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venerdì 31 maggio 2019

Università: dopo i mutui subprime, potrebbe scoppiare la bolla dei prestiti studenteschi

Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo | 28 Maggio 2019 

Negli Stati Uniti la crisi dei prestiti universitari ha raggiunto una cifra iperbolica, producendo 1.560 miliardi di debiti, l’8% del prodotto interno lordo del paese. Ogni ex studente si è caricato un debito di quasi 30mila dollari; e per farlo studiare, la famiglia si è indebitata a sua volta per più di 35mila. Il fardello affligge non soltanto i giovani che si affacciano sul mondo del lavoro, ma anche gli anziani pensionati.
Tre milioni di americani con più di 60 anni devono restituire oltre 86 miliardi di dollari in prestiti studenteschi ancora da pagare. “Una montagna che non potrò mai scalare, sono terrorizzata” ha raccontato in televisione un’anziana consulente familiare di 76 anni, ancora gravata da un debito di 40mila dollari che potrebbe seguirla nella tomba.
Il debito universitario che gli ex studenti americani si trascinano per anni e anni, lungo la propria carriera lavorativa e anche oltre, potrebbe diventare un tema importante della campagna presidenziale del 2020, forse più delle pulsioni protezionistiche degli agricoltori e degli operai. Non bastano i gesti esemplari di remissione del debito da parte dei filantropi, come Robert Smith e Ken Langone, per sanare la piaga. Alcuni economisti prevedono che, entro il 2023, il 40% dei mutuatari potrebbe non onorare il debito contratto, con un impatto paragonabile a quello della crisi dei mutui subprime.
La senatrice Elizabeth Warren, candidata democratica, propone di cancellare fino a 50mila dollari di debito dovuto ai prestiti d’onore, un sollievo per 45 milioni di americani. Una virata completa poiché, negli ultimi anni, l’amministrazione di Donald Trump e i governi statali hanno preferito tagliare le tasse a miliardari e corporate; e scaricare il costo dell’istruzione superiore sugli studenti e sulle loro famiglie. La remissione del debito formativo sarà un tema rilevante della prossima campagna elettorale, così come lo furono i temi sollevati da Bernie Sanders e accantonati dai dirigenti democratici, con il prevedibile effetto di condurre Trump alla vittoria del 2016.
Negli Usa, oltre il 66% dei laureati da università pubbliche e il 75% da quelle private ha contratto prestiti d’onore. Se, oltre al debito per la laurea, si considera quello per la specializzazione, la somma aumenta vertiginosamente: dai 50mila dollari di chi opera nel campo scientifico ai 140mila di un avvocato e ai 160mila di un medico. Circa il 12% dei debitori sono in ritardo o addirittura in default. E la questione del debito formativo – quello in soldoni e non quello figurativo che accomuna l’Europa dei crediti formativi universitari – ha molte sfaccettature.
Il debito formativo influenza fortemente la vita privata, soprattutto quella matrimoniale. Le coppie gravate da questo tipo di debiti hanno maggiori probabilità di ritardare il divorzio a causa dei costi legali, che negli Stati Uniti possono arrivare a 20mila dollari se ci sono figli. Inoltre, questo debito è un fattore che favorisce i divorzi, come afferma il 13% degli intervistati da Student Loan Hero.
Non è soltanto una storia americana, come racconto in Morte e Resurrezione delle Università. Nel Regno Unito gli studenti si laureano sotto il peso di un debito che può arrivare a 50mila sterline, da ripianare una volta trovato lavoro. Quando diventa tassativo ottenere un voto eccellente per garantirsi qualche borsa di studio, e poi un impiego ben pagato, la pressione sale e diventa insopportabile per chi non riesce a reggere lo stress. E nel 2015 più di 100 studenti si sono tolti la vita. Fenomeni analoghi si stanno registrando in India, dove la questione tocca soprattutto chi si perfeziona all’estero, e anche in Cina.
In Italia? Nel 2018 il Miur aveva inviato un questionario agli studenti universitari per valutare l’eventuale introduzione del prestito d’onore come metodo di pagamento dei costi dell’istruzione universitaria, sulla quale il paese investe una quota di Pil tra le più basse dei paesi dell’Ocse. La questione è tuttora controversa e non emerge ancora una tendenza precisa, anche se appare già evidente che i destinatari non applaudirebbero a questa novità. Ma nessuno dubita che la trasformazione dell’educazione dei cittadini in un’operazione finanziaria farebbe abbassare ulteriormente l’attuale quota, già imbarazzante, di laureati del nostro paese, circa il 18% della popolazione contro una media Ocse del 37 per cento.
Mondo | 28 Maggio 2019

giovedì 22 novembre 2018

Manovra bocciata, l’Italia sarà la prossima Grecia. Prepariamoci a un nuovo colpo di Stato finanziario

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 22 novembre 2018 

Provo a fare chiarezza sulla situazione tragica in cui si trova l’Italia, oggi sottoposta all’attacco concentrico sferrato dalla finanza cosmopolitica e all’offensiva mediatico-giornalistica dei padroni del discorso al servigio della classe dominante. Così cristallizzerei la situazione e mi scuserete per la sintesi. I mercati vogliono X, ergo il governo italiano deve fare X. Anche se X nuoce all’interesse nazionale, al lavoro, all’impresa, ai diritti, a tutte le energie vitali del Paese. Il governo italiano deve fare X perché l’hanno deciso gli “euroinomani” di Bruxelles: e deve farlo anche se X è l’opposto di ciò che gli italiani hanno voluto, votando questo governo.
E allora diciamolo apertamente: non vi è nulla, ma proprio nulla di democratico in tutto ciò. E il problema non sono i mercati e i turbocapitalisti apolidi, che solo tutelano i loro interessi (e che, presto o tardi, dissolveranno anche le Costituzioni e gli ultimi retaggi di democrazia). Il problema sono gli acefali nostrani, che accettano tutto ciò come normale e che vorrebbero che il governo si piegasse al diktat non democratico di Bruxelles. Il guaio del capitale è che produce l’osceno e, insieme, soggetti disposti a sopportarlo e a supportarlo.
La Ue ha bocciato la manovra del nostro governo: “Violate le regole sul debito“. Conosciamo assai bene questo discorso. È il discorso dell’usuraio. Egli pretende che il debito sia inestinguibile e che in suo nome tutto sia sacrificato, perfino la vita di un popolo. Ce lo chiede la lex del debito. Ce lo chiede il mercato. Così asserì Ezra Pound: “Il debito è il moderno sistema di schiavitù”. Lo stiamo sperimentando sulla nostra pelle, con esiti tragici. L’ha già sperimentato la Grecia, “il più grande successo dell’euro“, come ebbe a definirla qualche euroinomane fiduciario dei mercati speculativi. E l’Italia sarà la prossima Grecia. Siate pronti. Entro pochi mesi avremo un nuovo colpo di Stato finanziario, orchestrato dagli euroinomani delle brume di Bruxelles e tale da portare al potere un nuovo Mario Monti, ossia un nuovo esecutore fidato delle volontà dei mercati e della classe dominante no border.
Zonaeuro | 22 novembre 2018

martedì 22 maggio 2018

Cancellare 250 miliardi di debito in teoria si può: lo disse Stiglitz già nel 2013

