Fonte: Il Fatto Quotidiano di Mauro Del Corno 25 Aprile 2020
Coraggio o disperazione? Posto che spesso il secondo discende dalla prima, la domanda sorge inevitabile leggendo di investitori di Wall Street e banche che auspicano che le banche centrali facciano proprie le teorie della MMT. Di cosa stiamo parlando? La Modern Monetary Theory è un’ardita teoria monetaria che ripensa drasticamente il rapporto tra un governo e la banca centrale, in un paese con sovranità monetaria. La Banca stampa moneta dal nulla, “money out of thin air”, per finanziare le spese del governo che deve favorire il raggiungimento della piena occupazione. Le risorse non arrivano quindi solo dalle tasse, che servono soprattutto per regolare il livello di inflazione, e si spezza la dipendenza dai mercati finanziari. Deficit e debiti non sono più un problema poiché lo Stato può sempre stampare il denaro necessario per evitare il default.
Troppo
bello per essere vero? Si. In effetti la teoria non sembra
solidissima, sotto diversi aspetti L’impressione complessiva è un po’
quella di qualcuno che prova a sollevarsi tirando verso l’alto i lacci
delle sue scarpe. La storia abbonda di disastri causati dall”avanti tutta” gridato alle rotative delle banche centrali. Il più noto, e tragico, è quello della Repubblica di Weimar, quando le banconote stampate a più non posso per pagare le riparazioni di guerra decise a Versailles finirono per essere usate per tappezzare le case e alimentare i camini. Una situazione che favorì l’avvento del nazionalsocialismo.
Oggi la moneta non è ancorata a nessun bene fisico e il suo valore dipende solo nella fiducia che vi si ripone come mezzo di pagamento e dalla sua relativa scarsità. Quando è troppa e perde la sua capacità di conservare valore questa fiducia evapora molto velocemente con conseguenze catastrofiche.
Non solo. La teoria dà per scontato che la spesa pubblica sia diretta a
interventi che agevolino una condizione in cui tutti lavorano. Ma
l’accesso senza limiti, o quasi, al denaro è ingenerare la premessa per
assistere all’esplosione di spese clientelari e inefficienti, dettate da interessi politici. Per tenere dritto il timone serve quindi un’amministrazione pubblica integerrima ed efficiente.
Fino
a ieri parlare di MMT in ambienti della finanza tradizionale avrebbe
suscitato risatine nel migliore dei casi e accompagnamenti coatti
all’uscita nei peggiori. Ma questi non sono tempi normali. E
soprattutto gli investitori si sono abituati a chiedere sempre di più a
mamma Fed o mamma Bce, pur di
scampare a dolorose perdite. In questo momento approfittano di un
consenso verso forme di politiche monetarie che va consolidandosi in
maniera trasversale, soprattutto negli Stati Uniti. A favore della MMT
si sono già espressi il senatore democratico Bernie Sanders e la sua pupilla Alexandra Ocasio Cortez. Anche colossi della gestione del risparmio come Pimco o banche d’affari Morgan Stanley la prospettano come una delle opzioni. C’è molta attesa per il libro di prossima uscita “The deficit myth” della docente Stephanie Kelton, una delle principali propugnatrici di questa teoria. Come ha ricordato il New York Times lo stesso presidente Donald Trump
“gioca” con concetti che rimandano a questa teoria quando afferma che
“non c’è pericolo di default perché noi possiamo stampare soldi”.
Spezziamo
una lancia a favore dei cavalieri della MMT. Se c’è un momento in cui
le banche centrali devono e forse possono osare andare oltre
l’ortodossia è questo. In via del tutto eccezionale e temporanea (sottolineato due volte), in una fase in cui l’inflazione non esiste (ed esisterà ancora meno con il petrolio su livelli incredibilmente bassi) e quindi il peso dei debiti
non si riduce nel tempo, potrebbe essere di una qualche utilità
sperimentare anche le soluzioni più ardite. A condizione che le banche
centrali si tengano aperta una via d’uscita. La Federal Reserve sta in
fondo già flirtando con politiche monetarie. Ha accettato di acquistare titoli di Stato direttamente dal Tesoro riducendone il tasso di interesse.
Ancora un po’ più in là si è spinta la Bank Of England
che ha deciso di finanziare temporaneamente il Tesoro bypassando
completamente il mercato. In fondo come diceva Rilke “a volte i draghi della nostra vita sono solo principesse
che aspettano di vederci almeno una volta belli e coraggiosi”. Mai però
lasciarsi andare all’illusione più pericolosa di tutte: che stampare
moneta sia di per sé la soluzione dei problemi. La banca centrale può
aiutare, far guadagnare tempo, ma non può mantenere in vita all’infinito
un’economia moribonda. E più si usano farmaci più difficile diventa smettere.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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sabato 25 aprile 2020
lunedì 1 aprile 2019
Perché la Russia liquida dollari per accumulare oro
Fonte: W.S.I. 1 Aprile 2019, di Daniele Chicca
Le ultime misure intraprese dalla Russia contro sono l’esempio di come la de-dollarizzazione sia una minaccia reale
che va presa sul serio per l’economia degli Stati Uniti. Visto che
mette in discussione il predominio del dollaro nel mondo. La Cina non è
più la sola a mettere gli Usa all’angolo liquidando posizioni nei
titoli del debito Usa.
Nello spazio di un decennio il Cremlino ha quadruplicato le sue riserve auree con il 2018 che è diventato l’anno con l’accumulo più intenso finora. Quest’anno il trend sembra rispettato. Preferendo l’oro al dollaro Usa, il piano di Vladimir Putin è chiaro e prevede l’indebolimento della potenza americana, nemico dei russi dai tempi della Guerra Fredda.
Gli ultimi dati pubblicati dalla banca centrale dicono che l’oro in possesso della Russia è salito di 1 milione di once in febbraio. È l’incremento più alto da novembre, è dimostra che Mosca si sta sforzando a diversificare ed essere sempre meno dipendente dall’America. Bisognerà vedere, tuttavia, se la Russia riuscirà a tenere questi ritmi forsennati.
Fenomeno de-dollarizzazione sempre più diffuso: l’impatto sull’economiaAlcuni commentatori sostengono che il paese dovrà importare più oro per mettersi al riparo dagli shock geopoliticii eventuali e dalla minaccia di nuove sanzioni Usa. Per la prima volta, infatti, il numero di operazioni di acquisto di oro è stato più alto dell’offerta delle miniere. Se la domanda di oro rallenterà, Putin non dovrebbe avere problemi a mettere in atto i suoi piani.
I rapporti tra Washington e Mosca continuano a deteriorarsi e gli analisti, che hanno coniato il termini “de-dollarizzazione”, speculano sull’impatto economico che avrà questa ondata di “anti americanismo”, che si sta diffondendo anche in Europa. In un’intervista concessa alla CNN a novembre l presidente francese Emmanuel Macron ha detto a novembre che le multinazionali europee sono troppo dipendenti dal dollaro americano, definendo questo fenomeno una “questione di sovranità”.
