lunedì 5 settembre 2016

Lavoro, crescita, deficit, 80 euro, fondi alla sanità, mutui e investimenti: quello che le 30 slide di Renzi non dicono

02/09/2016 di triskel182
Il premier ha scelto accuratamente i numeri da usare per raccontare agli italiani, in occasione dei suoi primi 30 mesi a Palazzo Chigi, “come stavamo prima dell’arrivo del nostro governo” e “come stiamo adesso”. Nessun cenno all’aumento del debito pubblico, al fatto che l’occupazione sale solo per gli over 50 e alla restituzione del bonus. Quanto al pil, l’andamento negativo del 2013 viene confrontato con un “+1%” che è il dato – non paragonabile – relativo al primo trimestre 2016 rispetto allo stesso mese del 2015.
Trenta slide per trenta mesi”. Il premier Matteo Renzi non cambia verso: la settimana dopo il terremoto del Centro Italia, e nel giorno in cui dall’Istat è arrivata la notizia che gli occupatihanno ricominciato a calare, per rivendicare i risultati ottenuti dal governo in due anni e mezzo di lavoro non ha rinunciato alle usuali diapositive con numeri in caratteri cubitali. Improntati come sempre all’ottimismo e alla lotta ai gufi “seminatori di odioe di bugie”. Secondo il premier quei numeri raccontano “come stavamo prima dell’arrivo del nostro governo” e “come stiamo adesso”.
Numeri, “non chiacchiere“, chiosa il presidente del Consiglio nella sua enews, perché “le cifre non mentono“. Ma per comprimere trenta mesi in trenta slide sono state scelte accuratamente, cosa che non può non influenzare il quadro che ne risulta. Basti dire che il debito pubblico non compare da nessuna parte. Non solo: i numeri da soli – senza contesto, riferimenti temporali e spiegazioni – difficilmente danno informazioni sufficienti per “conoscere la verità” “in modo semplice e chiaro”. Soprattutto se si ricorre a quelli che Mario Seminerio sul suo blog Phastidio definisce “mezzucci da perfetto venditore di fumo come il cherry picking (la scelta dei numeri migliori, ndr) sui dati realizzato cambiando l’orizzonte temporale di riferimento”. Proprio per fare chiarezza Ilfattoquotidiano.it ha contestualizzato i principali dati economici che Renzi ha deciso di evidenziare. Aggiungendo i numeri su cui l’inquilino di Palazzo Chigi ha sorvolato.
Nell’ultimo anno su solo gli occupati over 50. E gli sgravi ci costeranno tra i 14 e i 22 miliardi
“Numero occupati: ieri 22,180 milioni, oggi 22,765 milioni“, recita la prima slide. Si tratta dei dati Istat sull’andamento complessivo dell’occupazione dipendente e indipendente. Ne seguono altre che rivendicano il calo della disoccupazionecomplessiva dal 13,1 all’11,4% e di quella giovanile 43,6 al 39,2%. Il confronto tra i numeri del febbraio 2014 e quelli del luglio 2016 è incontestabile, anche se nel frattempo l’istituto di statistica ha rivisto le serie storiche per cui ora i senza lavoro, nel mese in cui Renzi entrò a Palazzo Chigi, sono dati a quota 12,8% in assoluto e 43,1% tra i giovani. Ma soprattutto, i dati scelti dal governo sorvolano su aspetti cruciali.
Punto primo: un anno (il 2015) di sgravi contributivi del 100%sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato ha indubbiamente spinto i contratti stabili. Che nel complesso sono saliti dai 14,44 milioni del febbraio 2014 ai 14,85 di luglio 2016. Ma a quale prezzo per le casse dello Stato? A regime, stando ai calcoli della ricercatrice Marta Fana, dottoranda in Economia aSciencesPo Paris, il costo oscillerà tra i 14 e i 22 miliardi di euro a seconda di quanto dureranno i nuovi contratti (occorre ricordare che il Jobs Act ha cancellato le tutele dell’articolo 18). Nel frattempo, il traino degli incentivi sta già venendo meno.
Punto secondo: mentre la disoccupazione giovanile resta a livelli drammatici (39,2% tra i ragazzi che un lavoro lo cercano, ma quasi 600mila sono totalmente inattivi e altri 700mila “hanno interrotto l’azione di ricerca attiva”), l’occupazione sta aumentando solo tra gli over 50. Basta guardare i numeri, come auspica Renzi: a febbraio 2014 erano al lavoro 6,926 milioni di persone con più di 50 anni di età, a luglio 2016 sono 7,815 milioni. Negli stessi 30 mesi gli under 49 al lavoro sono calati da 15,253 a 14,941 milioni. I 25-34enni al lavoro sono ora solo 4 milioni contro i 4,12 del febbraio 2014, i 35-49enni 9,9 milioni contro 10,2. Solo nell’ultimo anno (luglio 2015-luglio 2016) l’occupazione over 50 è salita di 402mila unità mentre quella dei più giovani è scesa di 134mila. Insomma: l’effetto della riforma Fornero si fa sentire sul mercato del lavoro più di Jobs Act e sgravi.
