospedale. Cogliamo dal recente fior fiore luttwakiano: “Stragi negli Usa? Conseguenza delle politiche di Obama”. “I golpisti turchi dovevano uccidere Erdogan”. “Troppi errori in Francia” (frase storica: è stata la prima volta in cui ci ha preso). “Forse il Vaticano dovrebbe essere spostato ad Avignone o a Buenos Aires” (tradotto: se gli italiani muoiono mi spiace, se muoiono i francesi o gli argentini sticazzi). Qualcuno potrebbe chiedersi: com’è che Luttwak è diventato Luttwak, ovvero uno che quando parla di guerra ha un’autorevolezza (presunta) che neanche Napoleone? E’ presto detto. Luttwak, 74 anni, ha scritto almeno due libri esiziali. Il primo dice tutto già dal titolo: “Give war a chance”. E’ un appassionante j’accuse contro quei beoti minchioni dei pacifisti, che tra un John Lennon e un Gino Strada non hanno ancora capito che le missioni di pace sono inutili. Anzi dannose. Molto dannose. Mentre i droni fanno bene alla salute, le mine sono depurative e i bombardamenti a grappolo aiutano eccome la diuresi. L’altro testo, tradotto in tutto il mondo, è il divertentissimo “Strategia del colpo di Stato. Manuale pratico”. Da bambini c’è chi si chiude in bagno sognando amplessi leggendari e chi gioca con le bambole o i carri armati. Luttwak, no: lui, i carri armati, li mangiava. Per immedesimarsi nella parte. E’ dalla prima guerra del Golfo che Luttwak incarna la caricatura inconsapevole del Sergente Hartman di Full Metal Jacket. Nel film, come noto, il sergente non faceva una bella fine. Nella misera quotidianità che ci avvolge, non vorremmo certo arrivare a tanto. Per carità. Basterebbe molto meno: basterebbe non invitarlo più. E lasciarlo parlare da solo nella “Fletcher Memorial Home”. Era il nome della casa di riposo-manicomio inventata da Roger Waters in The Final Cut, a uso e consumo di politici sanguinari e mezzo rincitrulliti. Ottima idea: tra i fantasmi di Reagan e Galtieri, Luttwak ci starebbe benissimo. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 19 luglio 2016)
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Chi è questo vecchio rancoroso?
E. Luttwak
E' uno dei fautori del turbocapitalismo; imperialista; facente parte dei think thank neo-con americani più a destra che si possa immaginare: è uno di quelli che sotto Trump si sentiranno come pesci nell'acqua perchè, almeno dalle premesse, il candidato del GOP ha come slogan America First, il che ci riporta a tristi ricordi: Chile, Argentina, Brasile.. ma anche strategia della tensione in Italia, l'uccisione di Moro ecc. c'era il suo zampino e quello dell'altro mentore della destra: : Kissinger,

altro tipetto niente male che sulla coscienza ha molti morti, golpe, e quant'altro si possa pensare di peggio della politica estera americana.Due biografie di due uomini che del potere ne han fatto l'uso che ne han voluto per gli scopi che si erano prefissati sia loro che chi gli stava dietro e ne tirava le fila.......
Fa bene Scanzi a destrutturarlo.. ormai entrambi, pur matenendo intatto il loro primato egemonico sono solo ombre di un passato tutto da dimenticare.. dopo averlo studiato e averli inchiodati alle loro responsabilità....
Insomma se volessimo vedere un simbolo dello strapotere politico-militare-economico degli USA ce li abbiamo davanti... i due gemelli del terrore.
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martedì 17 febbraio 2015
Riforme: mena pure, tanto la colpa è di Grillo
Fonte: Il Fatto Quotidiano del 15 02 2015 a firma di Andrea Scanzi
Neanche fa più notizia che, nella politica italiana da sempre capovolta, il Parlamento cacci chi grida “Onestà, onesta!”. In fondo è la colpa più grave, quella più imperdonabile: un po’ come andare da Rocco Siffredi e pretendere castità. Regola aurea, per larga parte dei media, è che la colpa ricada a prescindere sul Movimento 5 Stelle: il capro espiatorio perfetto, che sia effettivamente criticabile (e spesso lo è) o che abbia come macchia quella di mostrarsi alterato di fronte ai soprusi (alla Costituzione, mica a loro). Il Parlamento è uno strano microcosmo: dentro si può fare di tutto, l’importante è che lo si faccia col sorriso. Sfasciare ogni cosa va bene, però con educazione. Al contrario, se qualcuno scopre che gli hanno appena rubato la macchina e per questo si arrabbia un po’, giocoforza il colpevole diventa lui: troppo maleducato. Funziona così, e funziona forse al contrario.
La fredda cronaca degli ultimi giorni (e notti) alla Camera mostra un quadro d’insieme scarsamente avvincente. Regole minime sventrate. Presidenti e vicepresidenti oltremodo parziali. L’evanescente Boschi che assurge a madrina costituente (esce Calamandrei, entra Maria Elena: come sostituire Pelé con Muntari). Una gestione delle minoranze e delle opposizioni appena illiberale. Canguri, sedute fiume, insulti. “Dissidenti” che abbaiano ma non mordono. La Boldrini che ormai imbarazza pure Sel. Una perdurante involuzione democratica, di fronte alla quale però buona parte dell’informazione italiana – non per nulla al 73 esimo posto per libertà di stampa, giusto tra Moldavia e Nicaragua – soprassiede. Molto meglio raccontare con dovizia la reunion tra Al Bano e Romina: è più facile, è più redditizio. Un tempo, quando c’era da demolire la Costituzione, si sceglieva agosto perché la gente era al mare. Oggi si sceglie Sanremo, perché la gente al mare non è ma ha comunque il cervello in vacanza. Così anche l’importanza da dare agli avvenimenti si capovolge: il problema non è che una ghenga arrivista – composta da nominati, eletta con legge incostituzionale – proceda come un bulldozer per trasformare il Senato in un dopolavoro inutile su cui spiaggiare consiglieri regionali spesso indagati e di colpo protetti da immunità, ma che l’opposizione alzi i toni.
