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lunedì 24 settembre 2018

La Francia dà il via a un maxi-taglio delle tasse: “Deficit-Pil al 2,8%”....

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 24 settembre 2018

Il governo della Francia prevede per l’anno prossimo un taglio delle tasse pari a 24,8 miliardi di euro, nel tentativo di dare impulso all’economia e creare più posti di lavoro. Per finanziare la misura, il deficit pubblico del Paese dovrebbe aumentare dal 2,6 per cento del Pil di quest’anno al 2,8 per cento l’anno prossimo, comunque sotto al 3 per cento. Le misure per il 2019 sono basate su una previsione di crescita stimata all’1,7 per cento. Nel dettaglio, le tasse sulle famiglie saranno ridotte di 6 miliardi di euro, quelle alle aziende di 18,8 miliardi. Sono tutte cifre presentate dai due ministri competenti, quello del Bilancio Gérald Darmanin e quello delle Finanze Bruno Le Maire. La prosperità, sottolinea Le Maire, “non deve basarsi su maggiore spesa pubblica, più debito e più imposte”. L’alleggerimento fiscale, infatti, ha rivendicato il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, pur in presenza di un aumento del prezzo dei carburanti, sarà “il più consistente” degli ultimi dieci anni.
Un’iniziativa che ha suscitato, dopo pochi minuti, la reazione del vicepresidente del Consiglio italiano Luigi Di Maio. “La Francia – twitta il ministro per lo Sviluppo – per finanziare la sua manovra economica farà un deficit del 2,8 per cento. Siamo un Paese sovrano esattamente come la Francia. I soldi ci sono e si possono finalmente spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia”. E’ la linea già annunciata e ripetuta più volte dal ministro M5s, fino a stamani, in un’intervista al Fatto Quotidiano: “Reddito di cittadinanza facendo deficit”. Vale la pena ricordare, peraltro, che le “cartelle cliniche” di Francia e Italia sono diverse: il rapporto tra deficit e Pil, per esempio, in Italia è al 133 per cento, mentre in Francia è al 97; lo spread tra buoni del tesoro francesi e tedeschi è poco sopra quota 30 contro l’indice di circa 240 del differenziale italiano.
Per i Cinquestelle, tuttavia, “da Monti in poi le manovre di austerity hanno fatto aumentare il debito pubblico italiano di 300 miliardi di euro, esattamente quello che non voleva l’Europa” come dice il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli. Ecco perché serve quella che il parlamentare grillino definisce “Manovra del popolo” per utilizzare “anche le spese in deficit, non certo per violare i parametri Ue, ma per dare una boccata d’ossigeno ai cittadini più in difficoltà”.
In questa battaglia il governo italiano è unito, nonostante una “guerra di numeri”. Più precisamente, di uno solo, quello del rapporto deficit-Pil: Di Maio punta al 2 per cento, il ministro dell’Economia Giovanni Tria vorrebbe fermarsi all’1,6. Ma questa cifra, sottolinea il presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi (leghista) non è mai uscito dalle labbra di Tria: “Io non ho mai sentito dire a Tria il numero 1,6” dice Borghi a Circo Massimo, su Radio Capital.
Quel numero, secondo Borghi, dovrebbe salire al 2,5: “Stiamo confondendo il numero del Def con la legge di bilancio, l’ex post con l’ex ante. Secondo me, ex ante, un numero vicino al 2,5 porterà come risultato una percentuale più bassa”, spiega Borghi. “Se mettendo un po’ di denaro in circolo aumenterà la crescita, e quindi il Pil, ex post il rapporto deficit-Pil sarà più basso. Con il 2,5 e una credibile politica di crescita, i mercati resteranno tranquilli”. Il resposabile economico della Lega poi nega che con l’aumento del debito lo spread tornerebbe a 500 punti: “Secondo me non c’è alcuna relazione fra debito e spread. I primi paesi che ebbero a che fare con lo spread nel 2011, come Irlanda e Spagna, non avevano debito”.

