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lunedì 6 agosto 2018

Bollette: slitta al 2020 l’addio al mercato a maggior tutela

Fonte: W.S.I. 6 agosto 2018, di Alessandra Caparello

Slitta la liberalizzazione totale del mercato elettrico e del gas. La maggioranza ha votato a favore di un emendamento al decreto Milleproroghe n. 91/2018, approvato in Commissione Affari Istituzionali del Senato, che rinvia al 1° luglio 2020 la fine dei prezzi di maggior tutela per l’energia elettrica e il gas.
Un rinvio di un ano esatto, dal primo luglio 2019 al primo luglio 2020. A far scattare lo slittamenti dei termini il ritardo nel processo di implementazione della riforma e i dubbi politici sulla necessità di chiudere d’ufficio l’era dei prezzi tutelati. Ancora due anni quindi di mercato a maggior tutela dove le tariffe vengono stabilite ogni tre mesi dall’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico in base alle quotazioni internazionali degli idrocarburi. Poi dal 2020 si passerà definitivamente a quello libero, determinato dalle società elettriche che offrono, in concorrenza tra loro, diverse soluzioni contrattuali ai consumatori.
“Vogliamo utilizzare questo periodo di tempo concesso dal Parlamento per migliorare le condizioni per la realizzazione di un sistema competitivo che sia in grado di coniugare migliori prezzi per il consumatore con sicurezza e tranquillità delle famiglie, con contratti luce e gas chiari, trasparenti e senza condizioni vessatorie nei loro confronti”.
Così afferma in una nota il sottosegretario allo Sviluppo economico con deleghe all’Energia, Davide Crippa, in riferimento all’emendamento approvato in commissione a Palazzo Madama.
“Tale misura si è resa indispensabile considerando che, visto il precedente termine di luglio 2019, non sussistono le necessarie garanzie di informazione per i consumatori, di mercato, di competitività e di trasparenza. Lavoreremo da subito con tutti i soggetti coinvolti come Arera, Agcm, operatori del settore e Consumatori al fine di raggiungere l’obiettivo fondamentale di garantire alla collettività un mercato energetico efficiente, sostenibile e trasparente”.

lunedì 30 luglio 2018

Economisti smentiscono Trump su stime crescita. “Pil Usa a stento manterrà il +3%”

Fonte: W.S.I. 30 luglio 2018, di Mariangela Tessa

Pil Usa all’8%? Macché. Già raggiungere un target del 3% non sarà facile. Gli economisti americani smorzano l’entusiasmo del presidente Usa Donald Trump sul futuro della crescita Usa, dopo che i dati del secondo trimestre hanno segnato una forte accelerazione al 4,1%.
Ospite del The Sean Hannity Show, Trump ha detto che gli Stati Uniti potrebbe raggiungere tassi di crescita record se il deficit commerciale venisse dimezzato. Secondo le stime dell’inquilino della Casa Bianca, il Paese potrebbe facilmnete raggiungere una crescita del PIL  dell’8 o 9%, che è di gran lunga superiore a quanto previsto dagli economisti.
Previsioni che sono state subito smentite da alcuni osservatori. Primo fra tutti, Mike Gallagher, amministratore delegato della società di consulenza Continuum Financial Economics, secondo cui la recente accelerazione dell’economia Usa è delle recenti politiche fiscali attuate dall’amministrazione Trump, i cui effetti tuttavia porteranno benefici solo nel breve termine.
Alla domanda se l’economia Usa ha le carte in regola per crescere al ritmo delll’8-9%, Gallagher ha detto alla CNBC:
“Non credo. Trovo difficile persino che mantenga un ritmo del 3% nel lungo termine”, ha affermato.
L’amministrazione Trump ha presentato una revisione fiscale alla fine dello scorso anno, che ha sostenuto l’economia. In generale, le aziende hanno più denaro da investire e in alcuni casi hanno aumentato gli stipendi, dando cosí ai cittadini reddito aggiuntivo da spendere. Secondo Gallagher, questa politica è stata il motore dell’attuale forte performance degli Stati Uniti , ma i suoi benefici sono solo temporanei

venerdì 2 marzo 2018

ACQUA - La guerra è cominciata. nel nome della globalizzazione, in ogni angolo del mondo.