Anomalia anche questa, del resto, se fino a ieri l’opposizione erano i Violante (di cui la veemenza è nota) e D’Alema (di cui il berlusconismo è noto). Accusare l’opposizione di opporsi troppo è come rinfacciare a Tyson di aver picchiato troppo Donnie Long: magari era vero, ma Tyson faceva il pugile. Mica l’impiegato al catasto. È tornata la Dc, una Dc 2.0 allegramente impreparata e spensieratamente autoritaria, garbata nei modi e carnivora nei contenuti. Renzi sta a De Mita come Carlo Conti a Bongiorno, e guai a chi non si adegua alla melassa normalizzatrice e restauratrice. Chi non ci sta – politici e intellettuali, giornalisti e cittadini – è un gufo. Un disfattista. Un eversivo da punire con l’espulsione dall’Aula, ma più che altro dall’informazione. Tipo i 5 Stelle, “fascisti” per antonomasia. Anche se hanno appena proposto una sorta di alleanza part-time a Syriza (noti fascisti) e Podemos (noti nazisti), esigendo che le Alba Dorata (noti democratici) girino al largo. Anche se avrebbero interrotto l’ostruzionismo alla Camera se solo fosse stato accettato il referendum senza quorum, un’idea che un tempo pareva piacere anche al Pd. Anche se a scazzottarsi sono stati quelli di Pd e Sel, e prima quelli di Ncd e Lega, e già che c’erano pare anche quelli di Forza Italia (si picchiavano tra loro: così, per ricordarsi di essere vivi). La narrazione capovolta impone che sia “colpa dei grillini”. Sempre. Il Pd ha picchiato Sel? “Colpa dei grillini”. L’Italia è uscita dai Mondiali? “Colpa dei grillini”. La carbonara è scotta? “Colpa dei grillini”. Com’è bella questa informazione, e questa politica, tutta al contrario. Così bella che, se ti adegui a guardarla a rovescio, perfino l’anomalia odierna sembra quasi una nuova forma di democrazia.
p.s.
ecco il punto: "una nuova forma di democrazia"......... altro che Atene e il discorso di Pericle del V° decolo A.C. qui si scrive la storia, sempre se sapete leggerla a rovescio!
Neanche fa più notizia che, nella politica italiana da sempre capovolta, il Parlamento cacci chi grida “Onestà, onesta!”. In fondo è la colpa più grave, quella più imperdonabile: un po’ come andare da Rocco Siffredi e pretendere castità. Regola aurea, per larga parte dei media, è che la colpa ricada a prescindere sul Movimento 5 Stelle: il capro espiatorio perfetto, che sia effettivamente criticabile (e spesso lo è) o che abbia come macchia quella di mostrarsi alterato di fronte ai soprusi (alla Costituzione, mica a loro). Il Parlamento è uno strano microcosmo: dentro si può fare di tutto, l’importante è che lo si faccia col sorriso. Sfasciare ogni cosa va bene, però con educazione. Al contrario, se qualcuno scopre che gli hanno appena rubato la macchina e per questo si arrabbia un po’, giocoforza il colpevole diventa lui: troppo maleducato. Funziona così, e funziona forse al contrario.
La fredda cronaca degli ultimi giorni (e notti) alla Camera mostra un quadro d’insieme scarsamente avvincente. Regole minime sventrate. Presidenti e vicepresidenti oltremodo parziali. L’evanescente Boschi che assurge a madrina costituente (esce Calamandrei, entra Maria Elena: come sostituire Pelé con Muntari). Una gestione delle minoranze e delle opposizioni appena illiberale. Canguri, sedute fiume, insulti. “Dissidenti” che abbaiano ma non mordono. La Boldrini che ormai imbarazza pure Sel. Una perdurante involuzione democratica, di fronte alla quale però buona parte dell’informazione italiana – non per nulla al 73 esimo posto per libertà di stampa, giusto tra Moldavia e Nicaragua – soprassiede. Molto meglio raccontare con dovizia la reunion tra Al Bano e Romina: è più facile, è più redditizio. Un tempo, quando c’era da demolire la Costituzione, si sceglieva agosto perché la gente era al mare. Oggi si sceglie Sanremo, perché la gente al mare non è ma ha comunque il cervello in vacanza. Così anche l’importanza da dare agli avvenimenti si capovolge: il problema non è che una ghenga arrivista – composta da nominati, eletta con legge incostituzionale – proceda come un bulldozer per trasformare il Senato in un dopolavoro inutile su cui spiaggiare consiglieri regionali spesso indagati e di colpo protetti da immunità, ma che l’opposizione alzi i toni.
Anomalia anche questa, del resto, se fino a ieri l’opposizione erano i Violante (di cui la veemenza è nota) e D’Alema (di cui il berlusconismo è noto). Accusare l’opposizione di opporsi troppo è come rinfacciare a Tyson di aver picchiato troppo Donnie Long: magari era vero, ma Tyson faceva il pugile. Mica l’impiegato al catasto. È tornata la Dc, una Dc 2.0 allegramente impreparata e spensieratamente autoritaria, garbata nei modi e carnivora nei contenuti. Renzi sta a De Mita come Carlo Conti a Bongiorno, e guai a chi non si adegua alla melassa normalizzatrice e restauratrice. Chi non ci sta – politici e intellettuali, giornalisti e cittadini – è un gufo. Un disfattista. Un eversivo da punire con l’espulsione dall’Aula, ma più che altro dall’informazione. Tipo i 5 Stelle, “fascisti” per antonomasia. Anche se hanno appena proposto una sorta di alleanza part-time a Syriza (noti fascisti) e Podemos (noti nazisti), esigendo che le Alba Dorata (noti democratici) girino al largo. Anche se avrebbero interrotto l’ostruzionismo alla Camera se solo fosse stato accettato il referendum senza quorum, un’idea che un tempo pareva piacere anche al Pd. Anche se a scazzottarsi sono stati quelli di Pd e Sel, e prima quelli di Ncd e Lega, e già che c’erano pare anche quelli di Forza Italia (si picchiavano tra loro: così, per ricordarsi di essere vivi). La narrazione capovolta impone che sia “colpa dei grillini”. Sempre. Il Pd ha picchiato Sel? “Colpa dei grillini”. L’Italia è uscita dai Mondiali? “Colpa dei grillini”. La carbonara è scotta? “Colpa dei grillini”. Com’è bella questa informazione, e questa politica, tutta al contrario. Così bella che, se ti adegui a guardarla a rovescio, perfino l’anomalia odierna sembra quasi una nuova forma di democrazia.
p.s.
ecco il punto: "una nuova forma di democrazia"......... altro che Atene e il discorso di Pericle del V° decolo A.C. qui si scrive la storia, sempre se sapete leggerla a rovescio!
