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martedì 27 febbraio 2018

Tav, non c’erano ragioni per sostenere anni di lavori. Ma allora perché li abbiamo iniziati?

Fonte: Il Fatto Quotidiano di Antonio Calafati Ambiente & Veleni | 27 febbraio 2018
Della vicenda della Tav in Val di Susa ciò che colpisce è la sua capacità di far perdere ad analisti, giornalisti e politici il filo di un pensare razionale. In una società – e in un tempo – che del calcolo razionale ha fatto il suo ancoraggio, la Tav in Val di Susa è una decisione collettiva che i suoi promotori hanno collocato in uno spazio nel quale la logica e l’evidenza empirica non trovano posto. Chi si oppone alla realizzazione dell’opera ha le sue ragioni e le ha rappresentate con un movimento che ha assunto un rilievo politico forte. Da quando nel 2006 scrissi un piccolo libro sul tema (Dove sono le ragioni del sì? La Tav in Val di Susa nella società della conoscenza, Torino, Seb 27, 2006) il mio interesse maggiore è però andato alle “ragioni del sì”: come argomentano la loro posizione coloro che sono favorevoli all’opera?
Ciò che mi affascina di questa vicenda è come sia possibile che la realizzazione dell’opera sia giustificata con argomentazioni contraddittorie e senza alcun fondamento empirico, con un pensiero che viola ogni elementare principio di razionalità collettiva. Come sia possibile che l’opinione pubblica non si accorga che chi sostiene l’opera non ha ragioni razionali per farlo. Un incantesimo che dura da oltre un decennio, un mistero.
Il crescendo di stupore con il quale ho seguito questa vicenda leggendo nell’autunno del 2005 leggevo i tre maggiori quotidiani italiani (Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa) è diventato a un certo punto rassegnazione. Avevo letto incredulo che gli ingenti costi sociali che l’opera, per consenso unanime, avrebbe comportato nella fase di realizzazione e di attività erano banali “servitù”. Avevo letto sgomento che l’opera bisognava farla perché era “cosa buona e giusta”, perché ci permetteva di non perdere “i mercati dei Balcani”, perché era la “Modernità”, perché non farla “era una fiammeggiante rappresentazione del nostro fermarci ai confini”. Avevo letto che la Valutazione di impatto ambientale era una richiesta di isterici che si interessavano alla sorte degli “scorfani maculati”.
Avevo letto – e riportato nel libro – molte altre affermazioni prive di senso logico e valore empirico, affermazioni di commentatori autorevoli che sulla Tav in Val  di Susa si esprimevano come confusi sciamani. E non ho mai capito perché lo hanno fatto. Poi il suggello finale: in un dibattito radiofonico quella che allora era una persona chiave dell’Osservatorio sulla Tav mi contesta dicendo che gli antichi romani tutti questi studi di impatto non li facevano quando decidevano di costruire una strada…
Sono trascorsi molti anni e l’incantesimo non si scioglie. Ora il governo italiano ammette che le previsioni di traffico addotte a sostegno dell’opera – già più volte ri-progettata – sono assurdamente sovrastimate: l’opera sulla  base di queste previsioni non si giustifica. Però, poi aggiunge che l’opera si farà ugualmente. Si inizia un’opera che richiede ingenti risorse economiche, che richiederà anni e anni per essere completata ed entrare in uso sapendo prima di iniziare che nessun calcolo razionale la giustifica? Ma che storia!
Per quanto tempo ancora continuerà l’incantesimo? Che cosa ha questa opera perché l’intenzione di realizzarla sopravviva all’assenza di ragioni per realizzarla? Non è nel potere delle lobby che va cercata la risposta, bensì nei caratteri del dibattito pubblico italiano. Non riusciamo più a mettere a fuoco collettivamente neanche l’assurdità di affermazioni palesemente irragionevoli. Qualche pilastro della nostra democrazia deve aver ceduto.
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Ambiente & Veleni | 27 febbraio 2018

