Visualizzazione post con etichetta nazionalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nazionalismo. Mostra tutti i post

lunedì 8 luglio 2019

Elezioni Grecia, Syriza pagherà per i suoi errori. Chissà se avesse dato retta a Varoufakis

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 7 Luglio 2019 

Le elezioni europee hanno confermato la scarsa popolarità del governo greco guidato da Tsipras, leader di Syriza. Specialmente tra i giovani, in Grecia ormai serpeggia il desiderio di votare per l’opposizione rappresentata dal partito conservatore, Nuova Democrazia, guidato da Kyriakos Mitsotakis. A maggio, il 30,5 per cento dei giovani tra i 18 e di 24 anni hanno infatti votato Nuova Democrazia alle elezioni europee.
Tutti quindi si aspettano che oggi Syriza non ce la farà a ripetere il successo del 2015, ma più che la sua sconfitta, ormai quasi certa, quello che ci interessa è il motivo per cui il partito anti-austerità di punta europeo ha finito per imporla, a seguito delle ripetute pressioni di Bruxelles, e come questo fallimento abbia infranto il sogno dell’elettorato greco di tenere testa alla Troika. Quest’analisi è importante per chi prenderà le redini della Grecia ed anche per chi guiderà altre nazioni europee affette da crisi finanziarie più o meno serie, come l’Italia. Oggi, dunque, assistiamo ad un’elezione importante per il futuro delle politiche nazionali europee e delle relazioni interne all’Unione Europea.
La Grecia ha pagato un prezzo alto per rimanere nell’Ue e così facendo ha avuto accesso agli aiuti economici. Dal 2010 ci sono stati tre salvataggi pari a 289 miliardi di euro, poi nel 2018 l’economia ha ricominciato a camminare da sola, anche se zoppicando. In cambio l’economia greca si è contratta dal 2008 al 2016 del 28 per cento e l’impennata della disoccupazione ha spinto un alto numero di famiglie sotto la soglia della povertà. Il fatto che all’inizio del 2018 il paese abbia ricominciato a crescere non ha prodotto l’effetto positivo sperato per Syriza, al contrario il governo ed il partito non sono stati mai così poco popolari. Il motivo? I greci si sentono traditi, le promesse fatte nel 2015 non sono state rispettate e questo tradimento pesa molto di più della modesta ripresa economica.
Fallito il tentativo “socialista”, i greci adesso puntano su Mitsotakis che offre esattamente l’opposto, e cioè una nuova formula neo-liberista: abbassamento delle tasse, privatizzazioni dei sevizi pubblici ed un piano per rinegoziare il debito con i creditori per incoraggiarli a reinvestire nella nazione. Sembra dunque che sull’ago della bilancia politica pesi meno la politica vera, socialismo verso neo-liberismo, del populismo moderno dove il primo ministro ed il governo “proteggono”, o almeno danno l’impressione di proteggere, la nazione contro Bruxelles ed il resto dei paesi membri dell’Unione. Tsipras ha fallito in questa missione.
A conferma del bisogno di protezione della popolazione nel mezzo di una crisi epocale come quella del debito sovrano basta menzionare la questione macedone. Tsipras è stato accusato di tradimento perché ha concluso un accordo con l’ex repubblica Macedone rinominata Repubblica della Macedonia del Nord. Ebbene questo ai greci non è piaciuto perché secondo loro la Macedonia è greca e quindi non può essere né divisa né appartenere ad un altro Stato. Argomento che non ha nulla a che fare con le politiche economiche, l’austerità, ma che poggia sul senso di appartenenza geografica che in momenti critici diventa prorompente.
Il forte senso di nazionalismo europeo è una delle conseguenze della crisi finanziaria, quando le cose vanno male il popolo fa quadrato, si comporta come una tribù e difende il proprio territorio. Un fenomeno prevedibilissimo che si è manifestato anche nel rifiuto di accettare i migranti visti come parassiti che succhiano le poche risorse del paese. Tematiche queste presenti in molti paesi europei.
Infine la corruzione, problema radicato in tutta l’Europa mediterranea e che in Grecia è venuto fuori durante la tragedia a Mati, quando più di 100 persone sono morte a causa dell’incendio della scorsa estate.
Syriza pagherà con la sconfitta di oggi tutti questi errori. C’è da domandarsi cosa sarebbe successo se avesse preso un’altra strada, se avesse, come voleva Varoufakis, scelto di dire no all’austerità contrapponendo una politica espansiva alle direttive di austerità di Bruxelles, se avesse difeso gli interessi del popolo, come aveva promesso. Cosa avrebbe fatto l’Europa? Siamo così sicuri che la punizione sarebbe stata tale da cacciare la Grecia dall’Unione fratturandone così la coesione? Certo, oggi il panorama è ben diverso da quello del 2015 basta menzionare la Brexit, ma forse una presa di posizione nazionalista avrebbe dato a Syriza l’opportunità di vincere di nuovo e avrebbe potuto accelerare il cambiamento interno all’Unione assolutamente necessario.
La risposta ce la daranno i libri di Storia alla fine del secolo, intanto possiamo solo speculare su una realtà politica alternativa a quella attuale.
Economia Occulta | 7 Luglio 2019