Fonte: Wall Street Italia. 21 maggio 2018, di Francesco Puppato
(ALLORA L'ARTICOLO E' DAVVERO LUNGO E LO POTETE LEGGERE SIA QUI CHE SU AL LINK DEL GIORNALE; LO TROVO MOLTO INTERESSANTE E PREFERISCO SOLO PRESENTARE LA TESI PRINCIPALE MA TUTTO L'ARTICOLO NEL SUO INSIEME VA LETTO PERCHE' ALCUNE COSE CHE NON SONO MAI DETTE DAI MEDIA E DAI POLITICI DEI PARTITI TRADIZIONALI SONO ALTRETTANTO IMPORTANTI DI QUELLE CHE CI RACCONTANO....)
.................................................. l'articolo qui è dalla metà in poi
.............. Problema “condono” Bce sarebbe di natura più politica
Arriviamo ad una conclusione importante: Quando una banca centrale ha acquisito titoli di stato, un declino nel prezzo di mercato di questi titoli non ha alcuna conseguenza fiscale. La perdita in un ramo (la banca centrale) è compensata dal profitto nell’altro (lo Stato). Il problema di condonare il debito italiano sarebbe più di natura più politica. In primo luogo la Banca centrale perderebbe credibilità, in seconda istanza gli altri paesi inizierebbero a chiedere un trattamento di favore simile.
Un altro modo di vedere questo effetto, è guardare ai flussi degli interessi sottostanti ai titoli pubblici. Poniamo ad esempio che la banca centrale abbia comprato un miliardo di euro in titoli di stato. Questi hanno una cedola, diciamo, del 4%. Perciò la banca centrale che ha in portafoglio i titoli riceve 40 milioni di euro all’anno da parte del governo. Nella pratica della contabilità, questo viene contato come un profitto per la banca centrale. Alla fine dell’anno, la stessa banca centrale girerà i propri profitti al governo. Assumendo che il costo marginale della gestione di questi bond sia pari a zero, la banca centrale girerà al governo i 40 milioni di euro. È, per così dire, la mano sinistra che paga la mano destra (la classica partita di giro).
La tecnicalità della tenuta dei libri contabili ha potuto far credere a qualcuno che tali interessi siano signoraggio (ossia profitto per la banca centrale). Non lo sono. Non c’è alcun profitto nel settore pubblico. Il profitto della banca centrale è esattamente compensato da una perdita del governo.
L’uno e l’altra potrebbero eliminare questa convenzione contabile perché in queste perdite e profitti non c’è alcuna sostanza economica. La BCE può distruggere i titoli di stato, senza nessuna perdita; è letteralmente vero che la banca centrale potrebbe distruggere i titoli di Stato nel tritacarte: ma niente sarebbe perduto.
Nel nostro esempio, la banca centrale non riceverebbe più 40 milioni di euro l’anno, e non dovrebbe più girarli al governo ogni anno.
Cosa succede se il governo fa default sui suoi bond in scadenza? Il default causa delle perdite ai detentori privati dei titoli.
Ma è irrilevante per i titoli detenuti dalla banca centrale: infatti essi adesso non valgono più nulla, ma erano già privi di valore anche prima del default. Si tratta della mano destra che paga la sinistra.
Per il settore pubblico, non è successo nulla. Perciò la perdita della banca centrale a causa del default non ha alcuna conseguenza fiscale”.
Conclude poi l’esperto:
“Immaginiamo che la BCE acquisti 1 miliardo di titoli spagnoli a un tasso del 4%. Le conseguenze fiscali sono ora le seguenti:
  • La BCE riceve 40 milioni di euro in interessi annuali dal tesoro spagnolo.
  • La BCE restituisce questi 40 milioni di euro non alla sola Spagna, ma tutti gli anni alle banche centrali nazionali dell’eurozona.
La distribuzione avviene proporzionalmente alla quota di capitale nella BCE (vedere BCE 2012).
  • La banca centrale nazionale trasferisce quanto ricevuto al proprio tesoro nazionale.
Per esempio, la BCE trasferirà l’11,9% dei 40 milioni al Banco de España. Il resto andrà alle banche centrali degli altri paesi membri. Chi riceverà di più è la Bundesbank tedesca; che con una quota di capitale del 27,1%, riceverà quindi 10.8 milioni di euro”.
Ecco quindi spiegato perché De Grauwe sostiene che i tedeschi non sono affatto danneggiati dal programma di acquisti di debiti pubblici, bensì sono i principali beneficiari.
La conclusione, che sfugge ad ogni etica, è dunque la seguente:
“In un’unione monetaria che non è anche un’unione fiscale, un programma di acquisto di titoli di stato porta a trasferimenti all’interno dell’unione: un programma di acquisto titoli della BCE porta a un trasferimento annuale dai Paesi i cui titoli vengono acquistati verso tutti gli altri (cioè dai Paesi più indebitati e poveri a quelli non indebitati e ricchi), un trasferimento fiscale dai Paesi più deboli (debitori) verso i Paesi più forti (creditori)”.
Dello stesso parere in merito alla logica della cancellazione del debito dai bilanci è il premio Nobel per l’economia Stiglitz, che a livello di tempistiche fu forse il primo a dirlo, ritenendola una scrittura contabile forse anche più corretta dell’attuale sistema.
Perché questo nuovo modus operandi vada in porto serve l’unanimità a livello europeo, ma nulla cambierebbe ai fini economico fiscali. Il vantaggio sarebbe quello che, nettando da subito il bilancio, si otterrebbe un miglioramento del rapporto debito/Pil mantenendo la veridicità e la correttezza dei dati.
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mi raccomando leggete anche il resto

lunedì 5 settembre 2016

Lavoro, crescita, deficit, 80 euro, fondi alla sanità, mutui e investimenti: quello che le 30 slide di Renzi non dicono

