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giovedì 27 febbraio 2020

Coronavirus, cosa non ha funzionato nella sanità lombarda

Fonte: Il Fatto Quotidiano Vittorio Agnoletto Cronaca - 27 Febbraio 2020

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha segnalato che probabilmente all’ospedale di Codogno qualcosa non ha funzionato; i vertici della regione Lombardia hanno immediatamente reagito con grande durezza. La polemica si è chiusa con inusitata rapidità: uno aveva da far dimenticare il mancato controllo su chi dalla Cina arrivava in Italia transitando da un Paese terzo, gli altri non potevano permettere che fosse messa in discussione la tanto celebrata sanità lombarda.
Ma, andando oltre le schermaglie politiche, è fondamentale capire se qualcosa veramente non ha funzionato nel servizio sanitario lombardo, accreditato da più parti come il migliore ed il più efficiente della penisola.
1. A distanza di diverse settimane dalla notizia della comparsa del Coronavirus, quando già si conoscevano le vie di trasmissione, non può essere considerato normale il fatto che tra le persone contagiate dal famoso trentottenne di Codogno, vi siano degli operatori sanitari che lavoravano nell’ospedale di Codogno. Né può essere considerato “normale” il contagio di pazienti già ricoverati per altri motivi in strutture ospedaliere. Le indicazioni dell’Oms sulle precauzioni universali e i protocolli da rispettare per gli operatori sanitari sono molto chiari.
E’ sterminata la letteratura sull’obbligo dell’uso dei DPI, i dispositivi di protezione individuale (non solo di adeguate mascherine) da parte del personale sanitario, sulle modalità di accoglienza, di ricovero dei cittadini con patologie sospette e sulla gestione della sicurezza sanitaria nelle strutture ospedaliere. Misure da adottarsi quindi non solo di fronte ad un paziente già fornito di diagnosi.
2. Tardive sono state le indicazioni, rivolte a chi temeva di essere stato infettato, di non recarsi nei Pronto Soccorsi, né nello studio del proprio medico curante per evitare di trasformare quei luoghi di cura in luoghi di malattia. Si è aspettato il caso Codogno prima di diffondere a tamburo battente i numeri di telefono da contattare e le indicazioni di non recarsi al pronto soccorso. Ma ormai “i buoi erano scappati”.
3. I medici di famiglia sono stati completamente abbandonati a se stessi dalla Ats (il nome delle Asl in Lombardia) di Milano (e non solo) mentre in una condizione di enorme stress erano sommersi da ogni tipo di richiesta. Per vari giorni non sono state loro fornite nemmeno le mascherine; hanno dovuto cercarsele da soli spesso senza riuscire a trovarle. Eppure la tutela della salute degli operatori sanitari rappresenta un patrimonio sociale fondamentale della collettività per garantire assistenza e cura a tutti. Ma Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, la scorsa estate quando era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, aveva dichiarato “ma chi va più dal medico di base? Quel mondo è finito”. Chi governa la Lombardia sembra muoversi su questa linea.
4. I dispositivi di protezione individuale (DPI) sono arrivati con grande ritardo anche in molte strutture ospedaliere e spesso distribuiti con criteri incomprensibili; ad esempio, a quanto mi è stato segnalato, in alcuni casi il personale addetto al trasporto interno dei malati non è stato munito di mascherine: i lavoratori non sono dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale ma di una cooperativa alla quale è stato esternalizzato il servizio.
5. L’aver indicato, a livello nazionale, il 112 come numero di riferimento è stato un grave errore, migliaia di telefonate per avere informazioni sul Coronavirus hanno intasato un numero dedicato alle emergenze creando conseguenze drammatiche per cittadini con altre gravi urgenze sanitarie. Quando finalmente in Lombardia è stato attivato un numero telefonico dedicato, ben presto questo è risultato difficilmente raggiungibile per l’alto numero di telefonate e per il basso numero di operatori.
6. Diversi medici ospedalieri sono sottoposti a turni massacranti in attesa di un cambio turno che non arrivava. Mentre nessuna autorità regionale ha ritenuto di obbligare le strutture sanitarie private a mettere a disposizione della collettività le proprie competenze e il proprio personale medico; eppure la sanità privata è destinataria di somme ingenti da parte della Regione. Ma la tutela della salute pubblica, non le riguarda, e nessuno sente il dovere di chiedergliene conto.
7. In questi giorni sono stati cancellati da parte delle strutture sanitarie pubbliche una grande quantità di visite ed esami già prenotati anche con codice d’urgenza e relative ad altri settori della medicina non coinvolti nella vicenda Coronavirus, come risulta ad esempio ai microfoni di “37e2”, la trasmissione sulla salute di Radio Popolare. Chi economicamente poteva si è rivolto alla sanità privata che sta traendo ulteriori guadagni da questa situazione.
In un mondo globalizzato non era difficile prevedere che il Coronavirus sarebbe arrivato anche in Italia e in Lombardia, la regione più inserita nelle rotte internazionali. C’è stata una “finestra di opportunità”, questo il termine utilizzato dall’Oms, tra la scoperta del virus in Cina e la sua comparsa in Occidente: un’opportunità formidabile per organizzare al meglio la risposta evitando di farci trovare impreparati.
La responsabilità di quanto accaduto non può essere semplicemente scaricata sui singoli medici ed operatori sanitari. Le responsabilità vanno soprattutto ricercate nei vertici della Regione e nei direttori generali della varie Asl e dei vari ospedali verificando se hanno programmato ed attivato quanto previsto dalla normativa nazionale ed internazionale e quanto è stato investito in questo ambito.
Queste carenze non sono casuali e limitate alla vicenda Coronavirus. Oggi in Lombardia esiste la possibilità di curarsi con le migliori terapie disponibili al mondo, di essere operati da equipe con professionalità di altissimo livello (anche se spesso il portafoglio fa la differenza), ma i servizi di prevenzione sono ridotti al minimo, i pronto soccorsi sono quasi tutti in condizioni fortemente critiche, i medici di base scarseggiano, gli ambulatori territoriali vengono ridotti di numero mese dopo mese.
Un sistema sanitario concentrato solo sulla cura e sul profitto, che ha trasformato la salute in una merce, che ignora la prevenzione perché non produce guadagni per le lobby private del settore e che non coinvolge la popolazione nella tutela della propria salute individuale e collettiva mostra il suo tallone d’Achille di fronte ad una nuova patologia infettiva di facile trasmissibilità.
Ora concentriamoci per limitare gli effetti del Coronavirus; ma nel prossimo futuro sarà inevitabile rimettere in discussione le priorità e l’organizzazione del nostro Servizio sanitario.

