Fonte: Il Fatto Quotidiano di F. Q. | 28 Luglio 2019
Cade il 29 luglio l’Earth Overshoot Day 2019, ovvero il giorno in cui saranno esaurite tutte le risorse che il nostro pianeta può generare nell’anno. Una data che si anticipa di anno in anno,
a dimostrazione del fatto che il consumo di quello che la Terra offre è
sempre più accelerato. Negli ultimi 20 anni, il giorno dell’Overshoot
si è spostato infatti di tre mesi in anticipo nel calendario, fino a
superare quest’anno anche il record del 2018, quando cadde il 1 agosto. L’evento, che in italiano è letteralmente il “giorno del sovrasfruttamento”, segna il momento dal quale tutti i consumi dell’uomo saranno in eccesso rispetto a quello che gli ecosistemi della Terra possono rigenerare, bruciando in anticipo le risorse per il futuro.
Ad annunciarlo è il Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale che monitora l’impronta ecologica dell’uomo, ovvero una sorta di contabilità dello sfruttamento delle risorse naturali, che ha stimato che in media, tutto il mondo consumerà nel 2019 le risorse di 1,75 pianeti. Il velocizzarsi del fenomeno di sovra-sfruttamento è dovuto al fatto che intaccare il capitale naturale del pianeta compromette ulteriormente la sua capacità futura di rigenerazione delle risorse. Deforestazione, erosione del suolo, perdita di biodiversità e accumulo di anidride carbonica in atmosfera sono tra gli effetti più tangibili del sovra-utilizzo di quello che il pianeta ha da offrire. Gli stessi cambiamenti climatici e i sempre più frequenti fenomeni di siccità, incendi e uragani sono una conseguenza di queste problematiche, specialmente dell’effetto serra causato dall’accumulo di CO2.
Secondo il Global Footprint Network, l’Italia, che nella classifica dei “paesi spreconi” si trova al nono posto, ha già passato il suo Overshoot Day per quest’anno. Gli italiani avrebbero infatti consumato tutte le loro risorse già dal 15 maggio e, secondo i calcoli, servirebbero le risorse di 4,7 paesi altrettanto grandi per soddisfarne gli sprechi. In termini assoluti però, il paese che divora di più sono gli Stati Uniti: se tutto il mondo consumasse come loro, servirebbero le risorse di 5 pianeti. A seguire ci sono l’Australia, seguita da Russia, Germania e Svizzera.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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domenica 28 luglio 2019
Earth Overshoot Day
domenica 24 febbraio 2019
Istat, migliora soddisfazione (anche economica) italiani
Fonte: W.S.I. 22 Febbraio 2019, di Alberto Battaglia
Nel 2018 spread e incertezze sull’andamento dell’economia non hanno pesato sulla soddisfazione degli italiani che, al contrario, è aumentata rispetto all’anno precedente. Lo ha comunicato l’Istat, precisando che i soggetti con almeno 14 anni di età che hanno espresso una soddisfazione elevata per la propria vita sono passati dal 39,6% al 41,4%. Anche il giudizio strettamente legato alla situazione economica è migliorato, e in misura ancor superiore, con una quota di intervistati “soddisfatti” che ha raggiunto il 53%, contro il 50,5% del 2017. Inoltre, aumenta la quota di famiglie che giudicano la propria situazione economica stabile (dal 59,5% del 2017 al 62,5%) o migliorata (dal 7,4% all’8,1%).
Uno sguardo sulle serie storiche rivela che il 2018 è stato l’anno che ha visto il maggior grado di soddisfazione, secondo solo al 2011 (anno in cui è stata condotta la ricerca per la prima volta: i “soddisfatti”, allora, erano il 45,9%).
La soddisfazione degli italiani, però, varia sensibilmente da Nord a Sud: se nel Settentrione si dice soddisfatto della propria vita il 47% del campione, al Mezzogiorno il dato scende al 35,1%, mentre al Centro si sale al 39,2%.