02/09/2016 di triskel182
Il premier ha scelto accuratamente i numeri da usare per raccontare agli italiani, in occasione dei suoi primi 30 mesi a Palazzo Chigi, “come stavamo prima dell’arrivo del nostro governo” e “come stiamo adesso”. Nessun cenno all’aumento del debito pubblico, al fatto che l’occupazione sale solo per gli over 50 e alla restituzione del bonus. Quanto al pil, l’andamento negativo del 2013 viene confrontato con un “+1%” che è il dato – non paragonabile – relativo al primo trimestre 2016 rispetto allo stesso mese del 2015.
“Trenta slide per trenta mesi”. Il premier Matteo Renzi non cambia verso: la settimana dopo il terremoto del Centro Italia, e nel giorno in cui dall’Istat è arrivata la notizia che gli occupatihanno ricominciato a calare, per rivendicare i risultati ottenuti dal governo in due anni e mezzo di lavoro non ha rinunciato alle usuali diapositive con numeri in caratteri cubitali. Improntati come sempre all’ottimismo e alla lotta ai gufi “seminatori di odioe di bugie”. Secondo il premier quei numeri raccontano “come stavamo prima dell’arrivo del nostro governo” e “come stiamo adesso”.
Numeri, “non chiacchiere“, chiosa il presidente del Consiglio nella sua enews, perché “le cifre non mentono“. Ma per comprimere trenta mesi in trenta slide sono state scelte accuratamente, cosa che non può non influenzare il quadro che ne risulta. Basti dire che il debito pubblico non compare da nessuna parte. Non solo: i numeri da soli – senza contesto, riferimenti temporali e spiegazioni – difficilmente danno informazioni sufficienti per “conoscere la verità” “in modo semplice e chiaro”. Soprattutto se si ricorre a quelli che Mario Seminerio sul suo blog Phastidio definisce “mezzucci da perfetto venditore di fumo come il cherry picking (la scelta dei numeri migliori, ndr) sui dati realizzato cambiando l’orizzonte temporale di riferimento”. Proprio per fare chiarezza Ilfattoquotidiano.it ha contestualizzato i principali dati economici che Renzi ha deciso di evidenziare. Aggiungendo i numeri su cui l’inquilino di Palazzo Chigi ha sorvolato.
Nell’ultimo anno su solo gli occupati over 50. E gli sgravi ci costeranno tra i 14 e i 22 miliardi
“Numero occupati: ieri 22,180 milioni, oggi 22,765 milioni“, recita la prima slide. Si tratta dei dati Istat sull’andamento complessivo dell’occupazione dipendente e indipendente. Ne seguono altre che rivendicano il calo della disoccupazionecomplessiva dal 13,1 all’11,4% e di quella giovanile 43,6 al 39,2%. Il confronto tra i numeri del febbraio 2014 e quelli del luglio 2016 è incontestabile, anche se nel frattempo l’istituto di statistica ha rivisto le serie storiche per cui ora i senza lavoro, nel mese in cui Renzi entrò a Palazzo Chigi, sono dati a quota 12,8% in assoluto e 43,1% tra i giovani. Ma soprattutto, i dati scelti dal governo sorvolano su aspetti cruciali.
Punto primo: un anno (il 2015) di sgravi contributivi del 100%sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato ha indubbiamente spinto i contratti stabili. Che nel complesso sono saliti dai 14,44 milioni del febbraio 2014 ai 14,85 di luglio 2016. Ma a quale prezzo per le casse dello Stato? A regime, stando ai calcoli della ricercatrice Marta Fana, dottoranda in Economia aSciencesPo Paris, il costo oscillerà tra i 14 e i 22 miliardi di euro a seconda di quanto dureranno i nuovi contratti (occorre ricordare che il Jobs Act ha cancellato le tutele dell’articolo 18). Nel frattempo, il traino degli incentivi sta già venendo meno.
Punto secondo: mentre la disoccupazione giovanile resta a livelli drammatici (39,2% tra i ragazzi che un lavoro lo cercano, ma quasi 600mila sono totalmente inattivi e altri 700mila “hanno interrotto l’azione di ricerca attiva”), l’occupazione sta aumentando solo tra gli over 50. Basta guardare i numeri, come auspica Renzi: a febbraio 2014 erano al lavoro 6,926 milioni di persone con più di 50 anni di età, a luglio 2016 sono 7,815 milioni. Negli stessi 30 mesi gli under 49 al lavoro sono calati da 15,253 a 14,941 milioni. I 25-34enni al lavoro sono ora solo 4 milioni contro i 4,12 del febbraio 2014, i 35-49enni 9,9 milioni contro 10,2. Solo nell’ultimo anno (luglio 2015-luglio 2016) l’occupazione over 50 è salita di 402mila unità mentre quella dei più giovani è scesa di 134mila. Insomma: l’effetto della riforma Fornero si fa sentire sul mercato del lavoro più di Jobs Act e sgravi.
Il divario tra uomini e donne e quello tra Italia e il resto della Ue
Punto terzo: il divario tra uomini e donne resta incolmabile. Il tasso di occupazione maschile è passato, negli ultimi 30 mesi, dal 64,4 al 66,9, mentre quello di disoccupazione calava dal 12,2 al 10,6. Le donne al lavoro, invece, sono solo il 47,8%, pur in lieve salita rispetto al 46,7% del febbraio 2014. E il tasso di disoccupazione femminile resta al 12,6%, contro il 13,7% del 2014. E si concentra tra le donne anche il recente aumento degli inattivi, cioè i disoccupati che hanno perso la speranza di trovare un lavoro per cui hanno smesso di cercarlo: a luglio il numero ha ricominciato a crescere dopo quattro mesi di calo proprio per effetto della crescita delle inattive, salite a 8,83 milioni dagli 8,78 di giugno.
Punto quarto, cruciale per valutare i risultati ottenuti dal governo: nonostante incentivi e Jobs Act, il divario tra l’Italia e il resto della Ue per quanto riguarda la disoccupazione si è addirittura allargato. Il tasso medio dei 28 Paesi è all’8,6% , quello dell’Eurozona al 10,1 per cento.
Infine la cassa integrazione: Renzi rivendica come risultato del governo il fatto che il numero di ore autorizzate sia passato dai1.115 milioni del 2013 ai 677 milioni del 2015. Ma non spiega che il crollo della cassa ordinaria nell’ultima parte dell’anno è dipeso dal blocco delle autorizzazioni causato dall’entrata in vigore del decreto attuativo del Jobs Act che ha riformato gli ammortizzatorisociali prevedendo tra l’altro che i beneficiari non possano riceverli per più di 24 mesi in un quinquennio mobile. Quanto alla riduzione della cassa in deroga, che dall’anno prossimo scomparirà per essere sostituita dalla Naspi, il motivo del calo va cercato nel fatto che le risorse sono state sbloccate a singhiozzo. In più, il fatto che l’analisi si fermi al dicembre 2015 oscura il fatto che quest’anno si è registrato un nuovo aumento della cassa straordinaria, quella che viene concessa per le crisi aziendali più complesse: le ore concesse sono salite del 9,66% rispetto allo stesso periodo del 2015.
Il pil dell’intero 2013 confrontato con la crescita del primo trimestre 2016 rispetto all’anno prima. Ma senza spiegarlo
Qui sulla chiarezza dei numeri ci sarebbe da discutere. Le slide renziane mettono infatti a confronto il calo dell’1,9% del pil nel 2013 con un misterioso “+1%”. Non è facile capire da dove esca quel dato visto che l’unico indizio è “dati Istat” e l’ultimo dato ufficiale diffuso dall’istituto sul pil è il +0% registrato nel secondo trimestre. L’unico +1% – volendo escludere che il governo abbia scelto di anticipare nelle slide la revisione delle sue stime di crescita per l’intero 2016 – si ritrova nelle rilevazioni sul pil del primo trimestre. Che rispetto all’ultimo del 2015 – il confronto più rilevante – è salito a dire il vero dello 0,3%. Ma ha invece registrato, appunto, un +1% rispetto ai primi tre mesi del 2015. E fu quello il dato rivendicato su Twitter da diversi esponenti del governo, che ora si ritrova sulla slide. Un numero superato, considerato che venerdì 2 settembre l’Istat diffonderà il dato definitivo sul secondo trimestre che dallo “0” si discosterà al massimo di un decimale. La crescita acquisita finora è dello 0,6% contro la previsione di un +1,2% inserita nel Documento di economa e finanza, che verrà rivisto a fine mese prendendo atto del rallentamento dei consumi interni e dell’export e della frenata dell’industria. Non è un caso se gli indici di fiducia di consumatori e imprese sono in calo: il primo in agosto è sceso ai minimi da un anno. Nonostante questo, una delle slide di Renzi festeggia il confronto positivo tra il valore attuale dell’indice (definito “fiducia dei cittadini”) e quello registrato durante il governo Letta (109,2 contro 94,5)......
Il resto dell'articolo lo trovate su Il Fatto Quotidiano
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Vi suggerisco dis eguire il link perchè quest'articolo è un vero e proprio atto d'accusa contro le furberie del Governo: con una mano da e con l'altro si prende non solo il 'dato' ma anche gli interessi e gli interessi sugli interessi.....