L’anno scorso Polonia e Ungheria hanno sorpreso gli analisti quando hanno annunciato il primo acquisto di oro significativo da parte di uno o più membri dell’Unione Europea in più di un decennio di tempo. Se i paesi Ue, oltre a Russia e Cina, iniziano ad adottare tale filosofia, l’appetibilità del dollaro americano, valuta di riserva globale, ne uscirà compromessa o per lo meno scalfita. Altri asset come l’oro e lo yuan cinese diventeranno così più appetibili, come osserva un analista a Bloomberg.
Dopo l’atteggiamento improvvisamente accomodante assunto dalla Federal Reserve, ultimamente di notizie positive ce ne sono state poche per il biglietto verde.
Nello spazio di un decennio il Cremlino ha quadruplicato le sue riserve auree con il 2018 che è diventato l’anno con l’accumulo più intenso finora. Quest’anno il trend sembra rispettato. Preferendo l’oro al dollaro Usa, il piano di Vladimir Putin è chiaro e prevede l’indebolimento della potenza americana, nemico dei russi dai tempi della Guerra Fredda.
Gli ultimi dati pubblicati dalla banca centrale dicono che l’oro in possesso della Russia è salito di 1 milione di once in febbraio. È l’incremento più alto da novembre, è dimostra che Mosca si sta sforzando a diversificare ed essere sempre meno dipendente dall’America. Bisognerà vedere, tuttavia, se la Russia riuscirà a tenere questi ritmi forsennati.
Fenomeno de-dollarizzazione sempre più diffuso: l’impatto sull’economiaAlcuni commentatori sostengono che il paese dovrà importare più oro per mettersi al riparo dagli shock geopoliticii eventuali e dalla minaccia di nuove sanzioni Usa. Per la prima volta, infatti, il numero di operazioni di acquisto di oro è stato più alto dell’offerta delle miniere. Se la domanda di oro rallenterà, Putin non dovrebbe avere problemi a mettere in atto i suoi piani.
I rapporti tra Washington e Mosca continuano a deteriorarsi e gli analisti, che hanno coniato il termini “de-dollarizzazione”, speculano sull’impatto economico che avrà questa ondata di “anti americanismo”, che si sta diffondendo anche in Europa. In un’intervista concessa alla CNN a novembre l presidente francese Emmanuel Macron ha detto a novembre che le multinazionali europee sono troppo dipendenti dal dollaro americano, definendo questo fenomeno una “questione di sovranità”.
L’anno scorso Polonia e Ungheria hanno sorpreso gli analisti quando hanno annunciato il primo acquisto di oro significativo da parte di uno o più membri dell’Unione Europea in più di un decennio di tempo. Se i paesi Ue, oltre a Russia e Cina, iniziano ad adottare tale filosofia, l’appetibilità del dollaro americano, valuta di riserva globale, ne uscirà compromessa o per lo meno scalfita. Altri asset come l’oro e lo yuan cinese diventeranno così più appetibili, come osserva un analista a Bloomberg.
Dopo l’atteggiamento improvvisamente accomodante assunto dalla Federal Reserve, ultimamente di notizie positive ce ne sono state poche per il biglietto verde.
giovedì 14 febbraio 2019
Riserve auree e Bankitalia: di chi sono? Tutta la verità
Fonte: W.S.I. 14 Febbraio 2019, di Daniele Chicca
Presentando una bozza di legge per chiarire a chi appartengono le riserve auree depositate presso Bankitalia, Claudio Borghi della Lega ha sollevato un polverone. La Stampa sostiene che la misura sia volta a coprire le spese per prevenire lo scatto delle clausole di salvaguardia. Che vorrebbero dire aumento dell’IVA nei prossimi due anni.
A fare discutere è stato anche il tempismo della proposta del presidente della Commissione Bilancio della Camera. L’idea è emersa pochi giorni dopo che la coalizione di governo giallo verde ha attaccato verbalmente i vertici di Consob e Bankitalia, chiedendone l’azzeramento.
Borghi vuole proteggere le riserve auree italiane per precisare a chi appartengono le migliaia di tonnellate di oro gestite dalla Banca d’Italia. Nel testo si specifica che l’oro è dello Stato italiano e non di autorità esterne, ossia della Bce. In realtà come vedremo più avanti, le cose stanno diversamente.
L’iniziativa potrebbe però aprire la strada all’ipotesi di vendere le riserve auree. Progetto di cui aveva discusso più di cinque anni fa Beppe Grillo, confondatore del MoVimento 5 Stelle, sul suo blog. Con l’obiettivo di servirsi del ricavato per per rimettere in carreggiata i conti pubblici.
In fatto di riserve auree, Italia terza potenza al mondoL’Italia sostiene di avere in mano 2.451,8 tonnellate (metriche) di riserve auree. Se le cifre sono corrette, si tratterebbe della quarta somma più alto dopo la Germania, gli Stati Uniti e il Fondo Monetario Internazionale. Saremmo il paese custode del terzo ammontare di oro al mondo. Al contrario della maggior parte delle nazioni, in cui le riserve auree sono di proprietà dello Stato ma gestite dalla banca centrale, in Italia la banca centrale detiene e custodisce l’oro allo stesso tempo.
Il problema è poi che la Banca d’Italia fa parte dell’Eurosistema e dunque deve sottostare alla Bce. L’Articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE, ex Articolo 105 del Trattato EC), stabilisce che le riserve valutarie e auree fanno parte delle riserve di proprietà dell’Area Euro.
Bankitalia possiede fisicamente inoltre 119,4 tonnellate di oro, riserve auree depositate a Palazzo Koch a Roma. Mentre l’altra metà si trova alla Federal Reserve Bank di New York (FRBNY). Un’altra piccola fetta è custodita invece a Londra presso la Banca d’Inghilterra e un’altra ancora a Berna, nei forzieri della Banca Nazionale Svizzera (SNB) per conto della Banca delle Banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank for International Settlements).
Non ci sono tuttavia prove concrete su queste riserve, specialmente per l’oro detenuto all’estero. Su cui non è possibile effettuare verifiche. I 16-20 miliardi di ricavi previsti con la vendita di oro sarebbe la somma ideale per sterilizzare l’incremento dell’IVA l’anno prossimo. Ci vorrebbero infatti 32 miliardi in due anni (20 e 12) per scongiurare l’attivazione delle clausole di salvaguardia.
Oro: la controversia ruota intorno a Borghi e GrilloIl problema del piano sarebbe che la vendita delle riserve auree è una misura una tantum. Per scongiurare l’aumento dell’IVA serve invece una misura di finanziamento ricorrente nel tempo. Il progetto – anche se fosse veramente fattibile – servirebbe solo a rimandare un problema.
L’Italia, pur impegnandosi a rispettare gli obblighi internazionali derivanti da trattati, vuole esplicitare la “permanenza della proprietà delle riserve auree allo Stato italiano“. Vista la natura ibrida assunta dalla Banca d’Italia nel corso degli anni, la proposta di legge di Borghi conclude che “una specificazione su questo punto si rende necessaria”.
Riserve auree: la bozza di legge di BorghiLa bozza del testo, dice Borghi, è solo un’ipotesi al vaglio del governo. La proposta di legge non è ancora stata ufficialmente presentata in parlamento e, anche se fosse, non vuol dire che il governo abbia intenzione di vendere sul serio le riserve auree.
