Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro - 9 Febbraio 2020 Loretta Napoleoni
A dieci giorni dalla Brexit Londra e Bruxelles sono già ai ferri corti. C’era da aspettarselo, Boris Johnson vuole trasformare il Regno Unito in una nazione con poche tasse, ancor meno restrizioni legislative e molte opportunità. Bruxelles
vuole esattamente il contrario, e cioè continuare a condizionare il
Regno Unito con le proprie leggi e minaccia di alzare barriere
all’importazione se ciò non succede.
Al centro della disputa c’è una visione relativamente nuova: creare una sorta di Singapore sul Tamigi, uno stato diverso da quelli che lo circondano. Adesso che sappiamo con certezza che alla fine dell’anno Londra non farà più parte delle capitali dell’Ue vale la pena approfondirne il significato, anche se in questo blog ne ho già parlato.
Lanciata
nel 2017 dall’ex cancelliere Philip Hammond, la visione di una
Singapore sul Tamigi è piaciuta molto fin dall’inizio ai Brexiters
che l’hanno spesso usata per descrivere il futuro assetto della
nazione. Tuttavia, non è mai stata accompagnata a un chiaro piano
d’azione. Più di un piano a lungo termine, la frase Singapore sul Tamigi
è stata un motto, una promessa di modernizzare il paese e di
reinventare il suo ruolo geopolitico una volta libero dal
condizionamento di Bruxelles. Ciò non ha impedito le critiche. Tra
queste la paura che il Regno Unito si trasformi in un paradiso fiscale,
un paese con legislazione lassista ed economia non regolamentata, a
pochi chilometri dal suo vicino super regolamentato, l’Unione europea.
Ma
è proprio così? Singapore non è un paradiso fiscale per coloro che
vogliono evitare le tasse, piuttosto è un sistema politico in cui il
governo e l’economia sono indissolubilmente interconnessi, e infatti
dopo il crollo finanziario del 2009 Singapore si è ripresa proprio
grazie alla sua solida e onnipresente burocrazia che
detiene quote di controllo azionario nella maggior parte delle più
grandi imprese del paese. Tutto ciò, unito a una meticolosa
pianificazione economica da parte di funzionari tecnocratici, consente
al governo di Singapore di influenzare il proprio mercato per garantire
che la crescita rimanga sulla buona strada. Boris Johnson vorrebbe
disegnare il futuro del Regno Unito alla luce di una relazione
altrettanto intima tra il governo e l’economia sullo sfondo di una
liberalizzazione prodotta dall’uscita dall’Ue.
Poco ancora si sa
sui dettagli, ma di certo l’agenda del governo includerà:
l’introduzione di regolamenti finanziari meno rigidi; la riduzione
delle imposte per attrarre società e investimenti stranieri; una deregolamentazione per dare una spinta alla produzione; finanziamenti statali
per sostenere le imprese nazionali e quindi avvantaggiarle rispetto ai
concorrenti europei; la negoziazione di nuovi accordi commerciali e una
politica di immigrazione altamente selettiva, che di fatto consente solo alle persone di cui il paese ha bisogno di venirci a vivere.
I
sostenitori di Johnson sono fermamente convinti che il Regno Unito
sarà in grado di ridurre le tasse perché non più vincolato dalle norme
Ue in materia di imposta sul valore aggiunto e potrà liberalizzare e
investire nella propria economia perché controlla la moneta nazionale.
Naturalmente, l’Unione europea si opporrà a tutte queste riforme riducendo l’accesso dei prodotti e servizi britannici al proprio mercato.
Boris
Johnson non se ne preoccupa, è convinto che se il Regno Unito accetta
il suo nuovo ruolo, e cioè di essere un concorrente dell’Unione europea
e non più un membro o un partner – come è stato sottolineato da molti
leader europei tra cui Angela Merkel – allora il
ridotto accesso all’Ue non sarà poi cosi problematico: Londra guarderà
ad altri mercati e farà di tutto per aumentare la competitività.
A tal fine, la Gran Bretagna potrebbe svalutare la sterlina e anche annacquare gli standard europei, spesso eccessivi, relativi alla produzione. In alcune aree, poi, come i servizi digitali,
lo sviluppo di software e l’editing genetico nella biotecnologia, il
Regno Unito potrebbe abbandonare la normativa dell’Ue e introdurne una
sua. Così facendo diventerebbe una nazione molto più attraente dove fare
affari e condurre ricerche.
Il 2020 sarà un anno interessante
per il Regno Unito, ma forse la vera svolta avverrà nel 2021 quando
sapremo che strada prenderà Londra fuori dall’Unione europea.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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domenica 9 febbraio 2020
mercoledì 13 giugno 2018
Donald Trump e Kim Jong-un, cos’è successo a Singapore
Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo | 13 giugno 2018 Zeppelin di Andrea Cerabolini
Il presidente Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un si sono incontrati presso la “Cappella Singapore” un resort di lusso sull’isola di Sentosa. La scelta della località è ricaduta su Singapore perché il Paese asiatico è uno dei pochi a intrattenere rapporti diplomatici con entrambi gli Stati.