domenica 12 luglio 2015

Crisi Grecia, ecco gli altri maxi debiti dei Paesi Ue. Dietro Atene c’è Roma

di dal Fatto Quotidiano del 10 luglio 2015
La ristrutturazione del debito greco, che vale 320 miliardi di euro (quasi il 200% del Pil), è uno dei punti di maggiore attrito nelle trattative tra Atene e la troika. Una prima modifica dei termini di pagamento è avvenuta nel 2011 con un taglio del valore nominale di una parte dei titoli del 50% e una rimodulazione delle scadenze. Ora il governo greco vorrebbe ottenerne un’altra, forse più drastica. In questo quadro giovedì Olivier Blanchard, capo economista dimissionario del Fondo monetario internazionale, pur non facendo nomi ha messo tutti in guardia: “Dobbiamo essere pronti a vedere altri episodi del genere nella dinamica del debito”, ha affermato durante la presentazione delle previsioni economiche aggiornate dell’istituzione di Washington. A chi gli chiedeva se facesse riferimento a qualche Paese in particolare, il capo economista ha detto di non voler parlare di alcun caso specifico. Forse a Roma o a Lisbona a qualcuno hanno fischiato le orecchie, visto che quello italiano è il secondo debito più pesante rispetto al prodotto interno lordo, dopo quello di Atene.
E di ristrutturazione del debito si è parlato in passato, spesso sottovoce, anche per l’Italia, che insieme al Portogallo è forse il Paese dell’aera euro potenzialmente più a rischio. Nel 2011, con lo spread sopra i 500 punti e tassi di interesse sui titoli decennali oltre il 7%, un intervento sul debito è stato visto come qualcosa di più che una semplice ipotesi. Il nostro paese ha sulle spalle un fardello da oltre 2.190 miliardi di euro di debiti, per l’83% sotto forma di titoli di Stato, su cui paghiamo ogni anno tra i 70 e gli 80 miliardi di interessi.
(qui c'è un grafico interattivo che vi guardate sulla pagina web del giornale)
È tanto, è troppo? Dipende. Innanzitutto più che il valore assoluto conta il rapporto con il Prodotto interno lordo. Quello italiano vale oggi circa 1.616 miliardi di euro. Il rapporto tra debito e Pil è dunque al 132%. Come per molti paesi occidentali è cresciuto in questi anni di crisi anni della crisi. Era al 116% nel 2011, al 123% nel 2012, al 128% nel 2013. Il peggioramento è dovuto sia all’aumento del debito sia dalla discesa del Pil. L’Ocse, utilizzando criteri di calcolo più severi rispetto a quelli dei governi nazionali, stima che il debito italiano abbia ormai raggiunto il 156% del Pil. Cifra che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha definito “fuori luogo”.
Tutto considerato c’è poco da festeggiare, ma non significa che le nostre finanze siano in rotta verso il disastro. I fattori in gioco non sono solo l’entità del debito e la crescita economica ma anche inflazione (più è alta più chi ha debiti è avvantaggiato), il livello degli interessi e il saldo tra entrate e uscite pubbliche. L’Italia è uno dei pochi paesi europei ad avere mantenuto per quasi tutti gli anni della crisi un avanzo primario, ossia le entrate hanno superato le spese prima che venissero pagati gli interessi sui debiti. Inoltre grazie alle politiche della Banca centrale europea, che hanno piallato tutti i rendimenti, paghiamo interessi storicamente molto bassi. Nel 2014 la media è stata appena del 3,7% e se si guarda le sole nuove emissioni ci si ferma addirittura all’1,3%.
L’inflazione, bassa se non inesistente, ci gioca invece contro. A conti fatti al momento non ci sono allarmi ma è chiaro che, soprattutto se la crescita dovesse rimanere asfittica, l’Italia è più vulnerabile di altri ai cambiamenti delle condizioni economiche e di mercato. È giusto tuttavia ricordare che il nostro Paese vanta un pedigree di debitore impeccabile. Insieme a Gran Bretagna e Francia è uno dei pochi Paesi europei a non aver mai dichiarato default o ristrutturato il suo debito nell’ultimo secolo. L’Austria, l’Ungheria e la Germania lo ha fatto ben due volte, la Russia e la Turchia tre, la Grecia lo aveva già fatto nel 1932. Storicamente gli episodi di default o ristrutturazione del debito sono stati molto più comuni di quanto non si possa pensare. Tra il 1975 ed oggi in Europa se ne sono contati 8. In America Latina addirittura 35, in Africa 21, in Asia altri 7.
In generale negli ultimi anni in Europa l’aumento del debito in rapporto al Pil è stata una regola con poche eccezioni. In base ai dati Eurostat la Francia ha visto il suo rapporto salire dall’85 al 95% tra il 2011 e il 2014. In Spagna dove le casse pubbliche si sono dovute sobbarcare il salvataggio del sistema bancario si è saliti in tre anni dal 69 al 97%. In Belgio si è passati dal 102 al 106%, in Olanda dal 61 al 69 %, in Portogallo da 111 a 130%. La Gran Bretagna ha portato il suo debito dall’81 a quasi il 90%. È aumentato, pur rimanendo su livelli contenuti, anche il debiti della Svezia e della Finlandia. In controtendenza invece la Germania, il cui debito è passato dal 77 al 74 percento del Pil pur avendo una dimensione in valori assoluti simile al nostro, circa 2mila miliardi di euro. Fuori dall’Europa è il Giappone a distinguersi per l’entità del suo debito, pari a circa il 200% del Pil, ossia oltre quasi 10mila miliardi di euro. Una situazione che non ha impedito al Paese di mobilitare investimenti pubblici a sostegno della crescita economica. Gli Stati Uniti hanno da poco varcato la soglia del 100% dopo che le ingenti risorse stanziate per aiutare la ripresa economica hanno portato il passivo dei conti pubblici sopra i 10mila miliardi.
In attesa di decisioni sulla Grecia, rimane una domanda cruciale: ristrutturare il debito è utile per il Paese che ne beneficia? La risposta non è così scontata come si potrebbe immaginare. Una delle (poche) certezze è che le mezze misure servono a poco. È quanto sostiene una delle massime esperte al mondo di crisi di debiti sovrani, l’economista Carmen Reinhart, che in un recente studio ha messo in luce come storicamente interventi radicali sul debito siano stati seguiti da una ripresa economica significativa. Dove per interventi radicali si intende drastici tagli al valore nominale dei titoli che incidono sulla carne viva di chi ha concesso i prestiti. Azioni più timide come allungamento dei tempi dei rimborsi o semplice riduzione degli interessi hanno effetti molto più modesti e di solito non forniscono una spinta decisiva all’economia. Sui possibili interventi sul debito si sprecano considerazioni e ragionamenti. Da un lato c’è chi mette in luce come la rinegoziazione dei termini dei rimborsi sia una macchia che rimane, complicando i rapporti con i mercati per lungo tempo. Dall’altro c’è chi fa notare come sia difficile che un paese si dedichi anima e corpo a un processo di riforme avendo la consapevolezza che i frutti dei sacrifici serviranno innanzitutto a pagare i creditori. La ristrutturazione di debiti sovrani è evento molto più comune di quanto possa sembrare.

lunedì 18 maggio 2015

Crisi, il futuro non è rosa

Fonte: Il Fatto Quotidiano di del 17 maggio 2015
Il futuro è rosa? A detta dei politici europei ad americani pare proprio di sì, la crisi è passata e tra poco ricominceremo a crescere. La gente li crede perché molti pensano che peggio di così non si possa andare. Ed invece un gruppetto di economisti sostiene che i continui picchi degli indici di borsa altro non sono che una gigantesca bolla finanziaria, pronta ad esplodere in un futuro non troppo lontano. La grande depressione evitata all’indomani del crollo della Lehman Brothers potrebbe dunque travolgerci nei prossimi vent’anni. Tra costoro ci sono due fratelli Alan e Brain Beaulieu, abbastanza conosciuti negli Stati Uniti che hanno da poco fatto la loro comparsa nelle City di Londra quali consulenti e guru.
Nel loro libro Prosperity in the Age of Decline: How to Lead Your Business and Preserve Wealth Through the Coming Business Cycles sostengono che tra 15 anni gli Stati Uniti, e quindi anche il resto del mondo, saranno vittima di una depressione simile a quella sofferta esattamente un secolo prima. I motivi li conosciamo bene: l’invecchiamento della popolazione, i programmi pensionistici ed i tassi d’interesse vicini allo zero. Ci troviamo di fronte ad uno squilibrio demografico che si tradure in uno scompenso finanziario. Da una parte c’è la generazione dei baby boomers, la più numerosa degli ultimi 100 anni ed anche la più ricca e longeva che vuole godersi la pensione, dall’altra ci sono le generazioni Y ed i millennial, e cioè chi è nato dal 1980 fino al 2000, decisamente meno numerosi e con prospettive di guadagni inferiori. Basta questo per capire che ad un certo punto il sistema pensionistico imploderà e lo stato si troverà a corto di fondi.
Ma non basta, i tassi fermi intorno alla zero gonfiano il valore delle azioni ed offrono alle grandi imprese denaro a costi troppo bassi. Un fenomeno che a sua volta ne fa gravitare i guadagni contabili aumentando il valore delle azioni. Un spirale destinata anch’essa ad implodere.
Si potrebbe obiettare che nella forza lavoro dei prossimi 15 anni ci sono anche gli emigrati e che gli scompensi demografici sono minori di quanto si creda, ma i due aspetti più interessanti della teoria dei Beaulieu si riferiscono ai suggerimenti su come proteggersi e guadagnare dalla grande crisi economica non alle cause. Consigli in gran parte diretti ai giovani della generazione Y ed ai millennial- poiché le prime vittime saranno proprio loro – che i fratelli incitano a seguire un comportamento più razionale di quello dei genitori e che garantisce maggiore sicurezza economica.
In primo luogo devono partecipare maggiormente alla vita politica. Poiché i baby boomers sono più numerosi, il loro peso nell’elettorato è di gran lunga maggiore di quello dei propri figli e nipoti. E questo spiega la reticenza della classe politica a posticipare l’età del pensionamento. Secondo i Beaulieu anche nei paesi dove sono state approvate leggi che alzano la soglia del pensionamento, siamo ancora lontani da una posizione di equilibrio. Spetta ai giovani far pressione sui politici affinché ciò avvenga.
Bisogna poi imparare a vivere al di sotto delle proprie possibilità, ciò significa risparmiare ogni mese, anche solo piccole quantità di denaro. E’ importante introdurre i giovani al risparmio ed insegnare loro ad investire. Accumulare denaro infatti non aiuta, questo deve fruttare qualcosa, deve moltiplicarsi. Secondo i fratelli Beaulieu il mercato azionario durante gli anni 20 sarà particolarmente vantaggioso ed offrirà profitti al disopra del tasso d’inflazione.
Altro consiglio: scegliere una carriera in un’industria in crescita. Qualsiasi settore che ha a che fare con gli anziani va bene, lo stesso vale per tutte le attività economiche relazionate a paesi dove la classe media è in aumento, ad esempio l’America Latina e l’Asia. Assolutamente non entrare in politica. Fino allo scoppio della crisi i politici saranno costretti a misure molto poco popolari: aumento delle tasse, aumento dell’età del pensionamento, tagli della spesa ecc. ecc. Tutto ciò renderà sempre più difficile e meno lauto il loro mestiere.
Pagare tutti i debiti prima dello scoppio della crisi, e cioè il 2030. Cercare poi di non indebitarsi per consumare, se non è possibile acquistare ciò che si vuole in contanti, allora è meglio non farlo. Naturalmente prima dello scoppio della crisi bisognerà liquidare tutti gli investimenti e tenersi il contante per usarlo dopo il crollo ed acquistare a poco prezzo pacchetti azionari, imprese ed immobili.
Ed infatti secondo i fratelli Beaulieu, dopo la grande depressione inizierà un forte ripresa. Anche per loro insomma il futuro, però quello di lunghissimo periodo, è rosa.
p.s.
ATTENZIONE quest'articolo, come quello di ieri, va soppesato e vagliato con molta prudenza perchè gli sacerdoti dell'austerity, se costretti, lo ammettono: non siamo affatto usciti dalla crisi, anzi... ci siamo dentro fino al collo e vi rimarremo finchè non si prenderà atto che unificare un insieme diversificato e culturalmente differente che rappresenta i 2/3 del pianeta non può che creare guasti; soprattutto se chi dovrebbe vigilare e fare l'interesse comune dei singoli, i governi, fanno gli gnorri o, ipotesi più vera e verificabile, tifano perchè ciò accada. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, vero? Ricordate che c'è subito stato qualcuno che ha detto che ci vorranno decenni prima di tornare a livelli di pre-crisi, vero? Ricordate anche che le serie storiche e quindi le equazioni alla base della politica dell'austerity sono errate, vero? Bene se è chiaro ciò chiedetevi se vale davvero la pena di continuare a votare per gli stessi che stanno attivamente contribuendo a rovinarci il futuro...