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lunedì 14 ottobre 2013
Errare humanum est, perseverare diabolicum
In un altro post precedente, qui, (dopo aver detto la mia) riportavo per intero un articolo di Andrea Scanzi sulla cazzata titanica dei due guru a proposito del reato di clandestinità; bene, dopo varie cannonate, è arrivata la ..... bolla della scomunica: non solo per il giornalista, ma per il fatto nel suo complesso indicato alle masse come al soldo del PD (un pò come accadde con Rodotà prima indicato come un arzillo signore, poi ... bè lo sapete..): ci pensate? La mano invisibile che agisce nell'ombra per fregare i miti capi pentastellati; e tuto perchè ha detto quello che molti pensano, e non solo di fronte alla tragedia, e non dicono.... a meno di essere dei leghisti, naturalmente.
Qui posto la risposta del giornalista che, a schiena dritta, risponde a tono senza se e senza ma: alla fine mi riservo di dire qualche parola anch'io ma ora leggetevi la risposta CIRCOSTANZIATISSIMA di Andrea Scanzi al duo.....
dal Fatto Quotidiano del 1/10/2013a firma Andrea Scanzi
Grillo e Casaleggio, la critica e le scomuniche
Ha fatto bene Casaleggio a specificare di non essersi mai candidato in Forza Italia, a dispetto di una mia semplificazione. Ho sbagliato (Grillo e Casaleggio ripetano con me: “Abbiamo s-b-a-g-l-i-a-t-o”. Non è difficile e, di solito, dopo averlo ammesso ci si sente meglio). Per punizione, mi guarderò in loop un video qualsiasi su Gaia e l’apocalisse. La reazione di Casaleggio, riverberata fedelmente da un tweet di Grillo, non intendeva però rettificare un dato sbagliato. Bensì sancire una scomunica: la mia. Quell’errata corrige era solo un pretesto. Attraverso quel tweet speravano di generare un flame di insulti contro di me. Esattamente come provarono a fare anni fa, quando Grillo pubblicò l’indirizzo mail di Peter Gomez, sperando in un mailbombing. In entrambi i casi gli è andata male.
Perché quel tweet? Per scomunicare, come detto. E per spostare l’attenzione: non potendo attaccare nulla del mio articolo, e del mio intervento serale a Otto e mezzo, Casaleggio ha ingigantito la pagliuzza fingendo di non vedere la trave. Come un D’Alema qualsiasi. Non è importante sapere se quella lista si chiamasse “Forza Italia” o “Per Settimo”. Oltretutto candidarsi in Forza Italia mica è un reato. Avevo ricordato quella candidatura unicamente per sottolineare come Casaleggio sia sempre stato di centrodestra. Nei paesini è prassi nascondere i partiti dentro vere o presunte liste civiche. Casaleggio si candidò nel 2004 in una lista vicina al centrodestra, capeggiata da un noto berlusconiano. Lo votarono in sei (un trionfo) e stop. E’ quello il dato politico vero. Se poi la lista si chiamava “Pino” o “Gino” mi interessa poco. Casaleggio è legittimamente un uomo destrorso. E (anche) su temi di clandestinità e immigrazione ha posizioni legittimamente destrorse.
“Belin, c’è qualcuno che può attaccare Il Fatto?” Mi immagino la scena: piccati per gli articoli di Travaglio e miei, oltre che di molte altre firme, sabato mattina Grillo e Casaleggio cercano disperatamente qualcuno che attacchi il Fatto. A quel punto attorno a loro è il fuggi fuggi generale, perché tutti si rendono conto che sarà un suicidio: c’è un limite anche alle bischerate (forse). Chi rimane? Qualche Jack Il Fascio qualsiasi, un Beruschi filosofeggiante e un Galeazzo Ciano Tinazzi. Ed è proprio lui a vincere. Notevole il curriculum: collaboratore dell’ex sindaco di Albano del Pdl, ritenuto da molti parlamentari l’emblema dello yesman e “noto” come “manganellatore” 5 Stelle in Rete. Se qualcuno tradisce, arriva lui. Brrrrr. Lo ritengono in grado di agglutinare quella parte ortodosso-talebano-complottista che, soprattutto sul web, tra fake e troll è molto attiva. Galeazzo Ciano Tinazzi scrive malino e ha pure le idee poco chiare (il 4 novembre 2012 pareva possibilista sull’espulsione di Grillo dal M5S, come attesta questo screenshot). E c’è chi, in Rete, lo ritiene anche responsabile (vedi tweet Pierluigi Rossi) di avere sbagliato il nome nel listino regionali Lazio, errore che costrinse a riprendere tutte le firme per presentare le liste. Tinazzi è quindi perfetto per un attacco kamikaze che farà ridere mezzo mondo. Nel suo diversamente vibrante j’accuse, Galeazzo Tinazzi accusa il Fatto di essere l’organo del Pd. Certo, è cosa nota: io sono al soldo di Boccia, Travaglio di Violante e Gomez di Cuperlo. Aiutatelo.

Suicidio. Grillo sperava che parlamentari e base si schierassero con lui contro Il Fatto. Mica tanto. Lo hanno insultato anche le pareti di casa. La cosa più gentile che gli hanno detto è che “si è bevuto il cervello”. Grillo è stato pure tristemente pavido, perché si è guardato bene dal fare il nome di Travaglio (altrimenti lo lapidavano). Si è così accontentato di citare solo me. Gli è andata male lo stesso. Aveva già attaccato Il Fatto, anni fa, definendo Padellaro una sorta di residuato bellico de L’Unità. La sua idea dei “Falsi amici” è peraltro assai amena. Figuriamoci se io sono amico di Tinazzi. Ho altre perversioni. Piuttosto mi abbono a Tempi di Luigi Amicone. I giornalisti possono essere amici dei politici, ma i giornali no. Il Fatto sta antipatico a tutti: un ottimo marker della sua indipendenza. Non si tratta di essere amici o nemici: Grillo insegue un giornalismo che gli dia sempre ragione, e proprio per questo ha drammaticamente sbagliato testata. Il Fatto è stato accusato di essere house organ di Grillo per il semplice fatto che non lo attacca a prescindere. Ma lo ha sempre criticato quando ha fatto qualche sciocchezza. Sempre. Quella sulla clandestinità è stata una belinata. Quella sul Fatto è stata un’altra belinata. La toppa peggiore del buco. Sveglia Beppe, su.