mercoledì 6 dicembre 2017

Sanità, Unipol: “Collettivizzare la domanda di welfare per un’alleanza pubblico-privato”. Ma l’efficacia è dubbia

Puntuale come un orologio, Unipol torna a bussare alla porta del governo di turno. E lo fa chiedendo maggiori incentivi fiscali per il welfare privato, cioè per quella fetta della popolazione che, talvolta in proprio, ma soprattutto per il tramite della propria azienda o cassa previdenziale e simili, decide di sottoscrivere una polizza assicurativa per mettersi al riparo dai possibili imprevisti della vita in campo sanitario. La richiesta del gruppo delle coop è arrivata al ministro del Lavoro – ed ex numero uno di LegaCoop – Giuliano Poletti, nel corso del frequentatissimo convegno annuale di Unipol sul tema. Eloquente il titolo scelto per l’edizione 2017 che cade a una manciata di mesi dalla prossima tornata elettorale: “A ognuno il suo welfare. Bisogni mutevoli, scelte individuali, risposte integrate”.
Il numero uno della terza compagnia assicurativa del Paese, che volente o nolente sarà tra i protagonisti del salvataggio in corso di banca Carige, ha spiegato che gli incentivi fiscali varati dal governo di Matteo Renzi in tema di welfare aziendale nella legge di Bilancio per il 2017 non bastano già più. Lo Stato deve nuove concessioni per favorire l’ascesa delle assicurazioni nella sanità. “Il welfare aziendale è certamente in forte ascesa, complici anche i primi incentivi introdotti dal governo – ha spiegato Cimbri – Certo, va stimolata e accelerata una tendenza che è già in atto con una maggiore a più ampia incentivazione fiscale”. Secondo il numero uno di Unipol non c’è più un unico interlocutore sul welfare, ma c’è “spazio per tutti. Per il pubblico, ma anche per noi privati”. Per questo è sostanziale “collettivizzare la domanda di welfare e giungere ad un’alleanza pubblico-privata”, ha spiegato ancora Cimbri.
Sul come raggiungere questo obiettivo, l’ad di Unipol non ha dubbi. Due gli strumenti principe: da un lato fondi territoriali che possono nascere su iniziativa pubblica ma vengano gestiti poi da privati, dall’altro il welfare aziendale. Un’area quest’ultima che Unipol conosce bene. E’ proprio qui, infatti che punta maggiormente la controllata UniSalute, molto attiva negli accordi collettivi che stanno dando i loro frutti. Il “centro di eccellenza di Unipol nel comparto salute” ha chiuso il 2016 con 5,4 milioni di clienti e oltre 40 milioni di utili, forte di premi in crescita del 13% circa a quota 400 milioni di euro, quasi metà andati in risarcimenti. Su questo fronte, all’aumento delle denunce di sinistro (440mila in più del 2015) non è corrisposto un pari incremento di liquidazioni (230mila in più del 2015). Quasi raddoppiati, invece, i reclami dei clienti contro la compagnia rilevati nel registro della vigilanza sulle assicurazioni: oltre 2100 più della metà dei quali sono stati accolti.
Quanto alle richieste alla politica, non è la prima volta che Unipol va alla carica. Del resto, un maggiore sostegno pubblico al welfare privato spalancherebbe alle compagnie le porte di un promettente mercato: gli italiani spendono infatti circa 37 miliardi l’anno per pagare di tasca propria le spese mediche. Di questa cifra attualmente solo il 10% è intermediato dalle compagnie. Non si tratta certo di bruscolini neppure per Unipol che attraverso UniSalute a fine 2016 controllava il 13% circa del mercato del ramo malattia. Il problema è però che per la collettività il welfare privato non è affatto un grande affare: “Incentivandolo con soldi pubblici, si taglia a tutti per dare a pochi”, sintetizza Stefano Cecconi, responsabile welfare e sanità della Cgil. “Le agevolazioni fiscali non sono altro che denaro dei contribuenti che va a vantaggio solo di un numero ristretto di persone. Non è questa la strada per il futuro. Bisogna invece riprendere a investire nella sanità pubblica”, puntualizza aggiungendo che al massimo è possibile immaginare forme private di welfare integrativo. Certamente non di carattere “sostitutivo” che possono mettere a rischio il modello universale della sanità italiana e spingere il Paese verso un sistema simile a quello americano dove solo chi ha i soldi può poi realmente curarsi.
