Fonte: W.S.I. 4 Aprile 2019, di Alberto Battaglia
Il
tetto al disavanzo pubblico, la cui entità non deve superare il 3% del
reddito nazionale, è una regola che non nasce con il trattato di
Maastricht, bensì in Francia, vari anni prima, durante la presidenza di
Francois Mitterand. Un funzionario del ministero del Bilancio, Guy Abeille, fu incaricato di elaborare un principio che stabilisse “una regola semplice e utilitaristica”
che consentisse il governo di giustificare un freno alla spesa
pubblica. Era il 1981, e la Francia era reduce da una svalutazione
monetaria, dagli strascichi della crisi petrolifera e da un’inflazione a
doppia cifra. La regola del 3% nacque così: “in meno di un’ora, senza l’assistenza di una teoria economica”. E’ quanto racconta lo stesso Abeille in un’intervista rilasciata a Vito Lops sul Sole 24 Ore.
L’aspetto
che accomuna il pensiero di Abeille con quello degli euroscettici è
che concordano sul fatto che non esistano basi scientifiche tali per
cui il 3, il 2 o un altro indicatore del rapporto fra deficit e Pil
esprima qualcosa sulla qualità della politica economica e sulla
solvibilità di un Paese. La regola, insomma, è servita e serve ancora
per sancire il principio (ampiamente condiviso) che il governo non
dovrebbe spendere senza limiti. La decisione del 3%, però, fu puramente
simbolica: “Un numero, magico, quasi sciamanico”, si pensi alle “Tre
grazie, ai tre giorni della resurrezione”.
Entrando
nel merito, Abeille, ha affermato che “il deficit/Pil è un rapporto
che può al massimo servire da indicatore, ma in nessun caso può essere
una bussola perché non misura nulla, non è un vero criterio. Ciò che conta è ottenere un valore che calcoli la solvibilità di un Paese, la capacità di rimborso del debito da un’analisi ragionata”.
Per
questo, Abeille ha suggerito di cambiare la regola da egli stesso
ideata con un tetto agli interessi pagati dallo Stato e ai titoli di
stato che possono essere emessi, in rapporto non più con il reddito
nazionale, un flusso, bensì con le risorse nazionali, uno stock. “In
questo modo si replica il principio di solvibilità tipico di
un’azienda”.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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giovedì 4 aprile 2019
venerdì 15 febbraio 2019
Quantitative easing, il piano della Bce è fallito. Per ripartire occorre dare moneta all’economia reale
Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 12 Febbraio 2019 Enrico Grazzini
Qual è il bilancio finale del Quantitative easing? Il Qe appena terminato è stato sufficiente per evitare una nuova crisi dell’eurozona e, per quanto ci riguarda, dell’economia italiana? La risposta è negativa. Il programma di espansione monetaria lanciato dalla Banca centrale europea nel marzo 2015 e terminato alla fine di dicembre 2018 ha creato dal nulla moneta per ben 2600 miliardi di euro: una somma enorme, pari a circa il 20% del Pil dell’eurozona. Questa colossale liquidità è stata immessa a favore delle maggiori banche dell’area euro, con l’obiettivo ufficiale di contrastare le tendenze deflazionistiche e produrre reflazione. Quale il risultato?
La Bce è riuscita a mettere un’enorme pezza per salvare le banche tedesche e francesi afflitte dal peso dei titoli tossici (6800 miliardi) e quelle italiane e spagnole appesantite dai crediti inesigibili (900 miliardi), e per salvare gli Stati in forte difficoltà di bilancio – Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia – o in via di fallimento, come la Grecia. Tuttavia la Banca centrale europea non è riuscita a centrare né l’obiettivo ufficiale del Qe – inflazione stabilmente sotto, ma vicino al 2% – né l’obiettivo strategico: l’eurozona infatti è sempre in crisi e gli indicatori dell’economia sono ancora tutti pericolosamente declinanti.
In Italia la Bce, attraverso la Banca d’Italia, ha comprato titoli di Stato italiani per 363 miliardi di euro, una somma più che doppia rispetto al deficit di bilancio degli anni 2015-2018, che ammontava a soli 152 miliardi di euro. La Bce, imputandoli al bilancio della Banca d’Italia, ha assorbito quindi il doppio delle emissioni nette di nuovo debito pubblico: un impegno notevole che però ha prodotto risultati deludenti.
Il vero risultato positivo è che lo spread è diminuito. Il Qe ha ridotto di gran lunga il costo del debito pubblico nazionale. L’Italia ha risparmiato non meno di 15-20 miliardi all’anno. Denari che sono stati impiegati per erogare beni e servizi e anche per contenere le nuove emissioni, ossia per tenere sotto controllo il deficit. Ma il debito pubblico non è diminuito, nonostante l’avanzo primario di bilancio (da 20 anni lo Stato incassa più di quanto spende e dà il surplus alle banche per pagare gli interessi crescenti sul debito).
