Fonte: Punto Informatico venerdì 11 maggio 2018 di la redazione
Come
nelle peggiori fantasie degli anni '80, quando leggende metropolitane
indicavano la presenza di messaggi satanici subliminali in musiche
riprodotte al contrario o tra i frame di film e cartoon per bambini:
cosa succederebbe se un orizzonte simile venisse proiettato sul mondo
degli speaker per la casa e sui sistemi di intelligenza artificiale che controllano?
Oggi,
lontani dal poter definire tutto ciò come una leggenda metropolitana,
alcuni gruppi di ricerca di università americane hanno dimostrato come i peggiori timori possano facilmente diventare realtà semplicemente tramite un lavoro di hacking del suono.
Tale lavori si basa sulla possibilità di cancellare alcune parti di
una traccia audio, togliendo pezzetti sufficienti a modificare la
percezione della traccia stessa da parte dello speaker in ascolto e
trasformando così il significato veicolato dal messaggio. In pratica
mentre l'orecchio umano e lo speaker sentono lo stesso identico suono, la mente umana e l'intelligenza artificiale interpretano in modo differente la medesima traccia elaborando pertanto due messaggi differenti.
L'esito è quello per cui, nascondendo un messaggio all'interno di una traccia audio
che si riesce a portare vicino allo speaker (ad esempio tramite un
video YouTube ascoltato su un telefonino o una traccia musicale
riprodotta in casa) si potrebbe riuscire ad impartire ordini specifici
al sistema in ascolto. Le conseguenze potrebbero essere variegate: dalla
semplice luce che si spegne ad un invio di un messaggio, dalla
disattivazione di un sistema antifurto ad una modifica sul termostato di
casa, fino ad immaginare scenari ancor più complessi e pericolosi.
Quella
che potrebbe sembrare una canzone, o un suono disordinato, o una
semplice voce umana, potrebbe invece nascondere una sorta di attacco
informatico che, sfruttando il mezzo analogico della trasmissione del
suono, è in grado di ingannare un sistema intelligente in ascolto.
Nessuno escluso: da Siri ad Alexa, passando per Google Assistant,
la vulnerabilità è nel sistema stesso di ascolto e interpretazione del
messaggio. L'Università di Berkeley lancia quindi l'allarme: così come
nei laboratori del campus è stato possibile verificare e riprodurre
casi di questo tipo, è possibile che altri abbiano già raggiunto
medesime osservazioni ed abbiano quindi in mano possibili veicoli di
attacco che, una volta nascosti in tracce audio o video, nessun
orecchio umano sarebbe in grado di identificare e distinguere.
Un
potenziale attacco senza alcuna cartina di tornasole in grado di
identificarlo: non basteranno normative contro questo tipo di pratiche
ad evitarne l'adozione e nel frattempo il proliferare dei mezzi di
comunicazione 1-to-1 impedirà anche ogni qualsivoglia forma di
controllo. Da una parte è possibile immaginare nuove forme di filtro
contro la divulgazione di messaggi similari, ma dall'altra è da
ipotizzare un'evoluzione sollecita degli speaker affinché la ricezione
audio e la successiva interpretazione siano in grado di evitare scenari
apocalittici come quello di un attacco globale tramite un file audio
divulgato con chissà quale mezzo. E tutto ciò semplicemente grazie ad
una gestione digitale del file stesso, dialogando con gli speaker
casalinghi attraverso la gestione discreta della campionatura.
Tutta
roba che l'orecchio umano non può avvertire, quindi la mente umana non
può identificare: l'hacking è sulla forma d'onda, aggirando così le
barriere di cui la natura ha dotato l'uomo per difendersi dalle minacce
del mondo esterno: basta questo per dipingere quadri apocalittici che
nessuno vorrebbe doversi trovare di fronte.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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giovedì 17 maggio 2018
domenica 24 maggio 2015
Datagate, spionaggio a mezzo app Android
da Punto Informatico del 22 5 2015 a firma di Claudio Tamburrino
Roma - La National Security Agency avrebbe cercato di attaccare gli store digitali di app di Google e Samsung per infettare i terminali degli utenti con spyware.