domenica 8 febbraio 2015

Grecia e Germania: nervi scoperti e memoria corta

di dal Fatto Quotidiano del 5 febbraio 2015
A Yanis Varoufakis piace la storia. Ormai pare scontato, considerato che il ministro delle Finanze greco continua da giorni a fare riferimento ad eventi del Novecento per provare a far capire meglio quale sia la situazione della Grecia e cosa si dovrebbe fare per trovare una soluzione comune, veloce e indolore (per loro). Purtroppo, dall’altra parte, ha degli interlocutori che non dimostrano di essere esattamente sulla stessa lunghezza d’onda, e di credito, del responsabile economico del nuovo governo Tsipras: tra il presidente della Bundesbank e il ministro delle Finanze tedesco, i “no” alle ipotesi di rinegoziazione del debito e degli accordi e scadenze che legano la Grecia alla troika si sono fatti sentire con puntualità mitteleuropea. Weidmann e Schäuble non fanno sconti, e c’era da aspettarselo.
Nonostante il tempo incalzi, le dichiarazioni e le conferenze stampa che seguono il tour di Varoufakis e Tsipras in giro per l’Europa per capire nell’immediato quali siano gli amici e quali i nemici lasciano il dibattito, almeno per il momento, sul piano delle schermaglie verbali. Varoufakis, tuttavia, proprio oggi pare aver messo a segno un colpo da 100 punti: il ministro ha dichiarato, infatti, che “la Germania sa bene che cosa può succedere quando si scoraggia troppo a lungo una nazione orgogliosa e la si espone a trattative e preoccupazioni di una crisi del debito deflattiva, senza luce alla fine del tunnel: questa nazione prima o poi fermenta”. Il riferimento a Weimar e all’ascesa del nazionalsocialismo è chiaro, e sia a Francoforte che a Berlino siamo abbastanza sicuri che sia stato capito e recepito.
Le circostanze storiche (non guardiamo solo all’economia) erano profondamente diverse, ed è abbastanza improbabile che ad Atene accada qualcosa del genere. Non è di poca importanza però, paradossalmente, il fatto che la situazione attuale abbia invertito i ruoli che Grecia e Germania hanno avuto nel secolo scorso quando (già) si parlava di debiti, saldi e restituzioni. I due Paesi si sono scontrati in due occasioni su questi temi: nel 1953, quando il London Debt Agreement (“accordo sul debito di Londra”, ndr) riformulò le condizioni di rimborso dei debiti accumulati dalla Germania dal 1919 al 1945 – perlopiù verso le potenze occidentali vincitrici – regalando ai tedeschi uno sconto approssimativamente del 50% sul totale da restituire; nel 1990, quando il rimanente debito tedesco, invece di essere saldato definitivamente come previsto dagli accordi di Londra, praticamente si dissolse nel nulla per favorire la ricostruzione di uno Stato unificato da soli pochi mesi. La Germania, nonostante ciò, dal 1991 pagò a rate obbligazioni per un valore di 239,4 milioni di marchi tedeschi, le uniche rimaste in piedi secondo i termini del trattato di Londra, e cominciò a stipulare accordi bilaterali nei confronti di alcuni Paesi – in particolare nei confronti di quelli che avevano fatto parte del blocco sovietico e che, di conseguenza, erano stati ignorati dagli accordi del 1953 – a titolo di rimborso e compensazione. La Grecia, in entrambi i casi, si oppose agli sconti ai tedeschi, pur rimanendo inascoltata dagli alleati in nome del perseguimento di un bene superiore: la riabilitazione della Germania e il suo protagonismo nella realizzazione del progetto europeo.
Sebbene, da un lato, la Grecia possa apparire al centro di uno dei più classici contrappassi danteschi, allo stesso tempo va detto che i tedeschi non sembrano avere una memoria particolarmente lunga e allenata. Il problema del debito greco e la sua soluzione fanno parte di quella che è stata la storia della Germania stessa. Possibile che a nessuno, dalle parti di Berlino, venga in mente di dare un’occhiata alle proprie spalle e cercare di arrivare a una soluzione più morbida e condivisa, invece che continuare a “essere d’accordo sull’essere in disaccordo” (cit. Schäuble oggi, durante la conferenza stampa con Varoufakis) con gli ellenici? Anche in questo caso ci sarebbe un risultato più grande all’orizzonte: la permanenza della Grecia nell’eurozona, e ancor di più nell’Unione, non è certamente cosa da poco.
p.s.
se l'articolista ha ragione, e credo che sia nel giusto, il futuro della UE liberista (non del sogno europeo) è nelle mani non di chi deve restituire soldi ma dei suoi creditori.... temo, però, che finchè non vedranno aumentare l'onda della protesta agli altri paesi europei che si trovano nelle stesse condizioni de greci o, per dirla meglio, finchè in Spagna non vincerà Podemos e in Francia Lepen a Berlino continueranno a fare orecchie da mercante e a tenere l'attenzione fissa sui conti e sui profitti: una cosa da ragioniere non certo da prima economia del vecchio mondo..... d'altronde da bravi liberisti quali sono non possono fare altrimenti visto che la situazione li favorisce ancora.

giovedì 4 settembre 2014

Renzi: “Meglio investitori esteri con soldi veri che il ‘salotto buono’ italiano”