lunedì 23 luglio 2018

Legge Stato-Nazione ebraica, Daniel Barenboim: “Oggi mi vergogno di essere israeliano”

Fonte: Il Fatto Quotidiano   di | 23 luglio 2018
È stato il primo uomo ad avere entrambi i passaporti di Israele e Palestina ed è il fondatore della West Eastern Divan Orchestra nata per suonare giovani musicisti professionisti provenienti però da Israele, Egitto, Giordania, Siria, Libano, Palestina. Daniel Borenboim, nato a Buenos Aires, 75 anni fa, uno dei direttore d’orchestra più talentuosi, scrive di suo pugno un durissimo intervento sul quotidiano Haaretz dal titolo: “Oggi mi vergogno di essere israeliano”. L’artista interviene così contro l’approvazione della Knesset (parlamento) della legge che qualifica Israele come “lo Stato nazionale del popolo ebraico”. Il significato di quella legge, sostiene, è che “gli arabi in Israele diventano cittadini di seconda classe. Questa è una forma molto chiara di apartheid“. Barenboim sostiene che la settimana scorsa il parlamento israeliano ha tradito gli ideali dei Padri fondatori del Paese. Loro puntavano “alla libertà, alla giustizia, alla pace… promettevano libertà di culto, di coscienza, di lingua, di educazione, di cultura”. Ma 70 anni dopo, accusa, “il governo israeliano ha approvato una legge che sostituisce il principio di giustizia ed i valori universali con nazionalismo e razzismo“. “Non riesco a capacitarmi che il popolo ebraico sia sopravvissuto 2000 anni, malgrado le persecuzioni ed infiniti atti di crudeltà, per trasformarsi adesso in un oppressore che tratta crudelmente un altro popolo. Ma questo è esattamente ciò che fa la nuova legge. Pertanto oggi mi vergogno di essere israeliano”.
La legge è stata approvata lo scorso 19 luglio dopo un infiammato dibattito alla Knesset con il voto di 62 deputati contro 55. Un provvedimento esaltato dal premier Benyamin Netanyahu che l’ha definito “un momento chiave negli annali del sionismo e dello stato di Israele” e condannato dall’opposizione (con i testa i partiti arabi), dai palestinesi e dalla stessa Ue. La legge passata aveva dichiarato il primo ministro palestinese Rami Hamdallah “istituzionalizza e legittima le politiche di apartheid più che promuovere la giustizia e la pace”. Secondo il leader di Lista Araba Unita Ayman Odeh il provvedimento dimostra che Israele “non vuole” nel suo territorio i cittadini arabi. “È stata approvata una legge sulla supremazia ebraica e ci dice chiaramente – ha aggiunto – che noi siamo cittadini di seconda classe”. Le nuove norme hanno avuto una lunga gestazione e numerose revisioni e sono state a più riprese contestate sia dall’opposizione al governo Netanyahu – che ha presentato una valanga di emendamenti – sia dallo stesso presidente Rivlin che di recente ne ha in parte messo in discussione la correttezza istituzionale. Punto centrale della legge – ed alcuni commentatori hanno parlato a proposito di una “seconda nascita dello stato” – è l’articolo in base al quale “Israele è la storica patria del popolo ebraico che ha il diritto unico alla autodeterminazione nazionale”. La legge dichiara anche Gerusalemme capitale di Israele e adotta il calendario ebraico come quello ufficiale dello Stato secondo cui sono stabilite le feste sia civili sia religiose.
La ‘menorah’, il candelabro a sette braccia, insieme all’attuale bandiera sono “simboli nazionali” così come l’inno ‘Hatikvà’ (La Speranza). La lingua araba retrocede da idioma “ufficiale” dello stato a “speciale”, anche se una sibillina aggiunta specifica che “questa clausola non danneggia lo status dato alla lingua prima che la legge entri in vigore”. Altra norma controversa è la sanzione del fatto che “lo Stato vede lo sviluppo dell’insediamento ebraico come valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere il suo consolidamento”.
Nella formula precedente – contestata da Rivlin – si consentiva allo stato di “autorizzare comunità composte da persone con la stessa fede e nazionalità in modo da mantenere il carattere esclusivo di quella stessa comunità”. Una dizione mal digerita anche da molti giuristi. “Questo è il nostro stato, lo stato ebraico. In anni recenti – aveva commentato oggi Netanyahu – ci sono stati alcuni che hanno tentato di mettere questo in dubbio, di offrire a minor prezzo il cuore del nostro essere. Oggi abbiamo fatto legge di questo: questa è la nostra nazionale, la nostra lingua, la nostra bandiera”. “Siamo preoccupati e abbiamo espresso la nostra preoccupazione e – aveva detto una portavoce della Commissione Ue – continueremo ad essere impegnati con Israele su questo tema. Deve essere evitata ogni soluzione che non punti alla soluzione a due Stati”. “Un altro tentativo – ha tagliato corto Hamdallah – di cancellare l’identità arabo-palestinese”.
di | 23 luglio 2018