Fonte: il sapere è potere

Di Alessandro Taballione - Scuola di Giornalismo RadioTelevisivo Perugia www.sgrtv.it


La guerra è cominciata. nel nome della globalizzazione, in ogni angolo del mondo.
Le multinazionali hanno fiutato il business del nuovo secolo: le risorse idriche del mondo scarseggiano e sono mal distribuite. Quindi l'acqua sta diventando un bene prezioso.
Come il petrolio. E chi lo controllerà avrà potere e profitto. Parole d'oro per le multinazionali. Che non hanno perso tempo. E hanno sferrato il loro attacco. Scatenando una battaglia tra giganti, che calpestano, quasi fossero fastidiosi moscerini, diritti ed esseri umani.

La posta in gioco
Dal controllo sulle acque minerali alla battaglia per la gestione degli acquedotti, dalla costruzioni di dighe alla privatizzazione dei bacini idrici. Quella per l'acqua è una guerra discreta, che non si combatte con gli eserciti, che non si alimenta del fragore delle bombe, ma si decide nelle stanze silenziose di pochi grattacieli. Quelli del FMI (Fondo Monetario Internazionale), del WTO (OMC: Organizzazione Mondiale del Commercio), della Banca Mondiale e delle multinazionali.

La dichiarazione di guerra 
Lo scontro è aperto e la dichiarazione di guerra ha una data ed un luogo precisi: 2000, l'Aja, 17-22 marzo, data del 2° Forum mondiale sull'acqua. Voluto dal Consiglio mondiale sull'acqua, un organismo nato nel 1994 su iniziativa della banca mondiale, il Forum ha affrontato il problema delle risorse idriche, trovando una soluzione "globale". L'acqua cambia status: da diritto umano(svincolato dalle leggi di mercato) diventa un bisogno umano, che quindi può essere regolato dalle leggi della domanda e dell'offerta. Dal mercato. Quindi la parola d'ordine è privatizzare.
La dichiarazione di guerra.
I giganti che si contendono di privatizzare il nascente mercato dell'acqua sono soprattutto europei: le aziende francesi Vivendi e Suez-Lyonnais des Eux (ora Ondeo), la tedesca RWE. E poi i colossi Nestlé e Danone, l'americana Coca Cola. Ma anche l'italianissima ACEA concorre alla spartizione della torta: le bollette che pagano i cittadini di Erevan, capitale dell'Armenia, finiscono nelle casse del Comune di Roma, titolare del 51% delle azioni dell'ACEA, che gestisce l'acquedotto locale.

Le vittime senza colpe
Questa concorrenza spietata si sta sviluppando soprattutto nel sud del mondo, nei paesi dell'America Latina e dell'Africa, ma non solo.
Giacarta, Manila, Casablanca, Dakar, Nairobi, La Paz, Città del Messico e Buenos Aires, sono soltanto alcune delle città in cui l'acqua adesso è privatizzata. Ma non c'è da stupirsi: in Inghilterra, la privatizzazione dell'acqua è stata introdotta dal 1989 e le imprese Thames Water e Seven-Trent che la gestiscono, operano a livello internazionale da molto tempo. In Francia, dove la privatizzazione è vista come delega del servizio pubblico, si è avuto un aumento medio del prezzo dell'acqua del 50%, a Parigi in particolare del 54%. Con trovate anche bizzarre: l'estate scorsa nella capitale francese, la "cloud water", l'acqua delle nuvole veniva venduta a 35 franchi alla bottiglia.
Nel frattempo la Danone ha acquistato la gestione di tre sorgenti: una in Indonesia una in Cina e negli Stati Uniti. la Nestlè ha cominciato a commercializzare un'acqua "purificata" in Pakistan.

Il lato oscuro della globalizzazione
Questo tipo di sviluppo è sostenuto dagli organismi economici mondiali. In alcuni casi il Fondo Monetario internazionale e la Banca Mondiale hanno subordinato la concessione di prestiti a paesi poveri in cambio della gestione dei servizi idrici a società private estere. Casi del genere si sono avuti in Bolivia, a Cochabamba, a Manila nelle Filippine, in Cina. Sarebbe a dire: "noi vi diamo i soldi, ed in cambio ci prendiamo solamente la gestione, esclusiva, della risorsa più importante per vivere".
Qualcuno lo chiamerebbe ricatto. Ma è "solo" il lato più sporco della globalizzazione.
Anzi, per la precisione, di questa globalizzazione.