lunedì 4 luglio 2016

Previsioni, promesse e memoria corta

Oggi parliamo di previsioni, promesse e memoria corta.
Il centro studi di confindustria ci fa sapere che se non passa la riforma costituzionale al referendum di ottobre il PIL crollerà del -1,9%, gli occupati caleranno di 258mila unità.
E’ la stessa confindustria che nel 2011, in piena crisi (la guerra dello spread) sulsuo giornale titolava “fate presto” e invitava gli italiani a prenderci Monti per fare le riforme (tipo quelle della lettera della BCE).
Poi, anche con Monti, il PIL è crollato del 4,4% tra il 2011 e il 2013.
Ecco, Monti, l’uomo del loden e dell’agenda panacea di tutti i mali.
Sotto il suo governo fu messo in Costituzione il “pareggio di bilancio” e approvate le norme del fiscal compact, mettendo allo stesso livello dei principi come istruzione e cure sanitarie i bilanci e i vincoli imposti dall’Europa.
Ma votati quasi all’unanimità da parte del Parlamento.
In seguito forse Monti si è pentito della scelta e ha scaricato la colpa su Draghi:“Il fiscal compact non è stata una buona idea, anche se necessaria. Allora, Mario Draghi doveva accreditarsi agli occhi dei tedeschi”.
Nell’intervista ad Omnibus continuava: “se l’Italia fosse stata la sola a dire no, , sui mercati sarebbe stata una catastrofe”.
Poi abbiamo visto come le cose non sono andate benissimo.
Memoria corta quella del politico italiano: come quelli che nel 2011 quasi ringraziavano la lettera della BCE scritta da Trinchet e Draghi, come l’allora sindaco Renzi 
“Mi ritrovo nella lettera della Bce. E non condivido l’atteggiamento prevalente del Pd che invoca l’Europa quando conviene e ne prende le distanze se propone riforme scomode.”
Lo stesso Renzi che nel 2015 dice che “la politica economica la decidiamo noi non qualche eurobucrocrate”.
In realtà le politiche continuano a basarsi su quella lettera, a cominciare dalla riforma del lavoro e con la contrazione dei salari, per rendere l’Italia attrattiva (e povera).
Non basta attaccare l’Europa e ricordare alla Germania che anche lei ha sforato i vincoli di bilancio quando ne aveva bisogno per farsi bello agli italiani: il bail in è stato approvato in Europa anche da noi italiani. Avranno letto quello che votavano?
Infine, l’ultima previsione dogmatica: il TAV in  Val di Susa.
Dopo anni in cui a prevalere era il dogma dell’opera utile e da fare perché lo diciamo noi, ora siamo passati al TAV in versione light.
Opera comunque inutile poiché l’attuale linea per le merci è sfruttata per un sesto e perché le previsioni (forse più reali) del traffico merci parlano di un flusso con la Francia in calo.
Quei miliardi si possono spendere in modo più proficuo per il paese.
C’era un tale che sosteneva che senza TAV l’Italia sarebbe stata tagliata fuori dall’Europa, era L’ex sindaco di Torino.
Per non parlare delle promesse in termini di occupazione e PIL (le stesse già sentite per Expo, per le olimpiadi ..).
Tutte cifre gonfiate.
Ora siamo al TAV in versione light. E ci aspettiamo che qualcuno chiesa scusa agli italiani.
Che, purtroppo, anche loro hanno una memoria un po’ corta.
Da unoenessuno.blogspot.it
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... e continuano pure a votarli...