Nei giorni scorsi avevamo assistito all’arrivo di Kim e del suo entourage, tra le migliaia di fotografi occorsi per immortalare la storica occasione, su un boeing fornito dalla Cina, dato che l’aereo di Stato non era ritenuto idoneo ad affrontare una tratta così lunga. Il leader supremo è stato raggiunto da Trump il 10 giugno, precedentemente impegnato al G7 in Canada.
Di fronte alla stampa, i due si sono stretti la mano, prima dell’attesissimo faccia a faccia (durato circa 40minuti), per poi essere raggiunti dagli altri alti ufficiali. Oltre a Kim, la delegazione nordcoreana comprendeva Ri Su Yong, una dei massimi ufficiali del regime in politica estera e già ambasciatore in Svizzera nel periodo in cui si ritiene che Kim fosse iscritto in una scuola privata nei pressi di Berna. Erano inoltre presenti Kim Yong Chol, ex capo dei servizi di intelligence e adesso vicesegretario del Partito comunista nordcoreano, e il ministro degli Esteri Ri Yong Ho.
Al termine dell’incontro i due leader hanno firmato un’intesa diffusa solo in un secondo momento alla stampa internazionale, ma che contiene alcuni punti su cui si sarebbe trovato un preliminare accordo: l’impegno di entrambi gli attori al miglioramento delle relazioni tra i due Paesi così da assicurare la pace, l’impegno alla costruzione di un duraturo “regime di pace” nella penisola coreana e in linea con la precedente dichiarazione di Panmunjon, l’impegno a compiere i passi necessari al raggiungimento di una “completa denuclearizzazione della penisola coreana” oltre al rimpatrio di prigionieri di guerra e delle salme dei caduti, prevedendo (per coloro già identificati) il rimpatrio immediato. Nel testo della dichiarazione vengono preannunciati nuovi incontri tra alti funzionari nordcoreani e il segretario di Stato Mike Pompeo, ai quali viene affidato il compito di trovare la maniera di tradurre gli impegni presi in fatti.
Al termine del summit, in conferenza stampa il presidente americano ha detto di aver “instaurato un legame molto speciale” con Kim, mentre quest’ultimo ha riconosciuto le “grandi sfide da affrontare”, ma ha espresso il desiderio di collaborare con Trump. L’amministrazione americana può rallegrarsi dell’incontro e delle intese raggiunte ma, stando alle parole di Pompeo, il presidente non siglerà nessun accordo che non garantisca una effettiva protezione dalla minaccia nucleare nordcoreana.
Interrogato dalla stampa sull’impegno preso dal regime sulla denuclearizzazione, il presidente Trump ha assicurato che sarà un processo che avrà inizio “molto, molto presto”. Tuttavia, anche se nel documento finale si parla del mantenimento di buone relazioni tra i due Paesi, non si fa riferimento (almeno per ora) alla riapertura di un canale diplomatico. Si parla di denuclearizzazione ma non si fornisce alcuna indicazione su modi e tempi che tale processo dovrebbe seguire. Inoltre il documento non fornisce alcun dettaglio su come verranno condotte le verifiche, circa lo smantellamento dell’arsenale atomico di Pyongyang o che cosa sarà richiesto in cambio.
Per la Corea del Nord, l’incontro è uno straordinario successo d’immagine. Le foto dei due capi di stato fianco a fianco, con le bandiere americane che sventolano accanto a quelle del regime rappresentano un grande risultato per un leader che solo l’estate scorsa era considerato il paria della comunità internazionale. Nelle successive dichiarazioni Trump ha aggiunto che gli Stati Uniti sospenderanno le esercitazioni militari congiunte con la Corea del sud, definite provocatorie ed eccessivamente costose.
Veniamo inoltre a conoscenza della decisione di Kim di procedere alla distruzione di un sito di lancio missilistico come segno di buona volontà. Gesto particolarmente apprezzato da Trump ma che risulta poco più che simbolico dato che il 90% delle capacità di lancio nordcoreane sono installate su piattaforme mobili. Tali accordi, stando al presidente Trump, risultano essere esclusi dal documento siglato in quanto frutto di conversazioni occorse in un momento successivo alla firma dell’intesa. Trump ha anche menzionato la possibilità che l’armistizio siglato tra le due Coree nel 1953 possa trasformarsi presto in un trattato di pace, questione sulla quale è stato eletto il premier sudcoreano Moon Jae-in che si è congratulato del vertice attraverso un comunicato ufficiale.
