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mercoledì 21 marzo 2018

Nuovo governo, M5s traccia il suo perimetro. Nonostante la trappola del Rosatellum

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 21 marzo 2018 

C’è qualche segnale di movimento, dopo due settimane che lasciavano immaginare un post voto persino più sfibrante della campagna elettorale, anche perché l’imminente elezione dei presidenti delle Camere impone a vincitori e sconfitti, inclusi quelli che come Silvio Berlusconi pretenderebbero di continuare a distribuire i posti, di prendere atto della realtà.
Oltre al frutto politico avvelenato della legge elettorale che, concepita per azzoppare la vittoria del M5S, rischia di infilare il paese in un cul de sac il paese, si sono dispiegati anche sul piano “tecnico” gli effetti nefasti del Rosatellum.
Infatti ci sono voluti ben quindici giorni perché finalmente la Corte di Cassazione riuscisse a diffondere la lista definitiva degli eletti che è arrivata in contemporanea con l’adempimento delle formalità di inizio legislatura per i neosenatori; e la serie di verifiche, riconteggi e ricorsi si deve alle complicazioni, mai viste prima de Rosatellum, per la redistribuzione dei voti all’interno delle coalizioni combinate con la possibilità per ogni candidato di correre in ben cinque diversi collegi plurinominali.
Nessuno tra i maggiori responsabili nonché beneficiari, secondo le intenzioni, dei macchinosi inghippi del Rosatellum ha accennato minimamente ad un mea culpa.
Ettore Rosato – artefice del capolavoro legislativo – a chi osa avanzare qualche perplessità sugli effetti del prodotto, risponde sprezzante (come ha fatto giovedì scorso a Piazza Pulita) che si è trattato della legge elettorale approvata con il più vasto consenso parlamentare della storia repubblicana ma si dimentica di aggiungere che è avvenuto anche “grazie” alla raffica di voti di fiducia; poi senza il minimo imbarazzo fa notare che prima si votava con il Porcellum. Poi abbastanza sorprendentemente lo stesso Ettore Rosato si è dichiarato favorevole ad un referendum tra gli iscritti in merito ad una eventuale ipotesi di governo con il M5S e solo 24 ore dopo ha ritenuto opportuno smentirsi dichiarando che il referendum da sottoporre agli iscritti manca “dell’oggetto” e cioè la proposta: ma se è così non sembra che ci fosse nemmeno il giorno prima.
Intanto la coppia del Nazareno, con i relativi supporter, è più che mai impegnata nel tentativo di impedire con mezzi di molteplice natura qualsiasi uscita dallo stallo che non li veda almeno coprotagonisti. E che Renzi con il suo cospicuo plotone parlamentare di fedelissimi in grado, non si sa ancora per quanto, di condizionare le mosse di un partito in stato confusionale così come B. impensierito dalla “spregiudicatezza” di Matteo Salvini e terrorizzato dallo spettro di nuove elezioni vogliano convergere un’irresistibile quanto improbabile ammucchiata PD- centrodestra è quasi una non notizia.
Così mentre i capigruppo del M5S stanno facendo il secondo giro di colloqui con tutti per le presidenze delle camere da FI è arrivato solo da Toti l’ovvio riconoscimento che “il M5S è indubbiamente l’interlocutore istituzionale” mentre B. dall’alto del suo 14% si era compiaciuto di “aprire la porta per cacciarli” con contestuale raccomandazione ai neoletti di avvicinare i “grillozzi“, come li chiama con trasudante disprezzo Il Foglio, per “persuaderli” con discrezione e con i consolidati metodi alla sua causa.
E analogamente i renziani stanno perseverando nel non capire, come gli ha rimproverato persino Andrea Orlando, fino a prova contraria non un fan grillino, che sarebbe ora di “fare basta con la spocchia verso i 5Stelle sui congiuntivi, sui curriculum e sulle proposte”. Anche perché, come ha dovuto ancora una volta spiegare una voce fuori dal coro e vicina alla realtà, questa volta quella del giovane Nicholas Ferrante, giunta da Avellino, gli elettori del Pd “hanno votato il M5S contro un sistema marcio e clientelare, contro i signori delle tessere” e cioè hanno guardato dove hanno individuato la difesa di valori, principi e beni comuni ed irrinunciabili come “l’onestà, la moralità, la sovranità popolare, la democrazia diretta, il lavoro, i diritti, l’acqua pubblica” che non ha più trovato casa e da troppo tempo nel loro partito di riferimento.
Di Maio alla prima riunione con i senatori ha ribadito che prima ci si accorderà sui metodi e poi sui nomi e per non sbagliare con un preciso riferimento ai nomi che circolano per il Senato, in primis quello di Paolo Romani, ha di nuovo sottolineato con assoluta chiarezza il NO per chi è condannato o sotto processo. Beppe Grillo in una lunga intervista a Repubblica ha ripetuto che “l’epoca dei vaffa è finita ma quella degli inciuci non comincerà”.
Per ora, anche se a qualcuno può sembrare poco, mentre a tanti navigatori di lungo corso e rottamatori gattopardeschi la conferma della sprovvedutezza e dell'”infantilismo” del M5S, il perimetro minimo della trasparenza, della disponibilità all’accordo nel rispetto delle istituzioni, della coerenza con i valori di riferimento è stato tracciato.

