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mercoledì 7 novembre 2018

Populismo o momento Polanyi? Ecco come il mercato distrugge la società

Fonte: Il Fatto Quotidiano  Economia & Lobby | 6 novembre 2018 

Vi è un fenomeno che negli ultimi anni si è fatto sempre più evidente e pervasivo nella scena politica del cosiddetto occidente: una sorta di rivolta contro le élite (reali o percepite che siano) che viene definito, col consueto semplicismo imbelle che caratterizza i mezzi di comunicazione di massa, col termine di populismo o, più cacofonicamente, con quello di antipolitica (come se la politica fosse mera questione di ortodossia nei confronti del potere costituito). Naturalmente, codesti sono semplici significanti vuoti atti a definire, senza spiegare, un movimento che si sta espandendo a macchia d’olio in tutto l’emisfero occidentale e che, nella sua manifestazione fattuale, è iniziato nel Regno Unito con la cosiddetta Brexit, si è esteso dall’altra parte dell’oceano con l’elezione di Donald Trump – sineddoche di un “contropotere” rispetto a quello che potremmo definire “globalismo finanziario” – e ha toccato il nostro Paese, in occasione del referendum costituzionale del 2016 e delle elezioni politiche di quest’anno.
Siccome le categorie di “populismo” e di “antipolitica” non possono ambire alla funzione di interpretare alcunché – ma al massimo a quella di stigmatizzare un fenomeno – per cercare di comprendere quello che sta accadendo ci avvarremo della chiave di lettura fornitaci dagli epigoni degli storici della “lunga durata”, in particolare del lavoro di Giovanni Arrighi (Il lungo XX secolo, 2014). Secondo questa interpretazione, il fenomeno storico denominato capitalismo può essere diviso in cicli periodici di accumulazione, che si sono succeduti dal suo avvento.

Ogni ciclo di è costituito da tre fasi:
1. Un periodo iniziale di espansione finanziaria – che si potrebbe definire di “accumulazione originaria” – nel quale un nuovo ciclo si sviluppa in maniera “parassitaria” sul capitale accumulato dal ciclo precedente.
2. Un periodo di sviluppo e consolidamento, nel quale si verifica l’espansione materiale: il periodo del capitalismo produttivo/manifatturiero.
3. Una fase terminale di espansione finanziaria, ovvero di “conversione” del processo di accumulazione, dall’economia produttiva alla cosiddetta speculazione finanziaria. Questo fenomeno è l’espressione di una crisi nella quale quello che è definito “l’agente dominante dei processi sistemici di accumulazione del capitale” riscontra difficoltà crescenti a creare un adeguato profitto tramite la produzione di merci materiali. Pertanto, il “capitale mobile” viene indirizzato verso la finanza.
Questa sequenza di fenomeni ha conseguenze piuttosto rilevanti sull’assetto dell’economia-mondo. Il periodo di espansione finanziaria comporta notevoli costi sociali, poiché al contrario della modalità di produzione materiale non può sostenere economicamente una vasta classe media, siccome solo una parte esigua della popolazione può spartire i profitti della speculazione e dell’intermediazione finanziaria. Le criticità di questo fenomeno sono ben osservabili in tutto il mondo occidentale attraverso fenomeni quali l’allargarsi della forbice tra salari e profitti, le bolle finanziarie, l’aumento del debito a carico dei cittadini, la recessione, la deindustrializzazione, eccetera.
Inoltre la finanziarizzazione dà luogo a quello che David Harvey ha definito “accumulazione per espropriazione”, nella quale i capitali accumulati diffusamente durante gli anni dell’economia “produttiva” vengono concentrati verso le élite che controllano gli strumenti finanziari: questo comporta una diffusa espropriazione di capitale fisico (beni) accumulati dalla società nel suo assieme. Qualsiasi tipo di bolla speculativa implica una espropriazione di capitali e una concentrazione di strumenti monetari nelle mani di chi la controlla: “Questo è ciò che accadde nel sudest asiatico nel 1997-1998, in Russia nel 1998, in Argentina nel 2001-2002. E quello che è successo nel mondo intero nel 2008-2009″. (Harvey, 2010). Un esempio di questo fenomeno sono le cosiddette privatizzazioni, che non sono altro che la svendita di beni degli Stati “in crisi”, la cui accumulazione è avvenuta grazie all’opera dell’intera cittadinanza.
Un altro aspetto connesso alla finanziarizzazione è la liberalizzazione dei movimenti dei capitali e delle merci che ha favorito le cosiddette delocalizzazioni, ovvero il trasferimento degli impianti produttivi verso aree o Paesi nei quali il costo del lavoro sia più basso che nei paesi d’origine. Questo processo ha avuto la conseguenza di mettere in concorrenza i lavoratori di tutto il mondo in un’universale licitazione verso il basso del costo del lavoro. Tuttavia, un minore potere d’acquisto diffuso comporta minori consumi in beni e servizi e tende a favorire la recessione. Questo ha determinato l’insorgenza di due problemi. Il primo: l’impoverimento del ceto medio, ha eroso la base per la riproduzione capitalistica stessa. Il secondo è che questo impoverimento unito ai tagli dei servizi pubblici avvenuto in tutti i Paesi dell’occidente ha comportato, alla lunga, instabilità sociale e perdita di credibilità delle istituzioni.
Da qui le origini della crisi del modello sociale che a partire dagli anni 80 si è verificato in tutto il mondo occidentale. Una crisi di tal fatta non poteva che dare origine al cosiddetto “momento Polanyi“, la cui descrizione sintetica è formulata ne La grande trasformazione: “La nostra tesi è che l’idea di un mercato autoregolato implicasse una grossa utopia. Un’istituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza della società […]. Era inevitabile che la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso essa ostacolava l’autoregolazione del mercato“. Certo, non possiamo non convenire che sia molto più facile (ancorché vacuo) chiamare tutto questo “populismo”.

