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venerdì 15 febbraio 2019

Quantitative easing, il piano della Bce è fallito. Per ripartire occorre dare moneta all’economia reale

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 12 Febbraio 2019 
Qual è il bilancio finale del Quantitative easing? Il Qe appena terminato è stato sufficiente per evitare una nuova crisi dell’eurozona e, per quanto ci riguarda, dell’economia italiana? La risposta è negativa. Il programma di espansione monetaria lanciato dalla Banca centrale europea nel marzo 2015 e terminato alla fine di dicembre 2018 ha creato dal nulla moneta per ben 2600 miliardi di euro: una somma enorme, pari a circa il 20% del Pil dell’eurozona. Questa colossale liquidità è stata immessa a favore delle maggiori banche dell’area euro, con l’obiettivo ufficiale di contrastare le tendenze deflazionistiche e produrre reflazione. Quale il risultato?
La Bce è riuscita a mettere un’enorme pezza per salvare le banche tedesche e francesi afflitte dal peso dei titoli tossici (6800 miliardi) e quelle italiane e spagnole appesantite dai crediti inesigibili (900 miliardi), e per salvare gli Stati in forte difficoltà di bilancio – Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia – o in via di fallimento, come la Grecia. Tuttavia la Banca centrale europea non è riuscita a centrare né l’obiettivo ufficiale del Qe – inflazione stabilmente sotto, ma vicino al 2% – né l’obiettivo strategico: l’eurozona infatti è sempre in crisi e gli indicatori dell’economia sono ancora tutti pericolosamente declinanti.
In Italia la Bce, attraverso la Banca d’Italia, ha comprato titoli di Stato italiani per 363 miliardi di euro, una somma più che doppia rispetto al deficit di bilancio degli anni 2015-2018, che ammontava a soli 152 miliardi di euro. La Bce, imputandoli al bilancio della Banca d’Italia, ha assorbito quindi il doppio delle emissioni nette di nuovo debito pubblico: un impegno notevole che però ha prodotto risultati deludenti.
Il vero risultato positivo è che lo spread è diminuito. Il Qe ha ridotto di gran lunga il costo del debito pubblico nazionale. L’Italia ha risparmiato non meno di 15-20 miliardi all’anno. Denari che sono stati impiegati per erogare beni e servizi e anche per contenere le nuove emissioni, ossia per tenere sotto controllo il deficit. Ma il debito pubblico non è diminuito, nonostante l’avanzo primario di bilancio (da 20 anni lo Stato incassa più di quanto spende e dà il surplus alle banche per pagare gli interessi crescenti sul debito).
È stato mancato anche l’obiettivo della crescita dei prezzi al consumo: il deflatore dei consumi privati è stato dell’1,1% nel 2015, dovrebbe attestarsi alla medesima percentuale nel 2018, mentre per il 2019, il 2020 e 2021 si prevede (troppo ottimisticamente) rispettivamente 1,4%, 2,2% e 1,6%. L’Italia resta in una condizione di deflazione strutturale, derivata dalla forte carenza di domanda domestica e dal modello economico mercantilista basato sull’export e sui bassi salari.