È stato mancato anche l’obiettivo della crescita dei prezzi al consumo: il deflatore dei consumi privati è stato dell’1,1% nel 2015, dovrebbe attestarsi alla medesima percentuale nel 2018, mentre per il 2019, il 2020 e 2021 si prevede (troppo ottimisticamente) rispettivamente 1,4%, 2,2% e 1,6%. L’Italia resta in una condizione di deflazione strutturale, derivata dalla forte carenza di domanda domestica e dal modello economico mercantilista basato sull’export e sui bassi salari.
Il problema principale è che nonostante il Qe e l’immissione di liquidità della Bce a favore delle banche, in Italia le banche non hanno aumentato il credito a favore dell’economia reale. Non a caso, secondo i dati del Monthly Outlook dell’Abi, il credito bancario erogato alle società non finanziarie e alle famiglie non solo non è aumentato con il Qe ma è anzi diminuito: è passato dai 1.420 miliardi del marzo 2015 ai 1.329 miliardi del dicembre scorso, con un saldo negativo di 91 miliardi, pari a circa il 5% del Pil. Ma se le banche commerciali private non fanno credito, il governo dovrebbe creare una banca pubblica di sviluppo per fare ripartire l’economia e assorbire il debito pubblico.
Le banche italiane, nel dicembre 2018, detenevano titoli di Stato per 395 miliardi, mentre erano 387 miliardi nel 2015. Questi dati confermano che il sistema bancario italiano non ha venduto i titoli di Stato per ottenere nuova liquidità: le banche italiane hanno preferito tenere in portafoglio i titoli pubblici che consentono di incassare interessi e non consumano capitale di vigilanza. Senza però concedere molto credito all’economia reale.
In conclusione, a parte l’effetto positivo sullo spread e sulla diminuzione degli interessi pagati dallo Stato italiano, il Qe non ha avuto alcun effetto significativo in Italia, né in termini di aumento del credito bancario a favore dell’economia reale né per l’incremento del livello dei prezzi al consumo.
Del resto probabilmente la Bce non poteva fare molto meglio. La Bce è infatti una banca centrale dimezzata: a differenza di tutte le altre banche centrali, in base al suo Statuto deciso a Maastricht non può aiutare gli Stati in difficoltà stampando moneta per monetizzare il loro debito pubblico. Non può intervenire neppure in caso di attacco speculativo. Inoltre ha come compito statutario principale quello di combattere l’inflazione, ma non quello di alimentare lo sviluppo e la piena occupazione. Quindi la Bce ha le mani legate.
Infine c’è un altro problema di fondo: nei sistemi monetari moderni, le banche centrali hanno un potere limitato. Infatti non possono aumentare direttamente la quantità di moneta (e quindi la domanda e l’inflazione) che circola nell’economia reale. Questo potere è invece proprio delle banche commerciali quando fanno credito ed erogano prestiti. Anche se la Bce salva le banche e aumenta le riserve bancarie (nell’eurozona le riserve liquide libere depositate presso la Bce sono pari alla cifra gigantesca di 1,8 triliardi di euro) non è affatto detto che poi le banche commerciali trovino conveniente fare nuovi prestiti a famiglie e imprese, già troppo indebitate in un’economia che non cresce. La Bce può pompare moneta ma “il cavallo ugualmente non beve”.
Se il credito è bloccato, la Bce dovrebbe allora fare helicopter money per fare crescere l’economia, cioè dare moneta direttamente all’economia reale. Basta fare due semplici calcoli: se i 2,6 triliardi del Qe fossero stati distribuiti non alle banche ma ai 340 milioni di abitanti dell’eurozona, allora ogni abitante (neonati compresi) avrebbe percepito circa 160 euro al mese per i 46 mesi del Qe.
Se i soldi fossero stati assegnati direttamente alle famiglie, alle imprese e agli Stati invece che alle banche, la domanda aggregata (consumi, investimenti, spesa pubblica) e l’inflazione si sarebbero riprese subito alla grande e avrebbero trascinato immediatamente al rialzo la produzione e l’occupazione. Ma la Bce ha preferito dare i soldi solo alle banche. Per questo motivo diventa necessario che il governo italiano emetta dei titoli/moneta complementari all’euro, i Titoli di Sconto Fiscale, per rilanciare l’economia e l’occupazione.
Qual è il bilancio finale del Quantitative easing? Il Qe appena terminato è stato sufficiente per evitare una nuova crisi dell’eurozona e, per quanto ci riguarda, dell’economia italiana? La risposta è negativa. Il programma di espansione monetaria lanciato dalla Banca centrale europea nel marzo 2015 e terminato alla fine di dicembre 2018 ha creato dal nulla moneta per ben 2600 miliardi di euro: una somma enorme, pari a circa il 20% del Pil dell’eurozona. Questa colossale liquidità è stata immessa a favore delle maggiori banche dell’area euro, con l’obiettivo ufficiale di contrastare le tendenze deflazionistiche e produrre reflazione. Quale il risultato?