lunedì 26 febbraio 2018

Bollette luce: la vera stangata arriverà nel 2019

Fonte: WSI 26 febbraio 2018, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) –  Negli ultimi giorni non si fa altro che parlare delle bollette dei contribuenti morosi che finiranno per essere pagate da tutti ma un’altra novità è dietro l’angolo e rischia di accendere l'ennesima polemica.
Secondo quanto rende noto il Codacons nel 2019 si attende una vera e propria stangata sulle bollette della luce per la fine del mercato tutelato e il passaggio a quello libero.  L’associazione dei consumatori ha calcolato che quest’anno una famiglia media pagherà 68 euro in più per la luce, facendo lievitare il conto annuale da 467 a 535 euro.
Ma con la fine del mercato a maggior tutela e con conseguente mercato libero, con tanto di prezzi decisi delle compagnie, senza che lo Stato possa metterci il becco, il rischio stangata è assicurato dice il Codacons. Ovviamente, visti certi precedenti delle liberalizzazioni, il timore infatti è che la solita conseguenza sarà quella dell’innalzamento dei prezzi.
Inoltre il salasso specie per chi la seconda casa lo si è già visto. Come previsto dalla riforma decisa dell’Autorità per l’energia, la nuova Arera, dal 1° o gennaio dello scorso anno i non residenti devono pagare circa il 20 euro al mese di base, anche senza consumi. In un anno l’aumento per è possessori di seconde case è arrivato fino a 130 euro. Si possono sempre cercare prezzi più bassi sul mercato ma il risparmio che si riuscirà ad ottenere è però ridotto.
Questo perché i costi fissi pesano in media per la metà dell’importo in bolletta , dunque il risparmio possibile è molto contenuto. Senza contare che la libera concorrenza a volte produce un innalzamento verso l’alto dei prezzi piuttosto che una discesa.

martedì 4 aprile 2017

Arriva la mazzata elettrica. Milioni di clienti senza tutela (Giorgio Meletti)

Il governo Gentiloni vuole imporre all’Italia la libera concorrenza a colpi di voti di fiducia. Ma il disegno di legge “concorrenza” che domani va in aula al Senato sta spaccando lo stesso Pd. Il relatore Salvatore Tomaselli vuole che il testo torni in Commissione. Gli scissionisti di Articoli 1-Mdp, guidati in questa vicenda da Pier Luigi Bersani, stanno contrattando il loro voto di fiducia chiedendo concessioni al ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda che sta scrivendo il maxi-emendamento per il voto di fiducia.
Non si capirebbe tanta agitazione senza guardare ai contenuti della legge, e in particolare a quello più discutibile: in nome di una febbre liberalizzatrice si vogliono prendere 24 milioni di piccoli consumatori di elettricità fino a oggi serviti dalla tariffa base detta “di maggior tutela” e scaraventarli nel mercato libero, in balia di 400 rivenditori di elettricità che si contendono a colpi di imbrogli e bugie i clienti da spennare facendo pagare loro l’elettricità più di prima.
Quando è stato liberalizzato il mercato elettrico è stato istituito l’Acquirente Unico, ente pubblico che compra l’elettricità all’ingrosso per le famiglie e le imprese che non hanno scelto un nuovo fornitore in regime libero ma si sono tenute il vecchio. In pratica lo Stato ha costituito un gigantesco gruppo d’acquisto con 24 milioni di partecipanti che riesce a spuntare il prezzo più basso. I 12 milioni di utenti che hanno ceduto alle asfissianti telefonate dei call center che ti promettono mirabolanti risparmi pagano l’elettricità il 20 per cento in più, secondo dati dell’Autorità per l’energia contestati dagli uomini di Calenda.
Comprensibile che solo un terzo dei consumatori italiani abbia scelto il libero mercato. Meno comprensibile la ragione per cui il governo ha deciso una polpottiana liberalizzazione forzata: dal 1 luglio 2018 finisce il regime di maggior tutela e i 24 milioni di renitenti alla concorrenza, se non avranno scelto un nuovo fornitore entro quella data, verranno consegnati in massa a un unico fornitore che praticherà tariffe così alte da rieducarlo al culto del libero mercato. È scritto nel testo su cui Calenda vuole mettere la fiducia: “a condizioni che incentivino il passaggio al mercato libero”.
Per Gianni Girotto e Gianluca Castaldi, senatori M5S, “l’eliminazione del mercato elettrico tutelato avrà il solo effetto di far impennare il costo della bolletta per milioni di famiglie e imprese”. Ma lo stesso Bersani, insospettabile in quanto padre della liberalizzazione elettrica, ha denunciato pochi giorni fa che si sta puntando “a superare l’acquirente unico in una forma che crea un’ottima occasione per qualche azienda e un rischio serio per i piccoli consumatori”. Si noti di passaggio che secondo dati dell’Autorità per l’Energia un italiano normodotato impiegherebbe circa 6 ore a capire che cosa c’è scritto nella sua bolletta elettrica, e quindi dovrebbe prendere qualche giorno di ferie per studiare la convenienza di un passaggio che nel migliore dei casi (secondo il governo) gli consentirebbe un risparmio del 5-10 per cento sulla bolletta.
Le aziende che guardano alla “ottima occasione” sono Sorgenia e Edison, le uniche società grosse a non avere una propria rete di distribuzione. La prima, oggi presieduta dal renziano Chicco Testa, per un soffio mancato ministro dello Sviluppo economico quando fu poi preferito Calenda, è quanto resta dell’avventura elettrica della famiglia De Benedetti. Schiacciata sotto la mole di 2 miliardi di euro di debiti, la società è stata abbandonata al suo destino dai De Benedetti ed è finita tra le braccia delle banche creditrici, capitanate dal Monte dei Paschi esposto per oltre 600 milioni. In pratica la liberalizzazione forzata di Calenda potrebbe aiutare il risanamento di Mps a spese di qualche milione di famiglie.
La Edison è controllata da Edf, il monopolista francese dell’elettricità. Insieme a Sorgenia puntano a fare man bassa delle aste con cui il governo affiderebbe pacchetti di milioni di clienti al miglior offerente.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 04/04/2017.