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 3 settembre 2014
“Preferisco che arrivi qualcuno dall’estero con soldi veri” a creare posti di lavoro “a certi presunti capitalisti italiani che hanno finto di fare investimenti e invece da trent’anni son sempre loro, quelli del salotto buono”. Matteo Renzi, parlando mercoledì mattina a Rtl, torna a indossare le vesti del rottamatore di quello che la settimana scorsa ha definito “capitalismo di relazione ormai trito e ritrito”. Concetto ribadito all’emittente radio: “In Italia sono 30 anni in cui sono sempre i soliti, che sono i proprietari dei giornali”, quelli “che stanno dentro i salotti che contano della finanza, che si comprano le aziende e poi i posti di lavoro non crescono e l’Italia da 15 anni è ferma. Allora io vorrei spalancare questo Paese. Non mi interessa chi sei. Non si può continuare a vivere di totem e di tabù, gli italiani vogliono posti di lavoro, oggi. Ma per averli bisogna aprire il paese agli investimenti. A volte sono stati preferiti gli amici degli amici e la storia del nostro capitalismo è stata fatta sempre dai soliti noti”.
“Il lavoro si crea con regole chiare e semplificazione” – Continuando il ragionamento su mercato del lavoro e polemiche sull’articolo 18, Renzi ha detto di non essere “per niente preoccupato sulle regole”, “il posto di lavoro non si crea cambiando le regole. Qualcuno pensa che in Parlamento ci siano maghi, capaci di creare posti di lavoro cambiando le regole. Per crearli, invece, bisogna far sì che gli imprenditori investano”. Per questo la “vera sfida è dire agli imprenditori stranieri ‘venite in Italia’ o dire a quelli italiani di restare”. Per far sì che ciò accada, servono “regole chiare sulla giustizia; semplificazione burocratica; un paese con meno politici e più politica. Per un imprenditore le regole del lavoro sono importanti, ma ancor più lo è il contesto, il cosiddetto business contest”. Per quanto riguarda l’ipotesi del superamento dell’articolo 18 e della reintegra obbligatoria il Premier ha dichiarato: “Quella è la direzione di marcia, mi sembra ovvio. Sarà possibile solo se si cambierà il sistema delle tutele”. 
“Spending review non per 17 miliardi ma 20″ – In una lunga intervista a Il Sole 24 Ore, iniziata secondo il direttore Roberto Napoletano con Renzi che “brandisce una sciabola muovendosi da un capo all’altro della stanza nel suo ufficio a Palazzo Chigi”, il presidente del Consiglio ha garantito che sul bonus di 80 euro non intende fare marcia indietro, anzi lo stabilizzerà. “E se riesco lo allargo”. Renzi ha poi alzato la posta sulla spending review sostenendo che “i tagli saranno non per 17 ma per 20 miliardi per investire in istruzione e ricerca senza aumentare tasse”. In che modo? Il governo valuterà “tagli del 3% per ciascun ministero”. Quanto al commissario Carlo Cottarelli, con il quale notoriamente i rapporti sono tesissimi e che solo lunedì ha ribadito il suo piano di tagli alle partecipate escluso all’ultimo minuto dallo Sblocca Italia, “ha la mia fiducia e quella di Padoan” e “gli ho chiesto di restare”, dice il premier. “Vedremo se riusciremo a trattenerlo”. L’intervento sulle partecipate? “Lo faremo con un disegno strategico”, inserirlo nello Sblocca Italia “sarebbe stato un errore”. 
“Sì a privatizzazioni ma non partiamo da Eni e Enel. Non esiste operazione taglia-debito” – Smentita invece l‘accelerazione sulla vendita di ulteriori quote di Eni ed Enel, che a fine agosto era stata confermata dallo stesso ministero dell’Economia: “Le privatizzazioni si faranno e i target previsti verranno rispettati”, ma “non sono convinto che si debba partire da Eni e Enel. Non vedo prioritario ridurre le quote dello Stato in due società che hanno grandi potenzialità, il corso dei titoli può ancora crescere, si può fare un discorso più strategico”. Il presidente del Consiglio ha poi etichettato come “fantapolitica” le voci su un rimpasto di governo: “La squadra è questa e non si tocca, a tempo debito sostituiremo solo il ministro degli Esteri”. E non esiste nemmeno, assicura Renzi, un piano per tagliare il debito italiano creando una società veicolo fuori dal perimetro della pubblica amministrazione: “Non si fa: non possiamo permetterci un danno reputazionale“.
“Non è serio solo ciò che viene detto con una faccia seria” – All’ultima domanda di Napoletano, che chiede a Renzi se “abbia consapevolezza della gravità della crisi” e del fatto che “la priorità oggi è l’economia e non le riforme istituzionali” e se pensi che nel programma Mille giorni ci sia un disegno organico che rifletta questa urgenza”, il premier ribadisce che “avendo convinto 4 italiani su 10″ ora non intende “guardare in faccia nessuno”. “Questo 41% (i voti presi alle Europee, ndr) è un utile che reinvesto nella nostra azienda, che è l’Italia”, ma “continuerò a farlo con quello stile di leggerezza che è mio: non è serio solo c’è che viene detto con una faccia seria”. Per salvare l’Italia, è la conclusione, “non servono facce corrucciate ma idee pesanti”.

lunedì 18 agosto 2014

Debito pubblico, il dilemma di Renzi. Ecco tutte le ipotesi in campo per tagliarlo