L’intento di Borghi con le sue dichiarazioni ai media è quello di “rassicurare la gente sul fatto che il governo non intende cedere oro” per porre rimedio alle difficoltà riscontrate sul fronte delle finanze pubbliche.
Bankitalia: “le riserve auree sono nostre”
In una guida del 2014, Banca d’Italia spiega che le riserve auree sono di proprietà dell’istituto. “La proprietà delle riserve ufficiali è assegnata per legge alla Banca d’Italia”,
La ragione per la quale le riserve auree, costituite prevalentemente da lingotti (95.493) ma anche in parte minore da monete, appartengono a Bankitalia e non allo Stato sono storiche.
Riserve auree: perché appartengono a Bankitalia e non lo StatoFino agli Anni ’60 le riserve auree non erano detenute dalla Banca d’Italia bensì da un ente chiamato l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC). Autorità fondata nel 1945 il cui compito principale era quello di gestire le riserve valutarie straniere (oro compreso) dell’Italia.
Le operazioni di acquisto di oro condotte negli Anni 50 e 60 sono state fatte dall’UI e non dalla Banca d’Italia. Negli Anni 60, tuttavia, qualcosa è cambiato. Furono effettuati due trasferimenti enormi di oro da UIC a Bankitalia nel 1960 e cinque anni dopo. In totale le due transazioni ammontavano a 1.889 tonnellate metriche.
A quel punto la funzione principale dell’istituto diventò la gestione delle riserva valutarie e non delle riserve auree. Nel gennaio del 2008 l’UIC cessò di esistere, perché tutti i suoi poteri, compiti e funzioni sono stati trasferiti alla Banca d’Italia. Secondo il vice premier e leader della Lega Matteo Salvini “le riserve auree sono di proprietà del popolo italiano e di nessun altro”.
Ma le autorità della banca centrale la pensano diversamente. E la legge è dalla loro parte. Sfortunatamente per il governo, i banchieri centrali non vorranno nemmeno affrontare una discussione sulla vendita delle riserve auree. Figuriamoci se accetterano di procedere alla cessione di oro.
ConclusioniResta da vedere ora quanto in là oseranno spingersi Borghi e il governo. Forse sarebbe conveniente e potrebbe portare a qualche risultato, se chiedessero e ottenessero un audit indipendente di tutte le riserve auree italiane. Sia le 1.200 tonnellate depositate a Roma sia quelle custodite nei forzieri delle banche estere, principalmente – come visto – a New York.
Nessuno infatti le ha mai viste e se non si prova l’esistenza delle riserve auree non si possono certo vendere. L’oro a New York potrebbe anche non essere più là, per esempio. L’ultima volta che si ha avuto prova delle riserve auree italiano nei forzieri della Fed era il periodo compreso tra il 1974 e il 1978, quando circa 542 tonnellate di oro sono state usate come collaterale per garantire un prestito in dollari Usa concesso dalla Bundesbank tedesca.
Se le autorità italiane vogliono veramente sfruttare le riserve auree, potrebbero anche chiedere un nuovo prestito internazionale simile a quello degli Anni 70. Come allora, l’oro italiano potrebbe essere usato come collaterale. Anche in quel caso, però, bisognerebbe provarne l’esistenza.
Mentre negli Anni 90 e 2000 paesi come Belgio, Olanda, Francia, Portogallo, Spagna, Canada, Australia e Svizzera vendevano oro, l’Italia non ha ceduto nemmeno un’oncia dei suoi possedimenti.

I lingotti della Banca d’Italia pesano da un minimo di 4,2 chilogrammi a un massimo di 19,7 chilogrammi (Donat SorokinTASS via Getty Images)
Presentando una bozza di legge per chiarire a chi appartengono le riserve auree depositate presso Bankitalia, Claudio Borghi della Lega ha sollevato un polverone. La Stampa sostiene che la misura sia volta a coprire le spese per prevenire lo scatto delle clausole di salvaguardia. Che vorrebbero dire aumento dell’IVA nei prossimi due anni.
A fare discutere è stato anche il tempismo della proposta del presidente della Commissione Bilancio della Camera. L’idea è emersa pochi giorni dopo che la coalizione di governo giallo verde ha attaccato verbalmente i vertici di Consob e Bankitalia, chiedendone l’azzeramento.
Borghi vuole proteggere le riserve auree italiane per precisare a chi appartengono le migliaia di tonnellate di oro gestite dalla Banca d’Italia. Nel testo si specifica che l’oro è dello Stato italiano e non di autorità esterne, ossia della Bce. In realtà come vedremo più avanti, le cose stanno diversamente.
L’iniziativa potrebbe però aprire la strada all’ipotesi di vendere le riserve auree. Progetto di cui aveva discusso più di cinque anni fa Beppe Grillo, confondatore del MoVimento 5 Stelle, sul suo blog. Con l’obiettivo di servirsi del ricavato per per rimettere in carreggiata i conti pubblici.
In fatto di riserve auree, Italia terza potenza al mondoL’Italia sostiene di avere in mano 2.451,8 tonnellate (metriche) di riserve auree. Se le cifre sono corrette, si tratterebbe della quarta somma più alto dopo la Germania, gli Stati Uniti e il Fondo Monetario Internazionale. Saremmo il paese custode del terzo ammontare di oro al mondo. Al contrario della maggior parte delle nazioni, in cui le riserve auree sono di proprietà dello Stato ma gestite dalla banca centrale, in Italia la banca centrale detiene e custodisce l’oro allo stesso tempo.
Il problema è poi che la Banca d’Italia fa parte dell’Eurosistema e dunque deve sottostare alla Bce. L’Articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE, ex Articolo 105 del Trattato EC), stabilisce che le riserve valutarie e auree fanno parte delle riserve di proprietà dell’Area Euro.
Bankitalia possiede fisicamente inoltre 119,4 tonnellate di oro, riserve auree depositate a Palazzo Koch a Roma. Mentre l’altra metà si trova alla Federal Reserve Bank di New York (FRBNY). Un’altra piccola fetta è custodita invece a Londra presso la Banca d’Inghilterra e un’altra ancora a Berna, nei forzieri della Banca Nazionale Svizzera (SNB) per conto della Banca delle Banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank for International Settlements).
Non ci sono tuttavia prove concrete su queste riserve, specialmente per l’oro detenuto all’estero. Su cui non è possibile effettuare verifiche. I 16-20 miliardi di ricavi previsti con la vendita di oro sarebbe la somma ideale per sterilizzare l’incremento dell’IVA l’anno prossimo. Ci vorrebbero infatti 32 miliardi in due anni (20 e 12) per scongiurare l’attivazione delle clausole di salvaguardia.
Oro: la controversia ruota intorno a Borghi e GrilloIl problema del piano sarebbe che la vendita delle riserve auree è una misura una tantum. Per scongiurare l’aumento dell’IVA serve invece una misura di finanziamento ricorrente nel tempo. Il progetto – anche se fosse veramente fattibile – servirebbe solo a rimandare un problema.