A rivelarlo è la nuova pubblicazione da parte della CBC di un documento divulgato dall'ex contractor dell'NSA Edward Snowden: in esso si legge che un'unità spionistica speciale, chiamata Network Tradecraft Advancement Team (NTAT) che raccoglieva agenti dei five eyes, l'alleanza tra Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Nuova Zelanza ed Australia, avrebbe discusso dei possibili attacchi da condurre nei confronti degli app store dedicati ad Android in una serie di workshop tenuti in Australia ed in Canada. Un'operazione dal nome curioso e inquietante: Irritant Horn.
In pratica, durante questi incontri segreti le spie si scambiavano informazioni circa i metodi per superare i sistemi di sicurezza degli app store per impiegare il sistema XKEYSCORE, in grado di analizzare il traffico generato dagli smartphone per tracciarli fino agli snodi attraverso cui si connettono ai markeplace per scaricare applicazioni.
L'idea - una volta individuati e superati i sistemi di sicurezza degli store digitali - era principalmente quella di infettare i dispositivi mobile degli utenti con malware attravrerso cui raccogliere dati. Tuttavia i progetti non si limitavano a ciò: tra gli obiettivi vi era anche quello di sfruttare gli store di applicazioni per veicolare informazioni forvianti ai dispositivi dei soggetti da colpire, nell'ambito di operazioni di più ampia portata condotte a fini di propaganda o per confondere gli avversari (in particolare in situazioni di crisi e di rivolta, come ad esempio la cosiddetta Primavera Araba).
Nel documento si individuano per esempio le vulnerabilità di un'app per la navigazione mobile molto utilizzata in Asia, UC Browser, utilizzato da circa mezzo miliardo di persone e a quanto pare individato come una vera e propria miniera di dati da parte degli agenti: già a metà aprile i ricercatori del Citizen Lab dell'Università di Toronto avevano avvertito i gestori del browser dei problemi di sicurezza che dovrebbero nel frattempo essere stati risolti.
Claudio Tamburrino
p.s.
solo se sono smacherati si fermano, vero? Dev'essere brutto per Snowden dover fare una vita da rifugiato ed esiliato dal proprio paese........ lo stesso paese che proclama ai quattro venti sempre quanto sia la patria delle libertà: ma di chi? E, soprattutto, di cosa?
Roma - La National Security Agency avrebbe cercato di attaccare gli store digitali di app di Google e Samsung per infettare i terminali degli utenti con spyware.
A rivelarlo è la nuova pubblicazione da parte della CBC di un documento divulgato dall'ex contractor dell'NSA Edward Snowden: in esso si legge che un'unità spionistica speciale, chiamata Network Tradecraft Advancement Team (NTAT) che raccoglieva agenti dei five eyes, l'alleanza tra Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Nuova Zelanza ed Australia, avrebbe discusso dei possibili attacchi da condurre nei confronti degli app store dedicati ad Android in una serie di workshop tenuti in Australia ed in Canada. Un'operazione dal nome curioso e inquietante: Irritant Horn.
In pratica, durante questi incontri segreti le spie si scambiavano informazioni circa i metodi per superare i sistemi di sicurezza degli app store per impiegare il sistema XKEYSCORE, in grado di analizzare il traffico generato dagli smartphone per tracciarli fino agli snodi attraverso cui si connettono ai markeplace per scaricare applicazioni.