Chi un lavoro ce l’ha, si dice molto o abbastanza soddisfatto della sua attività nel 76,7% dei casi, in linea con l’anno precedente, prosegue l’Istat, precisando che le donne esprimono maggiore soddisfazione degli uomini (77,6% contro 77,1%).
L’Italia si conferma un Paese nel quale si esprime soddisfazione per le proprie relazioni famigliari, con un grado di apprezzamento pari al 90,1%. Cresce anche la soddisfazione nelle reti amicali, passando dall’81,7 all’82,5%. Lo stato di salute, infine, soddisfa l’80,7% delle persone stabile a livelli elevati, così come la soddisfazione per il proprio tempo libero, al 66,2%.
Nel 2018 spread e incertezze sull’andamento dell’economia non hanno pesato sulla soddisfazione degli italiani che, al contrario, è aumentata rispetto all’anno precedente. Lo ha comunicato l’Istat, precisando che i soggetti con almeno 14 anni di età che hanno espresso una soddisfazione elevata per la propria vita sono passati dal 39,6% al 41,4%. Anche il giudizio strettamente legato alla situazione economica è migliorato, e in misura ancor superiore, con una quota di intervistati “soddisfatti” che ha raggiunto il 53%, contro il 50,5% del 2017. Inoltre, aumenta la quota di famiglie che giudicano la propria situazione economica stabile (dal 59,5% del 2017 al 62,5%) o migliorata (dal 7,4% all’8,1%).
Uno sguardo sulle serie storiche rivela che il 2018 è stato l’anno che ha visto il maggior grado di soddisfazione, secondo solo al 2011 (anno in cui è stata condotta la ricerca per la prima volta: i “soddisfatti”, allora, erano il 45,9%).
La soddisfazione degli italiani, però, varia sensibilmente da Nord a Sud: se nel Settentrione si dice soddisfatto della propria vita il 47% del campione, al Mezzogiorno il dato scende al 35,1%, mentre al Centro si sale al 39,2%.
Chi un lavoro ce l’ha, si dice molto o abbastanza soddisfatto della sua attività nel 76,7% dei casi, in linea con l’anno precedente, prosegue l’Istat, precisando che le donne esprimono maggiore soddisfazione degli uomini (77,6% contro 77,1%).
L’Italia si conferma un Paese nel quale si esprime soddisfazione per le proprie relazioni famigliari, con un grado di apprezzamento pari al 90,1%. Cresce anche la soddisfazione nelle reti amicali, passando dall’81,7 all’82,5%. Lo stato di salute, infine, soddisfa l’80,7% delle persone stabile a livelli elevati, così come la soddisfazione per il proprio tempo libero, al 66,2%.
lunedì 22 ottobre 2018
Italiani popolo di formiche: cosa c’è dietro la crescita dei risparmi
Fonte: W.S.I. 22 ottobre 2018, di Alessandra Caparello
Crescono i risparmi delle famiglie italiane che vuoi la crisi politica,
vuoi le tensioni finanziarie, decidono di lasciare il loro denaro sui
conti con la conseguenza che aumentano le riserve in banca cresciute in
12 mesi di oltre 50 miliardi di euro mentre i c/c arrivano a sfondare
il tetto dei mille miliardi.
Questi i dati principali che emergono dalle ricerca del Centro studi di Unimpresa sull’andamento delle riserve delle famiglie e delle imprese italiane, secondo la quale, in totale, negli ultimi 12 mesi nei conti correnti sono stati accumulati 74 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Nel dettaglio, dice il rapporto, le famiglie non spendono e hanno lasciato in banca 26,1 miliardi in un anno (+2,77%), così anche le aziende i cui fondi sono cresciuti di circa 20 miliardi (+7,95%), e di oltre 4 miliardi invece le imprese familiari (+7%).
Questi i dati principali che emergono dalle ricerca del Centro studi di Unimpresa sull’andamento delle riserve delle famiglie e delle imprese italiane, secondo la quale, in totale, negli ultimi 12 mesi nei conti correnti sono stati accumulati 74 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Nel dettaglio, dice il rapporto, le famiglie non spendono e hanno lasciato in banca 26,1 miliardi in un anno (+2,77%), così anche le aziende i cui fondi sono cresciuti di circa 20 miliardi (+7,95%), e di oltre 4 miliardi invece le imprese familiari (+7%).