Secondo Grillo permetterebbe di respirare offrendo una copertura extra al bilancio, senza violare i vincoli di bilancio. “Ma soprattutto metterebbe finalmente fine a questa litania sul fatto che non ci sono soldi”.La proposta di legge di Borghi, presentata per la verità alla Camera per la prima volta il 6 agosto del 2018, va in questa direzione. L’intento è quello di “assicurare chiarezza interpretativa poiché la Banca d’Italia, secondo quanto dispone l’articolo 4, secondo comma, del testo unico, provvede in ordine alla gestione delle riserve ufficiali, nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 31 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea”.
L’Italia, pur impegnandosi a rispettare gli obblighi internazionali derivanti da trattati, vuole esplicitare la “permanenza della proprietà delle riserve auree allo Stato italiano“. Vista la natura ibrida assunta dalla Banca d’Italia nel corso degli anni, la proposta di legge di Borghi conclude che “una specificazione su questo punto si rende necessaria”.
Riserve auree: la bozza di legge di BorghiLa bozza del testo, dice Borghi, è solo un’ipotesi al vaglio del governo. La proposta di legge non è ancora stata ufficialmente presentata in parlamento e, anche se fosse, non vuol dire che il governo abbia intenzione di vendere sul serio le riserve auree.
L’intento di Borghi con le sue dichiarazioni ai media è quello di “rassicurare la gente sul fatto che il governo non intende cedere oro” per porre rimedio alle difficoltà riscontrate sul fronte delle finanze pubbliche.
“La mia proposta di legge vuole semplicemente chiarire che le riserve auree appartengono allo Stato, non a qualcun altro”, ha precisato Borghi a Bloomberg. Se ci fossero dubbi sulle nostre intenzioni, si ricordi che c’è un’altra legge che dice che le riserve auree non possono essere vendute senza la maggioranza di due terzi del parlamento“.Quello che vuole dire Borghi qui, è che servirebbe infatti un ordine per legge costituzionale.
Bankitalia: “le riserve auree sono nostre”
In una guida del 2014, Banca d’Italia spiega che le riserve auree sono di proprietà dell’istituto. “La proprietà delle riserve ufficiali è assegnata per legge alla Banca d’Italia”,
La ragione per la quale le riserve auree, costituite prevalentemente da lingotti (95.493) ma anche in parte minore da monete, appartengono a Bankitalia e non allo Stato sono storiche.
Riserve auree: perché appartengono a Bankitalia e non lo StatoFino agli Anni ’60 le riserve auree non erano detenute dalla Banca d’Italia bensì da un ente chiamato l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC). Autorità fondata nel 1945 il cui compito principale era quello di gestire le riserve valutarie straniere (oro compreso) dell’Italia.
Le operazioni di acquisto di oro condotte negli Anni 50 e 60 sono state fatte dall’UI e non dalla Banca d’Italia. Negli Anni 60, tuttavia, qualcosa è cambiato. Furono effettuati due trasferimenti enormi di oro da UIC a Bankitalia nel 1960 e cinque anni dopo. In totale le due transazioni ammontavano a 1.889 tonnellate metriche.
A quel punto la funzione principale dell’istituto diventò la gestione delle riserva valutarie e non delle riserve auree. Nel gennaio del 2008 l’UIC cessò di esistere, perché tutti i suoi poteri, compiti e funzioni sono stati trasferiti alla Banca d’Italia. Secondo il vice premier e leader della Lega Matteo Salvini “le riserve auree sono di proprietà del popolo italiano e di nessun altro”.
Ma le autorità della banca centrale la pensano diversamente. E la legge è dalla loro parte. Sfortunatamente per il governo, i banchieri centrali non vorranno nemmeno affrontare una discussione sulla vendita delle riserve auree. Figuriamoci se accetterano di procedere alla cessione di oro.
ConclusioniResta da vedere ora quanto in là oseranno spingersi Borghi e il governo. Forse sarebbe conveniente e potrebbe portare a qualche risultato, se chiedessero e ottenessero un audit indipendente di tutte le riserve auree italiane. Sia le 1.200 tonnellate depositate a Roma sia quelle custodite nei forzieri delle banche estere, principalmente – come visto – a New York.
Nessuno infatti le ha mai viste e se non si prova l’esistenza delle riserve auree non si possono certo vendere. L’oro a New York potrebbe anche non essere più là, per esempio. L’ultima volta che si ha avuto prova delle riserve auree italiano nei forzieri della Fed era il periodo compreso tra il 1974 e il 1978, quando circa 542 tonnellate di oro sono state usate come collaterale per garantire un prestito in dollari Usa concesso dalla Bundesbank tedesca.
Se le autorità italiane vogliono veramente sfruttare le riserve auree, potrebbero anche chiedere un nuovo prestito internazionale simile a quello degli Anni 70. Come allora, l’oro italiano potrebbe essere usato come collaterale. Anche in quel caso, però, bisognerebbe provarne l’esistenza.
Mentre negli Anni 90 e 2000 paesi come Belgio, Olanda, Francia, Portogallo, Spagna, Canada, Australia e Svizzera vendevano oro, l’Italia non ha ceduto nemmeno un’oncia dei suoi possedimenti.

I lingotti della Banca d’Italia pesano da un minimo di 4,2 chilogrammi a un massimo di 19,7 chilogrammi (Donat SorokinTASS via Getty Images)
lunedì 7 agosto 2017
Crisi, dieci anni fa il tracollo dei mutui subprime. Così iniziò lo tsunami finanziario che ha travolto anche gli Stati
di F. Q. | 7 agosto 2017 Il Fatto Quotidiano
Lo spartiacque che è rimasto più impresso è il settembre 2008, quando Lehman Brothers portò i libri in tribunale. Ma l’avvio ufficiale della grande crisi finanziaria che avrebbe poi contagiato quella reale risale a un anno prima: agosto 2007, esattamente dieci anni fa. Secondo Adam Applegarth, ex numero uno di Northern Rock che l’anno dopo sarebbe stata travolta dalla crisi e nazionalizzata, quello fu “il giorno in cui il mondo cambiò”. Da allora, calcola il Financial Times, banche e intermediari statunitensi hanno pagato oltre 150 miliardi di dollari di multe per aver messo in piedi il sistema collassato quando la bolla immobiliare è scoppiata e le insolvenze
dei mutuatari sono lievitate. Gli interventi di salvataggio hanno nel
frattempo gonfiato i bilanci pubblici fino alla crisi dei debiti sovrani
deflagrata tra 2010 e 2012 e di cui ancora si sentono gli effetti, pur
mitigati dal quantitative easing della Bce.
Il 7 agosto 2007 la banca francese Bnp Paribas informò
i clienti che avevano investito in tre suoi fondi (per un valore
complessivo di 1,6 miliardi di euro) dell’impossibilità di
rimborsarli: a causa della crisi dei mutui subprime non
era più in grado di calcolare il valore degli attivi sottostanti. “Più
tardi nella giornata anche un altro fondo europeo del valore di 750
milioni di euro è stato congelato e una banca olandese ha ritirato i
collocamenti che aveva in programma dopo aver subito delle perdite a
causa dei subprime”, scriveva l’agenzia Reuters. Il 9 agosto la Bce guidata da Jean Claude Trichet reagì con una iniezione di liquidità da 95 miliardi di euro nel sistema bancario: era l’intervento straordinario di maggiore portata dall’11 settembre 2001. Il 17 agosto si mosse a sorpresa anche la Fed di Ben Bernanke,
tagliando il tasso di interesse principale dal 6,25 al 5,75%.