mercoledì 4 luglio 2018

Soros: 'Raddoppierò i miei sforzi per combattere i crescenti nazionalismi'

Fonte: Informazione consapevole

Di Salvatore Santoru

George Soros ha sostenuto di voler aumentare l'intensità della sua lotta contro i crescenti nazionalismi.
Più specificatamente, il noto finanziere ha sostenuto che "Tutto quello che può andare storto va storto, però mi sento ancor più determinato a raddoppiare i miei sforzi contro i nazionalismi nascenti e i valori illiberali".

domenica 26 marzo 2017

L’Isis abbandona l’idea del Califfato: la nuova narrativa è la classica lotta armata


La bandiera nera dello Stato islamico non sventola più sulle città del Califfato e infatti il numero di roccaforti ancora nelle mani dell’Isis è pressoché nullo: persino la Capitale, Raqqa, è sotto attacco. Non possiamo più parlare di un progetto nazionalista perché l’idea di costruire un nuovo Stato, la versione moderna del vecchio Califfato, sta sfumando e con lei anche il messaggio propagandistico dell’Isis che tanta presa ha avuto sui giovani musulmani. Una vittoria? No, un passo in avanti, siamo ancora lontanissimi dalla risoluzione del problema e ancora più lontani dal neutralizzare la minaccia dell’Isis a casa nostra. Per farlo bisogna analizzare e capire chi sono i nuovi nemici.
Il terrorismo è un atto che viene commesso dagli uomini, come la guerra: è quindi fondamentale conoscere le motivazioni che spingono gli individui a commettere atti di terrorismo. Nel gergo degli esperti si descrive questo fenomeno con la parola ‘radicalizzazione’, ma come vedremo più avanti questo è un termine fuorviante perché presuppone un’ideologia politica.
Partiamo dal messaggio originario dell’Isis nel lontano 2012: era una chiamata alle armi per chiunque volesse far parte di un’avventura patriottica, una battaglia sanguinosa per creare un nuovo Stato. Se analizziamo le modalità di indottrinamento – in questo casi si può parlare di radicalizzazione – e i soggetti prescelti ci rendiamo conto che i secondi sono giovani, tra il 17 e i 35 anni e le prime poggiano su un’ideologia fortemente nazionalista. Questa formula ha funzionato fino a quando il Califfato era una realtà. Ma è chiaro che nel momento in cui questo svanisce sotto le macerie della campagna aerea o per mano degli eserciti nemici – dalle milizie sciite fino ai soldati iracheni – questa narrativa non funziona più, ce ne vuole un’altra. Nessun giovane musulmano infatti è disposto oggi a intraprendere il viaggio verso un Califfato ormai prossimo alla sconfitta militare.
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

il resto al link del Fatto Quotidiano.

giovedì 4 giugno 2015

a chi rimarrà il cerino acceso?

