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lunedì 17 giugno 2019

Neoliberismo, Stiglitz: “Per superarlo serve capitalismo progressista che tagli i legami tra potere economico e politica”

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 15 Giugno 2019
Il neoliberismo “è stato un fallimento spettacolare” e “deve essere dichiarato morto e sepolto“, visto che “la crescita economica è inferiore che nel quarto di secolo dopo la Seconda Guerra Mondiale e per la maggior parte è andata a vantaggio di chi è in cima alla scala dei redditi“. Per sostituirlo ci sono tre strade politiche: il nazionalismo di estrema destra, il riformismo di centro sinistra e la sinistra progressista. Solo quest’ultima propone una vera alternativa: un “capitalismo progressista” in cui lo Stato investe dove il mercato non arriva, governa il mercato per impedire che singoli individui possano “arricchirsi sfruttando gli altri ed estraendo ricchezza dalla rendita piuttosto che cercare di crearla” e fa tutto il possibile per “recidere il collegamento tra potere economico e influenza politica“. E’ la tesi dell’economista premio Nobel Joseph Stigltiz, che dettaglia la ricetta in un editoriale per Project Syndicate pubblicato da New York Times e Guardian.
“Il centro sinistra rappresenta il neoliberismo con un volto umano – scrive Stiglitz – Il suo obiettivo è portare nel Ventunesimo secolo le politiche dell’ex presidente Usa Bill Clinton e dell’ex primo ministro britannico Tony Blair, facendo poche e lievi modifiche alle modalità della finanziarizzazione e globalizzazione“. La destra nazionalista dal canto suo “rinnega la globalizzazione, incolpando i migranti e gli stranieri per tutti i problemi. Ma come ha mostrato la presidenza di Donald Trump, non è meno dedita a tagli fiscali per i ricchi, deregulation e riduzione o eliminazione dei programmi sociali“.
Al contrario “quello che io chiamo capitalismo progressista prescrive un’agenda economica radicalmente diversa, basata su quattro priorità”. La prima è “ristabilire un bilanciamento tra i mercati, lo Stato e la società civile. La bassa crescita dell’economia, la crescita delle diseguaglianze, l’instabilità finanziaria e il degrado dell’ambiente sono tutti problemi nati dal mercato, per cui non saranno corretti dal mercato da solo. I governi hanno il dovere di limitare e dar forma ai mercati attraverso una regolamentazione per l’ambiente, per la salute, per l’occupazione. E’ anche compito dello Stato fare ciò che il mercato non può o non vuole fare, come investire nella ricerca di base, nella tecnologia, nell’educazione e nella salute”.
La seconda priorità è “riconoscere che la ‘ricchezza delle nazioni’ è il risultato della ricerca scientifica e dell’organizzazione sociale che permette a grandi gruppi di persone di lavorare insieme per il bene comune”. Il mercato “può ancora avere un ruolo cruciale nel facilitare la cooperazione sociale, ma soltanto se governato da un sistema di regole e di controlli democratici. Se non è così, gli individui possono arricchirsi sfruttando gli altri ed estraendo ricchezza dalla rendita piuttosto che cercare di crearla. Molti dei ricchi di oggi hanno scelto la strada dello sfruttamento per arrivare dove sono, aiutati dalle politiche di Trump che hanno incoraggiato la ricerca della rendita distruggendo le fonti sottostanti di creazione di ricchezza. Il capitalismo progressista punta a fare precisamente l’opposto”. Come predicano il candidato socialista democratico alle elezioni presidenziali del 2020 Bernie Sanders e la deputata dem Alexandria Ocasio Cortez.