E allora perché? Quel post aveva un unico obiettivo: dire a suocera perché nuora intenda. Non attaccava il Fatto, ma i parlamentari troppo vicini al Fatto. E’ un problema di leadership: Grillo e Casaleggio si rendono conto che, più il tempo passa, più i parlamentari diventano autonomi e si fanno le loro reti di frequentazioni. Me li immagino, dai loro avamposti, terrorizzati all’idea che quel “portavoce” parli con Travaglio e quell’altro con Scanzi. Da qui la scomunica, che è poi una medaglia al valore al Fatto: se non fosse scritta veramente malino, potrei dire di averla scritta io, giusto per liberarmi di qualche troll-fondamentalista nonché dell’accusa di “servo di Grillo”. Il problema di Grillo e Casaleggio è che sanno molto bene come, se per ipotesi assurda al vertice dei 5 Stelle ci andassero Gomez e Travaglio, avrebbero molto più consenso di loro. E questo li fa stare male. Malissimo.
C’eravamo tanto amati. Negli ultimi mesi, tra i “falsi amici” di Grillo e Casaleggio, si annoverano in politica De Magistris, Alfano, Ingroia e (a giorni alterni) Di Pietro. Tra gli intellettuali e giornalisti vari: Santoro, Flores D’Arcais, Gabanelli, Rodotà, Scanzi, Travaglio, Gomez e Padellaro (e a breve pure Fo e Landini). Grillo mi perdonerà, ma come compagnia la preferisco a quella dei Galeazzo Sticazzi. Per fortuna di Grillo e Casaleggio, e forse sfortuna del paese, quel gruppo di intellettuali e giornalisti non ha alcuna voglia di costituire una nuova forza politica. Se lo facesse, Grillo perderebbe come minimo la metà dei voti. E lui lo sa. Lo sa bene. Per questo è nervoso: perché c’è sempre qualcuno che ce l’ha più lungo di lui.
Emilio Fede di Grillo. Soltanto i diversamente intelligenti potevano accusare questo giornale di grillismo acritico. In questo weekend ho ricevuto telefonate di solidarietà e inviti (più del solito) ad andare in tivù per fare il martire. Figuriamoci: non mi chiamo De Pin e soprattutto faccio il giornalista. Mica il politico. La solidarietà dovete darla ai Battista e ai Polito, che da sabato non potranno neanche più accreditarci difetti immaginari: una prece per loro. Di quello che pensano Grillo e Casaleggio mi interessa un po’ meno di niente. Oltretutto lo sapevo già. Casaleggio l’ho visto solo una volta, nei suoi studi: autunno 2011. Con lui c’era un collaboratore, Mario Bucchich. Mi propose di scrivere un libro sul popolo della rete, prendendo a esempio il Bar Sport di Benni. Avrei dovuto scrivere il libro da solo. Quel libro, poi, avrebbe dovuto ricevere l’autorizzazione di Grillo e Casaleggio, che lo avrebbero firmato con me. Il libro sarebbe uscito in download per la Casaleggio Associati e io non avrei preso un euro di anticipo. Un’offerta strepitosa, vero? Ovviamente rifiutai. Mai più sentito Casaleggio. Che è persona timida, garbata (quando vuole) e intelligente (sempre), ma che di cantonate ne ha prese tante: secondo lui, il Fatto cartaceo non avrebbe avuto futuro e anche questo sito avrebbe faticato a emergere.
Grillo non lo sento dal maggio 2011, quando salimmo insieme sul palco di Arezzo prima delle elezioni comunali. Non voleva che uscisse il mio libro Ve lo do io Beppe Grillo nel 2008 (se ne lamentò più volte con Giovanni Favia, al tempo suo pupillo: ha sempre avuto un talento straordinario per sbagliare i collaboratori del cuore). Non ha mai amato che andassi in tivù a parlare di lui, ha detestato molte mie critiche e mi ritiene uno di sinistra che ha “sbagliato” a votare 5 Stelle. Una sorta di pontiere tra M5S e sinistra ribelle. La stessa accusa che ha rivolto a Flores D’Arcais o Santoro (ringrazio ancora per l’ottima compagnia). Nell’ennesimo attacco di bile, Grillo ha retwittato sabato un tweet (vedi screenshot) che mi accusava di “sparare cazzate” e “campare sul movimento”. Mi ha fatto tenerezza: sperava in chissà quali attacchi e si è dovuto abbassare a retwittare il primo troll che passava. Ora il mondo sa che gli sto cordialmente sulle palle (benché a giorni alterni: dipende da cosa dico o scrivo). Io lo sapevo da almeno due anni. E vivevo serenamente lo stesso. La cosa, peraltro, mi diverte: da buon toscano sono abituato a prenderle e darle alla luce del sole, anzitutto con chi stimo. Su Grillo e M5S continuerò a dire e scrivere quello che penso. L’ho sempre fatto e sempre lo farò. Senza cambiare di una virgola, al di là della scomunica. Io come questo giornale.

Il Buttiglione grillino. L’unico personaggio di spicco (ehm) che ha seguito Grillo e Casaleggio nel “dagli al Fatto” è stato Paolo Becchi. Da una parte Galeazzo Sticazzi e dall’altra il Beruschi grillino: che bella compagnia per Beppe. Peccato solo per l’assenza del Canaro, non avrebbe sfigurato. In un tweet, il filosofuccio del pensiero debolissimo ha scritto che “Scanzi mi ha rotto il cazzo” (terzo screenshot).