venerdì 8 aprile 2016

Sanità, la privatizzazione avanza indirettamente grazie alla costante ritirata del pubblico in nome dei conti

di | 7 aprile 2016 dal Fatto Quotidiano

Dopo i tagli alle prestazioni “non necessarie”, il governo va avanti nella “privatizzazione” di fatto del sistema sanitario nazionale. Con la prospettiva per i cittadini che curarsi diventerà più caro a tutto vantaggio delle compagnie assicurative che già sfornano una miriade di polizze vita e salute. Il segnale più evidente è nel calo della spesa sanitaria italiana, che ha toccato il livello più basso degli ultimi dieci anni (il 6,6% del pil), relegando l’Italia al terzultimo posto fra i Paesi Ocse. “La contrazione della spesa pubblica – spiega Costantino Troise, segretario dell’Anaao Assomed, associazione nazionale medici e dirigenti del servizio sanitario nazionale – spinge inevitabilmente i pazienti fra le braccia dei privati. Se il servizio pubblico non funziona o è lento, il cittadino che ha bisogno di curarsi finisce per pagare di tasca propria”.
La situazione è insomma assai delicata. E la responsabilità è in parte del fallimento dei commissariamenti della sanità nelle Regioni in rosso, principalmente nel Sud: a sette anni dall’inizio della gestione speciale, il bilancio per il sistema di risanamento è negativo e i pazienti ne fanno le spese. Non è bastato far “gestire i piani di rientro a ‘tecnici’ nominati dal governo di turno” perché si sono limitati “ad applicare la solita ricetta, più tasse, più tagli, più ticket”, come evidenzia l’Anaao che chiede al governo una più ampia riflessione sulla sanità pubblica. Risultato: negli anni è aumentata la mobilità dei pazienti, soprattutto dal Sud verso il Nord e si sono allungate le liste d’attesa. Intanto la qualità dei servizi per i cittadini è nettamente peggiorata assieme ai conti delle Regioni “poco virtuose” che ricevono proporzionalmente meno denaro dal Fondo sanitario nazionale. Non a caso la Commissione Salute della Conferenza Stato-Regioni sta studiando come limitare la “mobilità” sanitaria che registra un continuo e progressivo aumento dei pazienti del Sud che decidono di farsi curare al Nord. Lo scorso anno ben 500mila persone hanno fatto le valigie per curarsi al Nord con picchi come la Calabria dove nel 2015, il conto per i trattamenti medici “fuori porta” dei calabresi è salito di 40 milioni alla cifra record di 290 milioni. Un fatto che sta mettendo a dura prova i conti degli enti locali dove la spesa sanitaria è la voce più rilevante.
Così per mettere una toppa ai buchi di bilancio, le Regioni del Mezzogiorno, Campania in testa, hanno pensato di proporre la modifica dei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale (111 miliardi nel 2015). Secondo gli enti meridionali, oltre all’anzianità della popolazione, bisognerebbe tenere in debito conto anche l’inquinamento dei territori che comporta maggiori oneri a carico del Servizio sanitario nazionale. Le regioni del Mezzogiorno sperano così di spuntare maggiori risorse finanziarie pubbliche per far quadrare i conti. Il problema però è che una simile operazione andrebbe evidentemente a danno di altre aree che