Questo porta alla terza priorità: “Affrontare il crescente problema del potere di mercato concentrato. Sfruttando vantaggi informativi, comprando potenziali competitor e creando barriere all’entrata, imprese dominanti sono in grado di mettere in atto uno sfruttamento della rendita su larga scala a detrimento di tutti gli altri. La crescita del potere di mercato delle imprese, in combinazione con il declino del potere contrattuale dei lavoratori spiega molto della forte crescita delle diseguaglianze e della bassa crescita dell’economia. Fino a che il governo non svolge un ruolo più ampio di quello che consigliano i neoliberisti, questi problemi non potranno che peggiorare, grazie all’avanzamento della robotizzazione e dell’intelligenza artificiale”.
Infine, il quarto punto nell’agenda progressista è “recidere il collegamento tra potere economico e influenza politica che vanno a braccetto specialmente dove, come in America, ricchi facoltosi o aziende possono spendere senza limiti nelle elezioni. Mentre gli Stati Uniti stanno diventando il paese dell’‘un dollaro un voto’, probabilmente il sistema dei pesi e contrappesi non può reggere: nulla riuscirà a vincolare il potere della ricchezza. Questo non è solo un problema morale e politico: le economie con meno ineguaglianze performano meglio. Le riforme del capitalismo progressista devono dunque iniziare a limitare l’influenza dei soldi in politica”.
La conclusione di Stiglitz è che “non c’è una pallottola magica che permetta di rimediare ai danni causati dalla ricetta neoliberista degli ultimi decenni. Ma un’agenda completa su questo linee può fare molto. Molto dipenderà dalla determinazione dei riformatori nel combattere problemi quali l’eccessivo potere di mercato e l’ineguaglianza delle classi sociali, e se sarà superiore alla risolutezza del settore privato nel crearli. Un’agenda completa deve puntare sull’educazione, la ricerca e le altre vere fonti di ricchezza. Deve proteggere l’ambiente e combattere il cambiamento climatico con la stessa vigilanza della Green New Dealers negli Stati Uniti e della Extinction Rebellion nel Regno Unito. E deve prevedere programmi pubblici che assicurino che a nessun cittadino vengono negati i requisiti base di una vita decente. Questi includono sicurezza economica, accesso al lavoro e a un reddito minimo, salute e un alloggio adeguato, una pensione e la qualità dell’istruzione per i figli. Le alternative offerte dai nazionalisti e dai neoliberali garantiscono maggiore stagnazione, ineguaglianza, degrado ambientale, conflittualità politica che potenzialmente conducono a un esito che non vogliamo nemmeno immaginare”.
di | 15 Giugno 2019