Il problema principale è che nonostante il Qe e l’immissione di liquidità della Bce a favore delle banche, in Italia le banche non hanno aumentato il credito a favore dell’economia reale. Non a caso, secondo i dati del Monthly Outlook dell’Abi, il credito bancario erogato alle società non finanziarie e alle famiglie non solo non è aumentato con il Qe ma è anzi diminuito: è passato dai 1.420 miliardi del marzo 2015 ai 1.329 miliardi del dicembre scorso, con un saldo negativo di 91 miliardi, pari a circa il 5% del Pil. Ma se le banche commerciali private non fanno credito, il governo dovrebbe creare una banca pubblica di sviluppo per fare ripartire l’economia e assorbire il debito pubblico.
Le banche italiane, nel dicembre 2018, detenevano titoli di Stato per 395 miliardi, mentre erano 387 miliardi nel 2015. Questi dati confermano che il sistema bancario italiano non ha venduto i titoli di Stato per ottenere nuova liquidità: le banche italiane hanno preferito tenere in portafoglio i titoli pubblici che consentono di incassare interessi e non consumano capitale di vigilanza. Senza però concedere molto credito all’economia reale.
In conclusione, a parte l’effetto positivo sullo spread e sulla diminuzione degli interessi pagati dallo Stato italiano, il Qe non ha avuto alcun effetto significativo in Italia, né in termini di aumento del credito bancario a favore dell’economia reale né per l’incremento del livello dei prezzi al consumo.
Del resto probabilmente la Bce non poteva fare molto meglio. La Bce è infatti una banca centrale dimezzata: a differenza di tutte le altre banche centrali, in base al suo Statuto deciso a Maastricht non può aiutare gli Stati in difficoltà stampando moneta per monetizzare il loro debito pubblico. Non può intervenire neppure in caso di attacco speculativo. Inoltre ha come compito statutario principale quello di combattere l’inflazione, ma non quello di alimentare lo sviluppo e la piena occupazione. Quindi la Bce ha le mani legate.
Infine c’è un altro problema di fondo: nei sistemi monetari moderni, le banche centrali hanno un potere limitato. Infatti non possono aumentare direttamente la quantità di moneta (e quindi la domanda e l’inflazione) che circola nell’economia reale. Questo potere è invece proprio delle banche commerciali quando fanno credito ed erogano prestiti. Anche se la Bce salva le banche e aumenta le riserve bancarie (nell’eurozona le riserve liquide libere depositate presso la Bce sono pari alla cifra gigantesca di 1,8 triliardi di euro) non è affatto detto che poi le banche commerciali trovino conveniente fare nuovi prestiti a famiglie e imprese, già troppo indebitate in un’economia che non cresce. La Bce può pompare moneta ma “il cavallo ugualmente non beve”.
Se il credito è bloccato, la Bce dovrebbe allora fare helicopter money per fare crescere l’economia, cioè dare moneta direttamente all’economia reale. Basta fare due semplici calcoli: se i 2,6 triliardi del Qe fossero stati distribuiti non alle banche ma ai 340 milioni di abitanti dell’eurozona, allora ogni abitante (neonati compresi) avrebbe percepito circa 160 euro al mese per i 46 mesi del Qe.
Se i soldi fossero stati assegnati direttamente alle famiglie, alle imprese e agli Stati invece che alle banche, la domanda aggregata (consumi, investimenti, spesa pubblica) e l’inflazione si sarebbero riprese subito alla grande e avrebbero trascinato immediatamente al rialzo la produzione e l’occupazione. Ma la Bce ha preferito dare i soldi solo alle banche. Per questo motivo diventa necessario che il governo italiano emetta dei titoli/moneta complementari all’euro, i Titoli di Sconto Fiscale, per rilanciare l’economia e l’occupazione.
Zonaeuro | 12 Febbraio 2019