hanno un “saldo positivo” di pazienti. Ma che comunque hanno problematiche irrisolte sotto il profilo degli equilibri finanziari delle strutture pubbliche. Se è vero infatti che la Lombardia macina profitti nella sanità privata, è anche vero che langue in quella pubblica. Basti pensare che il Niguarda, il più importante ospedale pubblico della regione, ha chiuso l’esercizio in perdita per oltre 35 milioni in scia a buona parte delle più rilevanti strutture statali della regione.
Eppure proprio in Lombardia i privati fanno affari d’oro: nel 2014 il gruppo San Donato ha fatturato 1,387 miliardi di euro. La redditività dell’azienda, proprietaria di 17 ospedali fra cui il Policlinico di San Donato e il San Raffaele, è stata pari al 12,7% del giro d’affari generando in quattro anni (2010-2014) un aumento degli utili di 27,6 milioni. Inoltre il San Donato è solo la punta di diamante di un sistema privato che nella sanità produce profitti ormai da anni. Secondo uno studio di Mediobanca, nel 2014 i primi cinque gruppi ospedalieri italiani hanno intascato 85 milioni di utili, quasi il doppio rispetto all’anno prima: il San Donato dei Rotelli, l’Humanitas dei Rocca, la GVM-Gruppo villa Santa Maria dei Sansavini, la Servisan dei De Salvo e lo IEO-Istituto europeo di oncologia, fondato da Umberto Veronesi e controllato dalla triade Mediobanca-Unicredit-Unipol, hanno fatturato 2,86 miliardi, ben 700 milioni in più rispetto al 2010. Merito del fatto che queste cinque strutture hanno a disposizione 10.144 posti letto, quasi tutti accreditati con il servizio nazionale. “Senza fare di tutta l’erba un fascio, i privati riescono a fare utili perché fanno dumping sul costo del lavoro con una qualità dei servizi che è tutta da verificare”, contesta Troise. Per non tacere casi gravissimi emersi proprio in Lombardia come quello della Clinica Santa Rita dove venivano effettuati interventi inutili solo per ottenere i rimborsi dal servizio sanitario nazionale.
In un certo senso, dalla situazione finanziaria delle strutture pubbliche e private lombarde arriva la prova di una progressiva “privatizzazione” della sanità che si manifesta, secondo l’Anaao, con la progressiva contrazione del ruolo del pubblico in nome del risanamento dei conti. “Invece di rifugiarsi in luoghi comuni – conclude il segretario dell’Anaao Assomed –  la politica deve pronunciarsi sulla volontà o meno di garantire i livelli essenziali di assistenza in maniera omogenea, declinando il diritto alla salute allo stesso modo in tutta l’Italia Deve impegnare risorse a garanzia della sostenibilità di un settore in cui l’ampliamento dell’intervento dei privati vede anche la partecipazione dello Stato che scommette contro se stesso, investendo nella sanità privata i soldi dei libretti postali”. Il riferimento è alla scelta del fondo F2i, partecipato dalla Cassa Depositi e Prestiti: il braccio finanziario dello Stato ha recentemente investito nel gruppo delle residenze per anziani Kos, di proprietà della famiglia De Benedetti. Evidentemente, viste le prospettive della sanità pubblica, a via Goito devono aver pensato che si trattasse di un buon affare.
di | 7 aprile 2016