Non solo. Quando poi arriva il sinistro, non è detto che il sistema assicurativo risponda come ci si attende. “Al momento della sottoscrizione della polizza, non ci sono mai problemi. I guai arrivano poi quando ci si ammala perché le assicurazioni si appellano ai mille cavilli nei contratti, di difficile interpretazione persino per gli specialisti del settore, per respingere le richieste di rimborso”, spiega Massimo Quezel, fondatore e responsabile di Studio Blu, network specializzato nel settore recupero danni. “Si tratta ormai di una modalità operativa per ridurre gli esborsi e fare una sorta di scrematura iniziale che scoraggia e sfianca l’infortunato il quale si trova in uno stato di debolezza e ha bisogno di denaro per curarsi”, prosegue. Insomma, “il rischio che la copertura non sia garantita è sempre dietro l’angolo – spiega l’esperto – Mi è capitato il caso di una cliente che, con il marito, aveva sottoscritto una polizza assicurativa a garanzia del prestito bancario, la quale avrebbe dovuto, in caso di morte di uno dei contraenti, coprire il debito residuo con la banca. Ebbene, il marito della signora viene a mancare dopo due anni a seguito di un grave tumore ai polmoni (patologia coperta dalla polizza) ma, poiché il malcapitato soffriva di ipertensione arteriosa, la compagnia negò l’indennizzo in quanto tale patologia non era stata segnalata in sede di stipula del contratto”.
La questione si complica se poi a scegliere il contratto non è stato un privato, ma il datore di lavoro grazie agli incentivi offerti dal governo per il welfare aziendale. “Quando queste polizze sono proposte come fringe benefit dovremmo chiederci chi gode realmente del ‘beneficio’ – conclude Quezel – Senz’altro il datore di lavoro ha un vantaggio fiscale, ma si può realmente dire che ha un beneficio anche il dipendente? In altre parole, siamo sicuri che quella polizza, alla prova dei fatti, sarà un prodotto valido e in grado di garantire adeguate coperture? Il dipendente dovrebbe essere informato sulla reale qualità del prodotto che gli viene fornito in luogo di un riconoscimento economico, perché se ottiene come fringe benefit una polizza che, nella pratica, prevede vincoli e franchigie troppo restrittive, di fatto non avrà alcun vantaggio concreto”. E, alla fine, non solo lo Stato avrà investito nel welfare privato magari a danno della sanità pubblica, ma, lungi dal proteggere anche solo una fetta più piccola di cittadini, avrà finito solo col rimpinguare le casse delle compagnie assicurative mancando l’obiettivo della copertura sanitaria universale.
Resta da capire quale sarà la forza di persuasione di Unipol che già in passato si è distinta per una incessante attività di lobby. Come quella per modificare a proprio favore la riforma della Rc Auto nel 2013-14. Manovre in seguito finite al vaglio della magistratura torinese come reso noto la scorsa estate dalla Stampa, alla quale Cimbri ha risposto con una denuncia per rivelazione del segreto istruttorio sfociata in immediate perquisizioni a carico dell’autore dell’articolo. La denuncia però in pochi giorni si è rivelata talmente infondata che il perquisito ha ricevuto una lettera di scuse dalla procura del capoluogo piemontese.
di | 6 dicembre 2017

