22/03/2014 di triskel182
sabato 22 marzo 2014, è la Giornata Mondiale dell’Acqua, nota in tutto il mondo come World Water Day.
L’appuntamento istituito dalle Nazioni Unite giunge quest’anno alla
propria 23esima edizione. Si tratta di un’occasione per riflettere
sull’importanza di salvaguardare un bene prezioso, allo stesso tempo fonte di vita e sempre più oggetto di inquinamento.
Ritorna oggi una questione fondamentale, cioè il riconoscimento ufficiale dell’acqua come bene comune, soprattutto dal punto di vista giuridico. A ricordarlo è il Cipsi,
che si occupa di coordinare associazioni di solidarietà internazionale
e che è impiegato da circa vent’anni sul tema dell’acqua. Il Cipsi
protesta per l’assenza, nella comunicazione della Commissione Europea,
di un esplicito divieto alla liberalizzazione dell’acqua.
Nel mondo 1,4 miliardi di persone non hanno accesso regolare ed adeguato all’acqua potabile,
mentre 2,6 miliardi non beneficiano dei servizi igienico-sanitari. Nel
contempo, la deforestazione e la desertificazione continuano ad
avanzare, insieme alla riduzione di terre fertili e accessibili. L’acqua
non viene più vista come un diritto umano ed interessa sempre di più gli speculatori finanziari.
Secondo quanto comunicato dal Cipsi, la Commissione Europea non ha intenzione di proporre nessuna legge, ma solo una consultazione pubblica per migliorare la qualità e la gestione delle risorse idriche.
“In Italia - ha sottolineato il Cipsi - la più grande criticità in materia d’acqua resta di natura politica -
il non rispetto scandaloso da parte di tutti i poteri pubblici e
privati preposti alla gestione delle acque della volontà espressa da 27
milioni di cittadini con i referendum abrogativi. Il che non diminuisce
la gravità dei problemi legati al dissesto idrogeologico, al divenire
critico dei fiumi, alla cattiva gestione dei servizi idrici, all’inquinamento delle acque di falda, alla debole copertura del trattamento delle acque reflue”.
Il Wwf, in vista della Giornata Mondiale dell’Acqua, ha lanciato un nuovo rapporto che mostra per la prima volta quanta acqua è nascosta nel cibo prodotto
sul nostro territorio o importato. Sottolinea dunque la necessità di
essere più consapevoli nella scelta dei propri acquisti alimentari.
Secondo il Wwf, non si trovano a rischio soltanto le nostre falde
acquifere, ma anche le risorse idriche degli angoli più remoti della
terra. Attenzione dunque all’acqua impiegata per i processi produttivi
dei cibi che portiamo sulle nostre tavole (consulta qui il rapporto del Wwf “L’impronta idrica dell’acqua”).
Legambiente presenta oggi il proprio Dossier sulla Qualità delle acque, da cui emergono gravi problemi di inquinamento.
In Italia nel 2011 sono state emesse oltre 140 tonnellate di metalli
pesanti direttamente nei corpi idrici e quasi 2,8 milioni di tonnellate
di sostanze inorganiche (Cloruri Fluoruri e Cianuri) di cui quasi la
metà derivanti da attività di tipo chimico.
Tra le sostanze organiche ritenute pericolose in via prioritaria rientrano l’antracene, il benzene, gliIPA (idrocarburi policiclici aromatici): sono state immesse 2,9 tonnellate di nonilfenoli cioè
il 60% circa dell’ missione europea totale per questa sostanza, 1,25
tonnellate di IPA (pari al 39% della quantità totale dichiarata a
livello europeo per il 2011) e 0,91 tonnellate di benzene legate quasi
esclusivamente al settore della produzione e trasformazione dei metalli (scarica qui il Dossier di Legambiente sulla Qualità delle acque).
Di fronte alla crisi dell’acqua e ai problemi di inquinamento non mancano però le buone notizie. Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua comunica infatti che giovedì 20 marzo è stato depositato, presso la Camera dei Deputati, il testo aggiornato della legge di iniziativa popolare,
presentato nel 2007, “Principi per la tutela, il governo e la gestione
pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del
servizio idrico”. Tale fatto, a parere del Forum, assume un valore
aggiunto e una grande valenza politica poiché avviene proprio alla
vigilia della Giornata Mondiale per l’Acqua.
La proposta di legge risponde all’urgenza di dotare il nostro Paese di un quadro legislativo unitario rispetto
al governo delle risorse idriche come bene comune, introducendo
modelli di gestione pubblica e partecipata del servizio idrico,
procedendo da subito alla ripubblicizzazione dello stesso. Il Forum
chiede che il Parlamento avvii subito la discussione di questa legge
nel rispetto della volontà popolare.
Cosa possiamo fare noi? Cerchiamo di non sprecare l’acqua, anzi, proviamo a risparmiarla, sia in casa che in giardino.
Da greenme.it
p.s.
m'era sfuggito... lo posto in ritardo
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
Visualizzazione post con etichetta bene comune. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bene comune. Mostra tutti i post
domenica 23 marzo 2014
venerdì 29 novembre 2013
LA STRATEGIA DEL BENE COMUNE (Stefano Rodotà); dal blog di triskel182
La legge di stabilità non è solo la “polveriera” economica di cui ha
parlato Tito Boeri. Ha fatto affiorare vizi culturali profondi, che
toccano il ruolo sociale dei beni, i limiti della discrezionalità
politica, e il modo stesso d’intendere la vita delle persone. Provo a
sintetizzare alcune indicazioni su questi tre punti.