“Da diversi anni registriamo questo preoccupante andamento dei depositi bancari. A frenare consumi, investimenti e credito sono rispettivamente la paura di nuove tasse e l’assenza di certezze sul futuro, nell’ultimo periodo si è aggiunta anche qualche preoccupazione sul fronte politico per l’instabilità del governo”.Così il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara. Questi dati arrivano mentre la Consob mette in luce come le scelte di investimento degli italiani sono ancora segnate da una scarsa conoscenza dei concetti base della finanza. Nel rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane per il 2018, l’Autorithy evidenzia che la ricchezza netta delle famiglie rimane stabile sui livelli del 2012 attestandosi a 9 volte il reddito disponibile, sopra la media Ue ma i risparmiatori italiani sono “affetti” da un cronico ritardo in termini di educazione finanziaria. Solo il 50% degli intervistati ha dichiarato di comprendere il significato di nozioni di base come inflazione, relazione rischio/rendimento, diversificazione, mutui e interesse composto, mentre solo il 20%ha risposto correttamente su temi come relazione prezzo/tassi di interessi delle obbligazioni e rischiosità delle azioni. Solo il 20% degli intervistati infine manifesta la volontà di voler accrescere le proprie competenze, con una maggiore frequenza tra le donne.
giovedì 15 gennaio 2015
Deficit e ripresa dei consumi: una domanda semplice ad Alesina e Giavazzi
di PierGiorgio Gawronski | 15 gennaio 2015 sul Fatto Quotidiano
Sul Corriere del 29/12/14, dopo aver ricordato che in Italia “il Prodotto interno lordo scende da 13 trimestri”, i due alfieri del liberismo nostrano offrono la loro ricetta 2015.0 per “porre fine alla recessione”. E spiegano: “La riforma del mercato del lavoro non basta. Ci vuole anche più domanda”. Bene. Cioè… insomma: se ci vuole più domanda, allora la riforma del mercato del lavoro non è che “non basta”, è proprio dannosa: deprime la domanda! “Ci vuole più domanda” è come dire che c’è un eccesso di potenziale di offerta. Ma il Jobs Act mira a stimolare ulteriormente questo potenziale; se proprio lo si vuole approvare, adesso, sarebbe meglio che entrasse in vigore quando la domanda si sarà ripresa.
Domanda (aggregata) nel linguaggio degli economisti significa spesa, acquisti, e – dal punto di vista delle imprese – vendite. In effetti il grafico dell’Istat sulle vendite delle imprese mostra che la domanda continua a contrarsi: in ottobre il calo a/a è stato -0,8%.

Ripetiamolo: non basta che il barista prepari “100 caffè all’ora” (Bagnai) e li poggi sul banco (con efficienza, produttività, onestà): deve anche venderli. E perché mai la gente non dovrebbe comprarsi un buon caffè caldo, con freddo che fa? Sì, è così: perché ha paura poi di trovarsi in difficoltà economiche. Perciò s’indebolisce anche la domanda di lavoro da parte delle imprese (grafico sotto), e il cerchio si chiude.

Ma quanti sono i ‘caffè’ (ed altri beni e servizi) potenzialmente sul banco, non acquistati (quindi, neanche prodotti) per mancanza o di denaro o di fiducia? Quant’è il potenziale di offerta in eccesso rispetto alla domanda? Non è una stima facile: qui ho presentato la mia per l’Italia. Nell’Economic Outlook del 25 novembre l’Ocse ha presentato le sue stime per la zona Euro. Nel grafico la barra blu rappresenta il 2013, quella rossa il 2014. L’Ocse stima che il sistema produttivo italiano (corrotto quanto si vuole, inefficiente, poco competitivo, tartassato, vessato dai burocrati, appesantito dai fannulloni, e chi più ne ha più ne metta) è in grado di produrre oggi così com’è, senza riforme strutturali e altre diavolerie, il 6% di Pil in più di quanto produce.