di | 24 settembre 2018

giovedì 15 gennaio 2015

Deficit e ripresa dei consumi: una domanda semplice ad Alesina e Giavazzi

di | 15 gennaio 2015 sul Fatto Quotidiano
Sul Corriere del 29/12/14, dopo aver ricordato che in Italia “il Prodotto interno lordo scende da 13 trimestri”, i due alfieri del liberismo nostrano offrono la loro ricetta 2015.0 per “porre fine alla recessione”. E spiegano: “La riforma del mercato del lavoro non basta. Ci vuole anche più domanda”. Bene. Cioè… insomma: se ci vuole più domanda, allora la riforma del mercato del lavoro non è che “non basta”, è proprio dannosa: deprime la domanda! “Ci vuole più domanda” è come dire che c’è un eccesso di potenziale di offerta. Ma il Jobs Act mira a stimolare ulteriormente questo potenziale; se proprio lo si vuole approvare, adesso, sarebbe meglio che entrasse in vigore quando la domanda si sarà ripresa.
Domanda (aggregata) nel linguaggio degli economisti significa spesa, acquisti, e – dal punto di vista delle imprese – vendite. In effetti il grafico dell’Istat sulle vendite delle imprese mostra che la domanda continua a contrarsi: in ottobre il calo a/a è stato -0,8%.
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Ripetiamolo: non basta che il barista prepari “100 caffè all’ora” (Bagnai) e li poggi sul banco (con efficienza, produttività, onestà): deve anche venderli. E perché mai la gente non dovrebbe comprarsi un buon caffè caldo, con freddo che fa? Sì, è così: perché ha paura poi di trovarsi in difficoltà economiche. Perciò s’indebolisce anche la domanda di lavoro da parte delle imprese (grafico sotto), e il cerchio si chiude.
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Ma quanti sono i ‘caffè’ (ed altri beni e servizi) potenzialmente sul banco, non acquistati (quindi, neanche prodotti) per mancanza o di denaro o di fiducia? Quant’è il potenziale di offerta in eccesso rispetto alla domanda? Non è una stima facile: qui ho presentato la mia per l’Italia. Nell’Economic Outlook del 25 novembre l’Ocse ha presentato le sue stime per la zona Euro. Nel grafico la barra blu rappresenta il 2013, quella rossa il 2014. L’Ocse stima che il sistema produttivo italiano (corrotto quanto si vuole, inefficiente, poco competitivo, tartassato, vessato dai burocrati, appesantito dai fannulloni, e chi più ne ha più ne metta) è in grado di produrre oggi così com’è, senza riforme strutturali e altre diavolerie, il 6% di Pil in più di quanto produce.
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Le stime dell’Ocse sono anch’esse iper-prudenziali. Ad es. si assume che il 40% dei disoccupati italiani (e tutti gli scoraggiati) non siano più in grado di inserirsi in modo produttivo nel mondo del lavoro. Però i nostri disoccupati sono gente che ogni mese cerca attivamente lavoro, ed è pronta ad iniziare ‘anche subito’: dunque i ‘caffè’ che potrebbero arrivare sul banco sono probabilmente molti di più; e non solo in Italia.
Un aumento del 6% del Pil risolverebbe la crisi? Sì. Non solo ridurrebbe il rapporto Debito pubblico/Pil dal 135% al 128%, ma porterebbe anche il bilancio annuale dello Stato in pareggio, e la disoccupazione sotto il 10%. Ciò calmerebbe i timori, avviando un nuovo ciclo di investimenti trainato dai consumi.
È facile oggi, in Italia, generare un aumento del Pil del 6%? Sì. Non lo sarebbe se occorresse risolvere un problema di offerta, della struttura produttiva. Se, per dire, il famoso barista dei 100 caffè all’ora fosse scomparso… Se il bar fosse crollato… Se il ponte che porta al bar fosse interrotto … Bisognerebbe addestrare un nuovo barista, ricostruire il bar, riparare il ponte: ciò richiederebbe tempo e fatica! Ma per curare il deficit di domanda basta spendere soldi (i soldi si stampano, o si prendono sui mercati finanziari). La conseguenza degli output gap infatti è che i moltiplicatori di qualsiasi spesa – privata o pubblica – sono altissimi.
Innanzitutto, ogni nuova spesa genera un aumento diretto del Pil all’incirca di pari importo (coefficiente 1:1). Scrive Alessandro De Nicola su Repubblica: “L’investimento pubblico dev’essere giudicato secondo un metro di costo opportunità”. Giusto! Ma la disponibilità di tanti fattori produttivi ‘liberi’ azzera il costo opportunità! Non è più vero, come scrive, che “i soldi che vengono spesi per un aeroporto pubblico sono sottratti all’investimento o al consumo privato”: di soldi ne circolano talmente tanti (grazie anche alle banche centrali) che non si sa più dove metterli. La controprova la danno i tassi d’interesse negativi (non c’è concorrenza con l’investimento privato) e l’andamento deflattivo dei prezzi (nessuna concorrenza con il consumo privato). All’impatto diretto bisogna poi aggiungere gli effetti indiretti: l’indotto (in alcuni settori selezionati 0,5-2), e l’aumento dei consumi ‘perché mia la spesa è il tuo reddito’ (0,5). Il moltiplicatore di una manovra ben fatta potrebbe essere: 1 +0,9 +0,5 = 2,4 da cui bisogna sottrarre 1/3 che va ad acquistare beni esteri: 2,4/3 = 1,6.
Chi potrebbe spendere? Come fare in modo che accada? Vi sono due modi facili. (A) Mandare l’esercito ed obbligare i privati a spendere. (B) Usare la spesa pubblica per acquistare beni e servizi, investire, finanziare programmi di riduzione della povertà assoluta (stimolo a un’ipotesi A in versione meno autoritaria). La tabella qui sotto descrive la situazione del 2014, un aumento della spesa pubblica di 20 Mld. nel 2015, e ipotizza che tutti i benefici cd ‘di breve termine’ si concentrino nel 2016. Nella colonna centrale si ipotizza un moltiplicatore di 1,6, in linea con la letteratura empirica recente per i settori suindicati. Una simile manovra, rebus sic stantibus, ridurrebbe il rapporto Debito/Pil di circa due punti (righe 3 e 12, col. centrale).
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Ma cosa succederebbe se i moltiplicatori fossero più bassi? Ci viene in soccorso una proprietà aritmetica: più grande è un rapporto, maggiore è l’influenza del denominatore. Se il rapporto è 10/100=10%, aggiungendo 10 sia sopra che sotto: (10+10)/(100+10)=> 18% (il rapporto sale); ma se il rapporto è 200/100 =200%, (200+10)/(100+10)=> 191% (scende). Perciò il debito pubblico italiano calerebbe rispetto al Pil anche con un moltiplicatore di 0,8 (colonna di sinistra, rigo 12). E se invece l’Europa si associasse alla manovra? I risultati (colonna di destra) sarebbero ancora migliori. Morale: quando si ha un debito pubblico elevato, l’unico modo di uscirne è puntare sul Pil. Che in questa congiuntura non reagisce al potenziale d’offerta (che è già in eccesso) ma solo alle variazioni della domanda.
L’articolo continua qui
p.s.
più chiaro di così...... ma si sa che non c'è peggior sordo di chi (....) non vuol sentire
p.s. 2
vi consiglio di leggere il resto dell'articolo.. su Micromega al link evidenziato dalla parola "qui" nel post

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