venerdì 14 dicembre 2018

Crisi, due alternative per uscirne e garantire la crescita economica

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby | 13 dicembre 2018 


di Stefano Di Bucchianico *
Nei modelli economici della teoria dominante non è concepibile che politiche fiscali coraggiose guidino la crescita. Bisogna guardare ai modelli post-keynesiani. Un recente dibattito tra Larry Summers e Joseph Stiglitz apparso su Project Syndicate ha riacceso i riflettori sulla teoria della stagnazione secolare (in seguito SS). Successivamente, Paul Krugman ha preso parte alla diatriba con un intervento sul suo blog sul New York Times. Come si vedrà dalla ricostruzione del dibattito, a confronto vi sono la posizione di Stiglitz, che guarda alla stagnazione come risultato di un’inadeguata politica fiscale espansiva, e quella di Summers e Krugman, i quali da un lato ritengono necessario uno stimolo fiscale in situazioni di trappola della liquidità, ma dall’altro giudicano la polemica di Stiglitz priva di contenuti realmente nuovi rispetto a quanto da loro proposto.
Il dibattito
La SS, coniata originariamente da Alvin Hansen (1939) durante gli anni 30 a seguito della Grande depressione che colpì gli Stati Uniti, è stata ripresa e riaggiornata negli ultimi anni da Larry Summers (2014, 2015). Krugman (1998) ne propose una versione embrionale già nei tardi anni 90, discutendo le possibili cause della perdurante stagnazione giapponese. In seguito ha sostenuto la pressoché totale sovrapponibilità tra la sua spiegazione e quella data da Summers. Nella più recente versione di Summers, la rilevanza della politica fiscale torna in auge: in situazioni di stagnazione persistente essa è giudicata preferibile rispetto alle misure di politica monetaria che convenzionalmente agiscono tramite un abbassamento del tasso di interesse di riferimento controllato dalla Banca centrale. Tale prescrizione di politica economica sarebbe preferibile, in quanto la politica monetaria avrebbe esaurito la propria efficacia una volta raggiunto il cosiddetto “zero lower bound” sul tasso nominale dell’interesse di politica monetaria.
Nel dibattito menzionato in apertura Stiglitz ha criticato la lettura data dai teorici della SS della non soddisfacente ripresa dell’economia Usa nel periodo post-Grande recessione del 2008, ossia che i bassi tassi di crescita testimoniati dall’economia americana sarebbero una situazione destinata a permanere. Stiglitz argomenta come la lenta ripresa sia stata dovuta a uno stimolo fiscale (rappresentato dagli 800 miliardi di dollari del piano Obama) insufficiente, non quindi a un’inerente tendenza alla stagnazione. La SS sarebbe perciò sostanzialmente una scusa per coprire la responsabilità attribuibile alle insufficienti politiche di domanda del governo.
Nelle sue parole: “L’improvviso incremento del deficit statunitense, da circa il 3% a quasi il 6% del Pil, dovuto a un mal congegnato sistema di tassazione regressivo e a un aumento della spesa bipartisan, ha spinto la crescita intorno al 4% e portato la disoccupazione al livello più basso degli ultimi 18 anni. Queste misure possono essere mal concepite, ma dimostrano che con un sufficiente stimolo fiscale il pieno impiego può essere raggiunto, anche se i tassi di interesse salgono ben al di sopra dello zero”.
Summers ha risposto a tali argomentazioni sostenendo che la teoria della stagnazione secolare non ha come idea di fondo l’inevitabilità di una persistente crisi, ma al contrario cerca di porre l’attenzione sulle politiche fiscali come soluzione principale da adottare. A suo dire, seppur lo stimolo fiscale non sia stato pienamente soddisfacente, esso era il massimo ottenibile all’epoca date le condizioni politiche. Concludendo la risposta a Stiglitz, Summers tenta una sintesi tra le due posizioni, puntualizzando però circa l’affidabilità della propria impostazione teorica: “Anche se siamo in disaccordo sui passati giudizi di stampo politico e sull’uso del termine ‘stagnazione secolare’, sono lieto che un eminente teorico come Stiglitz concordi con ciò che intendevo enfatizzare con la riproposizione di quella teoria: non possiamo contare su politiche del tasso d’interesse per assicurare il pieno impiego. Dobbiamo sforzarci di pensare a politiche fiscali e misure strutturali per supportare una sostenuta e adeguata domanda aggregata”.
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* dottore di ricerca Università di Roma Treua

sabato 27 settembre 2014

Commercio mondiale, Stiglitz: “No a trattato Usa-Ue, in gioco tutela consumatori”