domenica 26 gennaio 2014

Crisi: ‘Hot money’, sedotti e abbandonati. La fuga di capitali dai paesi emergenti

Loretta Napoleoni | 26 gennaio 2014
La parola stabilità in finanza non esiste. La ripresa, ancora solo apparente, delle economie occidentali viene interpretata come il segnale di un cambiamento radicale nelle politiche monetarie di alcuni paesi. La Riserva Federale ha già ridotto di 10 miliardi mensili il volume totale di dollari che stampa ogni mese ed a quanto pare un ulteriore taglio, che lo porterà a 65 miliardi al mese, è previsto per la prossima settimana. La Banca d’Inghilterra dichiara che ormai raggiungere l’obiettivo del 7 per cento del tasso di disoccupazione non è più necessario per alzare quello d’interesse, ed i mercati sono convinti che presto il costo del denaro tornerà a salire. Chi guadagna e chi perde da questi cambiamenti?
Dato che teoricamente la produzione di tutto questo denaro cartaceo serviva alle economie occidentali, piombate nella crisi del credito prima e poi in quella del debito sovrano, verrebbe naturale dire che a risentirne dovrebbero essere queste stesse. Ed invece non è così. Scopriamo che negli ultimi tre mesi, da quando il cambiamento di rotta della Fed si è ufficializzato, le economie dei paesi emergenti sono affette da una vera e propria fuga di capitali stranieri al ritmo di 20 miliardi per settimana, 24 nell’ultima, una aspirapolvere monetaria. I soldi fuoriescono da queste nazioni per rientrate in quelle occidentali, prima destinazione i buoni del tesoro americani seguiti dall’oro e dallo yen, questi i beni rifugio attuali. Anche alcune economie europee sono nuovamente di moda: il tesoro spagnolo ha piazzato 10 miliardi di titoli decennali con un rendimento sotto il 4 per cento, siamo ai minimi storici dello spread dall’inizio della crisi del debito sovrano.
La fuga dalle economie emergenti ed il rimpatrio in occidente non è giustificato da cambiamenti radicali nelle prestazioni economiche di queste regioni: gli Stati Uniti devono risolvere il problema del debito, in Spagna 6 milioni di disoccupati continuano a non trovare lavoro, la politica monetaria rivoluzionaria giapponese non ha ancora dato i suoi frutti e l’oro è quello che è, un bene rifugio solo temporaneo. La crescita economica delle economie emergenti è, ancora, di gran lunga superiore a quella occidentale e continuerà ad esserlo, l’investitore vero, quello di medio e lungo periodo infatti non ha spostato i capitali.
La crisi di liquidità in atto nelle economie emergenti è legata al comportamento dei cosiddetti hot money, i soldi della speculazione. Questi sono aumentati notevolmente di volume grazie alla creazione di moneta cartacea in atto dal 2009. In altre parole quel denaro che sarebbe dovuto andare ad alimentare le economie occidentali in crisi è invece finito nelle tasche degli speculatori che lo hanno utilizzato negli ultimi 5 anni per investire, o meglio speculare, nei mercati emergenti. Adesso che i rubinetti monetari si stanno chiudendo gli speculatori sono stati presi dal panico: la riduzione del denaro facile farà scendere la domanda di investimento nelle economie emergenti e quindi anche il valore dei beni, meglio uscire da questi mercati prima che si verifichi questa situazione, ecco la logica. Ma dato che tutti ragionano e si muovono all’unisono il risultato del fuggi fuggi è il crollo delle quotazioni dei beni e delle valute in questi mercati.
C’è poi la questione Cina, si teme una riduzione della domanda di beni provenienti dalle economie emergenti a seguito di un rallentamento del tasso di crescita e di una ipotetica crisi del settore del credito informale, ipotetica perché nessuno ha idea di come verrà gestita. Una cosa è certa, Pechino vuole alzare i tassi d’interesse per raffreddare l’economia e questa decisione viene interpretata come un segno premonitore della caduta della domanda.
Riassumendo: i soldi che sono stati stampati hanno gonfiato bolle speculative nelle economie dei paesi emergenti, bolle che adesso si stanno sgonfiando molto velocemente mettendo in crisi queste economie; se questo è vero allora è anche vero che solo una piccola parte di questi soldi è andata a sostenere le economie reali occidentali. Ma non basta, gli hot money non le politiche monetarie, né quelle economiche influenzano l’andamento dell’economia mondiale.
p.s.
l'analisi lucidissima della Loretta Napoleoni dovrebeb fari aprire gli occhi sulla gavità della situaizione: qui ci sono montagne di denaro che girano per il pianeta alla ricerca spasmodica di profitti senza rischi.... gli stati dormono, le persone si accontentano del momentaneo benessere ...... fino al momento della dipartita degli stessi, i ceti dominanti si arricchiscono ben sapendo come non saranno loro a pagare il conseguente debito creato ad hoc. Non se esce finchè qualcuno non spezza il cerchio, chi si fa avanti?

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