domenica 5 marzo 2017

Sanità pubblica addio. Perché sostituirla se è la migliore (e più conveniente) per tutti?

da Il Fatto Quotidiano a firma di | 5 marzo 2017

Sanità pubblica addio. Con la legge di stabilità 2016 il governo Renzi ha definito norme che detassano le spese dell’azienda che assicura ai suoi dipendenti, previa contrattazione, l’assistenza mutualistica integrativa. Il costo per quello che viene definito “welfare aziendale” sarà quindi a carico dello Stato.
Prima domanda: come mai il governo anziché finanziare la sanità pubblica ridotta ormai al lumicino finanzia le mutue di categoria cioè i soggetti più forti della società? Cioè come mai con i soldi della collettività si finanziano politiche contro la collettività?
Per rispondere bisogna ricordare che il governo Renzi sulla sanità sino a ora è stato mosso sostanzialmente da una idea fissa: ridurre quanto più è possibile la spesa sanitaria pubblica (una delle più basse d’Europa) in tutti i modi possibili (de-finanziamento, terzo settore, contenimento dei consumi ecc) per liberare risorse e spenderle per altre operazioni (tasse, investimenti, perequazioni, riduzione del debito pubblico, ecc).
Sostituire l’assistenza pubblica con le mutue o con i fondi sanitari integrativi è un taglio drastico alla spesa sanitaria. Questa volta si taglia sul sistema non sulle prestazioni. Ora possiamo rispondere: a Renzi dei soggetti deboli (precari, disoccupati, pensionati, ammalati cronici, etc) non gliene frega niente. Lui è convinto che la sanità pubblica sia insostenibile, le mutue gli servono per tenere buoni i soggetti forti della società e per fare in modo che il sistema sanitario pubblico copra solo coloro che non possono curarsi nel privato e coloro che non possono farsi una mutua, cioè la parte debole della società.
Ma se non ricordo male questo è un film già visto, è così? Se è così Renzi non fa altro che dare attuazione al libro bianco di Sacconi (governo Berlusconi 2009) il cui scopo, sulla base del preconcetto che non si può dare tutto a tutti, era per l’appunto sostituire la sanità uguale per tutti con un sistema multi-pilastro (assicurazioni, mutue e ciò che resta della sanità pubblica).
Ma fare tante specie di sistemi sanitari non rischia di creare delle diseguaglianze e di contraddire il valore egualitario dell’art 32 della costituzione? Non si tratta di un rischio ma di una certezza. Con il sistema multi-pilastro chi comanda e decide tutto non è il diritto ma il reddito, per cui le persone saranno curate in base al livello di contribuzione stabilito per il fondo mutualistico dal quale dipenderanno i nomenclatori di prestazioni.
Ma i neo-mutualisti sostengono che grazie al welfare aziendale si risolve una volta per tutte la questione della sostenibilità sanitaria, è vero o non è vero? Una balla colossale niente di più. Ricordo che il nostro sistema sanitario nazionale è stato istituito nel ’78 per sopperire al default del sistema mutualistico cioè come una risposta alla insostenibilità del sistema.
Le mutue sono sistemi intrinsecamente insostenibili che tendono ad andare in disavanzo perché la loro spesa, essendo solo curativa, ha una natura incrementale. Per farla crescere basta una nuova tecnologia, un farmaco di nuova generazione, un nuovo trattamento, una domanda di cura più complessa. Il rischio di insostenibilità per le mutue cresce nel tempo perché nel tempo cresce la domanda obbligando l’offerta a inseguirla.
Per non andare in disavanzo le mutue o dovrebbero continuamente incrementare il livello della contribuzione (ma al cittadino conviene di più un sistema solidale su base solidaristica), o chiedere ai governi di turno di aumentare progressivamente la detassazione dei costi (molto poco realistico), o congelare i propri nomenclatori o andare in disavanzo e ogni tanto farsi ripianare i debiti dal governo di turno, o creare degli sbarramenti all’accesso delle prestazioni.
Ma allora? Allora la sanità pubblica resta il sistema più conveniente da ogni punto di vista, costa di meno dà di più ed è la più giusta. Facciamola funzionare meglio, cambiamo le sue prassi, i suoi modelli culturali e organizzativi, ripuliamola dalle diseconomie, cambiamo la gestione, ripensiamo il modello di finanziamento, ma per favore lasciamola pubblica, solidale, universale.
di | 5 marzo 2017