lunedì 20 ottobre 2014

la openess society..... una società feroce

E' così che la definita Landini, segretario della Fiom, in una intervista al Fatto Quotidiano... ed ha anche ragione, ma...
dov'era? Quando:
  1. la CGIL accettava i principi del libero mercato nel '92 eliminando le garanzie sociali affidandosi, stessa scelta fatta dalle "consorelle" americani?
  2. quando, dopo un referendum disastroso sabotato anche dai suoi dirigenti, veniva eliminata la scala mobile?
  3. venivano firmati licenziamenti e pre-pensionamenti mascherati da casse integrazioni pluriennali per non esaltare lo scontro sociale?
  4. quando la FLM, organizzazione unitaria dei metalmeccanici, decise di abbandonare la visione operaista, si fa per dire, per assumerne un terziaria..... senza salvaguardare peraltro i lavoratori del settore?
  5. si firmavano accordi per fregare il sidacalismo indipendente di sinistra, e non solo, dando in cambio aperture sui diritti e abbracciando l'affaire CAAAF che tanti soldi pubblici porta nelle loro tasche?
  6. mentre da un lato si portava la fiat in tribunale si firmavano accordi con altre aziende che... introducevano proprio il sistema Marchionne?
  7. nasce A.L.B.A., o come si chiama ora, cui il sottoscritto partecipò all'atto fondativo, c'erano anche Landini e Airaudo, ma subito si caratterizza per una visione satellite del PD e di SEL quindi un grillismo di maniera ma di stampo rosso.. un pò come è oggi tsipras?
  8. si approvò la legge treu e, come si suol dire, le successive riforme e controriforme (oggi non si nascondono nemmeno più; leggi cos'ha dichiarato Pietro Ichino citato in un post su facebook di Massimo Rocca in proposito)?
già dov'era? A giocare a boccette? E' facile dire: è una società feroce quella che Renzi ci vende..... ma niente nasce dal niente e chi s'illude di poter riformare la riforma in senso liberista ha sempre perso, sempre..

lunedì 12 maggio 2014

Hedge Funds: chi sono i Paperoni della speculazione

di Roberto Marchesi | 11 maggio 2014
Quelli che sono stati i 25 più bravi managers degli Hedge Funds nel 2013 hanno potuto dividersi una torta del valore di 21,15 miliardi di dollari. Il più bravo di tutti però, certo David Tepper, a capo di Appaloosa Management, ha guadagnato da solo circa 3,5 miliardi di dollari, ovvero 3.500 milioni, cioè quasi un milione al giorno. E cosa fa di bello questo fortunato signore? Ha scoperto la pietra filosofale? Oppure riesce a leggere nel futuro e vince di fila tutte le settimane alla lotteria? Niente di tutto questo.
Lui è a capo di Appaloosa, un Hedge Fund che, come tutti gli hedge funds (fondi protetti) raccoglie soldi tra risparmiatori qualificati (non il grande pubblico) e li investe nel mercato utilizzando tutte le più moderne tecniche finanziarie inventate dagli speculatori professionali. La protezione, di cui al nome (hedge), non si riferisce però al fondo in se stesso (che non è protetto contro eventuali perdite) ma al modo nel quale i soldi vengono investiti. Usando le tecniche più emancipate di investimento finanziario viene assunto presuntivamente che il denaro investito potrà dare un maggiore ritorno, e per “Appaloosa” è andata certamente così negli ultimi due anni, ma in questo tipo di operazioni ad alto rendimento ed alto rischio, la bravura non basta, occorre anche una buona dose di fortuna, e quella può girare in ogni momento.