L'idea - una volta individuati e superati i sistemi di sicurezza degli store digitali - era principalmente quella di infettare i dispositivi mobile degli utenti con malware attravrerso cui raccogliere dati. Tuttavia i progetti non si limitavano a ciò: tra gli obiettivi vi era anche quello di sfruttare gli store di applicazioni per veicolare informazioni forvianti ai dispositivi dei soggetti da colpire, nell'ambito di operazioni di più ampia portata condotte a fini di propaganda o per confondere gli avversari (in particolare in situazioni di crisi e di rivolta, come ad esempio la cosiddetta Primavera Araba).
Nel documento si individuano per esempio le vulnerabilità di un'app per la navigazione mobile molto utilizzata in Asia, UC Browser, utilizzato da circa mezzo miliardo di persone e a quanto pare individato come una vera e propria miniera di dati da parte degli agenti: già a metà aprile i ricercatori del Citizen Lab dell'Università di Toronto avevano avvertito i gestori del browser dei problemi di sicurezza che dovrebbero nel frattempo essere stati risolti.
Claudio Tamburrino
p.s.
solo se sono smacherati si fermano, vero? Dev'essere brutto per Snowden dover fare una vita da rifugiato ed esiliato dal proprio paese........ lo stesso paese che proclama ai quattro venti sempre quanto sia la patria delle libertà: ma di chi? E, soprattutto, di cosa?
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sabato 19 luglio 2014
Crisi economica, gli italiani alla ricerca della bella vita su Google
di Lavoce.info | 19 luglio 2014
"La crisi economica del nostro paese trova origine anche in una filosofia di vita che porta gli italiani a privilegiare il buon vivere rispetto al lavoro? Un confronto tra i primi risultati che emergono da google.it e da google.com fa nascere il sospetto che non si tratti solo di un luogo comune.
di Nicola Persico* (lavoce.info)"
Gli italiani e la bella vita
L’economia italiana, lo sappiamo, cresce poco o niente da circa vent’anni. Sul perché si è discusso tanto, arrivando a valide spiegazioni: il vasto debito pubblico che necessita una tassazione punitiva; la rigidità del mercato del lavoro; una burocrazia asfissiante; e così via. Un’intera generazione di giovani ne ha pagato (e continuerà a pagarne) le conseguenze.
Il pessimismo è condiviso da molti, ma non da tutti. I paladini della “decrescita” sottolineano i lati negativi della crescita economica: l’eccessiva attenzione alla produttività a esclusione dei rapporti umani, la alienazione del lavoro, il rompersi di legami e tradizioni passate, l’insostenibilità ecologica del nostro modello economico. Secondo loro, la qualità della vitanon è pienamente rappresentabile dal prodotto interno lordo; la disoccupazione può altresì vedersi come tempo libero; e, insomma, non è una tragedia se il Pil non cresce.
Per quel poco o tanto che conosco gli italiani, mi sembra che questa seconda prospettiva non sia fra di noi rara. Quando sono in Italia mi capita spesso di sentirmi dire “sì, il lavoro è importante, ma ricordati che si lavora per vivere, non si vive per lavorare”. Questo discorso in America non viene fatto, tant’è che l’espressione corrispondente in inglese non l’ho mai sentita.
Se è vero che gli italiani ricercano meno il successo economico personale e sono più interessati alla qualità della vita, allora forse si comincia a capire come mai possiamo avere il 40 per cento di disoccupazione giovanile senza che scoppi la rivoluzione per le strade – cosa di cui gli americani non si capacitano. Ma è proprio vero che gli italiani aspirano a qualcosa di diverso rispetto al resto del mondo?
Googlare l’alfabeto
Per rispondere a questa domanda vi propongo un’analisi pop, leggera per l’estate: un confronto fra l’output dei motori di ricerca google.it (la versione italiana) e google.com (la versione internazionale con enfasi sugli Usa). L’idea è che i risultati dei due motori di ricerca riflettano, a grandi linee, ciò che è più popolare nelle due comunità, italiana e internazionale. Una delle possibili fonti di errore in questa analisi è che i risultati di google sono ordinati (anche) per maggior somiglianza alla ricerca effettuata. Ne consegue che, facendo una ricerca per lettera, come mi appresto a fare, i primi risultati saranno quelli che presentano la maggior corrispondenza con la singola lettera (e non le parole più popolari che iniziano con quella lettera).