La Bce è riuscita a mettere un’enorme pezza per salvare le banche tedesche e francesi afflitte dal peso dei titoli tossici (6800 miliardi) e quelle italiane e spagnole appesantite dai crediti inesigibili (900 miliardi), e per salvare gli Stati in forte difficoltà di bilancio – Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia – o in via di fallimento, come la Grecia. Tuttavia la Banca centrale europea non è riuscita a centrare né l’obiettivo ufficiale del Qe – inflazione stabilmente sotto, ma vicino al 2% – né l’obiettivo strategico: l’eurozona infatti è sempre in crisi e gli indicatori dell’economia sono ancora tutti pericolosamente declinanti.
In Italia la Bce, attraverso la Banca d’Italia, ha comprato titoli di Stato italiani per 363 miliardi di euro, una somma più che doppia rispetto al deficit di bilancio degli anni 2015-2018, che ammontava a soli 152 miliardi di euro. La Bce, imputandoli al bilancio della Banca d’Italia, ha assorbito quindi il doppio delle emissioni nette di nuovo debito pubblico: un impegno notevole che però ha prodotto risultati deludenti.
Il vero risultato positivo è che lo spread è diminuito. Il Qe ha ridotto di gran lunga il costo del debito pubblico nazionale. L’Italia ha risparmiato non meno di 15-20 miliardi all’anno. Denari che sono stati impiegati per erogare beni e servizi e anche per contenere le nuove emissioni, ossia per tenere sotto controllo il deficit. Ma il debito pubblico non è diminuito, nonostante l’avanzo primario di bilancio (da 20 anni lo Stato incassa più di quanto spende e dà il surplus alle banche per pagare gli interessi crescenti sul debito).
È stato mancato anche l’obiettivo della crescita dei prezzi al consumo: il deflatore dei consumi privati è stato dell’1,1% nel 2015, dovrebbe attestarsi alla medesima percentuale nel 2018, mentre per il 2019, il 2020 e 2021 si prevede (troppo ottimisticamente) rispettivamente 1,4%, 2,2% e 1,6%. L’Italia resta in una condizione di deflazione strutturale, derivata dalla forte carenza di domanda domestica e dal modello economico mercantilista basato sull’export e sui bassi salari.
Il problema principale è che nonostante il Qe e l’immissione di liquidità della Bce a favore delle banche, in Italia le banche non hanno aumentato il credito a favore dell’economia reale. Non a caso, secondo i dati del Monthly Outlook dell’Abi, il credito bancario erogato alle società non finanziarie e alle famiglie non solo non è aumentato con il Qe ma è anzi diminuito: è passato dai 1.420 miliardi del marzo 2015 ai 1.329 miliardi del dicembre scorso, con un saldo negativo di 91 miliardi, pari a circa il 5% del Pil. Ma se le banche commerciali private non fanno credito, il governo dovrebbe creare una banca pubblica di sviluppo per fare ripartire l’economia e assorbire il debito pubblico.
Le banche italiane, nel dicembre 2018, detenevano titoli di Stato per 395 miliardi, mentre erano 387 miliardi nel 2015. Questi dati confermano che il sistema bancario italiano non ha venduto i titoli di Stato per ottenere nuova liquidità: le banche italiane hanno preferito tenere in portafoglio i titoli pubblici che consentono di incassare interessi e non consumano capitale di vigilanza. Senza però concedere molto credito all’economia reale.
In conclusione, a parte l’effetto positivo sullo spread e sulla diminuzione degli interessi pagati dallo Stato italiano, il Qe non ha avuto alcun effetto significativo in Italia, né in termini di aumento del credito bancario a favore dell’economia reale né per l’incremento del livello dei prezzi al consumo.
Del resto probabilmente la Bce non poteva fare molto meglio. La Bce è infatti una banca centrale dimezzata: a differenza di tutte le altre banche centrali, in base al suo Statuto deciso a Maastricht non può aiutare gli Stati in difficoltà stampando moneta per monetizzare il loro debito pubblico. Non può intervenire neppure in caso di attacco speculativo. Inoltre ha come compito statutario principale quello di combattere l’inflazione, ma non quello di alimentare lo sviluppo e la piena occupazione. Quindi la Bce ha le mani legate.
Infine c’è un altro problema di fondo: nei sistemi monetari moderni, le banche centrali hanno un potere limitato. Infatti non possono aumentare direttamente la quantità di moneta (e quindi la domanda e l’inflazione) che circola nell’economia reale. Questo potere è invece proprio delle banche commerciali quando fanno credito ed erogano prestiti. Anche se la Bce salva le banche e aumenta le riserve bancarie (nell’eurozona le riserve liquide libere depositate presso la Bce sono pari alla cifra gigantesca di 1,8 triliardi di euro) non è affatto detto che poi le banche commerciali trovino conveniente fare nuovi prestiti a famiglie e imprese, già troppo indebitate in un’economia che non cresce. La Bce può pompare moneta ma “il cavallo ugualmente non beve”.
Se il credito è bloccato, la Bce dovrebbe allora fare helicopter money per fare crescere l’economia, cioè dare moneta direttamente all’economia reale. Basta fare due semplici calcoli: se i 2,6 triliardi del Qe fossero stati distribuiti non alle banche ma ai 340 milioni di abitanti dell’eurozona, allora ogni abitante (neonati compresi) avrebbe percepito circa 160 euro al mese per i 46 mesi del Qe.