“Condizioni di credito più restrittive e una accresciuta incertezza
potrebbero ridurre la crescita economica”, si leggeva nel comunicato
dell’organismo che muove le leve della politica monetaria statunitense.
La Bbc commentò evidenziando che era dal’11 settembre 2001 –
anche in questo caso – che la Fed non riduceva i tassi senza aspettare
l’usuale riunione in programma ogni sei settimane.
Questi interventi straordinari, comunque, non sarebbero neanche lontanamente bastati. A settembre iniziò la corsa agli sportelli di Northern Rock, che era andata in crisi di liquidità e aveva chiesto supporto finanziario di emergenza alla Bank of England. Il 17 settembre, quando dai conti correnti erano già stati ritirati almeno 2 miliardi di sterline, il governo britannico annunciò che avrebbe garantito tutti i depositi. Nel febbraio 2008 la banca fu nazionalizzata. Intanto, a ottobre, la svizzera Ubs aveva annunciato perdite per 3,4 miliardi di euro legate ai subprime e il numero uno di Merryl Lynch Stanley O’Neal si era dimesso dopo che il gruppo aveva reso noto di aver registrato perdite per quasi 8 miliardi di dollari. Colpa anche in questo caso di investimenti ad alto rischio molto esposti ai mutui “facili”.
A dicembre il presidente Usa George W. Bush annunciò un piano per aiutare i proprietari immobiliari a fronteggiare i pignoramenti.
Intanto le banche centrali continuavano ad immettere liquidità nel
sistema, che continuava a inghiottirla senza però dare segni di
stabilizzazione. Nel marzo 2008 la banca di investimento Bear Stearns fu acquisita da Jp Morgan Chase,
con la regia del governo Usa, per evitarne il tracollo. Nel corso
dell’estate il Tesoro statunitense dovette poi scendere in campo per
salvare con soldi pubblici i big del credito Fannie Mae e Freddie Mac,
di cui il mercato prevedeva il tracollo sotto il peso delle insolvenze
sui 5mila miliardi di prestiti immobiliari che avevano in pancia.
L’11 settembre 2008 il Lehman Brothers annunciò che stava cercando acquirenti dopo avere registrato perdite per 4 miliardi di dollari. Nel fine settimana del 13 e 14 settembre un team di banchieri Fed si riunì per trovare una soluzione. La domenica arrivò l’annuncio che la banca avrebbe chiesto la bancarotta. Secondo Bernanke e l’ex segretario al Tesoro Henry Paulson, il volume di attivi “tossici” era tale da rendere impossibile un salvataggio. Lunedì 15 settembre Lehman presentò ufficialmente la richiesta di “bankruptcy protection”. Migliaia di dipendenti rimasero senza lavoro in una bancarotta da 639 miliari di dollari, la maggiore nella storia Usa. Nello stesso giorno Bank of America accettò di comprare Merril Lynch facendosi carico di un pacchetto di assistenza da 50 miliardi di dollari.
Nel frattempo gli interventi di sostegno al sistema finanziario iniziarono a gonfiare a dismisura deficit e debiti pubblici. Prima conseguenza: nel maggio 2010 Ue, Fmi e Bce dovettero varare un piano di salvataggio da 110 miliardi di dollari per la Grecia. L’anno dopo tutti i debiti sovrani dell’Eurozona entrarono in fibrillazione. Sei anni fa, il 5 agosto 2011, arrivò a Roma la famosa lettera dell’Eurotower con una serie di ‘raccomandazioni’ per il governo italiano su conti pubblici, riforma delle pensioni, contratti di lavoro, liberalizzazioni. Poi le dimissioni di Silvio Berlusconi e l’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Monti. Le misure messe in atto per superare la crisi hanno così finito per mettere a dura prova i paesi più vulnerabili: dopo la Grecia è stato il turno di Irlanda e Portogallo, finiti commissariati. Poi la Spagna, che nel 2012 chiese il sostegno finanziario per le banche, e l’Italia. Che a partire dal prossimo anno, quando Francoforte inizierà a ridurre gli acquisti di bond pubblici e privati (quantitative easing), dovrà mostrare in che misura è in grado di reggere da sola gli urti dei mercati.
Questi interventi straordinari, comunque, non sarebbero neanche lontanamente bastati. A settembre iniziò la corsa agli sportelli di Northern Rock, che era andata in crisi di liquidità e aveva chiesto supporto finanziario di emergenza alla Bank of England. Il 17 settembre, quando dai conti correnti erano già stati ritirati almeno 2 miliardi di sterline, il governo britannico annunciò che avrebbe garantito tutti i depositi. Nel febbraio 2008 la banca fu nazionalizzata. Intanto, a ottobre, la svizzera Ubs aveva annunciato perdite per 3,4 miliardi di euro legate ai subprime e il numero uno di Merryl Lynch Stanley O’Neal si era dimesso dopo che il gruppo aveva reso noto di aver registrato perdite per quasi 8 miliardi di dollari. Colpa anche in questo caso di investimenti ad alto rischio molto esposti ai mutui “facili”.
L’11 settembre 2008 il Lehman Brothers annunciò che stava cercando acquirenti dopo avere registrato perdite per 4 miliardi di dollari. Nel fine settimana del 13 e 14 settembre un team di banchieri Fed si riunì per trovare una soluzione. La domenica arrivò l’annuncio che la banca avrebbe chiesto la bancarotta. Secondo Bernanke e l’ex segretario al Tesoro Henry Paulson, il volume di attivi “tossici” era tale da rendere impossibile un salvataggio. Lunedì 15 settembre Lehman presentò ufficialmente la richiesta di “bankruptcy protection”. Migliaia di dipendenti rimasero senza lavoro in una bancarotta da 639 miliari di dollari, la maggiore nella storia Usa. Nello stesso giorno Bank of America accettò di comprare Merril Lynch facendosi carico di un pacchetto di assistenza da 50 miliardi di dollari.
Nel frattempo gli interventi di sostegno al sistema finanziario iniziarono a gonfiare a dismisura deficit e debiti pubblici. Prima conseguenza: nel maggio 2010 Ue, Fmi e Bce dovettero varare un piano di salvataggio da 110 miliardi di dollari per la Grecia. L’anno dopo tutti i debiti sovrani dell’Eurozona entrarono in fibrillazione. Sei anni fa, il 5 agosto 2011, arrivò a Roma la famosa lettera dell’Eurotower con una serie di ‘raccomandazioni’ per il governo italiano su conti pubblici, riforma delle pensioni, contratti di lavoro, liberalizzazioni. Poi le dimissioni di Silvio Berlusconi e l’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Monti. Le misure messe in atto per superare la crisi hanno così finito per mettere a dura prova i paesi più vulnerabili: dopo la Grecia è stato il turno di Irlanda e Portogallo, finiti commissariati. Poi la Spagna, che nel 2012 chiese il sostegno finanziario per le banche, e l’Italia. Che a partire dal prossimo anno, quando Francoforte inizierà a ridurre gli acquisti di bond pubblici e privati (quantitative easing), dovrà mostrare in che misura è in grado di reggere da sola gli urti dei mercati.
di F. Q. | 7 agosto 2017
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lunedì 13 aprile 2015
Derivati, sulla montagna in circolazione litigano già per non restare col fiammifero in mano,
Fonte: Il Fatto Quotidiano del 13 aprile 2015 a firma di Roberto Marchesi
Come è ampiamente noto ormai, quando si tratta di mettere regole alla “libera” operatività di banche e finanziarie, necessaria a limitare certi rischi, loro non ne vogliono sapere, e le loro potentissime lobby hanno fin qui sempre vinto ogni partita nel Congresso, trovando sempre ogni maggioranza necessaria a far desistere chiunque volesse mettere più controlli.