Le stime dell’Ocse sono anch’esse iper-prudenziali. Ad es. si assume che il 40% dei disoccupati italiani (e tutti gli scoraggiati) non siano più in grado di inserirsi in modo produttivo nel mondo del lavoro. Però i nostri disoccupati sono gente che ogni mese cerca attivamente lavoro, ed è pronta ad iniziare ‘anche subito’: dunque i ‘caffè’ che potrebbero arrivare sul banco sono probabilmente molti di più; e non solo in Italia.
Un aumento del 6% del Pil risolverebbe la crisi? Sì. Non solo ridurrebbe il rapporto Debito pubblico/Pil dal 135% al 128%, ma porterebbe anche il bilancio annuale dello Stato in pareggio, e la disoccupazione sotto il 10%. Ciò calmerebbe i timori, avviando un nuovo ciclo di investimenti trainato dai consumi.
È facile oggi, in Italia, generare un aumento del Pil del 6%? Sì. Non lo sarebbe se occorresse risolvere un problema di offerta, della struttura produttiva. Se, per dire, il famoso barista dei 100 caffè all’ora fosse scomparso… Se il bar fosse crollato… Se il ponte che porta al bar fosse interrotto … Bisognerebbe addestrare un nuovo barista, ricostruire il bar, riparare il ponte: ciò richiederebbe tempo e fatica! Ma per curare il deficit di domanda basta spendere soldi (i soldi si stampano, o si prendono sui mercati finanziari). La conseguenza degli output gap infatti è che i moltiplicatori di qualsiasi spesa – privata o pubblica – sono altissimi.
Innanzitutto, ogni nuova spesa genera un aumento diretto del Pil all’incirca di pari importo (coefficiente 1:1). Scrive Alessandro De Nicola su Repubblica: “L’investimento pubblico dev’essere giudicato secondo un metro di costo opportunità”. Giusto! Ma la disponibilità di tanti fattori produttivi ‘liberi’ azzera il costo opportunità! Non è più vero, come scrive, che “i soldi che vengono spesi per un aeroporto pubblico sono sottratti all’investimento o al consumo privato”: di soldi ne circolano talmente tanti (grazie anche alle banche centrali) che non si sa più dove metterli. La controprova la danno i tassi d’interesse negativi (non c’è concorrenza con l’investimento privato) e l’andamento deflattivo dei prezzi (nessuna concorrenza con il consumo privato). All’impatto diretto bisogna poi aggiungere gli effetti indiretti: l’indotto (in alcuni settori selezionati 0,5-2), e l’aumento dei consumi ‘perché mia la spesa è il tuo reddito’ (0,5). Il moltiplicatore di una manovra ben fatta potrebbe essere: 1 +0,9 +0,5 = 2,4 da cui bisogna sottrarre 1/3 che va ad acquistare beni esteri: 2,4/3 = 1,6.
Chi potrebbe spendere? Come fare in modo che accada? Vi sono due modi facili. (A) Mandare l’esercito ed obbligare i privati a spendere. (B) Usare la spesa pubblica per acquistare beni e servizi, investire, finanziare programmi di riduzione della povertà assoluta (stimolo a un’ipotesi A in versione meno autoritaria). La tabella qui sotto descrive la situazione del 2014, un aumento della spesa pubblica di 20 Mld. nel 2015, e ipotizza che tutti i benefici cd ‘di breve termine’ si concentrino nel 2016. Nella colonna centrale si ipotizza un moltiplicatore di 1,6, in linea con la letteratura empirica recente per i settori suindicati. Una simile manovra, rebus sic stantibus, ridurrebbe il rapporto Debito/Pil di circa due punti (righe 3 e 12, col. centrale).