1) In molti paesi è da tempo in corso una discussione sul grande e ineludibile tema dei beni comuni, che in Italia viene troppo spesso falsato da una diffusa e spesso compiaciuta ignoranza, e talora distorto da qualche intemperanza ideologica. Nell’ultimo periodo non sono mancate ironie sui “benecomunisti”, e qualche aggressione pochissimo informata su alcune esperienze in corso. Si ignora che questo tema ha dietro di sé una lunga serie di studi e che, nel 2009, il Premio Nobel per l’economia venne assegnato a Elinor Ostrom proprio per i suoi contributi alla teoria dei beni comuni (i più importanti sono disponibili in italiano). In Italia è stato pubblicato un fiume di libri. Segnalo soltanto la ricca raccolta di saggi nata da un seminario della Fondazione Basso (Tempo di beni comuni, Studi multisciplinari… Ediesse, Roma, 2013); il nitido itinerario di Guido Viale (Virtù che cambiano il mondo. Partecipazione e conflitto per i beni comuni, Feltrinelli, Milano, 2013); e il lavoro di uno storico, Andrea Di Porto, che tra l’altro ricorda il lontano punto di partenza della sentenza della Corte di Cassazione del 1887, che diede ragione al Comune di Roma contro il principe Borghese che voleva chiudere i cancelli della Villa, riconoscendo ai cittadini il diritto di passeggiare liberamente in quel luogo (Res in usu publico e “beni comuni”, Giappichelli, Torino, 2013).
Un bagno culturale eccessivo? Ma i parlamentari non hanno bisogno di andare così lontano. Basta che aprano la porta accanto. Troveranno i testi mandati a tutti loro all’inizio della legislatura, già strutturati in forma di disegno di legge, sulla disciplina dell’acqua e sulla riforma del sistema dei beni pubblici, che riproduce i risultati di una Commissione ministeriale e che qualcuno ha già trasformato in proposta di legge. Perché, allora, ripetere le trite e pericolose banalità della vendita dei beni pubblici per far cassa, fino alla grottesca vicenda delle spiagge?
In realtà, la questione dei beni comuni non fa storia a sé. Impone un ripensamento dell’intero ordinamento dei beni pubblici (ai quali ha dedicato un importante volume l’Accademia dei Lincei nel 2010). Non tutti possono essere attratti nell’area del “comune”, ma non per questo la gran massa dei beni pubblici diventa disponibile per qualsiasi disinvolta operazione. Dovrebbe essere chiaro che questi beni hanno funzioni diverse, e si presentano come beni “ad appartenenza pubblica necessaria” (opere per la difesa, le reti viarie e ferroviarie, i porti), “sociali” (che devono soddisfare bisogni essenziali delle persone), “fruttiferi” (da gestire con adeguate modalità economiche). Per quanto riguarda le spiagge, per esempio, le operazioni da fare dovrebbero essere due. Eliminare la loro sostanziale privatizzazione, che per lunghissimi tratti esclude l’accesso ai cittadini, in forme sconosciute ad altri paesi. E rendere economiche le concessioni ai privati, che oggi danno allo Stato un reddito inadeguato (discorso che può essere esteso ad altri casi, come quello delle frequenze).
Tornando ai beni comuni, la loro definizione rinvia al fatto che essi sono indispensabili per la soddisfazione di bisogni fondamentali delle persone. Si istituisce così un nuovo rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni. E infatti molti documenti nazionali e internazionali parlano, in primo luogo, di accesso all’acqua, al cibo, alla conoscenza in rete, ai farmaci essenziali, alla tutela del territorio come di diritti fondamentali, la cui realizzazione esige appunto regole particolari per quei beni. Tra queste emergono quelle sulla partecipazione dei cittadini alla gestione, prevista dall’articolo 43 della Costituzione, che parla di “servizi pubblici essenziali” da affidare a “comunità di lavoratori o di utenti”. Qui nascono tre problemi. Rispetto dei risultati di referendum come quello sull’acqua, a proposito del quale si ha una timida e parziale apertura del ministro per l’Ambiente. Non per tutti i beni comuni può essere individuata una comunità che li gestisce: come si può inventare questa comunità tra i tre miliardi di persone che accedono alla conoscenza in Rete? Questo bene, allora, deve essere qualificato in via generale come comune. E le istituzioni devono confrontarsi con le esperienze che formulano progetti, realizzano innovazioni dell’ordine esistente, distinguendo certo, ma senza trincerarsi dietro rifiuti pregiudiziali.