giovedì 27 novembre 2014

‘Qui’, in Valsusa e ovunque ci si trovi. I No Tav al Torino Film Festival

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 27 novembre 2014 a firma di Diego Finelli
Quando Il Rosso è salito in macchina ieri mattina cantava: “Grida forte la Valsusa/ che paura non ne ha/ sulle barricate sventola/ la bandiera dei no Tav”, sulle note di una canzone stile vecchio west.
Il Rosso, che una volta era un masnà (bambino), che adesso però porta il 45 di piede e va alle manifestazioni e si è già anche preso i suoi bei lacrimogeni, uno sulla schiena, tra l’altro, è salito in macchina cantando e mi ha detto, “Allora vengo anch’io a vedere il documentario di Gaglianone sulla Tav, Pa'”.
Poi invece non è venuto, perché abbiamo scoperto che al Torino Film Festival i minorenni non possono entrare perché i film non sono ancora passati dall’apposita commissione, mi hanno detto al botteghino, e quindi è meglio se stanno a casa. Pazienza, andrà a vederlo al cinema, sempre che a Torino si trovi una sala che lo proietti e che lo tengano per più di due sere.
Così l’ho visto da solo Qui, di Daniele Gaglianone. Da solo si fa per dire, perché la sala era piena e per far entrare tutti la proiezione è cominciata con quasi venti minuti di ritardo.
Che cos’è Qui. E’ un documentario che parla della Tav, anzi che parla dei No Tav, anzi è un documentario che fa parlare i No Tav. Non è un’inchiesta giornalistica, non è un documento informativo sulle caratteristiche della grande (si fa per dire) opera in questione. E’ un lavoro di ascolto, di visione, di racconto dei volti, delle storie, delle ragioni di persone che, con modi e da provenienze anche molto diverse, si oppongono da anni alla costruzione della linea ad alta velocità in Val di Susa, e alle modalità violente, antidemocratiche, illegali, oltre che clamorosamente antieconomiche, con cui l’opera viene portata avanti.
Qui, dicevo, non informa, se non in minima parte, sui limiti e le incongruenze della costruzione e della promozione della Tav, fatte salve alcune inquietanti eccezioni come i dati relativi all’aumento dei casi di malattie cardiovascolari e respiratorie, e dell’incidenza del mesotelioma previsti nelle zone interessate dai cantieri, dagli stessi realizzatori, se il progetto verrà portato avanti; o come l’evidente militarizzazione della Valle con un numero impressionante di poliziotti spesso impegnati a filmare, fotografare e identificare chiunque transiti nei pressi del cantiere (inclusa la troupe che gira il documentario), come a perseguire un possibile “reato di presenza”.
Qui ci racconta fin dal titolo dove sta il problema e cioè in un luogo fisicamente ben preciso, la Val di Susa, per nulla isolato dal resto del mondo. Ma nel raccontarlo ci fa capire che è un “qui” che riguarda ciascuno di noi nel posto in cui si trova, a prescindere dai chilometri che lo separano dalla Valle, perché è un “qui” che, ripetuto molte volte dalle persone normali che raccontano e si raccontano nel documentario, fa riferimento sia a uno spazio, sia a un tempo, sia a una situazione in cui siamo tutti coinvolti.
Molte volte la macchina da presa, nel seguire i testimoni di questa carrellata, li riprende di spalle, che camminano, o di fianco, nei dintorni del cantiere della Tav. Non va in soggettiva, ma si mette dietro alle persone che raccontano quello che sta accadendo ai boschi, alle strade, all’aria, all’acqua, alle case in cui vivono, con la preoccupazione per quello che potrà accadere sia “qui” inteso strettamente come Val di Susa, sia “qui” inteso come Italia, come stato di diritto, come laboratorio di democrazia imperfetta.
La macchina da presa, dicevo, sta un passo indietro o di lato e sembra dirci: non ti mostro come vanno le cose, cosa stanno facendo, non te lo spiego; ti invito, invece, a venire qui, a sentirti qui, a metterti di fianco e dietro a quelli che lo stanno vivendo e che da quello che sta accadendo qui si sono fatti coinvolgere, e rivoltare, spesso loro malgrado: come il carabiniere in congedo a cui un razzo sparato in faccia dalla polizia ha procurato fratture multiple al setto nasale e al volto, come il sindaco trattato come una marionetta dal prefetto e dalla polizia, come il coltivatore di castagne arrestato e portato in prigione sulla base di accuse poi rivelatesi completamente artificiose, come la famiglia che ha scoperto quasi per caso che la casa in cui vive verrà sovrastata dalla stazione internazionale.
Comunque, non era questo che volevo dire quando ho pensato di scrivere questo post da cinefilo non praticante. Quello che volevo dire sul film di Gaglianone è che tutte queste storie, raccolte con garbo e spesso riportate con una calma che qualcuno potrebbe scambiare per lentezza, invece no, si tratta di calma e di rispetto, queste storie ci vengono restituite, a tratti, con l’incanto e l’autenticità della poesia.
Poesia in un documentario che parla di rivolta.
p.s.
essere notav significa tante cose.. anche non perdere la propria identità per trenta denari e qualche treno.. che nessuno prende (solo il 16% della popolazione ferroviaria usa la tav, detto tutto)

giovedì 7 luglio 2011

il meglio della peggiore italia.......