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Politica | 21 marzo 201

venerdì 1 dicembre 2017

M5S si conferma primo partito, per centro destra vittoria di Pirro

WSI 30 novembre 2017, di Alessandra Caparello
Mentre si ipotizza come nuova data per le elezioni il prossimo 18 marzo, continuano i sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani in cui il Movimento Cinque Stelle si conferma primo partito, mentre avanza il centrodestra che ha la maggioranza relativa del Parlamento, ma non quella assoluta. E il Partito democratico? Arranca.
Questi i risultati dell’ultimo sondaggio Ixè per Radio1 Rai secondo cui alla Camera Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia raccoglierebbero 270 seggi e così ne mancherebbero 46 per poter dare la fiducia a un governo, ma al Senato i tre partiti potrebbero contare solo su 135 parlamentari, 23 in meno di quanti ne servono.
“Abbiamo elaborato i dati sulle intenzioni di voto disaggregate sui nuovi collegi e il risultato è che, con le coalizioni bloccate in questo modo, manca una maggioranza stabile. Finora ci siamo limitati a lavorare solo sulle coalizioni a partire dal proporzionale. Si può procedere solo per inferenze: considerando il valore percentuale odierno sia di Forza Italia che del Pd e proiettandolo sui seggi complessivi (immagino che nelle contrattazioni fra i partiti maggiori, più o meno varrà una dimensione proporzionale) non c’è comunque maggioranza”.
Il centrodestra raccoglie in totale oggi il 35,5% dei voti, con 270 seggi alla Camera e 135 al Senato e subito dietro c’è il Movimento Cinque Stelle che si conferma il partito più votato con il 29,4 per cento e si prenderebbe 165 deputati alla Camera e 85 al Senato, il tutto da solo senza coalizioni. Il centrosinistra – Pd, Ap e Campo Progressista – arriva al massimo al 28,6% con 162 seggi a Montecitorio e 81 a Palazzo Madama. A parte la Sinistra che si unirà in una lista unica domenica prossima e che viene valuta al 6,5% dei consensi che darebbe diritto a 25 deputati e 8 senatori.
Secondo il presidente di Ixè Weber ad oggi le forze moderate unite in una “Grosse Koalition” alla tedesca sarebbe al massimo intorno a quota 275 alla Camera.
“Personalmente la ritengo una prospettiva poco credibile e gli elettori di Fi naturalmente la reggerebbero, quelli del Pd no. Ma non ci sarà bisogno di arrivare a tanto, la campagna è lunga…”.