2) Punto sul vivo, il Presidente Letta ha reagito ai rilievi dell’Unione europea sulla legge di stabilità, cominciando a riecheggiare critiche sempre più diffuse sugli effetti negativi delle politiche di austerità. La reazione d’un momento, tutto sommato strumentale, o l’avvio di un’altra strategia? Si avvicinano le elezioni europee, e non ci si può limitare a esprimere preoccupazione per i populismi antieuropeisti, che rischia di trasformarsi in un inutile lamento. La strategia europea deve cominciare a prendere coraggiosamente atto che la politica dell’Unione è stata chiusa nella dimensione economico-finanziaria, amputando del tutto quella dei diritti, affidata alla sua Carta dei diritti fondamentali, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati. Questo “valore aggiunto” è stato in questi anni negato ai cittadini europei e ha determinato la progressiva delegittimazione delle istituzioni. Da qui bisogna ripartire, se il Governo vuole davvero dare un qualche senso al suo parlare di Europa. Altrimenti si allontanerà ancora di più da una società nella quale sta maturando un serio movimento che vuole parlare di politica “costituzionale” per l’Europa, così come sta facendo per l’Italia. La voce dei cittadini senza demagogia antieuropea deve esser ascoltata perché, si condivida in tutto o in parte la tesi di Luciano Gallino, è indubbio che sia avvenuto qualcosa che assomiglia a un colpo di Stato (Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013). E i cittadini stanno studiando i modi per rimettere in discussione quel mutamento dell’articolo 81 che si è voluto sottrarre ad un loro possibile voto. E per sfuggire alla subalternità all’economia, bisogna riconoscere che la discrezionalità politica deve obbedire ai criteri che, per la ripartizione delle risorse scarse, sono indicati proprio dalla trama dei diritti fondamentali.
3) La verità è che si è messo in discussione quello che definisco “il diritto all’esistenza”. Divenuti residuali i diritti sociali, rafforzate le diseguaglianze, si è minata la stessa condizione dell’efficienza economica (continua a ricordarcelo Jean-Paul Fitoussi, Il teorema del lampione, Einaudi, Torino, 2013). Per questo non può essere allontanata, con una mossa infastidita, la questione del reddito minimo (esiste una proposta d’iniziativa popolare anteriore a quella del Movimento 5Stelle). È tema difficile, per il rapporto con le politiche del lavoro e per il reperimento delle risorse necessarie, ma ineludibile. E mi pare utile che, dopo una intemperanza iniziale, Stefano Fassina abbia parlato di un confronto politico su questo tema.
4) Ho citato molti libri. Ma, se dobbiamo uscire dalla profonda regressione culturale che ha reso misera la politica, possiamo farlo senza buone letture?
p.s.
Solo da un pensatore come Rodotà poteva arrivare un contributo del genere. Personalmente l'avrei come un grande Presidente della Repubblica: migliore, e sicuramente diverso, dell'attuale inquilino e anche di Romano Prodi. Ma viviamo in tempi di governo del denaro e con il denaro ormai diventato ll fine e non lo strumento come dovrebbe essere..... dove nella legge di stabilità hanno reintrodotto di nuovo la legge mancia, circa 5 mln per il clientelismo dei partiti, e qualche norma qui e là che salva l'intero sistema, dal centro alla periferia, per evitare che ci possano essere politucoli che non possano mangiare a spese nostre.... ricordatelo quando andrete a votare: a qualunque livello di elezione o ce ne liberiamo o non ci .. liberiamo del regime del denaro
1) In molti paesi è da tempo in corso una discussione sul grande e ineludibile tema dei beni comuni, che in Italia viene troppo spesso falsato da una diffusa e spesso compiaciuta ignoranza, e talora distorto da qualche intemperanza ideologica. Nell’ultimo periodo non sono mancate ironie sui “benecomunisti”, e qualche aggressione pochissimo informata su alcune esperienze in corso. Si ignora che questo tema ha dietro di sé una lunga serie di studi e che, nel 2009, il Premio Nobel per l’economia venne assegnato a Elinor Ostrom proprio per i suoi contributi alla teoria dei beni comuni (i più importanti sono disponibili in italiano). In Italia è stato pubblicato un fiume di libri. Segnalo soltanto la ricca raccolta di saggi nata da un seminario della Fondazione Basso (Tempo di beni comuni, Studi multisciplinari… Ediesse, Roma, 2013); il nitido itinerario di Guido Viale (Virtù che cambiano il mondo. Partecipazione e conflitto per i beni comuni, Feltrinelli, Milano, 2013); e il lavoro di uno storico, Andrea Di Porto, che tra l’altro ricorda il lontano punto di partenza della sentenza della Corte di Cassazione del 1887, che diede ragione al Comune di Roma contro il principe Borghese che voleva chiudere i cancelli della Villa, riconoscendo ai cittadini il diritto di passeggiare liberamente in quel luogo (Res in usu publico e “beni comuni”, Giappichelli, Torino, 2013).
Un bagno culturale eccessivo? Ma i parlamentari non hanno bisogno di andare così lontano. Basta che aprano la porta accanto. Troveranno i testi mandati a tutti loro all’inizio della legislatura, già strutturati in forma di disegno di legge, sulla disciplina dell’acqua e sulla riforma del sistema dei beni pubblici, che riproduce i risultati di una Commissione ministeriale e che qualcuno ha già trasformato in proposta di legge. Perché, allora, ripetere le trite e pericolose banalità della vendita dei beni pubblici per far cassa, fino alla grottesca vicenda delle spiagge?
In realtà, la questione dei beni comuni non fa storia a sé. Impone un ripensamento dell’intero ordinamento dei beni pubblici (ai quali ha dedicato un importante volume l’Accademia dei Lincei nel 2010). Non tutti possono essere attratti nell’area del “comune”, ma non per questo la gran massa dei beni pubblici diventa disponibile per qualsiasi disinvolta operazione. Dovrebbe essere chiaro che questi beni hanno funzioni diverse, e si presentano come beni “ad appartenenza pubblica necessaria” (opere per la difesa, le reti viarie e ferroviarie, i porti), “sociali” (che devono soddisfare bisogni essenziali delle persone), “fruttiferi” (da gestire con adeguate modalità economiche). Per quanto riguarda le spiagge, per esempio, le operazioni da fare dovrebbero essere due. Eliminare la loro sostanziale privatizzazione, che per lunghissimi tratti esclude l’accesso ai cittadini, in forme sconosciute ad altri paesi. E rendere economiche le concessioni ai privati, che oggi danno allo Stato un reddito inadeguato (discorso che può essere esteso ad altri casi, come quello delle frequenze).