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Ricordate i racconti di fine '800 che raccontavano della miseria che attanagliava la maggioranza della popolazione? Sembra un remake ma è tutto vero... non dimentichiamo che in base al Trattato istitutivo del WTO prerogativa dello Stato esclusiva saranno solo Interni, Difesa, Giustizia.. il resto per chi può permetterselo; legge, o rileggete, quanto sosteneva Jeremy Rifkin ne "l'era dell'accesso": tutto sarà chiaro.
La vera domanda da porsi è: perchè se adottando un sistema privatistico della sanità, sul modello americano, si sa che è costoso e inefficiente lo si adotta comunque? Non sarà mica per spillare soldi ai cittadini, mantenendo comunque alte le tasse, e rigirarli alle assicurazioni?

venerdì 8 aprile 2016

Sanità, la privatizzazione avanza indirettamente grazie alla costante ritirata del pubblico in nome dei conti

di | 7 aprile 2016 dal Fatto Quotidiano

Dopo i tagli alle prestazioni “non necessarie”, il governo va avanti nella “privatizzazione” di fatto del sistema sanitario nazionale. Con la prospettiva per i cittadini che curarsi diventerà più caro a tutto vantaggio delle compagnie assicurative che già sfornano una miriade di polizze vita e salute. Il segnale più evidente è nel calo della spesa sanitaria italiana, che ha toccato il livello più basso degli ultimi dieci anni (il 6,6% del pil), relegando l’Italia al terzultimo posto fra i Paesi Ocse. “La contrazione della spesa pubblica – spiega Costantino Troise, segretario dell’Anaao Assomed, associazione nazionale medici e dirigenti del servizio sanitario nazionale – spinge inevitabilmente i pazienti fra le braccia dei privati. Se il servizio pubblico non funziona o è lento, il cittadino che ha bisogno di curarsi finisce per pagare di tasca propria”.
La situazione è insomma assai delicata. E la responsabilità è in parte del fallimento dei commissariamenti della sanità nelle Regioni in rosso, principalmente nel Sud: a sette anni dall’inizio della gestione speciale, il bilancio per il sistema di risanamento è negativo e i pazienti ne fanno le spese. Non è bastato far “gestire i piani di rientro a ‘tecnici’ nominati dal governo di turno” perché si sono limitati “ad applicare la solita ricetta, più tasse, più tagli, più ticket”, come evidenzia l’Anaao che chiede al governo una più ampia riflessione sulla sanità pubblica. Risultato: negli anni è aumentata la mobilità dei pazienti, soprattutto dal Sud verso il Nord e si sono allungate le liste d’attesa. Intanto la qualità dei servizi per i cittadini è nettamente peggiorata assieme ai conti delle Regioni “poco virtuose” che ricevono proporzionalmente meno denaro dal Fondo sanitario nazionale. Non a caso la Commissione Salute della Conferenza Stato-Regioni sta studiando come limitare la “mobilità” sanitaria che registra un continuo e progressivo aumento dei pazienti del Sud che decidono di farsi curare al Nord. Lo scorso anno ben 500mila persone hanno fatto le valigie per curarsi al Nord con picchi come la Calabria dove nel 2015, il conto per i trattamenti medici “fuori porta” dei calabresi è salito di 40 milioni alla cifra record di 290 milioni. Un fatto che sta mettendo a dura prova i conti degli enti locali dove la spesa sanitaria è la voce più rilevante.