Il metodo di ricerca: in ognuno dei due motori di ricerca imposto una ricerca per ogni lettera dell’alfabeto (prima la A, poi la B, e così via) Poi seleziono il primo risultato proposto dal motore. Se è lo stesso in tutti e due i motori non lo registro – così per esempio non registro i risultati della ricerca per la lettera C perché entrambi danno come primo risultato il linguaggio di programmazione C. Ometto anche quelle lettere i cui primi risultati, sebbene diversi fra i due motori, non mi pare illustrino una differenza interessante: la G, per esempio, in google.it restituisce “grammo” e in .com ritorna “gmail”, una differenza difficilmente interpretabile. Fatta questa scrematura, ecco i confronti residui che mi paiono interessanti.
Partiamo dalle lettere A e B. In Google Italia sono, e ce lo potevamo aspettare, la serie A e B di calcio. In Google.com invece sono l’algoritmo di programmazione A* di computer e la rivista accademica “Physical Review B.” Ci dice qualcosa su cosa gli italiani ricercano rispetto agli americani? Secondo me, sì.
Sulla stessa linea, infatti, troviamo i risultati per la lettera D: google.it ci restituisce “D Repubblica: consigli moda e bellezza, segreti su amore, sesso, vita di coppia e famiglia, ricette di cucina e news su arredamento, casa e design”. Invece google.com rimanda a un linguaggio di programmazione informatica (chiamato appunto “D”). Tutto ciò sembra confermare che le ricerche degli italiani sul web sono focalizzate sul “leisure”, quelle degli americani sul “work”.
Per la lettera “I” google.it offre “I borghi più belli d’Italia”, mentre google.com restituisce “I”, il soggetto di prima persona singolare nella lingua inglese. Si può leggere qui una maggiore attenzione alla qualità della vita in Italia, e in America al contrario un maggiore focus sull’ego? Decidete voi. Se sì, allora siamo 3-0 per l’ipotesi che stiamo verificando.
La lettera L è significativa: da google.it emerge l’ideologia di sinistra (L’Unità); capitalismo invece in google.com (con la multinazionale L’Oreal). Un contrasto simile si trova alla lettera P. Google.com indica il codice di borsa della compagnia Pandora Media. Google.it, incredibilmente, dà come primo risultato l’emoticonperché incluso nel link “Guarda il video «Educazione sessuale a scuola in Giappone :P»”. Insomma, sembra proprio che i risultati in google.it siano meno orientati alla sfera del lavoro e più a quella del sociale (se vogliamo classificare il video di educazione sessuale a scuola in Giappone come appartenente alla sfera del sociale).
La lettera N in google.it restituisce come primo risultato “Decreto ministeriale 5 febbraio 2014 n. 85. Modalità e contenuti delle prove di ammissione ai corsi di laurea e laurea magistrale a ciclo unico ad accesso programmato a livello nazionale a.a. 2014-15”.Burocrazia, ma quanto ci ossessioni? In google.com invece troviamo, più piacevolmente, N+, un gioco di computer con personaggi ninjia. Anche questo mi sembra dare un’idea della differenza fra la vita in Italia e negli Stati Uniti.
La ricerca per la lettera S in google.it rimanda a un’auto di lusso, il modello S della Tesla. Google.com invece restituisce @S, la handle di Twitter che dà le più recenti news scientifiche. Che gli italiani siano interessati ai motori non è una novità, è più sorprendente, almeno per me, che gli americani si occupino di scienza. Infine, la lettera V restituisce su google.it un periodo storico, il “Quinto secolo” e su google.com “v/”, una chatroom dedicata alla discussione di videogame.