Tornando ai beni comuni, la loro definizione rinvia al fatto che essi sono indispensabili per la soddisfazione di bisogni fondamentali delle persone. Si istituisce così un nuovo rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni. E infatti molti documenti nazionali e internazionali parlano, in primo luogo, di accesso all’acqua, al cibo, alla conoscenza in rete, ai farmaci essenziali, alla tutela del territorio come di diritti fondamentali, la cui realizzazione esige appunto regole particolari per quei beni. Tra queste emergono quelle sulla partecipazione dei cittadini alla gestione, prevista dall’articolo 43 della Costituzione, che parla di “servizi pubblici essenziali” da affidare a “comunità di lavoratori o di utenti”. Qui nascono tre problemi. Rispetto dei risultati di referendum come quello sull’acqua, a proposito del quale si ha una timida e parziale apertura del ministro per l’Ambiente. Non per tutti i beni comuni può essere individuata una comunità che li gestisce: come si può inventare questa comunità tra i tre miliardi di persone che accedono alla conoscenza in Rete? Questo bene, allora, deve essere qualificato in via generale come comune. E le istituzioni devono confrontarsi con le esperienze che formulano progetti, realizzano innovazioni dell’ordine esistente, distinguendo certo, ma senza trincerarsi dietro rifiuti pregiudiziali.
2) Punto sul vivo, il Presidente Letta ha reagito ai rilievi dell’Unione europea sulla legge di stabilità, cominciando a riecheggiare critiche sempre più diffuse sugli effetti negativi delle politiche di austerità. La reazione d’un momento, tutto sommato strumentale, o l’avvio di un’altra strategia? Si avvicinano le elezioni europee, e non ci si può limitare a esprimere preoccupazione per i populismi antieuropeisti, che rischia di trasformarsi in un inutile lamento. La strategia europea deve cominciare a prendere coraggiosamente atto che la politica dell’Unione è stata chiusa nella dimensione economico-finanziaria, amputando del tutto quella dei diritti, affidata alla sua Carta dei diritti fondamentali, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati. Questo “valore aggiunto” è stato in questi anni negato ai cittadini europei e ha determinato la progressiva delegittimazione delle istituzioni. Da qui bisogna ripartire, se il Governo vuole davvero dare un qualche senso al suo parlare di Europa. Altrimenti si allontanerà ancora di più da una società nella quale sta maturando un serio movimento che vuole parlare di politica “costituzionale” per l’Europa, così come sta facendo per l’Italia. La voce dei cittadini senza demagogia antieuropea deve esser ascoltata perché, si condivida in tutto o in parte la tesi di Luciano Gallino, è indubbio che sia avvenuto qualcosa che assomiglia a un colpo di Stato (Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013). E i cittadini stanno studiando i modi per rimettere in discussione quel mutamento dell’articolo 81 che si è voluto sottrarre ad un loro possibile voto. E per sfuggire alla subalternità all’economia, bisogna riconoscere che la discrezionalità politica deve obbedire ai criteri che, per la ripartizione delle risorse scarse, sono indicati proprio dalla trama dei diritti fondamentali.
3) La verità è che si è messo in discussione quello che definisco “il diritto all’esistenza”. Divenuti residuali i diritti sociali, rafforzate le diseguaglianze, si è minata la stessa condizione dell’efficienza economica (continua a ricordarcelo Jean-Paul Fitoussi, Il teorema del lampione, Einaudi, Torino, 2013). Per questo non può essere allontanata, con una mossa infastidita, la questione del reddito minimo (esiste una proposta d’iniziativa popolare anteriore a quella del Movimento 5Stelle). È tema difficile, per il rapporto con le politiche del lavoro e per il reperimento delle risorse necessarie, ma ineludibile. E mi pare utile che, dopo una intemperanza iniziale, Stefano Fassina abbia parlato di un confronto politico su questo tema.
4) Ho citato molti libri. Ma, se dobbiamo uscire dalla profonda regressione culturale che ha reso misera la politica, possiamo farlo senza buone letture?
p.s.
Solo da un pensatore come Rodotà poteva arrivare un contributo del genere. Personalmente l'avrei come un grande Presidente della Repubblica: migliore, e sicuramente diverso, dell'attuale inquilino e anche di Romano Prodi. Ma viviamo in tempi di governo del denaro e con il denaro ormai diventato ll fine e non lo strumento come dovrebbe essere..... dove nella legge di stabilità hanno reintrodotto di nuovo la legge mancia, circa 5 mln per il clientelismo dei partiti, e qualche norma qui e là che salva l'intero sistema, dal centro alla periferia, per evitare che ci possano essere politucoli che non possano mangiare a spese nostre.... ricordatelo quando andrete a votare: a qualunque livello di elezione o ce ne liberiamo o non ci .. liberiamo del regime del denaro
Etichette:
bene comune,
blog,
cronaca,
economia,
elezioni,
politica,
società,
stefano rodotà
lunedì 25 novembre 2013
Jp Morgan, onori a Buckingham Palace. Così la finanza dimentica la crisi
di Loretta Napoleoni | 24 novembre 2013
dal Fatto quotidiano
L’ostentazione della ricchezza è lo sport preferito dalla classe dei super-ricchi e privilegiati del villaggio globale, quella piccolissima percentuale della popolazione mondiale che vede la sua posizione di vantaggio rispetto a quella di tutti gli altri legittimata dal vecchio idolo: il denaro.