Se i soldi fossero stati assegnati direttamente alle famiglie, alle imprese e agli Stati invece che alle banche, la domanda aggregata (consumi, investimenti, spesa pubblica) e l’inflazione si sarebbero riprese subito alla grande e avrebbero trascinato immediatamente al rialzo la produzione e l’occupazione. Ma la Bce ha preferito dare i soldi solo alle banche. Per questo motivo diventa necessario che il governo italiano emetta dei titoli/moneta complementari all’euro, i Titoli di Sconto Fiscale, per rilanciare l’economia e l’occupazione.
Zonaeuro | 12 Febbraio 2019
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giovedì 1 ottobre 2015
Moneta unica: il Superstato europeo e la seconda Maastricht
Fonte: Il Fatto Quotidiano del 1 10 2015 a firma di Cesare Sacchetti
L’opinione che l’euro sia una pessima idea così come è stato concepito e realizzato sembra essere arrivata persino alle alte sfere dei vertici comunitari. Ogni tentativo di mantenerlo in vita a tutti i costi, ha portato con sé il peso delle drammatiche conseguenze che i popoli europei hanno vissuto e che stanno mettendo fine alle costituzioni democratiche fondate sullo Stato sociale, e per le quali JP Morgan ha raccomandato il rapido superamento in una famigerata relazione sullo stato della crisi dell’Eurozona. Sostanzialmente esistono due strade per mantenerlo in vita: la prima è quella dell’austerità espansiva, un ossimoro economico non più difeso nemmeno dai suoi mentori che ne hanno negato l’efficacia e riconosciuto il fallimento; la seconda è la creazione di un budget federale europeo che avochi a sé i poteri fiscali degli stati nazionali e teoricamente ridistribuisca quegli squilibri che le unioni monetarie a cambi fissi inevitabilmente comportano. Sarebbe bastato dare ascolto al padre dei Chicago Boys, Milton Friedman che qualche anno fa in un articolo sul New York Times definì l’Europa come “un esempio di situazione sfavorevole alla creazione di un’unione monetaria. L’Europa è composta da nazioni separate, che parlano lingue differenti, e con diverse tradizioni culturali, dove i cittadini provano sentimenti di lealtà e attaccamento al loro paese piuttosto che all’idea di un mercato comune e di Europa”.

Queste le ragioni culturali che rendevano problematiche una unione forzata, imposta ai popoli europei secondo l’unico meccanismo delle crisi di sistema, più o meno artificiali, che fino ad oggi ne hanno reso possibile l’attuazione. Lo stesso Mario Monti riconobbe che senza crisi, non si ha cessione di sovranità e la difficile contemporaneità vissuta dalla debole Ue sembra pronta per un nuovo avanzamento, necessario per raggiungere il gradino superiore del Superstato europeo e la conseguente fine degli Stati nazione che seppur travolti dalla globalizzazione restano ancora protagonisti sulla scena politica. Le ragioni economiche, sulle quali rimangono avvinghiati i pochi negazionisti dell’euro come protezione alla crisi, non permettono l’esistenza in vita di un’unione monetaria senza i necessari riallineamenti della bilancia dei pagamenti tra i paesi più forti in avanzo e quelli più deboli in deficit. La Germania ha sfruttato questo enorme vantaggio competitivo, su tutti l’enorme surplus della bilancia commerciale che rappresenta la sua supremazia in Europa, e forse adesso potrebbe essere disposta a concedere qualcosa alla nuova idea che percorre i corridoi di Bruxelles. Se non altro perché la sua posizione in questo momento esce piuttosto indebolita dallo scandalo Volkswagen, che sembra aprire delle pericolose crepe nella leadership tedesca che fino a poco tempo fa nessuno osava mettere in discussione. Un’apertura in questo senso alla nuova federazione di Stati europea potrebbe essere possibile.
Non nel modo voluto dalla Francia che inizialmente si era schierata al fianco della Germania nella sua politica di rigore dei conti, ma che poi ha preso anch’essa la strada della crisi sistemica approdata all’aumento esponenziale della disoccupazione e dei conti pubblici, in un paese sempre più provato da una lenta crescita e che forse rappresenta il malato d’Europa nascosto dalla crisi greca, non più in grado di sostenere il peso dell’unione monetaria di cui beneficia oramai solamente la Germania della Merkel. Di qui l’esigenza di rifare il palazzo costruito senza fondamenta, come ha esortato a fare qualche mese fa il ministro dell’Economia francese, Emmanuel Macron, che prospetta “una rifondazione dell’Ue” e una completa cessione di sovranità al “nuovo governo comunitario” al quale saranno trasferiti totalmente i residui poteri degli stati nazionali in materia di politica economica.