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 26 settembre 2014

No al trattato di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti. Che potrebbe rivelarsi “molto negativo” per l’Europa perché lascerebbe “campo libero a imprese pro­ta­go­ni­ste di atti­vità eco­no­mi­che nocive per l’ambiente e per la salute umana“. Parola del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che ha ribadito il suo no alla firma del discusso accordo Trans-Atlantic trade and investiment partnership (Ttip) – i cui negoziati sono peraltro in stallo – in un intervento su Il Manifesto. “Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scam­bio, vogliono un accordo di gestione del com­mer­cio che favo­ri­sca alcuni spe­ci­fici inte­ressi eco­no­mici”, scrive l’economista noto per le critiche alle politiche del Fondo monetario internazionale. “La posta in gioco non sono le tariffe sulle impor­ta­zioni tra Europa e Stati uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicu­rezza ali­men­tare, per la tutela dell’ambiente e dei con­su­ma­tori in genere. Ciò che si vuole otte­nere con que­sto accordo non è un miglio­ra­mento del sistema di regole e di scambi posi­tivo per i cit­ta­dini ame­ri­cani ed euro­pei, ma garan­tire campo libero a imprese pro­ta­go­ni­ste di atti­vità eco­no­mi­che nocive per l’ambiente e per la salute umana”.
Ed è per questo, secondo Stiglitz, che il Dipar­ti­mento del Com­mer­cio (così come, peraltro, la Commissione Ue) “sta nego­ziando in asso­luta segre­tezza senza infor­mare nem­meno i mem­bri del Con­gresso ame­ri­cano”. Poi l’esempio di quel che potrebbe succedere, per il Nobel, in caso di approvazione: “La Phi­lip Mor­ris ha fatto causa con­tro l’Uruguay che vuol difen­dere i pro­pri cit­ta­dini dalle siga­rette tos­si­che. La Phi­lip Mor­ris nel ten­ta­tivo di con­tra­stare le misure adot­tate in Uru­guay per tute­lare i minori o i malati dai rischi del fumo si è appel­lata pro­prio ai quei prin­cipi di libero scam­bio che si vor­reb­bero intro­durre con il Ttip. Sot­to­scri­vendo un accordo simile l’Europa per­de­rebbe la pos­si­bi­lità di pro­teg­gere i pro­pri cit­ta­dini. Que­sto tipo di accordi, inol­tre aggra­vano le disu­gua­glianze e, in una situa­zione come quella euro­pea, rischie­reb­bero di appro­fon­dire la recessione“. 
Bocciatura su tutta la linea, dunque, per il trattato che prevede la rimozione dei dazi ma soprattutto l’armonizzazione di normative e regolamenti dalle due parti dell’Atlantico, cosa che secondo il Centre for economic policy research di Londra comporterebbe una crescita di 90 miliardi di euro per l’economia Usa e di 120 miliardi per quella europea. La firma dell’accordo è fortemente voluta dal governo italiano, che stando alle anticipazioni del viceministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda farà di tutto perché le trattative si chiudano nei prossimi 12 mesi. Ma, a quanto pare, difficilmente la scommessa di Matteo Renzi sarà vinta: venerdì il commissario Ue uscente al Commercio, Karel De Gucht, ha ammesso in un’intervista al Financial Times che c’è il rischio concreto di uno slittamento sine die. “La mancanza di leadership politica a Washington e a Berlino sta rendendo sempre più improbabile” che il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti venga siglato entro il prossimo anno. E se non ci sarà un accordo nel 2015 si rischia che la firma del Ttip venga rinviata a tempo indeterminato a causa delle elezioni presidenziali negli Usa. “Questo accordo può essere concluso solamente se c’è una sufficiente guida e volontà politica a farlo”, spiega De Gucht al quotidiano finanziario. “Cosa che da entrambe le parti, sia americana che europea, deve ancora essere dimostrata”. Il commissario Ue riconosce poi che “abbiamo incontrato più ostacoli del previsto e per diverse ragioni. Il commercio è diventato un tema decisamente politico” e “specialmente i partiti di sinistra non sono particolarmente a favore del libero scambio”. Infine, riguardo al ruolo dei gruppi di pressione, De Gucht spiega che “si parla molto delle lobby al Parlamento europeo, ma posso assicurare che al Congresso degli Stati Uniti sono molto più forti”.
p.s.
e vediamo se stavolta si rimangia quanto detto 24 ore prima.. Stiglitz ha già fatto altre volte cambi di corsia....
se volete sapere quando tutto ciò incominciò.. con il trattato di maastricht per l'europa e con l'adesione al trattato istitutivo del wto: indovinate un pò chi era al governo allora? il centrosinistra....