Comunque per ora il gioco vale la candela, e Tepper (insieme agli altri come lui) ha scoperto che speculando sui risparmi degli altri si possono guadagnare milioni (anzi, miliardi!) senza far troppa fatica, perché sui loro particolari investimenti i gestori di questi fondi caricano commissioni note con la formuletta “2 e 20”, ovvero la commissione fissa del 2% sul capitale investito e il 20% del guadagno a operazione conclusa (ovviamente, se c’è un guadagno!). Appaloosa ha distribuito nel 2013 ai suoi investitori il 42% del guadagno realizzato, il resto, tolte le spese non enormi della sua snella struttura finanziaria, se lo è intascato lui. Può essere che abbia dovuto dividere il malloppo con qualcuno dei suoi principali collaboratori, ma ciò non è dato sapere, poiché questi personaggi non rilasciano normalmente né dichairazioni né tantomeno interviste.
La rivista americana “Institutional Investor Alpha” ha pubblicato recentemente proprio una classifica di questi “bravissimi” gestori, pubblicata parzialmente anche dal NYT. Questa classifica è capeggiata appunto dal “campione”, David Tepper, seguito a distanza (“solo” 2400 milioni!) da Steven Cohen e, al terzo posto, con 2300 milioni, il più noto di tutti (qui in America) al pubblico non investitore tradizionale, quel John Paulson che è stato il campione assoluto degli Hedge Fund managers nel 2008-2009, quando milioni di risparmiatori in tutto il mondo perdevano grosse fette dei loro risparmi e lui, più di tutti, arraffava e intascava montagne di dollari con operazioni al ribasso perfettamente impostate da tempo, diventando di colpo miliardario (vedasi mio articolo del 24/4/2010: “Goldman, ecco la madre di tutte le speculazioni”).
Ma questo modo di far soldi può davvero essere considerato meritocratico?
Sotto il profilo professionale si, perché richiede non solo una conoscenza approfondita di tutte le più sofisticate tecniche finanziarie ma anche l’abilità di usarle nel modo giusto e al momento giusto. Probabilmente occorre anche, come nel gioco d’azzardo, una buona dose di fortuna. Tutta questa bravura sul piano personale non basta però a riconoscere valore economico e sociale agli Hedge Funds (così come alla maggior parte degli investimenti finanziari). Gli hedge funds infatti non creano nessuna ricchezza vera, spostano solo ricchezza dalle tasche di alcuni investitori a quelle di altri (inclusi gli stessi gestori), oppure, peggio, creano solo bolle che presto o tardi andranno a scoppiare, lasciando ad altri l’onere di riempire il vuoto che loro hanno creato con le loro speculazioni.
Proprio a questo proposito interviene Krugman nel suo articolo di giovedi’ 8 maggio sul NYT, affermando in sostanza che, mettendo a confronto i guadagni di questi 25 gestori con quelli di una moltitudine di professori e insegnanti americani, si può notare agevolmente la crescente disuguaglianza nelle economie occidentali. Infatti i gestori degli hedge-funds sono certamente molto bravi, ma qualcuno può forse sostenere che nella miriade di professori e insegnanti americani non ci siano almeno 25 individui altrettanto bravi? Eppure se prendiamo a confronto, per esempio, il guadagno di tutti gli insegnanti di Kindergarten americani messi assieme, ci accorgiamo che è meno della metà del guadagno di quei soli 25 managers.
Tutto questo però non è negativo solo sotto il profilo della disuguaglianza attuale, ma anche in quella di medio e lungo periodo, perché nel sistema sempre più tendenzialmente oligarchico del modello capitalista manca ormai marcatamente la capacità di redistribuire la ricchezza con eguaglianza e lungimiranza. Quindi senza sostanziali e urgenti correttivi quel modello finirà per inaridirsi e scomparire come è già successo ad altri modelli di società organizzate. Ovvero, ciò che dice con proprietà e convinzione Thomas Piketty nel libro “Il Capitale nel Ventunesimo secolo”.
p.s.
nomi quasi sconosciuti che decidono, con il potere dei soldi che gestiscono senza regole, del destino di milioni di persone e di interi stati: possiamo permettere tutto ciò?