La domanda del titolo è semplice: a chi rimarrà il cerino acceso che farà divampare la terza guerra mondiale?
Ma c'è una premessa: siamo di fronte ai prodromi di quanto prospettato nella prima doamnda o solo a una ricollocazione sullo scacchiere planetario delle diverse potenze che cercano di crearsi la propria zona d'influenza (magari alzando volutamente la tensione per tenere alto il livello dell'avversario)?
Quali sono gli scenari?
  1. scenario mediorientale: bè finchè ci sarà petrolio, iran e israele la zona sarà sempre calda, quasi bollente e l'occidente nel giocare duro non ha badato a spese nè a .... remore morali. Is (qualcuno li chiama Isis) erano finanziati dalla Cia per far saltare il regime siriano ma.. hanno fatto male i conti e la cosa gli è scoppiata in mano visto che i "patrioti" gli si sono rivoltati contro e ora le armi arrivano via Turchia a spese, ci sono le foto oltre che i documenti (ossia c'è la pistola fumante), sempre degli occidentali che non si possono permettere di perdere l'alleato turco. A me ricorda la guerra dove l'intervento diretto delle democrazie comportò una serie, come dire, di contraddizioni ... quella di maggior risalto fu che i soldati "democratici" venivano uccisi da armi occidentali vendute con ardite triangolazioni.
  2. Mediterraneo occidentale. Bè qui ci siamo noi che agiamo e... si vede. Siamo talmente importanti che prima abbiamo fatto diventare importante un pupazzo poi abbiamo permesso a francesi, americani e inglesi (via combattenti islamici e simili) di buttarlo giù senza mezzi termini... il tutto senza pensare nemmeno per un secondo alle conseguenze. Conseguenze che abbiamo oggi sotto gli occhi tutti: a partire dagli sbarchi al debolissimo governo uffiicale che non conta una cippa (in mezzo c'è tutta la tragedia che si sta profilando sotto i nostri occhi di un iraq "libico".....e di cui siamo responsabili diretti)!!!
  3. Africa. Si proprio mamma africa: il luogo di origine dell'umanità che, sempre riconoscente, la sta distruggendo letteralmente. Mamma Africa è ricchissima di tutto: dai prodotti base per i cellulari e gli smartphone ai diamanti passando per petrolio, oro, metalli rari, ecc. ecc. tutte cose che fanno gola alle nostre economie e alle multinazionali (italiane in testa). Come fare? Il modello somalo: si prende una fazione la si finanzia e ci si mette all'opera.... la fazione penserà a tutto (controllo del territorio, delle popolazioni locali, ecc.). Naturalmete i nostri concorrenti faranno la stessa cosa (non cambia che siano aziende o stati il risultato è sempre lo stesso...) e via così fino alla distruzione e al depauperamento delle risorse. Uno dei motivi delle migrazioni bibliche che stiamo vivendo verso l'europa è proprio questo: quel che è fatto gli è reso dice un proverbio toscano..... ONU, FMI, World Bank, Nato, Russia, Cina, ecc. fanno a gara per ottenere lo stesso risultato: controllare, e impadronirsi, le risorse; impoverire le locali popolazioni; assicurarsi il controllo del territorio (finanziando governi corrotti o fazioni armate); impedire ad altri di entrare nel mercato..... a proposito dimostatemi se l'equazione mercato=democrazia sia validda anche in questo quadrante!
  4. Centro e sud america. Da sempre il giardino di casa degli usa ora.... lo sono solo in parte: sia perchè alcune realtà (Brasile in testa) sono cresciute un pò perchè il sentimento anti-nordamericano è cresciuto moltissimo e ha trovato sponde politiche anche importanti (Venezuela, Equador, Cuba, ecc.) che non poco fastidi hanno creato agli americani...... per tacere dell'affacciarsi della Cina e dell'islam anche qui che hanno fatto comprendere che ci sono altri "ombrelli" sotto cui nascondersi e propserare. Naturlmente i cowboys non ne sono felici e anzi stanno duramente lavorando per evitarlo....  a colpi di default e di scandali da un lato e di "plan" per questo o quello dall'altro ma ora è dura: non c'è più un disarmato Allende ma intere nazioni che non ne vogliono più sapere dell'abbraccio della libertà e della democrazia alla pinochet dei suoi consigliori (liberisti) della Chicago university ecc. insomma qui lo scontro diciamo che è pari..