Giambattista Vico non si meraviglierebbe di questo fenomeno, tutto è già successo nel passato, fa parte della ruota della storia; quello che però Vico non poteva prevedere è l’acuirsi delle diseguaglianze nelle moderne democrazie a seguito della schizofrenia del sistema politico sociale definito democrazia. Schizofrenia perché la democrazia dovrebbe essere il governo della maggioranza ed invece è degenerata nella gestione della cosa pubblica e della vita delle masse da parte delle élite, ma nessuno si ribella né viene punito per le ingiustizie commesse o perpetuate.
L’ultimo esempio di questo disturbo mentale ci arriva dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, baluardi del potere del Parlamento, il primo, e della democrazia, il secondo. Il 30 ottobre la JpMorgan, ai tempi ancora sotto inchiesta per aver frodato milioni di onesti risparmiatori americani con i mutui subprime, ha organizzato un evento memorabile a Buckingham Palace, avete letto bene, Buckingham Palace, meglio noto come la residenza della Regina d’Inghilterra.
Alla cena hanno partecipato 100 rappresentanti del mondo degli affari e della politica mondiale. C’era Tony Blair, che presiede il Consiglio dei consulenti della JpMorgan (il cui governo ha fabbricato prove false per giustificare l’invasione dell’Iraq), Ratan Tata, l’industriale indiano che ha acquistato grossi pacchetti immobiliari a Londra e così via. I fortunati invitati si sono goduti uno spettacolo privato organizzato dalla Royal Philarmonica Orchestra e dal Royal Ballet, proprio come ai tempi di Enrico VIII, musica, balletti, cibi prelibati e vini d’annata. La Regina non era presente, ma a fare gli onori di casa c’era suo figlio Prince Andrew. Nessuno sa quanto ha pagato la JpMorgan, né a chi ha pagato, ma sicuramente non è si è trattato di un evento di beneficenza.
Poche settimane dopo la JpMorgan patteggiava con il governo e le autorità monetarie americane la questione dei mutui subprime ed accettava di pagare subito 4 miliardi di dollari (su un totale di circa 13 miliardi) agli sfortunati mortali rimasti impigliati nel suo grande imbroglio immobiliare.
Dei 4 miliardi di dollari, circa 1,5 andrà a pagare la differenza tra il valore attuale e quello passato delle abitazioni mutuate; 500 milioni andranno a ristrutturare i pagamenti mensili, e cioè li ridurranno. Gli altri 2 miliardi di dollari serviranno a compensare chi vive nelle aree più colpite dalla bolla immobiliare ed a demolire le case abbandonate. I poveretti che le hanno lasciate perché non potevano più pagarle rimarranno a bocca asciutta. Ma lo scopo della ristrutturazione non è aiutare i mutuatati ma le banche che hanno in portafoglio beni tossici. La JpMorgan, infatti, pagherà queste ultime.
La settimana prossima si saprà come verranno allocati i rimanenti 9 miliardi di dollari e per questo gigante della finanza mondiale la tragedia dei mutui spazzatura si chiuderà definitivamente ad un prezzo accettabile. Nessuno finirà in carcere per aver distrutto famiglie intere o per aver causato una crisi epocale di cui ancora oggi ne soffriamo le conseguenze, i signori dell’alta finanza sono come i politici, al disopra della legge, una caratteristica delle oligarchie e dei regimi assolutistici ed oscurantisti di un passato che la democrazia dovrebbe aver definitivamente cancellato. Ma non è così ed il fatto che la JpMorgan sia benvenuta dietro pagamento nelle sale della monarchia britannica ce lo conferma.
La logica è semplice: nel villaggio globale dove si adora l’idolo denaro la democrazia è uno strumento di potere nelle mani di chi lo possiede, con il denaro si compra tutto: dall’ospitalità della monarchia fino al silenzio dei senza tetto.
Come si esce da questo pantano? Certamente non con la guerra tra i poveri, di tutti i tipi, inclusa quella tra economisti veri e falsi, ma con la consapevolezza e l’esempio. Battaglie contro un nemico infinitamente più potente non si vincono con le armi né con le rivoluzioni e tantomeno con i trattati d’economia, ma con la superiorità etica e morale. Gandhi, in fondo, ha preso esempio da San Francesco, oggi il villaggio globale un nuovo Francesco ce l’ha e sembra proprio intenzionato ad emulare le gesta di chi lo ha preceduto nella difesa dei diritti della collettività. Ma come tutti i grandi della storia ha bisogno del nostro aiuto.
p.s.