giovedì 5 settembre 2013

Greed & Fear: il paradigma del XXI secolo

Greed & Fear, avidità e paura, sono il nuovo pradigma con cui fa i conti il capitalismo finanziario che così autodescrive la propria principale caratteristica sulla quale costruisce le proprie "emozionalità" quando agisce sui mercati.
Ma greed & fear sono anche la caratteristica principale con la quale gli altri attori, Stato ed ex-cittadini/neoconsumatori, agiscono sugli stessi mercati; il perchè è semplice da spiegarlo: rispetto alla prima fase post bellica il neocapitalismo, ora in crisi, ha visto entrare sulla scena il "rentier" ossia il finanziere che calcola quanto può guadagnare da una certa situazione. Il problema è che i soldi, spesso, non sono solo suoi e quindi alle prime avvisaglie queste enormi masse monetarie si volatilizzano a velocità luce da un mercato alla ricerca di altri lidi nei quali parcheggiarli. Non importa a costui se la dipartita dei propri soldi fa danni, importa solo che ci sia un profitto e che il capitale sia remunerato, null'altro: è chiaro che se l'aver attirato un tal tipo di operatore dei mercati può essere un bene perchè son soldi freschi è, contemporaneamente, vero che se si innesca il meccanismo "gred & fear" non può che avvenire la loro fuga ..... è un meccanismo schizofrenico, vero? Temono se l'innesco della crescita possa abbassare il saggio di profitto ma ululano quando ciò non avviene; spingono per investimenti ma quando questi favoriscono, per esempio, occupazione e crescita la paura di fenomeni inflattivi o un eccesso di domanda li spingono a remare contro lasciando il mercato, non dopo aver invocato "moderazione e innalzamento delle soglie di attenzione ben sapendo che le leggi dei mercati che si "autoregolano" non sono le stesse dell'economia reale e della politica con la "P" maiuscola in una situazione di mercato non "autoregolantesi": le prime rispondono al semplice istinto animale, the spirit amano dire, le seconde rispondono alle esigenze del classico liberalismo democratico che favorisce la domanda, attenua la pressione fiscale, spinge per rinforzare l'offerta in modo da creare quelle condizioni economiche generali che permettono a una società di crescere nel suo complesso senza distruggere socialmente i propri ceti meno forti.....
i due sistemi, pur avendo una unica matrice (il liberalismo), sono divergenti e non si presuppongono: il liberalismo politico non presuppone il libero mercato e tantomeno presuppone la mancanza di un arbitro regolatore ed equilibratore; eppure è esattamente questo che è avvenuto; a questo punto ci si dovrebbe chiedere perchè. per capire e se vogliamo datare il tutto lo possiamo associare all'abbandono, sotto nixon (ne parlai in un post precedente, degli USA della parità con l'oro e l'accesso degli stati al mercato finanziario come un qualunque operatore di "mercato". Consci o meno della decisione presa i ceti dirigenti non hanno mai veramente compreso le conseguenze, quasi sempre negative, di una tale decisione: uno che agisce sui mercati finanziari è un controsenso perchè, semplicemente, sono mercati speculativi, dove quello che conta, come sa benissimo un qualunque cliente di una banca che vi entra per chiedere un prestito o un mutuo, è al "solvibilità" immediata in caso di problemi perchè sui mercati per prestare soldi di garanzie ne servono molte: si chiama "sistema del debito" ed è la causa primaria della crisi innescatasi nel 2008 e di cui ancora non se ne vede l'uscita, checchè ne dicano i venditori di fumo presenti sui media e in parlamento e al governo. Non esiste stato che non fa deficit nè può evitare di farlo perchè nel corso dei secoli i regimi che si sono susseguiti hanno sempre dovuto mantenere un apparato e una società sottostante, ossia sistemi complessi composti di persone ed entità commerciali tenute insieme non solo dall'interesse del singolo ma "dalal convinzione collettiva" che il singolo interesse non è mai prevalente rispetto a quello generale.. a maggior ragione in un sistema democratico dove ciò è dato, semplicemente, per scontato.
Oggi gli attori del laboratorio che è diventato l'italia hanno una strettissima interconnessione che sta letteralmente distruggendo le sitituzioni democratiche, non solo politiche, ma pure culturali, sociali, ecc. ma questo laboratorio, messo su dai governi del centrosinistra dei primi anni '90, ha avuto esiti che son andati ben oltre le loro più lontane aspettative... ben sapendo che una società "finanziarizzata" era oltremodo instabile e volatile, ma soprattutto consumava in fretta in una frenesia consumistica assolutamente fine a se stessa; a volte senza neppure aspettare di avere l'input del multitasking commerciale.. pe non parlare del prodotto, assolutamente ininfluente... anch'esso dematerializzato: paghi il marchio e non il prodotto in sè (come da previsione fatta in "no logo" della klein); ecco l'aspetto più inquietante: nella dematerializzazione dei bisogni spariva anche i sensi base che definiscono l'animale uomo.... tutto ha un prezzo e chi non soldi regredisce all'età della pietra.
CHI NON SI ADEGUA SI RITROVA NELLA TEANAGLIA DEL GREED & FEAR: chi ha interesse a che le cose vadano in questo modo sa ben come usarli..... paura di perdere il lavoro, del futuro dei figli, ecc. sono grandi molle per tenerci buoni, vero?
Un meccanismo del genere è l'esatto opposto dell'idea alla base dei mercati liberi: la democrazia non è l'ideale, anzi: spesso e volentieri, leggi Cina, preferiscono società strettamente controllate se non regimi autoritari dove "l'efficienza è massima e gli attori sono silenti" e dove le "regole" non esistono o al minimo sono depotenziate" quindi non ci sono forme di regolazione ed equilibrio sociale che impediscano che interi ceti ne escano impoveriti; il punto è: gli ex cittadini reali detentori del potere democratico hanno perso o meno l'intresse per il sistema democratico, o no? E,ancora, quel che resta del sistema democratico (con annesse costituzioni frutto della seconda guerra mondiale tanto invise ai "riformatori" della sinistra e a JPMorgan) è conveniente tenerlo ancora su anche se "costa"?

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