  5. Asia. Bè qui, secondo economisti e strateghi, è il futuro. India, Cina, le (ex)tigri asiatiche ecc. sono il vero terreno di scontro perchè i maggiori interessi della finanza mondiale sono investiti e ne ricevono profitti a iosa. Qui le aziende occidentali fanno la fila a investire perchè trovano: profitti bassi, zone franche, poca legislazione sociale e del lavoro, governi del tutto indifferenti al benessere dei propri cittadini ecc. quindi le condizioni dieali affinchè possano produrre a poco e guadagnare moltissimo.... un caso a parte è la Cina che, come facevamo noi negli anni '50 e '60, non solo ha aperto al liberismo (pur mantenendo uno stato totalitario di stampo comunista o definito tale) ma ha permesso che gli occidentali portassero entro i suoi confini il top della produzione.... copiando in toto tutto e ricostruendolo meglio per  giunta; non è un caso che il dipartimento della difesa americana ha, giustamente, previsto (o forse dovremmo dire profetizzato) che entro il 2012 la cina sarebbe stata pari come forza economica agli usa ed entro il 2020 avrebbe raggiunto, e dicono superato, la potenza militare americana: un incubo per gli oligarchi americani e per l'intero complesso militare-industriale di quel paese: una cosa da evitare come la peste.... inoltre la Cina, essendosi alleata con la russia, risulta doppiamente pericolosa soprattutto perchè deteneva un parte importante del debito pubblico americano e che ora sta rivendendo mettendo in difficoltà questo paese, un enorme difficoltà...ciò non può non portare a uno scontro.. per ora economico ma in futuro, chissà..
  6. Europa, intesa nel suo complesso storico geografico: se l'asia è un terreno di scontro tutto economico, per ora, l'europa lo sarà sul piano militare........... ebbene si a leggere alcune analisi indipendenti il vecchio mondo si presenta come terreno ideale per uno scontro, si spera limitato, militare. Dai Balcani, mai domi, all'ucraina; dal rinascente indipendentismo di tante zone, per altro ne hanno ben donde, del continente alla struttura tecnocratico- finanziaria che la finanza è riuscita a metter su tutto fa pensare che, come sempre nella sua storia, i potenti prima o poi si scontreranno proprio qui: i prodromi ci sono ora si vedranno gli effetti...... per ora fanno solo a ringhiarsi contro e ad aizzare le mute di cani al loro servizio ma se, per esempio, militari nato doessero scontrarsi con militari russi: le conseguenze potrebebro essere non facilmente immaginabili.
Non voglio farla nera ma lo scenario anzi gli scenari son questi ma quasi tutti mancano del quid..... quid che invece l'europa ha: si chiama scarsa rilevanza poltico-economico e ceto dirigente asservito troppo a interessi finanziari e troppo ideologicamente schierato per rendersi conto della gravità della situazione.... sia chiaro non ci si deve calare le braghe di fronte allo strapotere russo ma farlo di fronte a un alleato, gli usa, che troppo spesso nella sua storia ha usato altri per rimettere insieme i cocci che aveva rotto lui stesso è autodistruttivo, per non dire incosciente; ma si sa che la ragion di stato vale più di centinaia di milioni di cittadini inermi da raggirare con una propaganda che nemmeno il terzo reich era capace di mettere su!

test velocità

Test ADSL Con il nostro tool potrete misurare subito e gratuitamente la velocità del vostro collegamento internet e ADSL. (c) speedtest-italy.com - Test ADSL

Il Bloggatore