Secondo Macron, questa manovra sarebbe indispensabile per appianare quegli squilibri provocati dalla moneta unica e il nuovo governo dell’eurozona “provvederebbe a fornire assistenza ai paesi in difficoltà”, fino ad arrivare alla creazione di un nuovo parlamento della moneta unica, al quale parteciperebbero solamente i deputati membri dei paesi dell’eurozona; una sorta di Camera dell’Unione Monetaria che dovrebbe ipoteticamente essere il tramite per l’investitura democratica del nuovo governo europeo. Non è chiaro se questi membri del nuovo parlamento siano elettivi oppure di nomina diretta da parte dei governi nazionali, ma sembra già riscontrabile la mancanza di democraticità di questo processo, del quale discutono l’ex direttorio franco-tedesco senza neppure interpellare gli altri Stati membri oppure lanciare una piattaforma di discussione che coinvolga i popoli interessati.
Tecnicamente, sembra piuttosto arduo arrivare a un compromesso tra gli opposti interessi francesi e tedeschi, perché i secondi concepiscono un’unione di trasferimenti fiscali solamente alle loro rigide condizioni che prevedono addirittura tagli automatici alla spesa, bilanci contenuti e un rigido sistema di sanzioni applicato a chi viola queste caratteristiche. Non è stato citato nemmeno il ruolo che dovrebbe avere la Bce, che attualmente è incompatibile con la possibilità di un budget federale, dal momento che essa non può finanziare il deficit degli Stati membri né tantomeno monetizzare il loro debito. Senza tralasciare il fatto che queste riforme rimetterebbero completamente in discussione l’assetto di Maastricht e dunque richiederebbero con ogni probabilità un nuovo trattato che dovrebbe essere discusso e ratificato dai parlamenti degli stati membri. Un processo che vuole tempo, ponderazione e attenta valutazione parte con presupposti di pericolosa fretta e rapida esecuzione, come accaduto nel 2011 all’alba del governo Monti con il celebre “Fate presto”, implorato da Il Sole 24 Ore che raccomandava una rapida esecuzione delle riforme strutturali.
Sembra per il momento improbabile che le due parti arrivino a un compromesso, anche se dal nostro punto di vista la strada più raccomandabile era e resta quella del Manifesto Europeo di Solidarietà, firmato tra gli altri da Jacques Sapir e Alberto Bagnai, che prevede uno smantellamento controllato dell’unione monetaria che purtroppo sembra aver riportato l’Europa al clima degli anni 20, dominato da tensioni che poi sfociarono nell’affermazione dei regimi totalitari. La prima Maastricht nacque in fretta, convulsamente, senza il tempo e la possibilità di considerarne effettivamente la portata dei suoi cambiamenti e dei suoi innati limiti strutturali economici e giuridici che sono ad oggi visibili nelle loro devastanti conseguenze. La seconda Maastricht sarebbe il prodotto di quell’errore, nato su ragioni di emergenzialità e sembra già portare con sé tutte le caratteristiche che hanno determinato quel cambiamento traumatico. Su un dato sembrano convergere gli apologeti della moneta unica e i fautori del ritorno alle valute nazionali, ovvero sull’evidenza che “l’attuale modello non funziona più”, come ha dichiarato il ministro delle Finanze belga Jan van Overtveldt. L’impressione è che ancora una volta si tenterà la strada dell’integrazione scaturita dalle crisi, e il punto di non ritorno sulla fine delle costituzioni democratiche sarà raggiunto, come auspicato da JP Morgan, tra i più sinceri ispiratori di questo disegno.
L’opinione che l’euro sia una pessima idea così come è stato concepito e realizzato sembra essere arrivata persino alle alte sfere dei vertici comunitari. Ogni tentativo di mantenerlo in vita a tutti i costi, ha portato con sé il peso delle drammatiche conseguenze che i popoli europei hanno vissuto e che stanno mettendo fine alle costituzioni democratiche fondate sullo Stato sociale, e per le quali JP Morgan ha raccomandato il rapido superamento in una famigerata relazione sullo stato della crisi dell’Eurozona. Sostanzialmente esistono due strade per mantenerlo in vita: la prima è quella dell’austerità espansiva, un ossimoro economico non più difeso nemmeno dai suoi mentori che ne hanno negato l’efficacia e riconosciuto il fallimento; la seconda è la creazione di un budget federale europeo che avochi a sé i poteri fiscali degli stati nazionali e teoricamente ridistribuisca quegli squilibri che le unioni monetarie a cambi fissi inevitabilmente comportano. Sarebbe bastato dare ascolto al padre dei Chicago Boys, Milton Friedman che qualche anno fa in un articolo sul New York Times definì l’Europa come “un esempio di situazione sfavorevole alla creazione di un’unione monetaria. L’Europa è composta da nazioni separate, che parlano lingue differenti, e con diverse tradizioni culturali, dove i cittadini provano sentimenti di lealtà e attaccamento al loro paese piuttosto che all’idea di un mercato comune e di Europa”.