mercoledì 6 settembre 2017

Il Quantitative easing sta per finire. E’ servito a tanto, a poco o a nulla?


di Flaminio de Castelmur per @SpazioEconomia Alla fine del 2017 si prevede inizierà la riduzione del processo di Quantitative easing (Qe). I suoi risultati sono stati in parte coerenti con le aspettative e in parte deludenti. Vediamo in cosa è consistito il Qe e gli effetti prodotti.

Innanzitutto, l’operazione consiste nell’acquisto da parte della Banca centrale europea di 60 miliardi al mese di Titoli di Stato (poi esteso a altre categorie) con classi e importi prestabiliti. Il Qe è in sostanza uno strumento di politica monetaria espansiva, messo in atto per stimolare la crescita economica, quella della produzione, dell’occupazione e dell’inflazione. E come supporto agli Stati che hanno difficoltà a sostenere e a rinnovare il proprio debito pubblico. E’ considerato uno strumento non convenzionale di politica monetaria.
Quanto ai dettagli tecnici del piano, la Bce non ha potuto comperare più del 25% di ogni singola emissione e non più del 33% del debito di un singolo Paese. L’effettivo ammontare è stato fissato sulla base delle quote che ogni banca centrale detiene nel capitale della Bce. Vale a dire che il 17,9% saranno Bund tedeschi, il 14,1% Oat francesi, il 12,3% Btp italiani, l’8,8% Bonos spagnoli e così via. Ad acquistarli, in concreto, sono state le banche centrali nazionali, mentre la Bce ha coordinato gli acquisti “per salvaguardare l’unicità della politica economica e monetaria”. Titoli con durata residua variabile da 2 a 30 anni, prima delle modifiche che hanno ridotto a un anno la durata residua accettata.
Le conseguenze operative di tale operazione sono sostanzialmente quattro:
1. La Bce è andata sul mercato comprando titoli di cui erano pieni i bilanci delle banche commerciali pagandoli tramite creazione di moneta che ha immesso nel sistema. La prima conseguenza è stata che il prezzo dei titoli è salito (perché c’è stata più domanda) e il loro rendimento, cioè il tasso di interesse che ogni Stato paga per finanziare il proprio debito, è sceso. Non sono da dimenticare le ultime emissioni di Titoli di Stato in Europa a rendimento addirittura negativo, con buona pace dei governi.
2. A seguito di quanto sopra, i bassi tassi sui titoli pubblici hanno fatto calare anche il rendimento delle altre obbligazioni (quelle di banche e aziende). Alla fine, quel che è accaduto, è che sono scesi tutti tassi, compresi quelli a cui sono indicizzati i mutui. All’acquisto di titoli, la Bce ha aggiunto altre attività, tra le quali una politica di tassi di interesse negativi (Negative interest rate policy o Nirp), finalizzata essenzialmente a stimolare le banche a una maggiore concessione di credito. Non potendo guadagnare tramite il deposito delle somme presso la Banca centrale, esse avrebbero dovuto aumentare i fidi, così favorendo anche la ripresa dell’inflazione. Effetti verificatisi in maniera inferiore alle attese.
3. Il terzo canale di efficacia del Qe è quello che passa attraverso la valuta. Che si deprezza, perché a seguito degli acquisti della Bce, ce n’è molta di più in circolazione. L’euro sta dunque perdendo terreno rispetto al dollaro, anche a seguito dell’interruzione della stessa operazione di Qe da tempo posta in essere dalla Fed, favorendo le esportazioni. Al tempo stesso, l’aumento dell’offerta di moneta crea inflazione. Questo è uno degli obiettivi fondamentali di Draghi, visto che la Bce ha come “target” un’inflazione vicina al 2%. Dobbiamo ammettere che questo effetto non si è dispiegato ancora pienamente a seguito anche del forte calo di prezzo del petrolio, che incide grandemente nelle dinamiche inflazionistiche europee.
4. L’effetto congiunto della riduzione dei tassi sui mutui e dell’aumento della liquidità sui mercati avrebbe dovuto essere un sensibile aumento del valore delle attività finanziarie e reali, comprese le case. Iproprietari immobiliari e coloro che hanno investito i risparmi in azioni o obbligazioni societarie in questo caso si sarebbero dovuti ritrovare patrimoni più importanti, con un invito a spendere di più aumentando le spinte inflattive. Non è stato vero in tutta Europa e soprattutto in Italia, dove l’80% delle famiglie italiane proprietarie di case ha dovuto fare i conti con le spinte deflattive causate dall’elevata tassazione immobiliare. Oltre alla carenza di finanziamenti bancari, che hanno impedito di fatto la creazione di una tensione da domanda sui prezzi. Qualche vantaggio per gli investitori in azioni, per i corsi delle quali invece la grande liquidità ha fatto aumentare notevolmente gli indici di Borsa.
Infine, come effetto collaterale, con i bilanci alleggeriti da un eccesso di titoli di Stato, gli istituti bancari avrebbero avuto un incentivo a usare il denaro incamerato per dare più prestiti. Ricordiamo ancora le Aste Targeted longer-term refinancing operations (Tltro) riservate alle banche per rifornirle di fondi a bassissimo costo, finalizzati espressamente alla concessione di nuovi prestiti. Poco realizzato anche questo effetto, perché le banche hanno preferito tenersi in pancia i denari e investirli nel rimborso di proprie passività o rinforzare gli indici di solidità patrimoniale, in barba alle speranza dei regolatori.
di | 5 settembre 2017

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