Ma cosa succederebbe se i moltiplicatori fossero più bassi? Ci viene in soccorso una proprietà aritmetica: più grande è un rapporto, maggiore è l’influenza del denominatore. Se il rapporto è 10/100=10%, aggiungendo 10 sia sopra che sotto: (10+10)/(100+10)=> 18% (il rapporto sale); ma se il rapporto è 200/100 =200%, (200+10)/(100+10)=> 191% (scende). Perciò il debito pubblico italiano calerebbe rispetto al Pil anche con un moltiplicatore di 0,8 (colonna di sinistra, rigo 12). E se invece l’Europa si associasse alla manovra? I risultati (colonna di destra) sarebbero ancora migliori. Morale: quando si ha un debito pubblico elevato, l’unico modo di uscirne è puntare sul Pil. Che in questa congiuntura non reagisce al potenziale d’offerta (che è già in eccesso) ma solo alle variazioni della domanda.
L’articolo continua qui
p.s.
più chiaro di così...... ma si sa che non c'è peggior sordo di chi (....) non vuol sentire
p.s. 2
vi consiglio di leggere il resto dell'articolo.. su Micromega al link evidenziato dalla parola "qui" nel post
Sul Corriere del 29/12/14, dopo aver ricordato che in Italia “il Prodotto interno lordo scende da 13 trimestri”, i due alfieri del liberismo nostrano offrono la loro ricetta 2015.0 per “porre fine alla recessione”. E spiegano: “La riforma del mercato del lavoro non basta. Ci vuole anche più domanda”. Bene. Cioè… insomma: se ci vuole più domanda, allora la riforma del mercato del lavoro non è che “non basta”, è proprio dannosa: deprime la domanda! “Ci vuole più domanda” è come dire che c’è un eccesso di potenziale di offerta. Ma il Jobs Act mira a stimolare ulteriormente questo potenziale; se proprio lo si vuole approvare, adesso, sarebbe meglio che entrasse in vigore quando la domanda si sarà ripresa.
Domanda (aggregata) nel linguaggio degli economisti significa spesa, acquisti, e – dal punto di vista delle imprese – vendite. In effetti il grafico dell’Istat sulle vendite delle imprese mostra che la domanda continua a contrarsi: in ottobre il calo a/a è stato -0,8%.
Ripetiamolo: non basta che il barista prepari “100 caffè all’ora” (Bagnai) e li poggi sul banco (con efficienza, produttività, onestà): deve anche venderli. E perché mai la gente non dovrebbe comprarsi un buon caffè caldo, con freddo che fa? Sì, è così: perché ha paura poi di trovarsi in difficoltà economiche. Perciò s’indebolisce anche la domanda di lavoro da parte delle imprese (grafico sotto), e il cerchio si chiude.
Ma quanti sono i ‘caffè’ (ed altri beni e servizi) potenzialmente sul banco, non acquistati (quindi, neanche prodotti) per mancanza o di denaro o di fiducia? Quant’è il potenziale di offerta in eccesso rispetto alla domanda? Non è una stima facile: qui ho presentato la mia per l’Italia. Nell’Economic Outlook del 25 novembre l’Ocse ha presentato le sue stime per la zona Euro. Nel grafico la barra blu rappresenta il 2013, quella rossa il 2014. L’Ocse stima che il sistema produttivo italiano (corrotto quanto si vuole, inefficiente, poco competitivo, tartassato, vessato dai burocrati, appesantito dai fannulloni, e chi più ne ha più ne metta) è in grado di produrre oggi così com’è, senza riforme strutturali e altre diavolerie, il 6% di Pil in più di quanto produce.
Le stime dell’Ocse sono anch’esse iper-prudenziali. Ad es. si assume che il 40% dei disoccupati italiani (e tutti gli scoraggiati) non siano più in grado di inserirsi in modo produttivo nel mondo del lavoro. Però i nostri disoccupati sono gente che ogni mese cerca attivamente lavoro, ed è pronta ad iniziare ‘anche subito’: dunque i ‘caffè’ che potrebbero arrivare sul banco sono probabilmente molti di più; e non solo in Italia.
Un aumento del 6% del Pil risolverebbe la crisi? Sì. Non solo ridurrebbe il rapporto Debito pubblico/Pil dal 135% al 128%, ma porterebbe anche il bilancio annuale dello Stato in pareggio, e la disoccupazione sotto il 10%. Ciò calmerebbe i timori, avviando un nuovo ciclo di investimenti trainato dai consumi.