Il grande capo indiano Estiquaatsi ne è lieto. Domanda: chi è Becchi? Boh. Chi ha letto un suo scritto? Pochi (ed è un peccato: quelli su eutanasia e morte cerebrale hanno spunti pregevoli. No joke). Becchi ha avuto per alcuni mesi un unico ruolo mediatico: rafforzare l’idea che l’eletto/elettore 5 Stelle fosse un po’ sciroccato. Lo si chiamava in tivù per esporlo al pubblico ludibrio. C’era la gara a farlo parlare, nei salotti che detestano i 5 Stelle, perché era perfetto come figura pittoresca. Lo presentavano addirittura come “ideologo”: ma ideologo de che? Tu lo ascoltavi e, alla fine, ti chiedevi: “Mannaggia, ma se i grillini son tutti così io come faccio a votarli?”. Becchi serviva per ridicolizzare i 5 Stelle in tivù, e in questo era bravissimo. Un infaticabile disboscatore di consensi. Apriva bocca e, come per magia, andavano via migliaia di voti in un amen. Poi però hanno smesso di chiamarlo, perché era troppo caricaturale persino per gli antigrillini di professione. Allo stato attuale Becchi pascola nel blog grillo-casaleggico e sbrocca a caso, con eloquio guerreggiante e presenza scenica da Fabris in Compagni di scuola. Più che l’ideologo, Becchi è il Giovanardi dei 5 Stelle. Un Buttiglione grillino. Un Beruschi filosofeggiante. Nel suo eterno masochismo involontario è persino simpatico. Fa ridere, e a chi fa ridere non si può volere male.
Ma allora che li hai votati a fare? So già cosa mi si dirà: “Finalmente anche tu te ne sei accorto”. Eh no: siete voi che vi siete finalmente accorti di quello che già scrivevo cinque anni fa. Grillo ha sempre avuto questi difetti e il Movimento 5 Stelle ha sempre avuto falle destrorse. Anzitutto sul tema dell’immigrazione, vedi Ius Soli. Ammiro il loro non voler essere retorici su un tema spinoso, ma tra la non-ipocrisia e il paraleghismo c’è una differenza sostanziale. A febbraio il M5S era la scelta migliore ed è una scelta che rifarei, perché le battaglie che i parlamentari 5 Stelle combattono sono quasi sempre nobili e condivisibili. Su tutte quelle in difesa della Costituzione. Mi paiono l’unico baluardo credibile alla dittatura delle larghe intese. Alle prossime elezioni vedremo chi sarà il più convincente. Al momento sono mediamente soddisfatto del loro lavoro, che peraltro sta crescendo. Gli errori gravi restano sempre quelli: giocare troppo di rimessa, non avere mai fatto il “nome” e scomunicare/epurare con troppa facilità. Se però Grillo immagina che un voto sia per sempre, ha sbagliato un’altra volta. E se concepisce l’elettore come una massa informe che non lo contesta mai, ha confuso l’Italia con la Nord Corea.
Rottamare Grillo & Casaleggio? Siamo giunti alla fine di questo lungo (me ne scuso) articolo. Vien da chiedersi: è forse giunto il momento di uccidere il padre, come diceva Freud? E’ arrivato il tempo di rottamare Grillo e Casaleggio? Entrambi, a questo punto, spererebbero che io dicessi “sì”. Così potrebbero attaccarmi ancora di più. Gli va (nuovamente) male. Senza Grillo, M5S prenderebbe percentuali da prefisso telefonico (cit). Non credo che il Movimento sia ancora pronto per camminare da solo. Ma quel momento, come Grillo stesso dice, prima o poi arriverà. In un paese allergico all’indignazione come l’Italia, Grillo ha ottenuto risultati straordinari. I pregi resteranno sempre superiori ai difetti. Come tutti i grandi artisti, Grillo ha però bisogno della folla. Del contatto con la gente: della mischia. Quando se ne sta fermo, da solo, in casa, diventa cupo e complottista. Gli capita ciclicamente. Allo stato attuale Casaleggio e Grillo sono Dottor Nerd e Mister Umorale. E in questo stato di forma psicofisica sono controproducenti. E’ una fase: non appena Grillo tornerà per strada, darà ancora molto al Movimento. Adesso, però, più che dare sta togliendo.
Alcuni suoi post hanno vanificato l’ottimo lavoro dei parlamentari. Ieri, per esempio, ho visto Nicola Morra a Domenica In: è stato bravo. Mi chiedo: Grillo è contento della crescita dei “suoi” parlamentari o ne è geloso? Vedo, da una parte, un movimento sempre più forte e dall’altra due leader che si sentono un po’ superati. E per questo, rabbiosamente, mostrano i muscoli. Grillo si è arrabbiato perché gli ho consigliato di andare su Youporn o farsi una nuotata quando gli girano, invece di scrivere post suicidi. Mi ha attaccato anche per quello: è più permaloso di una mina (cit. Luttazzi) ed è sempre stato abbastanza prevedibile nelle sue sclerate. Rinnovo l’invito: se non ha niente da dire, non lo dica. Se si alza con la luna storta, si sfoghi in altro modo. E se ha qualcosa da dire alla stampa, si faccia intervistare. Sul serio e senza filtri. Lui come Casaleggio. Qualora accadesse, sappia però che i “tu non sei un giornalista” e i “fatti una fidanzata”, come grevemente detto giorni fa a Tommaso Rodano, non potrà permetterseli. Non è intoccabile e, se dice una cazzata, Il Fatto glielo farà notare. Grillo è davanti a un bivio: o diventa un po’ autocritico e combatte fianco a fianco con i suoi parlamentari, o si chiude nel bunker circondandosi di yesman in cerca d’autore e anzianominkia caricaturali. A lui la scelta.
p.s.
Letto? Bene... ora dico la mia.
Cari Grillo e Casaleggio, avete preso una cantonata, una vera e propria cantonata; qui non siamo vichinghi: se moriamo non c'è il walhalla con le vergini che ci aspettano; questo è il pianeta terra, quello reale, e viviamo in un paese, l'Italia, famoso per alcune cose e non tutte onorevoli...... ora, ci sono milioni di persone che vi hanno votato, compreso il sottoscritto, e che vorrebbero farlo ancora in futuro: ma non a tutti i costi però e nemmeno come "male minore" ma perchè credono che M5S sia un esperieza reale di società reale che spinge per affermarsi e trovare ascolto nelle sideree istituzioni italiote infestate da alieni che hanno i propri interessi da salvaguardare e poco gl'importa delle masse: passate, presenti e future..... era proprio il caso di sollevare un tal polverone per accalappiare i vosti destroidi o ..... non è che l'indole destroide in un impeto di sincerità si è mostrata all'aere circostante? M5S, e in questo sono assolutamente d'accordo, si è sempre posto al di là delle categorie storiche, leggi destra e sinistra (ma non stati i primi in verità dato che a parlarne per primo in un libello fu un grandissimo filosofo italiano, Bobbio), per andare oltre: oltre esse e oltre le fanfaronate della partitocrazia tesa ad auto mantenersi e a reggere il peso del sistema; in tanti abbiamo, ormai, capito che non è più una questione ideologica ma di sopravvivenza del genere "o noi o loro" dove nel "noi" c'è la maggioranza della popolazione e nel "loro" quel 10% che li parassita ... perchè complicarsi la vita con uscite non solo fuori luogo ma proprio fuori tempo?