Queste le ragioni culturali che rendevano problematiche una unione forzata, imposta ai popoli europei secondo l’unico meccanismo delle crisi di sistema, più o meno artificiali, che fino ad oggi ne hanno reso possibile l’attuazione. Lo stesso Mario Monti riconobbe che senza crisi, non si ha cessione di sovranità e la difficile contemporaneità vissuta dalla debole Ue sembra pronta per un nuovo avanzamento, necessario per raggiungere il gradino superiore del Superstato europeo e la conseguente fine degli Stati nazione che seppur travolti dalla globalizzazione restano ancora protagonisti sulla scena politica. Le ragioni economiche, sulle quali rimangono avvinghiati i pochi negazionisti dell’euro come protezione alla crisi, non permettono l’esistenza in vita di un’unione monetaria senza i necessari riallineamenti della bilancia dei pagamenti tra i paesi più forti in avanzo e quelli più deboli in deficit. La Germania ha sfruttato questo enorme vantaggio competitivo, su tutti l’enorme surplus della bilancia commerciale che rappresenta la sua supremazia in Europa, e forse adesso potrebbe essere disposta a concedere qualcosa alla nuova idea che percorre i corridoi di Bruxelles. Se non altro perché la sua posizione in questo momento esce piuttosto indebolita dallo scandalo Volkswagen, che sembra aprire delle pericolose crepe nella leadership tedesca che fino a poco tempo fa nessuno osava mettere in discussione. Un’apertura in questo senso alla nuova federazione di Stati europea potrebbe essere possibile.
Non nel modo voluto dalla Francia che inizialmente si era schierata al fianco della Germania nella sua politica di rigore dei conti, ma che poi ha preso anch’essa la strada della crisi sistemica approdata all’aumento esponenziale della disoccupazione e dei conti pubblici, in un paese sempre più provato da una lenta crescita e che forse rappresenta il malato d’Europa nascosto dalla crisi greca, non più in grado di sostenere il peso dell’unione monetaria di cui beneficia oramai solamente la Germania della Merkel. Di qui l’esigenza di rifare il palazzo costruito senza fondamenta, come ha esortato a fare qualche mese fa il ministro dell’Economia francese, Emmanuel Macron, che prospetta “una rifondazione dell’Ue” e una completa cessione di sovranità al “nuovo governo comunitario” al quale saranno trasferiti totalmente i residui poteri degli stati nazionali in materia di politica economica.
Secondo Macron, questa manovra sarebbe indispensabile per appianare quegli squilibri provocati dalla moneta unica e il nuovo governo dell’eurozona “provvederebbe a fornire assistenza ai paesi in difficoltà”, fino ad arrivare alla creazione di un nuovo parlamento della moneta unica, al quale parteciperebbero solamente i deputati membri dei paesi dell’eurozona; una sorta di Camera dell’Unione Monetaria che dovrebbe ipoteticamente essere il tramite per l’investitura democratica del nuovo governo europeo. Non è chiaro se questi membri del nuovo parlamento siano elettivi oppure di nomina diretta da parte dei governi nazionali, ma sembra già riscontrabile la mancanza di democraticità di questo processo, del quale discutono l’ex direttorio franco-tedesco senza neppure interpellare gli altri Stati membri oppure lanciare una piattaforma di discussione che coinvolga i popoli interessati.
Tecnicamente, sembra piuttosto arduo arrivare a un compromesso tra gli opposti interessi francesi e tedeschi, perché i secondi concepiscono un’unione di trasferimenti fiscali solamente alle loro rigide condizioni che prevedono addirittura tagli automatici alla spesa, bilanci contenuti e un rigido sistema di sanzioni applicato a chi viola queste caratteristiche. Non è stato citato nemmeno il ruolo che dovrebbe avere la Bce, che attualmente è incompatibile con la possibilità di un budget federale, dal momento che essa non può finanziare il deficit degli Stati membri né tantomeno monetizzare il loro debito. Senza tralasciare il fatto che queste riforme rimetterebbero completamente in discussione l’assetto di Maastricht e dunque richiederebbero con ogni probabilità un nuovo trattato che dovrebbe essere discusso e ratificato dai parlamenti degli stati membri. Un processo che vuole tempo, ponderazione e attenta valutazione parte con presupposti di pericolosa fretta e rapida esecuzione, come accaduto nel 2011 all’alba del governo Monti con il celebre “Fate presto”, implorato da Il Sole 24 Ore che raccomandava una rapida esecuzione delle riforme strutturali.
Sembra per il momento improbabile che le due parti arrivino a un compromesso, anche se dal nostro punto di vista la strada più raccomandabile era e resta quella del Manifesto Europeo di Solidarietà, firmato tra gli altri da Jacques Sapir e Alberto Bagnai, che prevede uno smantellamento controllato dell’unione monetaria che purtroppo sembra aver riportato l’Europa al clima degli anni 20, dominato da tensioni che poi sfociarono nell’affermazione dei regimi totalitari. La prima Maastricht nacque in fretta, convulsamente, senza il tempo e la possibilità di considerarne effettivamente la portata dei suoi cambiamenti e dei suoi innati limiti strutturali economici e giuridici che sono ad oggi visibili nelle loro devastanti conseguenze. La seconda Maastricht sarebbe il prodotto di quell’errore, nato su ragioni di emergenzialità e sembra già portare con sé tutte le caratteristiche che hanno determinato quel cambiamento traumatico. Su un dato sembrano convergere gli apologeti della moneta unica e i fautori del ritorno alle valute nazionali, ovvero sull’evidenza che “l’attuale modello non funziona più”, come ha dichiarato il ministro delle Finanze belga Jan van Overtveldt. L’impressione è che ancora una volta si tenterà la strada dell’integrazione scaturita dalle crisi, e il punto di non ritorno sulla fine delle costituzioni democratiche sarà raggiunto, come auspicato da JP Morgan, tra i più sinceri ispiratori di questo disegno.