  1. Senza ritegno ormai se le cantano anche in pubblico: e non solo nella maggioranza ma pure nella non opposizione dove le anime belle si accorgono che nel programma pre elettorale c'era l'abolizione delle province che ieri hanno all'uninimità hanno affossato astenendosi (d'altronde governano 40 province e abolirle significherebbe rinunciare a un bel pezzo di potere e di soldi con cui appagare i ras locali......) e determinando di fatto il rinvio alla prossima legislatura del problema; cari elettori del pdmenoelle tenetene conto alle prossime di elezioni... nessuno si salva ormai ed è solo il forte attaccamento allo scranno, comodo e privilegiato, che impedisce alla maggioranza e alla non opposizione di scontrarsi frontalmente come dovrebbe essere in un paese normale: forse perchè sanno che se andassero alle elezioni nessuno di loro ne uscirebbe bene?
  2. il sindacato: chi ha ragione? La CGIL che ansimava per rientrare nell'abbraccio all'insegna del (ri)volemose bene cui già partecipavano i sindacati gialli, confindustria, maggioranza ecc. o al Fiom che mira a una reale democrazia del lavoro (e nel lavoro) partendo dal presupposto che sono i lavoratori, e non le burocrazie sindacali, a sentire sulla propria pelle l'effetto di accordi verticistici imposti, spesso con dolorosi "sacrifici" in termini economici e sociali, dall'alto? Sia la Camusso che la Marcegaglia avevano un problema urgente: tarpare le ali alle ali estreme del proprio fronte. Hanno agito di conseguenza firmando l'accordo sperando che la base fosse distratta per le inevitabili conseguenze che, pur ci sono state, poteva creare. Vedremo...
  3. C'è un punto che mi preoccupa: ma qui prodest realmente dagli scontri avvenuti in Val di susa? Non certo i notav ufficiali: hanno interesse a che l'inutile opera non si faccia (intanto oggi c'è stata una mezza buona notizia dato che francesi e italiani hanno stabilito che il tutto partirà dal ...... 2035) perchè è solo una violenza, peraltro gratuita, a un territorio che la rigetta: non può certo la politica non tenerne conto ... non in Italia dove la politica è asservita agli interessi privati. E allora qui prodest? Oggi c'era un articolo sul Fatto, a pag. 8 e a firma di Silvia D'Onghia, che dovrebbe far riflettere chi ha a cuore il significato di parole come "democrazia"........ nessun allarme e nessun complotto, sia chiaro ma nel leggere l'articolo, che poi cita un intervista (dietro anonimato) con uno delle forze dell'ordine che afferma cose molto gravi: sia chiaro che potrebbe essere solo una lamentazione o addirittura una provocazione, non lo so; ma la cosa mi ha fatto rfilettere perché avanza un ipotesi, che se verificata, sarebbe a dir poco cinica.... veniamo al sodo, cosa dice? Che le forze dell'ordine fossero state schierate in Val di susa o in maniera errata, sottovalutandone le potenziali "criticità" o ...... per prenderle (e 200 feriti sembrano dargli ragione) o meglio per controllare, mordendo il freno, che il corteo non facesse troppi danni al cantiere della tav facendo sfogare i facinorosi su esse e non sul cantiere stesso, perché? Per esaltare la violenza degli antagonisti; farsi amica la pubblica opinione; rompre il fronte notav .... e infine creare le condizioni per dare disposizioni completamente opposte quando fra pochissimi giorni ci sarà il decennale del G8 genovese, e della morte del giovane Carlo Giuliani, dove sono previste (come fanno a dirlo?) possibili "criticità" nella piazza genovese e non solo ........ chi potrebbe aver fatto questo calcolo l'articolo non lo dice sia chiaro; parla solo, nel caso della Val di susa, di ordini dall'alto così come sempre di disposizioni dall'alto parla a proposito del decennale del G8. non avendo la palla di cristallo e non piacendomi la dietrologia personalmente non so se è tutto vero ma del G8 (e dei successivi processi che hanno alzato un velo inquietante sulla gestione del G8 al punto che si è parlato di "macelleria sociale" anche da parte di funzionari delle forze dell'ordine e non solo da parte dei soliti comunisti...) ho un ricordo nitido, non c'ero fisicamente ma ne seguii gli sviluppi sui media e in rete, e forte; anche del battage, appena avvenuto il fattaccio di Carlo Giuliani, mediatico avvenuto subito dopo così come ho un ricordo dei fatti della Diaz e di come fu gestita a livello ufficiale....... non voglio credere che si voglia fare un bis a dieci anni di distanza per un puro, e cinico, calcolo politico che scommette (o provoca?) sugli incidenti che ci potrebbero essere per creare paura e insicurezza nella gente comune per farla diventare preda della propaganda politica in vista di prossime elezioni........ ci vogliamo credere o vogliamo parlare di allarme ingisutificato? Come definire un quadro del genere se dovessero verificarsi davvero incidenti a Genova?

Mi rivolgo a coloro che parteciperanno e organizzeranno il decennale del G8: VIGILATE!!! OKKIO ALLE PROVOCAZIONI E, SOPRATTUTTO, NON FAVORITE IN ALCUN MODO, SEMMAI C'E', UN EVENTUALE PIANO DEL GENERE PERCHE' MOLTO PROBABILEMENTE, SE DOVESSERO ACCADERE INCIDENTI, LA RISPOSTA DEL POTERE PROTREBBE ESSERE OLTRECHE' DURISSIMA ANCHE UNA ULTERIORE STRETTA SULLE LIBERTA' DI TUTTI I CITTADINI: SI SA CHE QUANDO IL POTERE ENTRA IN CRISI PROFONDA, E QUESTO LO E' ...... ECCOME SE LO E', E' RESTIO A LASCIARE LA STANZA DEI BOTTONI E S'ATTACCA A TUTTO PUR DI PROLUNGARE LA PERMANENZA IN ESSE. MAI COME ORA CI VOGLIONO NERVI SALDI E SANGUE FREDDO PER EVITARE CHE I MASTINI DELLA GUERRA SIANO SCIOLTI AFFINCHE' TUTTO CAMBI PERCHE' NULLA CAMBI..........

RICORDATE: SE LORO SONO L'ITALIA PEGGIORE DA QUESTA PARTE C'E', A LORO DIRE, LA PARTE PEGGIORE.... E BISOGNA SEMPRE VEDERE SE SI E' IL PEGGIO DEL PEGGIO O IL PEGGIO DEL MEGLIO ............

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