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 18 agosto 2014
Che la vera emergenza italiana sia la zavorra del debito pubblico non è certo una notizia. Ma in questa seconda metà di un agosto caldissimo sul fronte dell’economia è diventato evidente che, più del paletto del 3% per il rapporto deficit/Pil, la partita cruciale che il governo Renzi si prepara a giocare con Bruxelles è proprio quella sullo stock del debito, che ha appena toccato i 2.168 miliardi di euro. Così, mentre qualcuno ipotizza negoziati più o meno segreti per ottenere dalla Commissione sconti sul “rientro” imposto a partire dal prossimo anno dal Fiscal compact, economisti e opinionisti si sbizzarriscono nel mettere sul tavolo proposte più o meno risolutive per scalfire la montagna di un disavanzo salito oltre il 135% del Prodotto interno lordo. Le trovate qui sotto. Si va dalla “parziale ristrutturazione” ipotizzata da Lucrezia Reichlin, ex direttore della ricerca della Bce e ora docente alla London Business School alla creazione, sostenuta dal sottosegretario Angelo Rughetti e dall’imprenditore vicino al premier Marco Carrai, di fondi garantiti dal patrimonio pubblico le cui quote andrebbero vendute a investitori istituzionali e famiglie. Il ricavato andrebbe, appunto, a tagliare il debito. Meccanismo simile per i “mattone bond” lanciati dal Sole 24 Ore e da affiancare a “un ritocco contabile” sui versamenti dell’Italia al Fondo europeo di stabilità finanziaria. Peccato che dalle pagine del Corriere della Sera Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea e oggi nel consiglio di amministrazione di Morgan Stanley international, geli chi “si illude” di poter “effettuare operazioni di riconversione o ristrutturazione del debito in modo ordinato”: “Non esistono soluzioni miracolose”, è l’ammonimento. E l’Italia, diversa,emte da Atene nel 2011, “di alternative, ancora (per un po’) ne ha”. Che probabilmente il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sottoscriverebbe. Non è un mistero infatti che via XX Settembre punti sulle (seppur lente e difficoltose) privatizzazioni, da cui spera di ricavare ogni anno lo 0,7% del Pil, e sia invece contraria a qualsiasi intervento shock che possa spaventare gli investitori esteri. Non per niente il Tesoro nei primi sei mesi dell’anno, approfittando dei bassi tassi di interesse, ha anzi “messo fieno in cascina”, emettendo più titoli di Stato del necessario e accumulando liquidità per oltre 105 miliardi. 
La linea Rughetti: un fondo con immobili e società statali – Il sottosegretario alla Pubblica amministrazione Angelo Rughetti ha detto al Messaggero che “con il solo avanzo primario non usciremo mai” dalla spirale del debito. Per questo l’esecutivo dovrebbe dare “un segnale” collegando alla Legge di Stabilità “un’operazione che contenga un piano a 20 ani a per la riduzione del debito pubblico con la creazione di un fondo dove immettere il patrimonio pubblico, mobiliare e immobiliare, e poi cedere il 49% delle quote del fondo stesso”. La misura “potrebbe essere inserita in un disegno di legge ad hoc” e “dovrebbe riportarci sotto il 100% del rapporto tra debito e Pil”. Da notare che per riuscirci occorrerebbe ricavare oltre 500 miliardi di euro, cioè appunto la differenza tra l’ammontare del “rosso” italiano e il valore del prodotto interno. Facile a dirsi. Anche perché è ben noto che i “gioielli” italiani, soprattutto quelli immobiliari che il Demanio e i governi di ogni colore da anni tentano di piazzare, non presentano particolare appeal agli occhi degli investitori.
Il fondo Patrimonio Italia di Carrai – L’idea del renziano Carrai riprende quella avanzata nel 2005 (ma all’epoca il debito era al 106,6% del Pil) dal giurista Giuseppe Guarino: creare un maxi-fondo a cui conferire “gli asset morti dello Stato per estrarne valore”. “L’immenso patrimonio immobiliare pubblico”, ha scritto su Mf il presidente del Cambridge Management Consulting Labs, “si può considerare dal punto di vista reddituale patrimonio morto”, “per non parlare del patrimonio spesso in capo agli enti locali o al forze armate non utilizzato e non a reddito”. Gli attivi del fondo verranno venduti “una parte a investitori istituzionali e fondi sovrani ma anche al cosiddetto Bot People”. Con il risultato di “abbattere di circa 2-300 miliardi il debito pubblico dello Stato”.
La ristrutturazione invocata da Reichlin e Mody – Lucrezia Reichlin e l’economista indiano Ashoka Mody, ex funzionario del Fondo monetario internazionale e oggi ricercatore del think-tank Bruegel, propugnano una vera e propria ristrutturazione del debito. Mody è arrivato a dichiarare al Telegraph che le autorità italiane dovrebbero iniziare a consultare “brillanti avvocati esperti in debito sovrano” per capire come non ripagare interamente gli interessi ai possessori di titoli di Stato. Anche Reichlin, in una recente intervista a Repubblica, ha rispolverato quello che da sempre è il suo cavallo di battaglia: una “redenzione” di parte del debito. “Assumiamo che per l’Italia il 40% del debito sia dovuto alle crisi: questa parte viene cartolarizzata e acquistata a sconto da una bad bank europea che poi la rimette sul mercato”, ha spiegato al quotidiano di Largo Fochetti. “Con un debito così alleggerito l’Italia può finanziare le iniziative di rilancio”.
Il taglio da 200 miliardi in tre mosse proposto dal Sole – Il quotidiano di Confindustria, alla vigilia di Ferragosto, ha messo sul piatto una proposta articolata in tre mosse per ridurre il debito di 300 miliardi: una società-veicolo con in pancia immobili per 60 miliardi, un “ritocco contabile” sul contributo di Roma al fondo salva-Stati e la privatizzazione delle società municipalizzate già contenuta nel piano del commissario alla spending review Carlo Cottarelli. Il primo punto prevede la nascita di una società ad hoc a cui trasferire attivi per 60 miliardi. Quest’ultima venderebbe poi le proprie quote a investitori privati e utilizzerebbe l’incasso per acquistare gli immobili riducendo il debito pubblico per la stessa entità. Per pagare gli interessi potrebbe contare sul “pagamento dell’affitto che lo Stato andrebbe a pagare sugli immobili”. Secondo il Sole, la proposta risulterebbe appetibile per l’investitore privato “a caccia di rendimenti sicuri con una remunerazione più elevata rispetto ai Bot e ai Btp”. Il secondo comparto del pacchetto consiste nel trasferimento al nuovo Meccanismo europeo di stabilità (Esm) delle passività del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) nato nel 2010, perché i titoli emessi dal primo non vanno a pesare sui debiti pubblici nazionali. La decisione, tuttavia, spetta a Bruxelles. Infine la privatizzazione delle municipalizzate, processo “che attiverebbe anche risparmi da 800 milioni l’anno”.
Il piano di Mediobanca con il coinvolgimento di Cdp- Non si contano, d’altronde, le proposte taglia-debito avanzate negli anni da economisti e esponenti politici e rimaste nel libro dei sogni: dagli “eurobond” di Alberto Quadrio Curzio e Romano Prodi, di recente rilanciati anche dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio ma avversati strenuamente da Angela Merkel, al piano di Paolo Savona e Angelo Maria Rinaldi basato su fondo partecipato da Cassa depositi e prestiti e Fintecna. La Cdp è stata chiamata in causa anche da Antonio Guglielmi, capo analista di Mediobanca Securities, che nel 2012 ha illustrato al Cnel un’operazione di dismissione di partecipazioni statali, immobili e riserve auree di Bankitalia per un valore di 200 miliardi. La Cassa, a cui sarebbero state trasferite, avrebbe poi dovuto finanziarsi emettendo obbligazioni “garantite” da quegli stessi “gioielli” e dunque meritevoli di un rating superiore anche a quello dei titoli sovrani italiani.
p.s.
vacanze finite... ma non va meglio. I peggiori incubi si stanno avverando: con gli incapaci che ci governano e le lobby che succhiano soldi a sbafo. nostri, non c'è scampo: (s)vendere, (s)vendere questa è ormai la parola d'ordine del giorno. Altro che riforme e specchi per le allodole, qui il vero problema è una clase dirigente che VA cambiata a partire dagli alti colli per finire nelle più piccole viuzze dello spreco pubblico e privato.

lunedì 7 ottobre 2013

arriva il cosakko..... del FMI

Già, proprio così perchè il governo italico ci riprova, insieme alle caste che lo sostengono, a far fare il lavoro sporco a qualcun'altro: lo hanno già fatto in passato, continuato a farlo con Monti... continueranno con Cottarelli, ex Direttore del FMI,appena chiamato a fare la parte del cattivo conto terzi ossia mercati deregolamentati, veri altari del darwinismo sociale, e dovrà metter mano a 800 mld di euro di spesa da tagliare o, come dicono loro, "comprimere".. quale? Sanità, pensioni, stipendi pubblici, province e ...... questa è nuova ...... i trasferimenti che lo Stato fa al trasporto regionale, leggi proposta Giavazzi (il mitico fustigatore di Monti, in realtà suo sodale, che propose misure di stampo greco ..... senz'essere preso minimamente in cosndierazione da nessuno ma aspramente criticato da chi ne capì il pericolo; i tempi, con il senno di poi, in realtà non erano maturi; ora ci stiamo arrivando, nessun problema), e alle Poste e altri servizi pubblici; insieme al solito corollario di tagli, ritagli e frattaglie (agevolazioni fiscali, deduzioni, detrazioni, forse invalidi da cacciare come falsi ecc. ecc. il tutto si stima per un valore di 170 mld sempre da "comprimere"). Per giunta l'ex Direttore del FMI, è sempre bene ricordare chi sia e cosa rappresenti (chiunque si occupi di volontariato nei paesi poveri sa benissimo cosa intendo e quali danni abbia fatto e quanti ne fa ancora; la storia economica è enciclopedica nel parlarne e la letteratura è vasta quanto il deserto del sahara... con tutto il rispetto per il deserto naturalmente...) questa Istituzione di "soccorso" della finanza, Cottarelli avrà poteri speciali e ampia autonomia, e imamgino bei soldi a spese nostre naturalmente, nel decidere: non potrebbe essere altrimenti dato che è l'ultima diga contro l'arrivo della troika e l'ammissione ufficiale che non siamo come la Grecia ma peggio... lì almeno i politici ci mettono la faccia... qui chiedono all'ennesimo burocrate di fare quello che loro non hanno il coraggio di fare  se non scaricandolo su qualcun'altro..... in questo caso Cottarelli, in passato Monti.
Non dobbiamo sottovalutare tutto ciò, l'abbiamo fatto finora e i risultati sono sotto gli occhi di tutti, perchè è in atto una vera e propria guerra; una guerra IDEOLOGICA in primis perchè chi è su questo fronte è fortemente motivato a farla e dall'altro ci siamo noi ... quelli che pagano il famoso 80% che detengono appena il 25% della ricchezza totale (qui si parla dell'intero pianeta), stipendi e pensioni, che ogni volta s'illude che il salvatore di turno faccia quello che promette e accompagni alla porta la sanguisuga di turno; poi si va a guardare al curriculum e si nota che è stato minimo un qualche burocrate di qualche agenzia di rating fino a direttore del FMI ma sempre appartenente a quella casta sovranzionale e transnazionale che non si sente più parte di un qualcosa ma si sente "un" qualcosa: un qualcosa che determina i destini del pianeta. E' sempre così: dalla fine del 1800 (con una interruzione che va dal 1920 al 1980, 70 anni, dovuta a I e II guerra mondiale, grande depressione, guerra fredda ecc.) in poi con aruspici tipetti come Spencer (colui che sosteneva che ai ceti meno abbienti andava messa davanti l'idea di potersi migliorare e migliorare la condizione dei propri figli .... dimenticando che senza soldi, e tanti per giunta, non andavano da nessuna parte restando esattamente dov'erano ossia nel letame poco sopra il livello brutale degli animali da soma) o come tutta la scuola austriaca (inutile fare i nomi, sono noti e tutti con una certa tendenza al mercato senza regole con l'idea, del tutto falsa, di fondo che i migliori dovessero, per destino, governare sulla massa bruta e ignorante e con alcuni di loro che vedevano con grande simpatia il nascente nazismo ..... fino ada rrivare alla corrente estrema: quella dell'anarco-capitalismo (senza voler offendere gli anarchici veri) che mira a distruggerlo lo Stato, si proprio distruggerlo. C'è, poi, un altro aspetto (oltre quello ideologico) quello economico: è quello che si nasconde dietro l'ideologia e che passa attraverso quello che chiamano "dark pool" dove vengono trattati enormi quantità di denaro che, senza alcun controllo, vengono scambiati con strumenti complessi come derivati, subprime, ecc. dove a guadagnarci sono i gestori e gli azionisti ma non i cittadini e non è un caso che gli Stati, spesso gestiti da sodali di questo ceto (se non direttamente, come nel nostro caso fino a Monti), fatichino sia a regolare questi mercati al limite del legale e a tassarli ..... e li temono. Cosa fanno secondo voi le istituzioni come il FMI? Li combattono? No, naturalmente, ma costringono gli stati a pagare il debito finanziario ai tassi suggeriti da questi "mercati" non quelli ufficiali sempre nella convinzione che poi essi si sappiano regolare da soli.. cosa a cui credono gli allocchi e chi vota per i loro rappresentanti, ossia noi..... il progetto liberista procede, crisi o non crisi (anzi grazie ad esse, con fughe in avanti e veri e propri colpi di stato, e si attrezza allo scopo: media controllati da poteri finanziari e/o da soldi pubblici (difficile trovare qualcuno che morda la mano che lo nutre); banche che strozzano stati e società con il loro potere di ricatto; ecc. la solita solfa...
secondo voi questo tagliatore di teste eliminerà i 2 mld che il nostro paese sta per regalare a MPS (ne abbiamo già dati 4 con l'imu)? No.
secondo voi taglierà il trasferimento di soldi dalle nostre tasche a ripagare le banche internazionali che ci sta affamando? No.
secondo voi taglierà l'acquisto dei mitici F35, e altro materiale militare, che nemmeno gli americani vogliono più? No.
potremmo continuare all'infinito... e la risposta sarebbe sempre la stessa: NO.
Il paese corre un pericolo mortale, eppure..... eppure come ogni giorno ci si alza e si va al lavoro, o alla sua ricerca, o a scuola o chissà dove e ogni giorno muore un poco di più in tutti i settori, tranne uno: la poltiica e tutto il circo che gli sta intorno: è fiorente...