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venerdì 8 marzo 2013
.. e ora vogliono la coesione..
Peccato che in molti non ricorano o non sanno al storia: quello che
oggi accade è già avvenuto, nel periodo 90-94, ricapitoliamo:
in due anni il paese, complice una classe politica indecente, conobbe una esplosione del debito pubblico cancellando in soldi tre anni una storia della lira che appena un decennio prima era una moneta fortissima che faceva da base allo sviluppo vero del paese: sviluppo manifatturiero.
Chi sono gli ineffabili eroi?
Un altro aspetto é la perdita di sovranità: allora ne mettemmo le basi perché mentre la retorica dei media era tutta pro europa in realtà si sapeva benissimo che il nostro paese, insieme all'europa mediterranea, non poteva reggere il peso e la concorrenza dei paesi del nordeuropa (i quali non ci pensavano nemmeno né a privatizzare né tantomeno a liberalizzare..... ne sa qualcosa marchionne mandato via non proprio in modo carino quando voleva prendersi la opel tedesca o ne sanno qualcosa le nostre ferrovie quando volevano entrare in francia.... qui devono far entrare la sncf ma lì col cavolo che entrano, tutto in mano pubblica, tutto tutto) al punto che oggi i risultati si vedono sotto gli occhi: siamo terra di conquista e discarica ufficiale della produzione di germania, e soci...
avessimo memoria e orgoglio nazionale non ci sarebbero dubbi in merito: la ricetta islandese sarebbe già all'opera (con annesse manette per evasori, politici, banchieri e relative azioni di responsabilità di risarcimento); é di oggi invece la notizia che Fitch ci appena declassati a BBB+ con outlook negativo che significa che la Grecia ci é pari e la crescita un miraggio......
eppure "qualcuno" ancora oggi continua a parlare di "coesione nazionale" e di "governo di solidarietà": mi chiedo solidarietà ..... verso chi?
p.s.
la carrellata e le notizie son prese dal saggio di loretta napoleoni "democrazia vendesi (capitolo dal titolo la caporetto finanziaria da pagina 78 in poi.... buona lettura e fornitevi di flebo di maalox)" dove fa nomi, cognomi, carriere, responsabilità e incarichi ricoperti, intrecci, storia ecc. che il sottoscritto ha solo riassunto brutalmente...
- mentre la gran bretagna inserisce nel trattato di maastricht l'opt-out (la possibilità di non entrare o uscire dall'euro) e ne rimane fuori... l'italia si distingueva .... per l'europeismo al punto di iniziare un ondata di (s)vendita di patrimonio pubblico e ciò nonostante fosse appena uscita dallo SME (l'allora nemesi dell'attuale euro) svalutando del 30%;
- mentre la gran bretagna, d'intesa con la francia, mira a ingabbiare la germania in una moneta che la ridimensioni (tentativo fallito) mentre era occupata a riunificarsi ... l'italia (s)vendeva il proprio patrimonio industriale (IRI, ENEL, ENI, EFIM) e, in base all'art.107 del trattato, rendeva l'unica istituzione che poteva difendere il paese con la moneta, la Banca d'italia, un appendice della nascente BCE, istituzione privata di proprietà delle banche centrali e di altri investitori, che é l'unica che può coniare moneta e decidere sulla stessa scavalcando le autorità monetarie e politiche dei singoli paesi (art.105) decidendo, un gruppo di tecnocrati finanziari, le politiche dei singoli paesi.
in due anni il paese, complice una classe politica indecente, conobbe una esplosione del debito pubblico cancellando in soldi tre anni una storia della lira che appena un decennio prima era una moneta fortissima che faceva da base allo sviluppo vero del paese: sviluppo manifatturiero.
Chi sono gli ineffabili eroi?
- Draghi, (allora) direttore generale del tesoro, poi goldman sachs, ora capo della BCE;
- Ciampi; governatore, allora, della banca d'italia (fu colui che sancì la separazione della banca d'italia dal tesoro operazione che comportò come conseguenza l'esplosione del debito pubblico), ministro del tesoro (con prodi e d'alema), vicepresidente della banca dei regolamenti internazionali, senatore a vita;
- Prodi, gestore delle grandi privatizzazioni dell'iri, allievo di Andreatta, amico di De Mita, ministro del governo andreotti dal '78 al '79, presidente dell'istituto che dovrà poi privatizzare dal 1982 al 1989 e consulente della goldman sachs; venne richiamato all'iri per privatizzarlo da Draghi; guidò il rientro nello sme centrando i parametri del trattato con l'eurotassa (dimenticando però di dire i rischi di una moneta unica coniata per paesi che hanno economie non integrate e che quindi sono diverse fra loro, ricorda nulla?) che ci farà entrare ma senza attuare nessun paracadute per gli italiani contro la speculazione... chi non ricorda la famosa equazione 5 mila lire = 5 euro con un raddoppio abusivo dei prezzi (in Francia apparve l'allora presidente della repubblica che lanciò un monito a chi cercava di speculare durante e dopo il passaggio, che differenza...)?