Adesso però ad agitarsi per chiedere a Daniel Tarullo, l’uomo della Federal Reserve preposto alla supervisione delle regole sulle attività finanziarie un intervento utile a limitare qualche rischio sono proprio i due maggiori esponenti americani nel mercato dei derivati finanziari: il colosso bancario Chase Bank e la Black Rock, leader globale negli investimenti e gestioni finanziarie. La loro preoccupazione è dovuta al fatto che, secondo molti operatori del settore, le Clearinghouses, cioè le piattaforme di transito controllo e garanzia delle principali operazioni sui derivati (vedi nota 1) in realtà potrebbero molto presto diventare esse stesse la miccia capace di dare il via alla nuova grande crisi.
Questo perché, come è ormai convinto persino Thomas Hoenig, vice presidente della Federal Deposit Insurance Corp., facendo semplicemente affidamento su queste istituzioni, invece che attivare adeguati filtri, si è finito per concentrare il rischio su poche entità istituzionali (le Clearinghouse) e sarebbe perciò sufficiente il crollo di una di queste per coinvolgere nella crisi un gran numero di banche e avviare quella tremenda reazione a catena già vista nel 2008. Quando una operazione è transitata attraverso una Clearinghouse si ritiene che quella operazione sia sicura e coperta da rischio perché sia le banche che effettuano le transazioni sia le stesse Clearinghouses, garantiscono con specifico capitale accantonato, e in caso estremo anche col proprio capitale sociale, la copertura del rischio.
Ma questo potrebbe diventare il punto di debolezza, e di rottura, se il capitale a disposizione per coprire il rischio diventasse insufficiente.
Benché a seguito della crisi siano state emanate nuove regole che impongono una maggiore capitalizzazione delle banche (poi controllate dai periodici “stress test”) è assai poco probabile che i capitali accantonati a copertura dei rischi derivanti da queste operazioni siano sufficienti a coprire l’intero rischio qualora una reazione a catena si instauri.
Ora, benché siano le stesse maggiori banche a contribuire e detenere il capitale delle Clearinghouses, esse (o perlomeno quelle che ne determinano l’indirizzo) non ritengono che sia necessario incrementare il capitale delle Clearinghouses, perché queste svolgono solo funzioni di controllo sulle operazioni in transito, e non di trading.
Sia come sia, il fatto è che in un mercato dei derivati finanziari che continua ad allargarsi (il solo mercato degli Swaps si calcola che valga qualcosa attorno ai 700 trilioni di dollari, ovvero 700mila miliardi) sembra del tutto ridicola questa diatriba tra le banche e le loro controllate clearinghouse su chi debba accantonare qualche centinaio di milioni in più, col rischio di perderli, solo per far credere che il mercato dei derivati finanziari è sotto controllo.
Palesemente non lo è, ma questa diatriba ci fa almeno capire che la miccia della prossima crisi è già accesa, l’unica cosa ancora ignota e’ quanto sia lunga la miccia.
(1) Clearinghouses per derivati: piattaforme istituzionali per lo di scambio dei derivati finanziari tra le banche. Incluse nella riforma “Dodd-Frank” del 2009 per dare maggiore sicurezza e trasparenza a queste transazioni finanziarie, ma dopo la sconfitta elettorale dei democratici nel 2010, la riforma non ha potuto essere completata.
Le maggiori Clearinghouse operanti oggi sono CME Group Inc., Intercontinental Exchange Inc. e LCH.Clearnet Group Ltd.
p.s.
conoscendo un minimo di storia economica del capitalismo quanto raccontato nell'articolo non è cosa nuova; già nel '29 (in realtà si data a questo anno la "crisi" ma essa cominciò prima, molto prima..... fra il 1917 e il 1918 almeno con la crisi di liquidità delle Save & Loan che erano fuori dal sistema della FED, banca privata di proprietà di alcuni gruppi finanziari che lavora in concessione per conto dello Stato.. il controllato che controlla il controllore .... nulla di nuovo quindi, e che facevano gola ai vari Rockfeller e co. per la montagna di denaro che gestivano per conto di famiglie, lavoratori ecc., e che, causa voci incontrollate di perdita di liquidità, fallirono in meno di 24 ore per l'afflusso enorme di utenti che volevano indietro i propri soldi: tutto falso naturalmente ..... ma bastò a farle chiudere e a farle entrar nel sistema FED dove furono facile preda dei soliti noti di cui sopra) c'erano problemi sollevati riguardanti chi dovesse rimanere con il cerino acceso: l'esito quella volta fu "spiacevole" per questi criminali perchè anche se lo Stato voleva farlo c'era il "pericolo comunista" alle porte e gli americani potevano trovare attraente cambiare rotta.. quindi Roosvelt tenne duro sventolando il classico drappo davanti ai suindicati riuscendo a imporre tasse altissime ai certi ricchi e staricchi (le tasse sul patrimonio di questi qui raggiunse in certi periodi anche il 200% del valore pre-crisi) e con i soldi creò l'esperimento della Tennesee Valley Authority, il famoso "fare un buco per poi ricoprirlo", dove riuscì a dare forti iniezioni all'economia reale applicando, quasi alla lettera, le teorie di Keynes..... erano le basi del moderno Welfare e della rinascita dell'economia. Con la II° guerra mendiale (...) uscirono dalla crisi. Ora la situazione si ripete, per l'ennesima volta e il gioco del cerino è ripreso: solo che non c'è nessun pericolo all'orizzonte, solo .... frustrazione, povertà e tutto quello che i padroni del vapore riescono a propinarci!
Come è ampiamente noto ormai, quando si tratta di mettere regole alla “libera” operatività di banche e finanziarie, necessaria a limitare certi rischi, loro non ne vogliono sapere, e le loro potentissime lobby hanno fin qui sempre vinto ogni partita nel Congresso, trovando sempre ogni maggioranza necessaria a far desistere chiunque volesse mettere più controlli.
Adesso però ad agitarsi per chiedere a Daniel Tarullo, l’uomo della Federal Reserve preposto alla supervisione delle regole sulle attività finanziarie un intervento utile a limitare qualche rischio sono proprio i due maggiori esponenti americani nel mercato dei derivati finanziari: il colosso bancario Chase Bank e la Black Rock, leader globale negli investimenti e gestioni finanziarie. La loro preoccupazione è dovuta al fatto che, secondo molti operatori del settore, le Clearinghouses, cioè le piattaforme di transito controllo e garanzia delle principali operazioni sui derivati (vedi nota 1) in realtà potrebbero molto presto diventare esse stesse la miccia capace di dare il via alla nuova grande crisi.