Così per mettere una toppa ai buchi di bilancio, le Regioni del Mezzogiorno, Campania in testa, hanno pensato di proporre la modifica dei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale (111 miliardi nel 2015). Secondo gli enti meridionali, oltre all’anzianità della popolazione, bisognerebbe tenere in debito conto anche l’inquinamento dei territori che comporta maggiori oneri a carico del Servizio sanitario nazionale. Le regioni del Mezzogiorno sperano così di spuntare maggiori risorse finanziarie pubbliche per far quadrare i conti. Il problema però è che una simile operazione andrebbe evidentemente a danno di altre aree che hanno un “saldo positivo” di pazienti. Ma che comunque hanno problematiche irrisolte sotto il profilo degli equilibri finanziari delle strutture pubbliche. Se è vero infatti che la Lombardia macina profitti nella sanità privata, è anche vero che langue in quella pubblica. Basti pensare che il Niguarda, il più importante ospedale pubblico della regione, ha chiuso l’esercizio in perdita per oltre 35 milioni in scia a buona parte delle più rilevanti strutture statali della regione.
Eppure proprio in Lombardia i privati fanno affari d’oro: nel 2014 il gruppo San Donato ha fatturato 1,387 miliardi di euro. La redditività dell’azienda, proprietaria di 17 ospedali fra cui il Policlinico di San Donato e il San Raffaele, è stata pari al 12,7% del giro d’affari generando in quattro anni (2010-2014) un aumento degli utili di 27,6 milioni. Inoltre il San Donato è solo la punta di diamante di un sistema privato che nella sanità produce profitti ormai da anni. Secondo uno studio di Mediobanca, nel 2014 i primi cinque gruppi ospedalieri italiani hanno intascato 85 milioni di utili, quasi il doppio rispetto all’anno prima: il San Donato dei Rotelli, l’Humanitas dei Rocca, la GVM-Gruppo villa Santa Maria dei Sansavini, la Servisan dei De Salvo e lo IEO-Istituto europeo di oncologia, fondato da Umberto Veronesi e controllato dalla triade Mediobanca-Unicredit-Unipol, hanno fatturato 2,86 miliardi, ben 700 milioni in più rispetto al 2010. Merito del fatto che queste cinque strutture hanno a disposizione 10.144 posti letto, quasi tutti accreditati con il servizio nazionale. “Senza fare di tutta l’erba un fascio, i privati riescono a fare utili perché fanno dumping sul costo del lavoro con una qualità dei servizi che è tutta da verificare”, contesta Troise. Per non tacere casi gravissimi emersi proprio in Lombardia come quello della Clinica Santa Rita dove venivano effettuati interventi inutili solo per ottenere i rimborsi dal servizio sanitario nazionale.
In un certo senso, dalla situazione finanziaria delle strutture pubbliche e private lombarde arriva la prova di una progressiva “privatizzazione” della sanità che si manifesta, secondo l’Anaao, con la progressiva contrazione del ruolo del pubblico in nome del risanamento dei conti. “Invece di rifugiarsi in luoghi comuni – conclude il segretario dell’Anaao Assomed –  la politica deve pronunciarsi sulla volontà o meno di garantire i livelli essenziali di assistenza in maniera omogenea, declinando il diritto alla salute allo stesso modo in tutta l’Italia Deve impegnare risorse a garanzia della sostenibilità di un settore in cui l’ampliamento dell’intervento dei privati vede anche la partecipazione dello Stato che scommette contro se stesso, investendo nella sanità privata i soldi dei libretti postali”. Il riferimento è alla scelta del fondo F2i, partecipato dalla Cassa Depositi e Prestiti: il braccio finanziario dello Stato ha recentemente investito nel gruppo delle residenze per anziani Kos, di proprietà della famiglia De Benedetti. Evidentemente, viste le prospettive della sanità pubblica, a via Goito devono aver pensato che si trattasse di un buon affare.
di | 7 aprile 2016

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