aggiungo solo che il livello di complessità di un sistema del genere è grande e, come dice nell'articolo, potente davvero: ma è un gigante con i piedi d'argilla, debolissimi che può prosperare solo perchè i "comuni" sono (come sosteneva Lippman, consigliere della moglie di Roosvelt): "passivi", deboli, divisi, impauriti nel perdere quel poco che gli lasciano e, soprattutto, convinti di far bene perchè "quel" potere potente non è facilmente identificabile o meglio è impersonale e lontano...... anche se si sa che politici e sindacalisti sono elettivi chi li regge davvero non sono i cittadini ma una rete interconnessa e fitta che va da chi controlla i media alle istituzioni finanziarie; dai mercati ai grandi interessi delle aziende multinazionali.. un moloch che spinge per le proprie caratteristiche impersonali la gente a sentirsi frustrata da un lato e passiva e impaurita dall'altra persa nel giogo poliotico mediatico che gli promette un improbabile mondo semi perfetto e, nel classico gioco delle tre carte, nello stesso momento gli leva l'orizzonte anzi gli orizzonti...... e nel caso dovessero sbucar fuori movimenti sociali o si fanno assorbire, leggi lega, o s'innesca un gioco al massacro nel quale il primo obiettivo è gettar discredito (in questo aiutati dalle titaniche cazzate, detto da Andrea Scanzi a proposito di alcune uscite del M5S) l'altro e disarcionare le fila di cittadini e iscritti dalle loro certezze mentre nel frattempo la politica tradizionale fa quadrato (mentre continua al proprio interno a farsi le guerricciole per le briciole) e li isola con tanti saluti all'interesse generale e al bene comune
dice nulla quanto sopra? O meglio: ricorda nulla?
dal Fatto quotidiano
L’ostentazione della ricchezza è lo sport preferito dalla classe dei super-ricchi e privilegiati del villaggio globale, quella piccolissima percentuale della popolazione mondiale che vede la sua posizione di vantaggio rispetto a quella di tutti gli altri legittimata dal vecchio idolo: il denaro.
Giambattista Vico non si meraviglierebbe di questo fenomeno, tutto è già successo nel passato, fa parte della ruota della storia; quello che però Vico non poteva prevedere è l’acuirsi delle diseguaglianze nelle moderne democrazie a seguito della schizofrenia del sistema politico sociale definito democrazia. Schizofrenia perché la democrazia dovrebbe essere il governo della maggioranza ed invece è degenerata nella gestione della cosa pubblica e della vita delle masse da parte delle élite, ma nessuno si ribella né viene punito per le ingiustizie commesse o perpetuate.
L’ultimo esempio di questo disturbo mentale ci arriva dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, baluardi del potere del Parlamento, il primo, e della democrazia, il secondo. Il 30 ottobre la JpMorgan, ai tempi ancora sotto inchiesta per aver frodato milioni di onesti risparmiatori americani con i mutui subprime, ha organizzato un evento memorabile a Buckingham Palace, avete letto bene, Buckingham Palace, meglio noto come la residenza della Regina d’Inghilterra.
Alla cena hanno partecipato 100 rappresentanti del mondo degli affari e della politica mondiale. C’era Tony Blair, che presiede il Consiglio dei consulenti della JpMorgan (il cui governo ha fabbricato prove false per giustificare l’invasione dell’Iraq), Ratan Tata, l’industriale indiano che ha acquistato grossi pacchetti immobiliari a Londra e così via. I fortunati invitati si sono goduti uno spettacolo privato organizzato dalla Royal Philarmonica Orchestra e dal Royal Ballet, proprio come ai tempi di Enrico VIII, musica, balletti, cibi prelibati e vini d’annata. La Regina non era presente, ma a fare gli onori di casa c’era suo figlio Prince Andrew. Nessuno sa quanto ha pagato la JpMorgan, né a chi ha pagato, ma sicuramente non è si è trattato di un evento di beneficenza.
Poche settimane dopo la JpMorgan patteggiava con il governo e le autorità monetarie americane la questione dei mutui subprime ed accettava di pagare subito 4 miliardi di dollari (su un totale di circa 13 miliardi) agli sfortunati mortali rimasti impigliati nel suo grande imbroglio immobiliare.
Dei 4 miliardi di dollari, circa 1,5 andrà a pagare la differenza tra il valore attuale e quello passato delle abitazioni mutuate; 500 milioni andranno a ristrutturare i pagamenti mensili, e cioè li ridurranno. Gli altri 2 miliardi di dollari serviranno a compensare chi vive nelle aree più colpite dalla bolla immobiliare ed a demolire le case abbandonate. I poveretti che le hanno lasciate perché non potevano più pagarle rimarranno a bocca asciutta. Ma lo scopo della ristrutturazione non è aiutare i mutuatati ma le banche che hanno in portafoglio beni tossici. La JpMorgan, infatti, pagherà queste ultime.
La settimana prossima si saprà come verranno allocati i rimanenti 9 miliardi di dollari e per questo gigante della finanza mondiale la tragedia dei mutui spazzatura si chiuderà definitivamente ad un prezzo accettabile. Nessuno finirà in carcere per aver distrutto famiglie intere o per aver causato una crisi epocale di cui ancora oggi ne soffriamo le conseguenze, i signori dell’alta finanza sono come i politici, al disopra della legge, una caratteristica delle oligarchie e dei regimi assolutistici ed oscurantisti di un passato che la democrazia dovrebbe aver definitivamente cancellato. Ma non è così ed il fatto che la JpMorgan sia benvenuta dietro pagamento nelle sale della monarchia britannica ce lo conferma.
La logica è semplice: nel villaggio globale dove si adora l’idolo denaro la democrazia è uno strumento di potere nelle mani di chi lo possiede, con il denaro si compra tutto: dall’ospitalità della monarchia fino al silenzio dei senza tetto.