Questo perché, come è ormai convinto persino Thomas Hoenig, vice presidente della Federal Deposit Insurance Corp., facendo semplicemente affidamento su queste istituzioni, invece che attivare adeguati filtri, si è finito per concentrare il rischio su poche entità istituzionali (le Clearinghouse) e sarebbe perciò sufficiente il crollo di una di queste per coinvolgere nella crisi un gran numero di banche e avviare quella tremenda reazione a catena già vista nel 2008. Quando una operazione è transitata attraverso una Clearinghouse si ritiene che quella operazione sia sicura e coperta da rischio perché sia le banche che effettuano le transazioni sia le stesse Clearinghouses, garantiscono con specifico capitale accantonato, e in caso estremo anche col proprio capitale sociale, la copertura del rischio.
Ma questo potrebbe diventare il punto di debolezza, e di rottura, se il capitale a disposizione per coprire il rischio diventasse insufficiente.
Benché a seguito della crisi siano state emanate nuove regole che impongono una maggiore capitalizzazione delle banche (poi controllate dai periodici “stress test”) è assai poco probabile che i capitali accantonati a copertura dei rischi derivanti da queste operazioni siano sufficienti a coprire l’intero rischio qualora una reazione a catena si instauri.
Ora, benché siano le stesse maggiori banche a contribuire e detenere il capitale delle Clearinghouses, esse (o perlomeno quelle che ne determinano l’indirizzo) non ritengono che sia necessario incrementare il capitale delle Clearinghouses, perché queste svolgono solo funzioni di controllo sulle operazioni in transito, e non di trading.
Sia come sia, il fatto è che in un mercato dei derivati finanziari che continua ad allargarsi (il solo mercato degli Swaps si calcola che valga qualcosa attorno ai 700 trilioni di dollari, ovvero 700mila miliardi) sembra del tutto ridicola questa diatriba tra le banche e le loro controllate clearinghouse su chi debba accantonare qualche centinaio di milioni in più, col rischio di perderli, solo per far credere che il mercato dei derivati finanziari è sotto controllo.
Palesemente non lo è, ma questa diatriba ci fa almeno capire che la miccia della prossima crisi è già accesa, l’unica cosa ancora ignota e’ quanto sia lunga la miccia.
(1) Clearinghouses per derivati: piattaforme istituzionali per lo di scambio dei derivati finanziari tra le banche. Incluse nella riforma “Dodd-Frank” del 2009 per dare maggiore sicurezza e trasparenza a queste transazioni finanziarie, ma dopo la sconfitta elettorale dei democratici nel 2010, la riforma non ha potuto essere completata.
Le maggiori Clearinghouse operanti oggi sono CME Group Inc., Intercontinental Exchange Inc. e LCH.Clearnet Group Ltd.
p.s.
conoscendo un minimo di storia economica del capitalismo quanto raccontato nell'articolo non è cosa nuova; già nel '29 (in realtà si data a questo anno la "crisi" ma essa cominciò prima, molto prima..... fra il 1917 e il 1918 almeno con la crisi di liquidità delle Save & Loan che erano fuori dal sistema della FED, banca privata di proprietà di alcuni gruppi finanziari che lavora in concessione per conto dello Stato.. il controllato che controlla il controllore .... nulla di nuovo quindi, e che facevano gola ai vari Rockfeller e co. per la montagna di denaro che gestivano per conto di famiglie, lavoratori ecc., e che, causa voci incontrollate di perdita di liquidità, fallirono in meno di 24 ore per l'afflusso enorme di utenti che volevano indietro i propri soldi: tutto falso naturalmente ..... ma bastò a farle chiudere e a farle entrar nel sistema FED dove furono facile preda dei soliti noti di cui sopra) c'erano problemi sollevati riguardanti chi dovesse rimanere con il cerino acceso: l'esito quella volta fu "spiacevole" per questi criminali perchè anche se lo Stato voleva farlo c'era il "pericolo comunista" alle porte e gli americani potevano trovare attraente cambiare rotta.. quindi Roosvelt tenne duro sventolando il classico drappo davanti ai suindicati riuscendo a imporre tasse altissime ai certi ricchi e staricchi (le tasse sul patrimonio di questi qui raggiunse in certi periodi anche il 200% del valore pre-crisi) e con i soldi creò l'esperimento della Tennesee Valley Authority, il famoso "fare un buco per poi ricoprirlo", dove riuscì a dare forti iniezioni all'economia reale applicando, quasi alla lettera, le teorie di Keynes..... erano le basi del moderno Welfare e della rinascita dell'economia. Con la II° guerra mendiale (...) uscirono dalla crisi. Ora la situazione si ripete, per l'ennesima volta e il gioco del cerino è ripreso: solo che non c'è nessun pericolo all'orizzonte, solo .... frustrazione, povertà e tutto quello che i padroni del vapore riescono a propinarci!
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domenica 26 gennaio 2014
Crisi: ‘Hot money’, sedotti e abbandonati. La fuga di capitali dai paesi emergenti
Loretta Napoleoni | 26 gennaio 2014
La parola stabilità in finanza non esiste. La ripresa, ancora solo apparente, delle economie occidentali viene interpretata come il segnale di un cambiamento radicale nelle politiche monetarie di alcuni paesi. La Riserva Federale ha già ridotto di 10 miliardi mensili il volume totale di dollari che stampa ogni mese ed a quanto pare un ulteriore taglio, che lo porterà a 65 miliardi al mese, è previsto per la prossima settimana. La Banca d’Inghilterra dichiara che ormai raggiungere l’obiettivo del 7 per cento del tasso di disoccupazione non è più necessario per alzare quello d’interesse, ed i mercati sono convinti che presto il costo del denaro tornerà a salire. Chi guadagna e chi perde da questi cambiamenti?
Dato che teoricamente la produzione di tutto questo denaro cartaceo serviva alle economie occidentali, piombate nella crisi del credito prima e poi in quella del debito sovrano, verrebbe naturale dire che a risentirne dovrebbero essere queste stesse. Ed invece non è così. Scopriamo che negli ultimi tre mesi, da quando il cambiamento di rotta della Fed si è ufficializzato, le economie dei paesi emergenti sono affette da una vera e propria fuga di capitali stranieri al ritmo di 20 miliardi per settimana, 24 nell’ultima, una aspirapolvere monetaria. I soldi fuoriescono da queste nazioni per rientrate in quelle occidentali, prima destinazione i buoni del tesoro americani seguiti dall’oro e dallo yen, questi i beni rifugio attuali. Anche alcune economie europee sono nuovamente di moda: il tesoro spagnolo ha piazzato 10 miliardi di titoli decennali con un rendimento sotto il 4 per cento, siamo ai minimi storici dello spread dall’inizio della crisi del debito sovrano.
La fuga dalle economie emergenti ed il rimpatrio in occidente non è giustificato da cambiamenti radicali nelle prestazioni economiche di queste regioni: gli Stati Uniti devono risolvere il problema del debito, in Spagna 6 milioni di disoccupati continuano a non trovare lavoro, la politica monetaria rivoluzionaria giapponese non ha ancora dato i suoi frutti e l’oro è quello che è, un bene rifugio solo temporaneo. La crescita economica delle economie emergenti è, ancora, di gran lunga superiore a quella occidentale e continuerà ad esserlo, l’investitore vero, quello di medio e lungo periodo infatti non ha spostato i capitali.