lunedì 27 novembre 2017

Modalità elezioni: Renzi 2, la vendetta

di | 27 novembre 2017  Il Fatto Quotidiano

Chiudendo la Leopolda, Matteo Renzi ha detto che il Pd deve mettersi «in modalità elezioni». Insomma, basta con la discussione interna («il congresso permanente»). Basta, in particolare, con la discussione sulle alleanze dopo il voto: sennò gli elettori capiscono quel che non devono capire. Ossia che nel Parlamento eletto con il Rosatellum l’unica maggioranza possibile è quella con Forza Italia: e ancora potrebbe non bastare. Del resto, dopo l’intervista in ginocchio di Fabio Fazio a Berlusconi, tutti hanno capito che ormai restano solo da limare i dettagli. Ad esempio: Gentiloni o un generale dei carabinieri presidente del Consiglio? A occhio, direi piuttosto un tecnico, tipo Draghi: e ci andrebbe già bene.
Poi Renzi ha mandato altri segnali, nel segno di quel grilloberlusconismo mediatico – populismo? – che da sempre è il suo marchio di fabbrica. Il M5S promette il reddito di cittadinanza? E lui rilancia con gli ottanta euro alle famiglie con figli: complimentoni, detto così sembra la solita mancia, invece dovrebbe essere un diritto. Ma sarà difficile anche per lui raggiungere i vertici di Berlusconi: il quale, sempre da Fazio, ha promesso pensioni minime a mille euro, abolizione del bollo auto e – uno di questi giorni capiterà – cene eleganti per tutti. Così uno si chiede: ma siamo sicuri che le elezioni siano il modo migliore per indicare i governanti? Non saranno meglio il casting, il sorteggio, il giudizio di Dio?

il resto dell'articolo qui

sabato 3 giugno 2017

Legge elettorale, com’è fatto il sistema venduto per tedesco che tedesco non è..

di | 2 giugno 2017  Il Fatto Quotidiano

Ancora una volta lo chiamano “tedesco” e ancora una volta non c’entra niente. Lo chiama così Matteo Renzi, lo chiama così Silvio Berlusconi, lo chiama così Beppe Grillo che, anzi, ha parlato di tedesco quando ha fatto votare ed approvare agli iscritti M5s il via libera all’intesa tra i tre Grandi del Parlamento. Ma col tedesco la legge elettorale in discussione alla Camera non c’entra niente. Di sicuro c’è che il nuovo sistema che ha già raggiunto un record: è il più contorto e complicato della storia della Repubblica che oggi festeggia il compleanno. Di sicuro si tornerà alle nottate elettorali e ai calcoli che non finiscono nemmeno all’alba. Di sicuro allungherà la vita all’eterna promessa: “Avremo un vincitore la sera delle elezioni”. Col cavolo: un vincitore quella sera non ci sarà. “Garantisce governabilità e rappresentanza” assicurano tutti quelli che la sostengono. Ma se c’è una cosa certa è che con questa legge la notte delle elezioni non si saprà quale maggioranza sosterrà quale governo, ma che sicuramente ci sarà ben oltre metà del Parlamento composto da nominati dei dirigenti di partito.
Cos’ha di tedesco, dunque, questa legge? “Nulla – dice in un’intervista al Fatto il costituzionalista Andrea Pertici – tranne la soglia di sbarramento al 5 per cento”. “Non è il sistema tedesco” conferma Walter Veltroni in un’intervista al Corriere della Sera. “Non c’è la sfiducia costruttiva – sottolinea – Ci sono 5 anni di fibrillazione e lacerazioni interne ai partiti, che con il proporzionale si sentiranno liberi di fare tutto quel che vogliono. C’è il trionfo del trasformismo. Già in questa legislatura ci sono stati 491 cambi di casacca; figuriamoci nella prossima”.
L'intero articolo su Fatto Quotidiano.. con annesso in basso un link al secondo capitolo ancora più interessante di questo.
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Se queste sono le premesse, stavolta faranno a meno del mio voto e del mio tempo per andarci.....

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