In conclusione, questa ricerca altamente non-scientifica conferma il pregiudizio iniziale. Gli italiani si interessano di temi legati alla qualità della vita, alla sfera del sociale e al consumo: automobili, borghi d’Italia, storia, calcio, segreti su amore e sesso. E poi, giocoforza, burocrazia. Gli americani, o comunque chi utilizza la versione “internazionale” di google, ricerca invece temi legati alla sfera del lavoro: linguaggi di programmazione software, quotazioni di borsa, ricerca scientifica. E videogiochi.
Possiamo concludere che gli italiani vogliono qualcosa di diverso dagli americani? Non con certezza. Però il confronto è divertente; fatelo anche voi e fatemi sapere cosa trovate.
*Ha ottenuto il PhD. in Economics alla Northwestern University. Ha insegnato alla University of California Los Angeles (UCLA), alla University of Pennsylvania, e alla New York University, prima di ritornare alla Northwestern University nella Kellogg School of Business. E’ Research Associate per il National Bureau of Economic Research (NBER) e Honorary Fellow del Collegio Carlo Alberto. Ha pubblicato numerosi articoli presso le maggiori riviste scientifiche internazionali. I suoi interessi scientifici riguardano la Political Economy (l’economia della politica), Legge ed Economia, Criminologia, e la teoria economica. Redattore de lavoce.info.
p.s.
commenti? Buona domenica
"La crisi economica del nostro paese trova origine anche in una filosofia di vita che porta gli italiani a privilegiare il buon vivere rispetto al lavoro? Un confronto tra i primi risultati che emergono da google.it e da google.com fa nascere il sospetto che non si tratti solo di un luogo comune.
di Nicola Persico* (lavoce.info)"
Gli italiani e la bella vita
L’economia italiana, lo sappiamo, cresce poco o niente da circa vent’anni. Sul perché si è discusso tanto, arrivando a valide spiegazioni: il vasto debito pubblico che necessita una tassazione punitiva; la rigidità del mercato del lavoro; una burocrazia asfissiante; e così via. Un’intera generazione di giovani ne ha pagato (e continuerà a pagarne) le conseguenze.
Il pessimismo è condiviso da molti, ma non da tutti. I paladini della “decrescita” sottolineano i lati negativi della crescita economica: l’eccessiva attenzione alla produttività a esclusione dei rapporti umani, la alienazione del lavoro, il rompersi di legami e tradizioni passate, l’insostenibilità ecologica del nostro modello economico. Secondo loro, la qualità della vitanon è pienamente rappresentabile dal prodotto interno lordo; la disoccupazione può altresì vedersi come tempo libero; e, insomma, non è una tragedia se il Pil non cresce.
Per quel poco o tanto che conosco gli italiani, mi sembra che questa seconda prospettiva non sia fra di noi rara. Quando sono in Italia mi capita spesso di sentirmi dire “sì, il lavoro è importante, ma ricordati che si lavora per vivere, non si vive per lavorare”. Questo discorso in America non viene fatto, tant’è che l’espressione corrispondente in inglese non l’ho mai sentita.
Se è vero che gli italiani ricercano meno il successo economico personale e sono più interessati alla qualità della vita, allora forse si comincia a capire come mai possiamo avere il 40 per cento di disoccupazione giovanile senza che scoppi la rivoluzione per le strade – cosa di cui gli americani non si capacitano. Ma è proprio vero che gli italiani aspirano a qualcosa di diverso rispetto al resto del mondo?
Googlare l’alfabeto
Per rispondere a questa domanda vi propongo un’analisi pop, leggera per l’estate: un confronto fra l’output dei motori di ricerca google.it (la versione italiana) e google.com (la versione internazionale con enfasi sugli Usa). L’idea è che i risultati dei due motori di ricerca riflettano, a grandi linee, ciò che è più popolare nelle due comunità, italiana e internazionale. Una delle possibili fonti di errore in questa analisi è che i risultati di google sono ordinati (anche) per maggior somiglianza alla ricerca effettuata. Ne consegue che, facendo una ricerca per lettera, come mi appresto a fare, i primi risultati saranno quelli che presentano la maggior corrispondenza con la singola lettera (e non le parole più popolari che iniziano con quella lettera).