La crisi di liquidità in atto nelle economie emergenti è legata al comportamento dei cosiddetti hot money, i soldi della speculazione. Questi sono aumentati notevolmente di volume grazie alla creazione di moneta cartacea in atto dal 2009. In altre parole quel denaro che sarebbe dovuto andare ad alimentare le economie occidentali in crisi è invece finito nelle tasche degli speculatori che lo hanno utilizzato negli ultimi 5 anni per investire, o meglio speculare, nei mercati emergenti. Adesso che i rubinetti monetari si stanno chiudendo gli speculatori sono stati presi dal panico: la riduzione del denaro facile farà scendere la domanda di investimento nelle economie emergenti e quindi anche il valore dei beni, meglio uscire da questi mercati prima che si verifichi questa situazione, ecco la logica. Ma dato che tutti ragionano e si muovono all’unisono il risultato del fuggi fuggi è il crollo delle quotazioni dei beni e delle valute in questi mercati.
C’è poi la questione Cina, si teme una riduzione della domanda di beni provenienti dalle economie emergenti a seguito di un rallentamento del tasso di crescita e di una ipotetica crisi del settore del credito informale, ipotetica perché nessuno ha idea di come verrà gestita. Una cosa è certa, Pechino vuole alzare i tassi d’interesse per raffreddare l’economia e questa decisione viene interpretata come un segno premonitore della caduta della domanda.
Riassumendo: i soldi che sono stati stampati hanno gonfiato bolle speculative nelle economie dei paesi emergenti, bolle che adesso si stanno sgonfiando molto velocemente mettendo in crisi queste economie; se questo è vero allora è anche vero che solo una piccola parte di questi soldi è andata a sostenere le economie reali occidentali. Ma non basta, gli hot money non le politiche monetarie, né quelle economiche influenzano l’andamento dell’economia mondiale.
p.s.
l'analisi lucidissima della Loretta Napoleoni dovrebeb fari aprire gli occhi sulla gavità della situaizione: qui ci sono montagne di denaro che girano per il pianeta alla ricerca spasmodica di profitti senza rischi.... gli stati dormono, le persone si accontentano del momentaneo benessere ...... fino al momento della dipartita degli stessi, i ceti dominanti si arricchiscono ben sapendo come non saranno loro a pagare il conseguente debito creato ad hoc. Non se esce finchè qualcuno non spezza il cerchio, chi si fa avanti?
La parola stabilità in finanza non esiste. La ripresa, ancora solo apparente, delle economie occidentali viene interpretata come il segnale di un cambiamento radicale nelle politiche monetarie di alcuni paesi. La Riserva Federale ha già ridotto di 10 miliardi mensili il volume totale di dollari che stampa ogni mese ed a quanto pare un ulteriore taglio, che lo porterà a 65 miliardi al mese, è previsto per la prossima settimana. La Banca d’Inghilterra dichiara che ormai raggiungere l’obiettivo del 7 per cento del tasso di disoccupazione non è più necessario per alzare quello d’interesse, ed i mercati sono convinti che presto il costo del denaro tornerà a salire. Chi guadagna e chi perde da questi cambiamenti?
Dato che teoricamente la produzione di tutto questo denaro cartaceo serviva alle economie occidentali, piombate nella crisi del credito prima e poi in quella del debito sovrano, verrebbe naturale dire che a risentirne dovrebbero essere queste stesse. Ed invece non è così. Scopriamo che negli ultimi tre mesi, da quando il cambiamento di rotta della Fed si è ufficializzato, le economie dei paesi emergenti sono affette da una vera e propria fuga di capitali stranieri al ritmo di 20 miliardi per settimana, 24 nell’ultima, una aspirapolvere monetaria. I soldi fuoriescono da queste nazioni per rientrate in quelle occidentali, prima destinazione i buoni del tesoro americani seguiti dall’oro e dallo yen, questi i beni rifugio attuali. Anche alcune economie europee sono nuovamente di moda: il tesoro spagnolo ha piazzato 10 miliardi di titoli decennali con un rendimento sotto il 4 per cento, siamo ai minimi storici dello spread dall’inizio della crisi del debito sovrano.
La fuga dalle economie emergenti ed il rimpatrio in occidente non è giustificato da cambiamenti radicali nelle prestazioni economiche di queste regioni: gli Stati Uniti devono risolvere il problema del debito, in Spagna 6 milioni di disoccupati continuano a non trovare lavoro, la politica monetaria rivoluzionaria giapponese non ha ancora dato i suoi frutti e l’oro è quello che è, un bene rifugio solo temporaneo. La crescita economica delle economie emergenti è, ancora, di gran lunga superiore a quella occidentale e continuerà ad esserlo, l’investitore vero, quello di medio e lungo periodo infatti non ha spostato i capitali.
La crisi di liquidità in atto nelle economie emergenti è legata al comportamento dei cosiddetti hot money, i soldi della speculazione. Questi sono aumentati notevolmente di volume grazie alla creazione di moneta cartacea in atto dal 2009. In altre parole quel denaro che sarebbe dovuto andare ad alimentare le economie occidentali in crisi è invece finito nelle tasche degli speculatori che lo hanno utilizzato negli ultimi 5 anni per investire, o meglio speculare, nei mercati emergenti. Adesso che i rubinetti monetari si stanno chiudendo gli speculatori sono stati presi dal panico: la riduzione del denaro facile farà scendere la domanda di investimento nelle economie emergenti e quindi anche il valore dei beni, meglio uscire da questi mercati prima che si verifichi questa situazione, ecco la logica. Ma dato che tutti ragionano e si muovono all’unisono il risultato del fuggi fuggi è il crollo delle quotazioni dei beni e delle valute in questi mercati.
C’è poi la questione Cina, si teme una riduzione della domanda di beni provenienti dalle economie emergenti a seguito di un rallentamento del tasso di crescita e di una ipotetica crisi del settore del credito informale, ipotetica perché nessuno ha idea di come verrà gestita. Una cosa è certa, Pechino vuole alzare i tassi d’interesse per raffreddare l’economia e questa decisione viene interpretata come un segno premonitore della caduta della domanda.
Riassumendo: i soldi che sono stati stampati hanno gonfiato bolle speculative nelle economie dei paesi emergenti, bolle che adesso si stanno sgonfiando molto velocemente mettendo in crisi queste economie; se questo è vero allora è anche vero che solo una piccola parte di questi soldi è andata a sostenere le economie reali occidentali. Ma non basta, gli hot money non le politiche monetarie, né quelle economiche influenzano l’andamento dell’economia mondiale.
p.s.
l'analisi lucidissima della Loretta Napoleoni dovrebeb fari aprire gli occhi sulla gavità della situaizione: qui ci sono montagne di denaro che girano per il pianeta alla ricerca spasmodica di profitti senza rischi.... gli stati dormono, le persone si accontentano del momentaneo benessere ...... fino al momento della dipartita degli stessi, i ceti dominanti si arricchiscono ben sapendo come non saranno loro a pagare il conseguente debito creato ad hoc. Non se esce finchè qualcuno non spezza il cerchio, chi si fa avanti?
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