martedì 6 maggio 2014

Ue, gli economisti Stiglitz e Fitoussi attaccano euro e salvataggi bancari

 ...... forse ricorderete: il sottoscritto, e altri, avevano sottolineato la cosa che nel saggio di Stiglitz "il prezzo della disuguaglianza" il premio nobel aveva "criticato" l'euro: non in sè ma per quello che dietro la moneta stava venendo su.... a partire dalla sua nascita fino ad oggi... lui e altri premi nobel avevano smentito la cosa sottolineando, in un comunicato, che mai volevano criticare la moneta e la costruzione, vero? Ebbene leggete questo:

dal Fatto Quotidiano del 6 maggio 2014 a firma di Redazione

Economisti di fama internazionale vanno all’attacco dell’euro e del nuovo meccanismo per il salvataggio delle banche europee in crisi. E’ accaduto a Roma, durante un convegno presso l’università Luiss. Partecipano, tra gli altri, il Nobel statunitense Joseph Stiglitz e il francese Jean-Claude Fitoussi (che in quell’università è anche docente). Il primo ha aperto il proprio intervento affermando che l’Unione europea “ha fatto un unico grande errore, l’euro, che non ha funzionato”. E ha continuato sparando alzo zero: “Quando è stato creato l’euro tutti si rendevano conto che non erano state soddisfatte le condizioni per una moneta condivisa, ma è stata una iniziativa politica e non economica”. Con l’euro “si è dato vita a un sistema inefficiente e intrinsecamente instabile, ma i suoi creatori non hanno compreso la natura profonda delle distorsioni nell’economia”. Che fare, dunque? “Oggi l’Europa deve effettuare una scelta, ma ci sono solo due strade: una, quella che io mi auguro, è che ci sia una riforma della struttura dell’eurozona, l’altra è quella di andare avanti, facendo il minimo indispensabile, introducendo un minimo di riforme per far sopravvivere l’euro”. L’auspicio del docente della Columbia University “è che ci sia un cambiamento, ma questo non succederà spontaneamente o se si continuano ad incolpare le vittime, i Paesi in crisi. Se i cambiamenti non vengono introdotti, restare nell’euro costerà tantissimo, e gran parte dell’Europa resterà in recessione, ma uscire dall’euro sarà ugualmente molto costoso. Se proprio ci deve essere una rottura dell’unione monetaria allora la via più facile sarebbe che la Germania fosse la prima a dire addio. Questo aumenterebbe la competitività degli altri Paesi”.
Lo studioso americano ha messo in guardia anche contro i facili entusiasmi per l’inizio della ripresa: “Oggi in molte parti dell’Europa si celebra la fine della recessione e secondo alcuni questo dimostrerebbe che l’austerità funziona, ma ciò non significa che ci sia una ripresa solida”. “Quando ero capo economista alla Banca Mondiale – ha ricordato – ci era stato detto di non utilizzare i termini recessione e depressione perché erano ‘deprimenti’. Ma oggi l’Europa deve rendersi conto che alcuni paesi sono in ‘depressione’: solo la Germania ha un pil pro capite superiore a quello pre-crisi, mentre in Grecia la riduzione è stata del 25%”. Per lo studioso “si tratta di un vero fallimento dell’economia di mercato, persino negli Usa il reddito mediano oggi è più basso che 25 anni fa”. Infine, affonda il colpo Stiglitz, “in qualsiasi altro contesto la crescita tedesca sarebbe considerata ‘ridicola’: appena +0,63% in media negli ultimi 5 anni. Peraltro la performance della Germania è scadente se consideriamo che la sua crescita è basata sull’avanzo dei conti e quindi non può essere emulata a livello mondiale”. E ancora: “Avrei bocciato gli studenti che mi avessero sottoposto analisi come quelle presentate dalla troika” nei paesi europei in crisi, perché l’organismo in cui siedono Fondo monetario, Commissione Ue e Bce “anziché riconoscere gli errori ha incolpato le vittime”. “Eppure – ha concluso – erano i loro modelli a essere sbagliati: la loro idea di contrazione espansionistica è un errore”.