Il metodo di ricerca: in ognuno dei due motori di ricerca imposto una ricerca per ogni lettera dell’alfabeto (prima la A, poi la B, e così via) Poi seleziono il primo risultato proposto dal motore. Se è lo stesso in tutti e due i motori non lo registro – così per esempio non registro i risultati della ricerca per la lettera C perché entrambi danno come primo risultato il linguaggio di programmazione C. Ometto anche quelle lettere i cui primi risultati, sebbene diversi fra i due motori, non mi pare illustrino una differenza interessante: la G, per esempio, in google.it restituisce “grammo” e in .com ritorna “gmail”, una differenza difficilmente interpretabile. Fatta questa scrematura, ecco i confronti residui che mi paiono interessanti.
Partiamo dalle lettere A e B. In Google Italia sono, e ce lo potevamo aspettare, la serie A e B di calcio. In Google.com invece sono l’algoritmo di programmazione A* di computer e la rivista accademica “Physical Review B.” Ci dice qualcosa su cosa gli italiani ricercano rispetto agli americani? Secondo me, sì.
Sulla stessa linea, infatti, troviamo i risultati per la lettera D: google.it ci restituisce “D Repubblica: consigli moda e bellezza, segreti su amore, sesso, vita di coppia e famiglia, ricette di cucina e news su arredamento, casa e design”. Invece google.com rimanda a un linguaggio di programmazione informatica (chiamato appunto “D”). Tutto ciò sembra confermare che le ricerche degli italiani sul web sono focalizzate sul “leisure”, quelle degli americani sul “work”.
Per la lettera “I” google.it offre “I borghi più belli d’Italia”, mentre google.com restituisce “I”, il soggetto di prima persona singolare nella lingua inglese. Si può leggere qui una maggiore attenzione alla qualità della vita in Italia, e in America al contrario un maggiore focus sull’ego? Decidete voi. Se sì, allora siamo 3-0 per l’ipotesi che stiamo verificando.
La lettera L è significativa: da google.it emerge l’ideologia di sinistra (L’Unità); capitalismo invece in google.com (con la multinazionale L’Oreal). Un contrasto simile si trova alla lettera P. Google.com indica il codice di borsa della compagnia Pandora Media. Google.it, incredibilmente, dà come primo risultato l’emoticonperché incluso nel link “Guarda il video «Educazione sessuale a scuola in Giappone :P»”. Insomma, sembra proprio che i risultati in google.it siano meno orientati alla sfera del lavoro e più a quella del sociale (se vogliamo classificare il video di educazione sessuale a scuola in Giappone come appartenente alla sfera del sociale).
La lettera N in google.it restituisce come primo risultato “Decreto ministeriale 5 febbraio 2014 n. 85. Modalità e contenuti delle prove di ammissione ai corsi di laurea e laurea magistrale a ciclo unico ad accesso programmato a livello nazionale a.a. 2014-15”.Burocrazia, ma quanto ci ossessioni? In google.com invece troviamo, più piacevolmente, N+, un gioco di computer con personaggi ninjia. Anche questo mi sembra dare un’idea della differenza fra la vita in Italia e negli Stati Uniti.
La ricerca per la lettera S in google.it rimanda a un’auto di lusso, il modello S della Tesla. Google.com invece restituisce @S, la handle di Twitter che dà le più recenti news scientifiche. Che gli italiani siano interessati ai motori non è una novità, è più sorprendente, almeno per me, che gli americani si occupino di scienza. Infine, la lettera V restituisce su google.it un periodo storico, il “Quinto secolo” e su google.com “v/”, una chatroom dedicata alla discussione di videogame.