Il divario tra uomini e donne e quello tra Italia e il resto della Ue
Punto terzo: il divario tra uomini e donne resta incolmabile. Il tasso di occupazione maschile è passato, negli ultimi 30 mesi, dal 64,4 al 66,9, mentre quello di disoccupazione calava dal 12,2 al 10,6. Le donne al lavoro, invece, sono solo il 47,8%, pur in lieve salita rispetto al 46,7% del febbraio 2014. E il tasso di disoccupazione femminile resta al 12,6%, contro il 13,7% del 2014. E si concentra tra le donne anche il recente aumento degli inattivi, cioè i disoccupati che hanno perso la speranza di trovare un lavoro per cui hanno smesso di cercarlo: a luglio il numero ha ricominciato a crescere dopo quattro mesi di calo proprio per effetto della crescita delle inattive, salite a 8,83 milioni dagli 8,78 di giugno.
Punto quarto, cruciale per valutare i risultati ottenuti dal governo: nonostante incentivi e Jobs Act, il divario tra l’Italia e il resto della Ue per quanto riguarda la disoccupazione si è addirittura allargato. Il tasso medio dei 28 Paesi è all’8,6% , quello dell’Eurozona al 10,1 per cento.
Infine la cassa integrazione: Renzi rivendica come risultato del governo il fatto che il numero di ore autorizzate sia passato dai1.115 milioni del 2013 ai 677 milioni del 2015. Ma non spiega che il crollo della cassa ordinaria nell’ultima parte dell’anno è dipeso dal blocco delle autorizzazioni causato dall’entrata in vigore del decreto attuativo del Jobs Act che ha riformato gli ammortizzatorisociali prevedendo tra l’altro che i beneficiari non possano riceverli per più di 24 mesi in un quinquennio mobile. Quanto alla riduzione della cassa in deroga, che dall’anno prossimo scomparirà per essere sostituita dalla Naspi, il motivo del calo va cercato nel fatto che le risorse sono state sbloccate a singhiozzo. In più, il fatto che l’analisi si fermi al dicembre 2015 oscura il fatto che quest’anno si è registrato un nuovo aumento della cassa straordinaria, quella che viene concessa per le crisi aziendali più complesse: le ore concesse sono salite del 9,66% rispetto allo stesso periodo del 2015.
Il pil dell’intero 2013 confrontato con la crescita del primo trimestre 2016 rispetto all’anno prima. Ma senza spiegarlo
Qui sulla chiarezza dei numeri ci sarebbe da discutere. Le slide renziane mettono infatti a confronto il calo dell’1,9% del pil nel 2013 con un misterioso “+1%”. Non è facile capire da dove esca quel dato visto che l’unico indizio è “dati Istat” e l’ultimo dato ufficiale diffuso dall’istituto sul pil è il +0% registrato nel secondo trimestre. L’unico +1% – volendo escludere che il governo abbia scelto di anticipare nelle slide la revisione delle sue stime di crescita per l’intero 2016 – si ritrova nelle rilevazioni sul pil del primo trimestre. Che rispetto all’ultimo del 2015 – il confronto più rilevante – è salito a dire il vero dello 0,3%. Ma ha invece registrato, appunto, un +1% rispetto ai primi tre mesi del 2015. E fu quello il dato rivendicato su Twitter da diversi esponenti del governo, che ora si ritrova sulla slide. Un numero superato, considerato che venerdì 2 settembre l’Istat diffonderà il dato definitivo sul secondo trimestre che dallo “0” si discosterà al massimo di un decimale. La crescita acquisita finora è dello 0,6% contro la previsione di un +1,2% inserita nel Documento di economa e finanza, che verrà rivisto a fine mese prendendo atto del rallentamento dei consumi interni e dell’export e della frenata dell’industria. Non è un caso se gli indici di fiducia di consumatori e imprese sono in calo: il primo in agosto è sceso ai minimi da un anno. Nonostante questo, una delle slide di Renzi festeggia il confronto positivo tra il valore attuale dell’indice (definito “fiducia dei cittadini”) e quello registrato durante il governo Letta (109,2 contro 94,5)......
Il resto dell'articolo lo trovate su Il Fatto Quotidiano
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Vi suggerisco dis eguire il link perchè quest'articolo è un vero e proprio atto d'accusa contro le furberie del Governo: con una mano da e con l'altro si prende non solo il 'dato' ma anche gli interessi e gli interessi sugli interessi.....
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