Fitoussi si è concentrato invece sull’accordo riguardo alle nuove regole sui salvataggi delle banche in crisi, che entreranno in vigore dal 2016. ”Vorrei un bail-in per i poveri, non per le banche”, ha commentato, riferendosi al meccanismo - approvato dal Parlamento europeo a metà aprile e adottato dall’Ecofin il 5 maggio - in base al quale a pagare per evitare il fallimento di un istituto non saranno più i contribuenti, bensì azionisti, creditori della banca e correntisti (solo in ultima istanza e per una percentuale limitata). Ma Fitoussi – che peraltro siede nel consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo – parlando a margine di un convegno alla Luiss non è entrato nel dettaglio dell’accordo che costituisce il secondo pilastro dell’unione bancaria europea. Ha detto solo che “non bisogna pagare più volte i fallimenti dei sistemi finanziari, prima con la disoccupazione, poi con l’aumento delle tasse e infine con l’intervento delle banche centrali”. Al contrario, “bisogna piuttosto prendersi cura dei correntisti, e del resto me ne frego”.
L’economista e docente Marcello Messori, anche lui alla Luiss per il convegno, ha invece criticato il meccanismo di bail-in sul piano dell’efficacia: “è sicuramente una rete di protezione dinanzi a possibili crisi ma non credo sia sufficientemente robusto” per gestire emergenze sistemiche, ha detto. Giudizio “motivato da tre ragioni”: “la prima è che il fondo di risoluzione delle crisi bancarie, che è in un certo senso privato, essendo alimentato dalle banche, entrerà a regime solo in tempi lunghi: insomma, se ci fosse una crisi bancaria dopo gli stress test non ci sarebbero ancora risorse sufficienti” per gestirla. “Inoltre, penso che un fondo di risoluzione di questo genere richieda comunque in ultima istanza un backstop (“paracadute”, ndr) pubblico: il ruolo dell’Esm (il meccanismo europeo di stabilità) a questo riguardo è ancora un po’ ambiguo e quindi temo che non ci sia un sufficiente sostegno pubblico”. Ma soprattutto, per Messori, “il modo in cui è stato disegnato il bail-in colpisce non solo i detentori di quote azionarie delle banche o di titoli rischiosi, ma anche i detentori di obbligazioni”. E il rischio è che ciò “possa alterare le passività delle banche in particolare nei paesi periferici, e soprattutto in Italia”. “Senza garanzie – ha osservato l’economista – le obbligazioni diventano in linea di principio uno strumento molto rischioso, dal momento che chi le sottoscrive può non essere in grado di valutarne la rischiosità”. Se l’accordo entrerà in vigore senza modifiche, “non credo sarà possibile un funzionamento del sistema bancario italiano come era prima della crisi, quando i nostri istituti colmavano il divario fra prestiti e depositi con l’emissione di obbligazioni”. Così, conclude Messori, “le banche non potranno più avere il ruolo che avevano prima”.
p.s.
ora due son le cose: o questi signori soffrono di una sorta di afasia fra pensiero e quanto scritto nei loro saggi o, come al solito, i media hanno distorto tutto.... propenderei per la prima perchè carta canta sia nel caso della loro smentita sia in quanto è stato scritto nei loro saggi: per Stiglitz, ad esempio nel saggio succitato che sto, dopo qualche mese, finendo ora di leggere (è sempre un economista e per giunta puntiglioso) ci sono interessanti paragrafi dedicati all'europa. Per essere esatti: pagna 350 "fattore Grecia"; l'austerità pagina 364; pagina 401 la crisi dell'euro; l'ossessine dell'inflazione pagina 407... per fare alcuni esempi. Potete comprare il saggio o fidarvi, fate voi...

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