Qui posto la risposta del giornalista che, a schiena dritta, risponde a tono senza se e senza ma: alla fine mi riservo di dire qualche parola anch'io ma ora leggetevi la risposta CIRCOSTANZIATISSIMA di Andrea Scanzi al duo.....
dal Fatto Quotidiano del 1/10/2013a firma Andrea Scanzi
Grillo e Casaleggio, la critica e le scomuniche
Ha fatto bene Casaleggio a specificare di non essersi mai candidato in Forza Italia, a dispetto di una mia semplificazione. Ho sbagliato (Grillo e Casaleggio ripetano con me: “Abbiamo s-b-a-g-l-i-a-t-o”. Non è difficile e, di solito, dopo averlo ammesso ci si sente meglio). Per punizione, mi guarderò in loop un video qualsiasi su Gaia e l’apocalisse. La reazione di Casaleggio, riverberata fedelmente da un tweet di Grillo, non intendeva però rettificare un dato sbagliato. Bensì sancire una scomunica: la mia. Quell’errata corrige era solo un pretesto. Attraverso quel tweet speravano di generare un flame di insulti contro di me. Esattamente come provarono a fare anni fa, quando Grillo pubblicò l’indirizzo mail di Peter Gomez, sperando in un mailbombing. In entrambi i casi gli è andata male.
Perché quel tweet? Per scomunicare, come detto. E per spostare l’attenzione: non potendo attaccare nulla del mio articolo, e del mio intervento serale a Otto e mezzo, Casaleggio ha ingigantito la pagliuzza fingendo di non vedere la trave. Come un D’Alema qualsiasi. Non è importante sapere se quella lista si chiamasse “Forza Italia” o “Per Settimo”. Oltretutto candidarsi in Forza Italia mica è un reato. Avevo ricordato quella candidatura unicamente per sottolineare come Casaleggio sia sempre stato di centrodestra. Nei paesini è prassi nascondere i partiti dentro vere o presunte liste civiche. Casaleggio si candidò nel 2004 in una lista vicina al centrodestra, capeggiata da un noto berlusconiano. Lo votarono in sei (un trionfo) e stop. E’ quello il dato politico vero. Se poi la lista si chiamava “Pino” o “Gino” mi interessa poco. Casaleggio è legittimamente un uomo destrorso. E (anche) su temi di clandestinità e immigrazione ha posizioni legittimamente destrorse.
“Belin, c’è qualcuno che può attaccare Il Fatto?” Mi immagino la scena: piccati per gli articoli di Travaglio e miei, oltre che di molte altre firme, sabato mattina Grillo e Casaleggio cercano disperatamente qualcuno che attacchi il Fatto. A quel punto attorno a loro è il fuggi fuggi generale, perché tutti si rendono conto che sarà un suicidio: c’è un limite anche alle bischerate (forse). Chi rimane? Qualche Jack Il Fascio qualsiasi, un Beruschi filosofeggiante e un Galeazzo Ciano Tinazzi. Ed è proprio lui a vincere. Notevole il curriculum: collaboratore dell’ex sindaco di Albano del Pdl, ritenuto da molti parlamentari l’emblema dello yesman e “noto” come “manganellatore” 5 Stelle in Rete. Se qualcuno tradisce, arriva lui. Brrrrr. Lo ritengono in grado di agglutinare quella parte ortodosso-talebano-complottista che, soprattutto sul web, tra fake e troll è molto attiva. Galeazzo Ciano Tinazzi scrive malino e ha pure le idee poco chiare (il 4 novembre 2012 pareva possibilista sull’espulsione di Grillo dal M5S, come attesta questo screenshot). E c’è chi, in Rete, lo ritiene anche responsabile (vedi tweet Pierluigi Rossi) di avere sbagliato il nome nel listino regionali Lazio, errore che costrinse a riprendere tutte le firme per presentare le liste. Tinazzi è quindi perfetto per un attacco kamikaze che farà ridere mezzo mondo. Nel suo diversamente vibrante j’accuse, Galeazzo Tinazzi accusa il Fatto di essere l’organo del Pd. Certo, è cosa nota: io sono al soldo di Boccia, Travaglio di Violante e Gomez di Cuperlo. Aiutatelo.

Suicidio. Grillo sperava che parlamentari e base si schierassero con lui contro Il Fatto. Mica tanto. Lo hanno insultato anche le pareti di casa. La cosa più gentile che gli hanno detto è che “si è bevuto il cervello”. Grillo è stato pure tristemente pavido, perché si è guardato bene dal fare il nome di Travaglio (altrimenti lo lapidavano). Si è così accontentato di citare solo me. Gli è andata male lo stesso. Aveva già attaccato Il Fatto, anni fa, definendo Padellaro una sorta di residuato bellico de L’Unità. La sua idea dei “Falsi amici” è peraltro assai amena. Figuriamoci se io sono amico di Tinazzi. Ho altre perversioni. Piuttosto mi abbono a Tempi di Luigi Amicone. I giornalisti possono essere amici dei politici, ma i giornali no. Il Fatto sta antipatico a tutti: un ottimo marker della sua indipendenza. Non si tratta di essere amici o nemici: Grillo insegue un giornalismo che gli dia sempre ragione, e proprio per questo ha drammaticamente sbagliato testata. Il Fatto è stato accusato di essere house organ di Grillo per il semplice fatto che non lo attacca a prescindere. Ma lo ha sempre criticato quando ha fatto qualche sciocchezza. Sempre. Quella sulla clandestinità è stata una belinata. Quella sul Fatto è stata un’altra belinata. La toppa peggiore del buco. Sveglia Beppe, su.