- tutta la classe politica prima e dopo tangentopoli: dal CAF a Monti (anch'esso proveniente da goldman sachs, consulente di varie multinazionali ecc.) che si limitò, dopo l'arrivo dell'euro e l'inizio del processo di destrutturazione del manifatturiero italiano e l'inizio della sua debolezza al punto che oggi siamo un mercato coloniale dei paesi del nord europa e alla loro mercé, a fare da viceré ai voleri della nascente tecnocrazia europea bancaria e non.....
Un altro aspetto é la perdita di sovranità: allora ne mettemmo le basi perché mentre la retorica dei media era tutta pro europa in realtà si sapeva benissimo che il nostro paese, insieme all'europa mediterranea, non poteva reggere il peso e la concorrenza dei paesi del nordeuropa (i quali non ci pensavano nemmeno né a privatizzare né tantomeno a liberalizzare..... ne sa qualcosa marchionne mandato via non proprio in modo carino quando voleva prendersi la opel tedesca o ne sanno qualcosa le nostre ferrovie quando volevano entrare in francia.... qui devono far entrare la sncf ma lì col cavolo che entrano, tutto in mano pubblica, tutto tutto) al punto che oggi i risultati si vedono sotto gli occhi: siamo terra di conquista e discarica ufficiale della produzione di germania, e soci...
avessimo memoria e orgoglio nazionale non ci sarebbero dubbi in merito: la ricetta islandese sarebbe già all'opera (con annesse manette per evasori, politici, banchieri e relative azioni di responsabilità di risarcimento); é di oggi invece la notizia che Fitch ci appena declassati a BBB+ con outlook negativo che significa che la Grecia ci é pari e la crescita un miraggio......
eppure "qualcuno" ancora oggi continua a parlare di "coesione nazionale" e di "governo di solidarietà": mi chiedo solidarietà ..... verso chi?
p.s.
la carrellata e le notizie son prese dal saggio di loretta napoleoni "democrazia vendesi (capitolo dal titolo la caporetto finanziaria da pagina 78 in poi.... buona lettura e fornitevi di flebo di maalox)" dove fa nomi, cognomi, carriere, responsabilità e incarichi ricoperti, intrecci, storia ecc. che il sottoscritto ha solo riassunto brutalmente...
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martedì 18 settembre 2012
Maastricht addio?
20 anni fa, nasceva la UE.
Nasceva male perché NON era quella che avevano immaginato grandi
personalità Altiero Spinelli e Albertini ma quella liberista, allora in
pieno spolvero e oggi in crisi nera ma senza alternative, a meno di
cambiare tutto .. a partire dalla testa delle persone. Ricordo che già
alcuni anni dopo, pochi in realtà, alcuni sondagi, subito silenziati,
dimostravano l'euroscetticismo da parte dei cittadini che non la
sentivano propria ma, foss'anche al limite del loro orizzonte degli
eventi, ne capivano anche la pericolosità.... forse ricordavano i
racconti dei loro padri di come e quali fossero state le consueguenze di
Bretton Woods, della grande depressione, del mercato e di tutto quello
di cui si era persa la memoria. Non sono nemmeno bastati anche altri
esempi recenti come l'Argentina e le tigri asiatiche per far rinsavire
la politica, anzi più il cittadino comune sente un sentimento di
repulsione verso un mostro burocatico come la UE più i ceti dirigenti
locali si dimostrano europeisti: e ti credo perché se crollasse la UE il
castello di carta su essa costruita verrebbe giù come nulla e di
conseguenza anche loro, i ceti di cui sopra, ne sarebbero travolti e ciò
per loro é ... come dire: impensabile perché ritrovarsi a dover
lavorare é dura....
Detto ciò: in
realtà, a proposito di riforme, la prima da fare sarebbe proprio la UE;
renderla finalmente quella per cui é nata e no quella che fa da
incubatrice alle varie Goldman Sachs che ben conosciamo; i cittadini non
sono c/c ma persone cha hano aspirazioni, progetti, ecc. e non é quindi
pensabile che, per far fare profitti a 40 persone (i CEO delle aziende
sovranazionali), vedano andare tuto in fumo ad Atene perché i tedeschi
possano continuare a cullarsi nel loro sonno dopato dalla esportazione
delle proprie contraddizioni altrove..... e, mi chiedo, ora che anche in
Germania sta per esplodere la bolla finanziaria delle banche regionali,
piene di debiti come quelle spagnole, che farà la Merkel e quindi la
UE?
Chiederselo é almeno ovvio perché
avendo creato l'euro e legasto una paese a un altro non vorremmo che
davvero, come propugna la teoria delle catastrofi con la quale ci
terrorizzano, un battito d'ali a Berlino provochi dei morti ad
atene..... e prima che ci sia l'implosione del sistema non temono
l'esplosione dei cittadini?
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