È facile oggi, in Italia, generare un aumento del Pil del 6%? Sì. Non lo sarebbe se occorresse risolvere un problema di offerta, della struttura produttiva. Se, per dire, il famoso barista dei 100 caffè all’ora fosse scomparso… Se il bar fosse crollato… Se il ponte che porta al bar fosse interrotto … Bisognerebbe addestrare un nuovo barista, ricostruire il bar, riparare il ponte: ciò richiederebbe tempo e fatica! Ma per curare il deficit di domanda basta spendere soldi (i soldi si stampano, o si prendono sui mercati finanziari). La conseguenza degli output gap infatti è che i moltiplicatori di qualsiasi spesa – privata o pubblica – sono altissimi.
Innanzitutto, ogni nuova spesa genera un aumento diretto del Pil all’incirca di pari importo (coefficiente 1:1). Scrive Alessandro De Nicola su Repubblica: “L’investimento pubblico dev’essere giudicato secondo un metro di costo opportunità”. Giusto! Ma la disponibilità di tanti fattori produttivi ‘liberi’ azzera il costo opportunità! Non è più vero, come scrive, che “i soldi che vengono spesi per un aeroporto pubblico sono sottratti all’investimento o al consumo privato”: di soldi ne circolano talmente tanti (grazie anche alle banche centrali) che non si sa più dove metterli. La controprova la danno i tassi d’interesse negativi (non c’è concorrenza con l’investimento privato) e l’andamento deflattivo dei prezzi (nessuna concorrenza con il consumo privato). All’impatto diretto bisogna poi aggiungere gli effetti indiretti: l’indotto (in alcuni settori selezionati 0,5-2), e l’aumento dei consumi ‘perché mia la spesa è il tuo reddito’ (0,5). Il moltiplicatore di una manovra ben fatta potrebbe essere: 1 +0,9 +0,5 = 2,4 da cui bisogna sottrarre 1/3 che va ad acquistare beni esteri: 2,4/3 = 1,6.
Chi potrebbe spendere? Come fare in modo che accada? Vi sono due modi facili. (A) Mandare l’esercito ed obbligare i privati a spendere. (B) Usare la spesa pubblica per acquistare beni e servizi, investire, finanziare programmi di riduzione della povertà assoluta (stimolo a un’ipotesi A in versione meno autoritaria). La tabella qui sotto descrive la situazione del 2014, un aumento della spesa pubblica di 20 Mld. nel 2015, e ipotizza che tutti i benefici cd ‘di breve termine’ si concentrino nel 2016. Nella colonna centrale si ipotizza un moltiplicatore di 1,6, in linea con la letteratura empirica recente per i settori suindicati. Una simile manovra, rebus sic stantibus, ridurrebbe il rapporto Debito/Pil di circa due punti (righe 3 e 12, col. centrale).
Ma cosa succederebbe se i moltiplicatori fossero più bassi? Ci viene in soccorso una proprietà aritmetica: più grande è un rapporto, maggiore è l’influenza del denominatore. Se il rapporto è 10/100=10%, aggiungendo 10 sia sopra che sotto: (10+10)/(100+10)=> 18% (il rapporto sale); ma se il rapporto è 200/100 =200%, (200+10)/(100+10)=> 191% (scende). Perciò il debito pubblico italiano calerebbe rispetto al Pil anche con un moltiplicatore di 0,8 (colonna di sinistra, rigo 12). E se invece l’Europa si associasse alla manovra? I risultati (colonna di destra) sarebbero ancora migliori. Morale: quando si ha un debito pubblico elevato, l’unico modo di uscirne è puntare sul Pil. Che in questa congiuntura non reagisce al potenziale d’offerta (che è già in eccesso) ma solo alle variazioni della domanda.
L’articolo continua qui
p.s.
più chiaro di così...... ma si sa che non c'è peggior sordo di chi (....) non vuol sentire
p.s. 2
vi consiglio di leggere il resto dell'articolo.. su Micromega al link evidenziato dalla parola "qui" nel post
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