E allora perché? Quel post aveva un unico obiettivo: dire a suocera perché nuora intenda. Non attaccava il Fatto, ma i parlamentari troppo vicini al Fatto. E’ un problema di leadership: Grillo e Casaleggio si rendono conto che, più il tempo passa, più i parlamentari diventano autonomi e si fanno le loro reti di frequentazioni. Me li immagino, dai loro avamposti, terrorizzati all’idea che quel “portavoce” parli con Travaglio e quell’altro con Scanzi. Da qui la scomunica, che è poi una medaglia al valore al Fatto: se non fosse scritta veramente malino, potrei dire di averla scritta io, giusto per liberarmi di qualche troll-fondamentalista nonché dell’accusa di “servo di Grillo”. Il problema di Grillo e Casaleggio è che sanno molto bene come, se per ipotesi assurda al vertice dei 5 Stelle ci andassero Gomez e Travaglio, avrebbero molto più consenso di loro. E questo li fa stare male. Malissimo.
C’eravamo tanto amati. Negli ultimi mesi, tra i “falsi amici” di Grillo e Casaleggio, si annoverano in politica De Magistris, Alfano, Ingroia e (a giorni alterni) Di Pietro. Tra gli intellettuali e giornalisti vari: Santoro, Flores D’Arcais, Gabanelli, Rodotà, Scanzi, Travaglio, Gomez e Padellaro (e a breve pure Fo e Landini). Grillo mi perdonerà, ma come compagnia la preferisco a quella dei Galeazzo Sticazzi. Per fortuna di Grillo e Casaleggio, e forse sfortuna del paese, quel gruppo di intellettuali e giornalisti non ha alcuna voglia di costituire una nuova forza politica. Se lo facesse, Grillo perderebbe come minimo la metà dei voti. E lui lo sa. Lo sa bene. Per questo è nervoso: perché c’è sempre qualcuno che ce l’ha più lungo di lui.
Emilio Fede di Grillo. Soltanto i diversamente intelligenti potevano accusare questo giornale di grillismo acritico. In questo weekend ho ricevuto telefonate di solidarietà e inviti (più del solito) ad andare in tivù per fare il martire. Figuriamoci: non mi chiamo De Pin e soprattutto faccio il giornalista. Mica il politico. La solidarietà dovete darla ai Battista e ai Polito, che da sabato non potranno neanche più accreditarci difetti immaginari: una prece per loro. Di quello che pensano Grillo e Casaleggio mi interessa un po’ meno di niente. Oltretutto lo sapevo già. Casaleggio l’ho visto solo una volta, nei suoi studi: autunno 2011. Con lui c’era un collaboratore, Mario Bucchich. Mi propose di scrivere un libro sul popolo della rete, prendendo a esempio il Bar Sport di Benni. Avrei dovuto scrivere il libro da solo. Quel libro, poi, avrebbe dovuto ricevere l’autorizzazione di Grillo e Casaleggio, che lo avrebbero firmato con me. Il libro sarebbe uscito in download per la Casaleggio Associati e io non avrei preso un euro di anticipo. Un’offerta strepitosa, vero? Ovviamente rifiutai. Mai più sentito Casaleggio. Che è persona timida, garbata (quando vuole) e intelligente (sempre), ma che di cantonate ne ha prese tante: secondo lui, il Fatto cartaceo non avrebbe avuto futuro e anche questo sito avrebbe faticato a emergere.
Grillo non lo sento dal maggio 2011, quando salimmo insieme sul palco di Arezzo prima delle elezioni comunali. Non voleva che uscisse il mio libro Ve lo do io Beppe Grillo nel 2008 (se ne lamentò più volte con Giovanni Favia, al tempo suo pupillo: ha sempre avuto un talento straordinario per sbagliare i collaboratori del cuore). Non ha mai amato che andassi in tivù a parlare di lui, ha detestato molte mie critiche e mi ritiene uno di sinistra che ha “sbagliato” a votare 5 Stelle. Una sorta di pontiere tra M5S e sinistra ribelle. La stessa accusa che ha rivolto a Flores D’Arcais o Santoro (ringrazio ancora per l’ottima compagnia). Nell’ennesimo attacco di bile, Grillo ha retwittato sabato un tweet (vedi screenshot) che mi accusava di “sparare cazzate” e “campare sul movimento”. Mi ha fatto tenerezza: sperava in chissà quali attacchi e si è dovuto abbassare a retwittare il primo troll che passava. Ora il mondo sa che gli sto cordialmente sulle palle (benché a giorni alterni: dipende da cosa dico o scrivo). Io lo sapevo da almeno due anni. E vivevo serenamente lo stesso. La cosa, peraltro, mi diverte: da buon toscano sono abituato a prenderle e darle alla luce del sole, anzitutto con chi stimo. Su Grillo e M5S continuerò a dire e scrivere quello che penso. L’ho sempre fatto e sempre lo farò. Senza cambiare di una virgola, al di là della scomunica. Io come questo giornale.

Il Buttiglione grillino. L’unico personaggio di spicco (ehm) che ha seguito Grillo e Casaleggio nel “dagli al Fatto” è stato Paolo Becchi. Da una parte Galeazzo Sticazzi e dall’altra il Beruschi grillino: che bella compagnia per Beppe. Peccato solo per l’assenza del Canaro, non avrebbe sfigurato. In un tweet, il filosofuccio del pensiero debolissimo ha scritto che “Scanzi mi ha rotto il cazzo” (terzo screenshot).