Come si esce da questo pantano? Certamente non con la guerra tra i poveri, di tutti i tipi, inclusa quella tra economisti veri e falsi, ma con la consapevolezza e l’esempio. Battaglie contro un nemico infinitamente più potente non si vincono con le armi né con le rivoluzioni e tantomeno con i trattati d’economia, ma con la superiorità etica e morale. Gandhi, in fondo, ha preso esempio da San Francesco, oggi il villaggio globale un nuovo Francesco ce l’ha e sembra proprio intenzionato ad emulare le gesta di chi lo ha preceduto nella difesa dei diritti della collettività. Ma come tutti i grandi della storia ha bisogno del nostro aiuto.
p.s.
aggiungo solo che il livello di complessità di un sistema del genere è grande e, come dice nell'articolo, potente davvero: ma è un gigante con i piedi d'argilla, debolissimi che può prosperare solo perchè i "comuni" sono (come sosteneva Lippman, consigliere della moglie di Roosvelt): "passivi", deboli, divisi, impauriti nel perdere quel poco che gli lasciano e, soprattutto, convinti di far bene perchè "quel" potere potente non è facilmente identificabile o meglio è impersonale e lontano...... anche se si sa che politici e sindacalisti sono elettivi chi li regge davvero non sono i cittadini ma una rete interconnessa e fitta che va da chi controlla i media alle istituzioni finanziarie; dai mercati ai grandi interessi delle aziende multinazionali.. un moloch che spinge per le proprie caratteristiche impersonali la gente a sentirsi frustrata da un lato e passiva e impaurita dall'altra persa nel giogo poliotico mediatico che gli promette un improbabile mondo semi perfetto e, nel classico gioco delle tre carte, nello stesso momento gli leva l'orizzonte anzi gli orizzonti...... e nel caso dovessero sbucar fuori movimenti sociali o si fanno assorbire, leggi lega, o s'innesca un gioco al massacro nel quale il primo obiettivo è gettar discredito (in questo aiutati dalle titaniche cazzate, detto da Andrea Scanzi a proposito di alcune uscite del M5S) l'altro e disarcionare le fila di cittadini e iscritti dalle loro certezze mentre nel frattempo la politica tradizionale fa quadrato (mentre continua al proprio interno a farsi le guerricciole per le briciole) e li isola con tanti saluti all'interesse generale e al bene comune
dice nulla quanto sopra? O meglio: ricorda nulla?
Etichette:
bene comune,
blog,
capitalismo,
corruzione,
cronaca,
diritti umnai,
economia,
etica,
finanza,
liberismo,
mercati,
politica,
società
domenica 4 marzo 2012
TAV e politica: dialogo fra sordi.... ma la società reale é, ancora, viva
E' lo Stato che dipende dai cittadini e non viceversa. Questa massima é la base della democrazia; anche negli Stati liberali, che oggi ci stanno riproponendo, l'invididuo e la società di cui fa parte, é tutelato: eppure nel nostro paese non é così dato che:
se chiedete a un qualunque parlamantare italiano non sa neppure di cosa si stia parlando;
salvo gli esponenti di primo piano nessun'altro vi saprebbe spiegare il perché della tav;
il servizio ferroviario universale nel nostro paese non é all'altezza degli standard europei eppure anziché investirvi, anche con liberalizzazioni, si mettono soldi su soldi su un "servizio", la TAV, di cui usufruirà solo un 6-10% della popolazione ferroviaria a fronte della generalità del resto della popolazione ferroviaria che viaggia su treni fatiscenti con un organizzazione del trasporto che nemmeno un dilettante metterebbe su......
Quindi in un paese normale ci si metterebbe in pari ai suddetti standard, anche minimi, e poi, solo poi, si mettere mano ai servizi di élite, come la TAV; l'economist ha svolto un analisi di quanto abbia contribuito l'alta velocità all'economia dei paesi, ebbene il risultato impietoso é IL FALLIMENTO DELL'ALTA VELOCITA': costoso, in perdita, e poco utilizzato rispetto al resto del servizio offerto e, soprattutto, nessun contributo all'economia. A qualcuno risulta che l'economist sia il vertice di una internazionale della violenza notav? O che sia un giornale "comunista" e antiprogressista? Non mi risulta, e a voi? Ci sarà un motivo "economico" per il quale si possa far capire alla politica nostrana l'errore madornale che sta commettendo nell'imporre a intere scelte che rispondono a interessi economici, spesso anche poco trasparenti, particolari anziché generali (nonostante quanto ufficiamente affermano). Le elezioni, nazionali e locali, si avvicinano: ci scommetterei che faranno di tutto per "rimandarle sin die", sul modello greco: anche mantenendo l'intero paese sull'orlo del baratro. E se a ciò aggiungiamo i fili che legano politica e affaristica il quadro diventa chiaro: ma qui non vi starò a scrivere quanto essi siano forti: lasciuo a Marco Travaglio farlo nel filmato qui sotto, buon ascolto..