Il presidente Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un si sono incontrati presso la “Cappella Singapore” un resort di lusso sull’isola di Sentosa. La scelta della località è ricaduta su Singapore perché il Paese asiatico è uno dei pochi a intrattenere rapporti diplomatici con entrambi gli Stati.
Nei giorni scorsi avevamo assistito all’arrivo di Kim e del suo entourage, tra le migliaia di fotografi occorsi per immortalare la storica occasione, su un boeing fornito dalla Cina, dato che l’aereo di Stato non era ritenuto idoneo ad affrontare una tratta così lunga. Il leader supremo è stato raggiunto da Trump il 10 giugno, precedentemente impegnato al G7 in Canada.
Di fronte alla stampa, i due si sono stretti la mano, prima dell’attesissimo faccia a faccia (durato circa 40minuti), per poi essere raggiunti dagli altri alti ufficiali. Oltre a Kim, la delegazione nordcoreana comprendeva Ri Su Yong, una dei massimi ufficiali del regime in politica estera e già ambasciatore in Svizzera nel periodo in cui si ritiene che Kim fosse iscritto in una scuola privata nei pressi di Berna. Erano inoltre presenti Kim Yong Chol, ex capo dei servizi di intelligence e adesso vicesegretario del Partito comunista nordcoreano, e il ministro degli Esteri Ri Yong Ho.
Al termine dell’incontro i due leader hanno firmato un’intesa diffusa solo in un secondo momento alla stampa internazionale, ma che contiene alcuni punti su cui si sarebbe trovato un preliminare accordo: l’impegno di entrambi gli attori al miglioramento delle relazioni tra i due Paesi così da assicurare la pace, l’impegno alla costruzione di un duraturo “regime di pace” nella penisola coreana e in linea con la precedente dichiarazione di Panmunjon, l’impegno a compiere i passi necessari al raggiungimento di una “completa denuclearizzazione della penisola coreana” oltre al rimpatrio di prigionieri di guerra e delle salme dei caduti, prevedendo (per coloro già identificati) il rimpatrio immediato. Nel testo della dichiarazione vengono preannunciati nuovi incontri tra alti funzionari nordcoreani e il segretario di Stato Mike Pompeo, ai quali viene affidato il compito di trovare la maniera di tradurre gli impegni presi in fatti.
Al termine del summit, in conferenza stampa il presidente americano ha detto di aver “instaurato un legame molto speciale” con Kim, mentre quest’ultimo ha riconosciuto le “grandi sfide da affrontare”, ma ha espresso il desiderio di collaborare con Trump. L’amministrazione americana può rallegrarsi dell’incontro e delle intese raggiunte ma, stando alle parole di Pompeo, il presidente non siglerà nessun accordo che non garantisca una effettiva protezione dalla minaccia nucleare nordcoreana.
Interrogato dalla stampa sull’impegno preso dal regime sulla denuclearizzazione, il presidente Trump ha assicurato che sarà un processo che avrà inizio “molto, molto presto”. Tuttavia, anche se nel documento finale si parla del mantenimento di buone relazioni tra i due Paesi, non si fa riferimento (almeno per ora) alla riapertura di un canale diplomatico. Si parla di denuclearizzazione ma non si fornisce alcuna indicazione su modi e tempi che tale processo dovrebbe seguire. Inoltre il documento non fornisce alcun dettaglio su come verranno condotte le verifiche, circa lo smantellamento dell’arsenale atomico di Pyongyang o che cosa sarà richiesto in cambio.
Per la Corea del Nord, l’incontro è uno straordinario successo d’immagine. Le foto dei due capi di stato fianco a fianco, con le bandiere americane che sventolano accanto a quelle del regime rappresentano un grande risultato per un leader che solo l’estate scorsa era considerato il paria della comunità internazionale. Nelle successive dichiarazioni Trump ha aggiunto che gli Stati Uniti sospenderanno le esercitazioni militari congiunte con la Corea del sud, definite provocatorie ed eccessivamente costose.
Veniamo inoltre a conoscenza della decisione di Kim di procedere alla distruzione di un sito di lancio missilistico come segno di buona volontà. Gesto particolarmente apprezzato da Trump ma che risulta poco più che simbolico dato che il 90% delle capacità di lancio nordcoreane sono installate su piattaforme mobili. Tali accordi, stando al presidente Trump, risultano essere esclusi dal documento siglato in quanto frutto di conversazioni occorse in un momento successivo alla firma dell’intesa. Trump ha anche menzionato la possibilità che l’armistizio siglato tra le due Coree nel 1953 possa trasformarsi presto in un trattato di pace, questione sulla quale è stato eletto il premier sudcoreano Moon Jae-in che si è congratulato del vertice attraverso un comunicato ufficiale.
Mondo | 13 giugno 2018
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