In conclusione, questa ricerca altamente non-scientifica conferma il pregiudizio iniziale. Gli italiani si interessano di temi legati alla qualità della vita, alla sfera del sociale e al consumo: automobili, borghi d’Italia, storia, calcio, segreti su amore e sesso. E poi, giocoforza, burocrazia. Gli americani, o comunque chi utilizza la versione “internazionale” di google, ricerca invece temi legati alla sfera del lavoro: linguaggi di programmazione software, quotazioni di borsa, ricerca scientifica. E videogiochi.
Possiamo concludere che gli italiani vogliono qualcosa di diverso dagli americani? Non con certezza. Però il confronto è divertente; fatelo anche voi e fatemi sapere cosa trovate.
*Ha ottenuto il PhD. in Economics alla Northwestern University. Ha insegnato alla University of California Los Angeles (UCLA), alla University of Pennsylvania, e alla New York University, prima di ritornare alla Northwestern University nella Kellogg School of Business. E’ Research Associate per il National Bureau of Economic Research (NBER) e Honorary Fellow del Collegio Carlo Alberto. Ha pubblicato numerosi articoli presso le maggiori riviste scientifiche internazionali. I suoi interessi scientifici riguardano la Political Economy (l’economia della politica), Legge ed Economia, Criminologia, e la teoria economica. Redattore de lavoce.info.
p.s.
commenti? Buona domenica
giovedì 14 gennaio 2010
caduto il muro digitale in Cina? Non ci credo........
Mi vogliono far credere che una società del capitalismo digitale come google abbandoni un mercato da 600 milioni di dollaroni per aiutare il dissenso esistente in un paese come la Cina? Noooooo, ha subito cyber attacchi di hackers cinesi (c'è da credere che siano hacker "pilotati" dal potere cinese? La seconda è già più credibile. Insomma fosse che fosse google ha deciso: levo i filtri e credo che almeno un sopracciglio ai mandarini millenari in salsa rossa lo devono aver alzato. Senza i filtri i contenuti passano e c'è il rischio che i cinesi acquisiscano il "vizio" della libertà e diventino improvvisamente acculturati ad essa e in essa; ma c'è anche il rovescio della medaglia: esce fuori dal paese gli enormi squilibri che il liberismo, si proprio il liberismo capitalista che Friedman gli ha insegnato ringraziando per l'assenza di persone che vi si opponevano, in salsa maoista ha provocato nel paese dato che da quello che trapela sono centinaia di milioni i cinesi che vivono in stato di indigenza: una cosa che nessuno (nemmeno in Occidente siamo contenti di mettere in pubblico le nostre povertà se non quando i soliti noti ci possano guadagnare sopra) vuole, soprattutto in un paese dove ci si fa vanto di tenere per i gioielli di famiglia paesi come il nostro e gli USA.... (che significa? Significa che quel paese ha acquistato titoli del debito pubblico, grazie all'enorme liquidità, in enorme quantità e quindi se non fanno i bravi li possono vendere passando all'incasso e facendoli fallire, semplice e pulito come semrpe soprattutto quando si parla di Cina), mettere in pubblico. E' inutile che i dissidenti cinesi facciano veglie o simili: appena si troveranno d'accordo, e lo troveranno, tutto tornerà come prima o quasi. E' anche inutile il venticello di libertà che sta spirando perchè quel paese non conosce, per sua sua storia (una storia, e una civiltà, millenaria che risale a prima di quando noi civili occidentali eravamo poco più che cacciatori/raccoglitori) e evoluzione, questa parola e nemmeno è previsto nel vocabolario: è aliena per loro. Anzi, vista l'evoluzione qui in Occidente (leggi anche Italia... in materia digitale), è molto probabile che quel modello provochi delle imitazioni pericolose proprio per quei principi che lì rivendicano e lottano per avere.
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