.. intanto nell'italia reale qualcosa inizia a muoversi: a Lucca alcune cittadine si son chieste: perché stare a chiedere alla politica ufficiale "quante donne verranno messe in lista" come il network di "se non ora quando" vorrebbe fare con la campagna "una donna un voto"? Dopo vari incontri il gruppo di cittadine ha deciso di sganciarsi da questa logica é ha fatto il salto di qualità: perché non impegnarsi direttamente a recuperare il senso della politica intesa come partecipazione diretta dei cittadini? Dopo aver lanciato un appello a tutte le donne a partecipare e riprendersi in mano della gestione della città per la riscoperta del bene comune e della trasparenza per farli diventare cardini della vita politica...... Lucca bene comune é un esperimento locale, per ora: un esempio di come un gruppo di persone possono mettere in crisi gli oliati meccanismi del notabilato politico. In poco tempo stanno creando una rete che comprende comitati, associazioni, ecc. e ci potete scommettere che, se il tessuto é ancora ricettivo, potranno essere la vera novità della politica locale. Perché non espandere nelle prossime elezioni, mettendosi in network, esperimenti del genere? Solo così possiamo incidere sulla politica, al di là delle proprie appartenenze, nazionale, perché se i cittadini riscoprono la democrazia potete star certi che in pochissimi tempo la partitocrazia percepirà il pericolo che corre: e la disinformazione si scatenerebbe subito al punto di arrivare a cercare di disinnescare questa pericolosissima mina vagante, se c'è una cosa che teme siamo noi tutti ..... che ne pensate? In fin dei conti i vari Pisapia, De Magistris, Zedda ecc. cosa sono se non una società che va oltre i tradizionali partiti per riappropriarsi degli strumenti della Politica in modo da perseguire e riscoprire l'interesse generale gestendolo direttamente anziché delegandolo a politici non all'altezza?
se chiedete a un qualunque parlamantare italiano non sa neppure di cosa si stia parlando;
salvo gli esponenti di primo piano nessun'altro vi saprebbe spiegare il perché della tav;
il servizio ferroviario universale nel nostro paese non é all'altezza degli standard europei eppure anziché investirvi, anche con liberalizzazioni, si mettono soldi su soldi su un "servizio", la TAV, di cui usufruirà solo un 6-10% della popolazione ferroviaria a fronte della generalità del resto della popolazione ferroviaria che viaggia su treni fatiscenti con un organizzazione del trasporto che nemmeno un dilettante metterebbe su......
Quindi in un paese normale ci si metterebbe in pari ai suddetti standard, anche minimi, e poi, solo poi, si mettere mano ai servizi di élite, come la TAV; l'economist ha svolto un analisi di quanto abbia contribuito l'alta velocità all'economia dei paesi, ebbene il risultato impietoso é IL FALLIMENTO DELL'ALTA VELOCITA': costoso, in perdita, e poco utilizzato rispetto al resto del servizio offerto e, soprattutto, nessun contributo all'economia. A qualcuno risulta che l'economist sia il vertice di una internazionale della violenza notav? O che sia un giornale "comunista" e antiprogressista? Non mi risulta, e a voi? Ci sarà un motivo "economico" per il quale si possa far capire alla politica nostrana l'errore madornale che sta commettendo nell'imporre a intere scelte che rispondono a interessi economici, spesso anche poco trasparenti, particolari anziché generali (nonostante quanto ufficiamente affermano). Le elezioni, nazionali e locali, si avvicinano: ci scommetterei che faranno di tutto per "rimandarle sin die", sul modello greco: anche mantenendo l'intero paese sull'orlo del baratro. E se a ciò aggiungiamo i fili che legano politica e affaristica il quadro diventa chiaro: ma qui non vi starò a scrivere quanto essi siano forti: lasciuo a Marco Travaglio farlo nel filmato qui sotto, buon ascolto..
.. intanto nell'italia reale qualcosa inizia a muoversi: a Lucca alcune cittadine si son chieste: perché stare a chiedere alla politica ufficiale "quante donne verranno messe in lista" come il network di "se non ora quando" vorrebbe fare con la campagna "una donna un voto"? Dopo vari incontri il gruppo di cittadine ha deciso di sganciarsi da questa logica é ha fatto il salto di qualità: perché non impegnarsi direttamente a recuperare il senso della politica intesa come partecipazione diretta dei cittadini? Dopo aver lanciato un appello a tutte le donne a partecipare e riprendersi in mano della gestione della città per la riscoperta del bene comune e della trasparenza per farli diventare cardini della vita politica...... Lucca bene comune é un esperimento locale, per ora: un esempio di come un gruppo di persone possono mettere in crisi gli oliati meccanismi del notabilato politico. In poco tempo stanno creando una rete che comprende comitati, associazioni, ecc. e ci potete scommettere che, se il tessuto é ancora ricettivo, potranno essere la vera novità della politica locale. Perché non espandere nelle prossime elezioni, mettendosi in network, esperimenti del genere? Solo così possiamo incidere sulla politica, al di là delle proprie appartenenze, nazionale, perché se i cittadini riscoprono la democrazia potete star certi che in pochissimi tempo la partitocrazia percepirà il pericolo che corre: e la disinformazione si scatenerebbe subito al punto di arrivare a cercare di disinnescare questa pericolosissima mina vagante, se c'è una cosa che teme siamo noi tutti ..... che ne pensate? In fin dei conti i vari Pisapia, De Magistris, Zedda ecc. cosa sono se non una società che va oltre i tradizionali partiti per riappropriarsi degli strumenti della Politica in modo da perseguire e riscoprire l'interesse generale gestendolo direttamente anziché delegandolo a politici non all'altezza?
Etichette:
bene comune,
blog,
cronaca,
elezioni,
lucca,
partitocrazia,
politica,
società,
tav
Iscriviti a:
Post (Atom)
test velocità
Test ADSL Con il nostro tool potrete misurare subito e gratuitamente la velocità del vostro collegamento internet e ADSL. (c) speedtest-italy.com - Test ADSL |