martedì 22 gennaio 2013

di bolla in bolla, il paese implode.. ma la finanza s'ingrassa

Bè chi di voi sa che siamo seduti su un vulcano? No non parlo di quelli veri ma di un altro tipo di vulcano: quello finanziario. Già perché grazie a Prodi (si proprio Prodi), Tremonti ecc. con la finanziarie del 1997 e del 2002 vengono autorizzati la Cassa Depositi e Prestiti e gli altri enti pubblici economici a....  operazioni swap, derivati, per ristrutturare il debito pubblico (1997) e, nel 2002, gli enti locali a emettere titoli e contrarre mutui bancari con rimborso del capitale in un unica soluzione alla scadenza precia costituzione di un fondo di ammortamento del debito o previa conclusione di swap" con una grande differenza fra la prima e la seconda formulazione delle finanziarie: nella prima c'erano banchieri versus banchieri mentre nella seconda c'erano banchieri versus politici (che ben si sa non sono esperti di politica figurarsi di finanza, quando naturalmente non sono collusi e cercano di guadagnarci in consensi e altro). Bene, il problema é: quanti sono i miliardi che si devono restituire? Tenetevi forte: 193 mld in totale di cui 160 mld e 33 degli enti locali per una perdita potenziale, se fossero perse le scommesse si dovrebebro restituire ben 1294 mln in un colpo solo. Una cifra da capogiro e si comprende come siano stati solerti le istituzioni politiche a cambiare un mr. b con un .... banchiere ex Goldman-Sachs che per prima cosa doveva mettere al sicuro proprio il debito contratto con la finanza: come poteva farlo? Semplice: come in Grecia ossia tagliando, introducendo tasse odiose, allungando la vita lavorativa perché così s'introitano più tasse, tagliando le pensioni (con contributi elevati ma tagliando il coefficiente di rivalutazione proprio del contributivo) .... il resto lo sapete. Si poteva fare altrimenti? Si certo: bastava continuare a farli fare dalla CDP per poi trasferirli agli altri enti, politici e non, per esempio; oppure si poteva non introdurli affatto, ed era meglio certamente: magari qualche banca avrebbe sofferto e protestato ma di certo gli Stati avrebbero potuto sopportare la perdita (non si é mai visto un banchiere piangere per un suo collega fallito): ad esempio la Puglia, e qualche Comune del nord, ne é uscita in transazione riducendo al minimo il problema che il precedente governo regionale aveva a cuor leggero firmato a mani basse.
A proposito le banche non stanno meglio perché alcune di esse, non contente di appioppare a enti locali swap ecc., se ne ne intestate diversi per ...... ripulire i propri conti e "sembrare" in via di risanamento: un esempio? MPS, secondo le varie fonti giornalistiche, dove per "ristrutturare" il proprio debito si firmò uno swap al posto dell'altro: il nuovo era denominato "Alexandria" e doveva sostituire il precedente chiamato "Santorini (a proposito di vulcani)" per un totale di 200 mln di euro e perdite possibili che hanno visto il governo intervenire a spron battuto con una disponibilità di oltre 2 mld circa, miliardo più o meno tanto ...., mettendoci sopra il cappelli con i Monti bond garantendo tutto; insomma svuotando a noi le tasche per salvare capra e cavoli (loro): NATURALMENTE STA INDAGANDO LA MAGISTRATURA CHE SI SPERA FACCIA PIENA LUCE IN MERITO, VISTO CHE LA POLITICA CHIUDE GLI OCCHI E LASCIA FARE.
Anche in questo caso si poteva fare altrimenti? Certo: lasciarla fallire e rimettere i cocci insieme ripulendo le scorie e i detriti...... ma questo sarebbe cosa da altri mondi non certo di questo.
Si sarebbe potuta introdurre la tobin tax vera e non quella che, guarda caso, riguarda alcune operazioni finanziarie e non tutte: men che meno i derivati, su cui si basa l'intero castello di carte della finanza.
Quale lezione dovremmo trarne? Che andando a votare dovremmo ricordarci che questa politica ci ha portati a questo esito e che il liberalismo economico ha dato la base culturale, politica ed economica (tutto legato da considerazioni fatte nel ... XVIII secolo da gente come Adam Smith, Jeremy Bentham, ecc. e che ci vendono per "nuovo") al tutto e quindi dare credito a chi ci sostiene che solo non svenando chi lavora o ha una pensione si potrà rilanciare la domanda e di conseguenza un offerta perché gli stessi che sostengono il suo contrario se fossero ad una sessione di esami universitaria sarebbe bocciato e gli sarebbe consigliato di cambiare facoltà e magari lasciare gli studi.

martedì 13 gennaio 2009

Debito record a ottobre 2008: chi pagherà il conto alla fine?

Dalle news di stampa si apprende che il debito pubblico del nostro paese è esploso a ottobre dello scorso anno fino a raggiungere la quota "stellare" di 1670 miliardi di euro (a fronte anche di un'aumento delle entrate è comunque una cifra astronomica) cui vanno aggiunti i provvedimenti "anticrisi" varati dal Governo e i soldi che dovremo sborsare noi cittadini (in termini di maggiori tasse, contributi e tributi) nostro malgrado visto che Alitalia è stata (s)venduta e privatizzata dando i bocconi migliori ai privati: insomma, come preconizzato dal Governo, per chi gli va di rischiare la crisi si può rivelare un'enorme affare (soprattutto se non paga il fio dei costi che sono socializzati) e si deve essere, quindi, ottimisti; peccato che questo valga solo per i soliti noti mentre per la gran parte della società non ci sarà altro che un'aggravio di imposte a fronte di salari "felicemente" costanti e immutabili: in poche parole mentre negli USA stanno cercando un'altra strada (perchè si stanno accorgendo che se nessuno compra, produce e consuma il sistema crolla dalla sera alla mattina) qui, nella infima provincia dell'impero invece ci si attarda a considerare, in modo tutto italiano, il mercato come un feticcio intoccabile e immutabile che, da solo può, tutto risolve e tutto fa ...... anche il miracolo di far diventare straricco chi ricco lo è già!!

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