Il grande capo indiano Estiquaatsi ne è lieto. Domanda: chi è Becchi? Boh. Chi ha letto un suo scritto? Pochi (ed è un peccato: quelli su eutanasia e morte cerebrale hanno spunti pregevoli. No joke). Becchi ha avuto per alcuni mesi un unico ruolo mediatico: rafforzare l’idea che l’eletto/elettore 5 Stelle fosse un po’ sciroccato. Lo si chiamava in tivù per esporlo al pubblico ludibrio. C’era la gara a farlo parlare, nei salotti che detestano i 5 Stelle, perché era perfetto come figura pittoresca. Lo presentavano addirittura come “ideologo”: ma ideologo de che? Tu lo ascoltavi e, alla fine, ti chiedevi: “Mannaggia, ma se i grillini son tutti così io come faccio a votarli?”. Becchi serviva per ridicolizzare i 5 Stelle in tivù, e in questo era bravissimo. Un infaticabile disboscatore di consensi. Apriva bocca e, come per magia, andavano via migliaia di voti in un amen. Poi però hanno smesso di chiamarlo, perché era troppo caricaturale persino per gli antigrillini di professione. Allo stato attuale Becchi pascola nel blog grillo-casaleggico e sbrocca a caso, con eloquio guerreggiante e presenza scenica da Fabris in Compagni di scuola. Più che l’ideologo, Becchi è il Giovanardi dei 5 Stelle. Un Buttiglione grillino. Un Beruschi filosofeggiante. Nel suo eterno masochismo involontario è persino simpatico. Fa ridere, e a chi fa ridere non si può volere male.Ma allora che li hai votati a fare? So già cosa mi si dirà: “Finalmente anche tu te ne sei accorto”. Eh no: siete voi che vi siete finalmente accorti di quello che già scrivevo cinque anni fa. Grillo ha sempre avuto questi difetti e il Movimento 5 Stelle ha sempre avuto falle destrorse. Anzitutto sul tema dell’immigrazione, vedi Ius Soli. Ammiro il loro non voler essere retorici su un tema spinoso, ma tra la non-ipocrisia e il paraleghismo c’è una differenza sostanziale. A febbraio il M5S era la scelta migliore ed è una scelta che rifarei, perché le battaglie che i parlamentari 5 Stelle combattono sono quasi sempre nobili e condivisibili. Su tutte quelle in difesa della Costituzione. Mi paiono l’unico baluardo credibile alla dittatura delle larghe intese. Alle prossime elezioni vedremo chi sarà il più convincente. Al momento sono mediamente soddisfatto del loro lavoro, che peraltro sta crescendo. Gli errori gravi restano sempre quelli: giocare troppo di rimessa, non avere mai fatto il “nome” e scomunicare/epurare con troppa facilità. Se però Grillo immagina che un voto sia per sempre, ha sbagliato un’altra volta. E se concepisce l’elettore come una massa informe che non lo contesta mai, ha confuso l’Italia con la Nord Corea.
Rottamare Grillo & Casaleggio? Siamo giunti alla fine di questo lungo (me ne scuso) articolo. Vien da chiedersi: è forse giunto il momento di uccidere il padre, come diceva Freud? E’ arrivato il tempo di rottamare Grillo e Casaleggio? Entrambi, a questo punto, spererebbero che io dicessi “sì”. Così potrebbero attaccarmi ancora di più. Gli va (nuovamente) male. Senza Grillo, M5S prenderebbe percentuali da prefisso telefonico (cit). Non credo che il Movimento sia ancora pronto per camminare da solo. Ma quel momento, come Grillo stesso dice, prima o poi arriverà. In un paese allergico all’indignazione come l’Italia, Grillo ha ottenuto risultati straordinari. I pregi resteranno sempre superiori ai difetti. Come tutti i grandi artisti, Grillo ha però bisogno della folla. Del contatto con la gente: della mischia. Quando se ne sta fermo, da solo, in casa, diventa cupo e complottista. Gli capita ciclicamente. Allo stato attuale Casaleggio e Grillo sono Dottor Nerd e Mister Umorale. E in questo stato di forma psicofisica sono controproducenti. E’ una fase: non appena Grillo tornerà per strada, darà ancora molto al Movimento. Adesso, però, più che dare sta togliendo.
Alcuni suoi post hanno vanificato l’ottimo lavoro dei parlamentari. Ieri, per esempio, ho visto Nicola Morra a Domenica In: è stato bravo. Mi chiedo: Grillo è contento della crescita dei “suoi” parlamentari o ne è geloso? Vedo, da una parte, un movimento sempre più forte e dall’altra due leader che si sentono un po’ superati. E per questo, rabbiosamente, mostrano i muscoli. Grillo si è arrabbiato perché gli ho consigliato di andare su Youporn o farsi una nuotata quando gli girano, invece di scrivere post suicidi. Mi ha attaccato anche per quello: è più permaloso di una mina (cit. Luttazzi) ed è sempre stato abbastanza prevedibile nelle sue sclerate. Rinnovo l’invito: se non ha niente da dire, non lo dica. Se si alza con la luna storta, si sfoghi in altro modo. E se ha qualcosa da dire alla stampa, si faccia intervistare. Sul serio e senza filtri. Lui come Casaleggio. Qualora accadesse, sappia però che i “tu non sei un giornalista” e i “fatti una fidanzata”, come grevemente detto giorni fa a Tommaso Rodano, non potrà permetterseli. Non è intoccabile e, se dice una cazzata, Il Fatto glielo farà notare. Grillo è davanti a un bivio: o diventa un po’ autocritico e combatte fianco a fianco con i suoi parlamentari, o si chiude nel bunker circondandosi di yesman in cerca d’autore e anzianominkia caricaturali. A lui la scelta.
p.s.
Letto? Bene... ora dico la mia.
Cari Grillo e Casaleggio, avete preso una cantonata, una vera e propria cantonata; qui non siamo vichinghi: se moriamo non c'è il walhalla con le vergini che ci aspettano; questo è il pianeta terra, quello reale, e viviamo in un paese, l'Italia, famoso per alcune cose e non tutte onorevoli...... ora, ci sono milioni di persone che vi hanno votato, compreso il sottoscritto, e che vorrebbero farlo ancora in futuro: ma non a tutti i costi però e nemmeno come "male minore" ma perchè credono che M5S sia un esperieza reale di società reale che spinge per affermarsi e trovare ascolto nelle sideree istituzioni italiote infestate da alieni che hanno i propri interessi da salvaguardare e poco gl'importa delle masse: passate, presenti e future..... era proprio il caso di sollevare un tal polverone per accalappiare i vosti destroidi o ..... non è che l'indole destroide in un impeto di sincerità si è mostrata all'aere circostante? M5S, e in questo sono assolutamente d'accordo, si è sempre posto al di là delle categorie storiche, leggi destra e sinistra (ma non stati i primi in verità dato che a parlarne per primo in un libello fu un grandissimo filosofo italiano, Bobbio), per andare oltre: oltre esse e oltre le fanfaronate della partitocrazia tesa ad auto mantenersi e a reggere il peso del sistema; in tanti abbiamo, ormai, capito che non è più una questione ideologica ma di sopravvivenza del genere "o noi o loro" dove nel "noi" c'è la maggioranza della popolazione e nel "loro" quel 10% che li parassita ... perchè complicarsi la vita con uscite non solo fuori luogo ma proprio fuori tempo?
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