martedì 11 maggio 2021

Vaccini Covid, sospendere i brevetti potrebbe non servire a nulla

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Loretta Napoleoni Economia Occulta - 9 Maggio 2021


Ultimo colpo di scena nella tragedia Covid, Joe Biden, presidente degli Stati Uniti, dichiara di essere favorevole alla sospensione dei brevetti farmaceutici per dare la possibilità ai Paesi poveri di farseli in casa. A prima vista questa è una dichiarazione di “sinistra”, anticapitalista, umanitaria, ecc. e tutti l’hanno applaudita, e perché no? Ricordiamo che non c’è industria più odiata al mondo di Big Pharma.

 

Passato il momento di euforia, analizziamo quanto avvenuto dettagliatamente per accorgerci che il colpo di scena è un altro: dietro le parole di Biden non c’è una strategia che mira a compensare gli squilibri tra mondo ricco e mondo meno ricco o mondo povero in materia di vaccini, ma la solita propaganda politica, la stessa aria fritta che la pandemia ha tristemente smascherato. E spieghiamolo.

In primis, nessuna nazione era preparata per la pandemia anche se dallo scoppio della Sars virologi, medici e scienziati esortavano i governi ad avere un piano d’azione di emergenza contagio. Ancor meno preparata era l’Organizzazione mondiale della sanità, che come tutte le istituzioni internazionali è obsoleta perché è stata creata a misura di un mondo che non esiste più da almeno 30 anni.

In secondo luogo, la carenza di vaccini non è dovuta ai brevetti ma allo scompenso tra domanda e offerta, non ci sono fabbriche né tecnici a sufficienza per produrre i vaccini a un ritmo più elevato di quello attuale, né abbiamo sufficienti materie prime per farlo. Siamo al massimo della capacità mondiale. L’idea che si possano fabbricare i vaccini dovunque e che il processo possa essere svolto da chiunque abolendo i brevetti è una favola perché l’ostacolo è industriale e strutturale. Liberalizzare i brevetti significherebbe aumentare la concorrenza su un mercato mondiale che non ha capacità addizionale e quindi far gravitare i costi di produzione. E qui è bene fare una riflessione. La proprietà intellettuale proprio perché intangibile appare meno significativa di quella, ad esempio, artistica, ma tutta l’industria della biotecnologia ruota intorno ai brevetti, l’investimento, a volte massiccio, dietro la ricerca scientifica, ricerca che può durare decenni, è motivato dai brevetti. Senza questo investimento moriremo di influenza e di tante altre malattie come i nostri antenati.

Ed è giusto che una volta ottenuto il risultato che si sperava di ottenere, chi ha investito nella ricerca riceva una ricompensa. I brevetti farmaceutici, si noti bene, non durano in eterno. La domanda da porsi è perché questo sforzo finanziario non lo fa lo stato? Perché la ricerca scientifica in settori come i vaccini, di interesse nazionale, non è condotta dalla stato?

Non solo lo stato è praticamente assente, sospendere i brevetti avrebbe serie ripercussioni sulla ricerca scientifica e sulla contraffazione dei vaccini. I brevetti garantiscono l’autenticità del prodotto. Basti menzionare che la tecnologia usata per i vaccini, mRNA, è ancora in via di sperimentazione per curare altre malattie come quelle cardiache ed il cancro, aprire le porte a tutti permetterebbe il saccheggio intellettuale e scoraggerebbe investitori futuri in ricerche sperimentali simili perché’ creerebbe un precedente storico.

In terzo luogo, se davvero l’intenzione è vaccinare tutti il mondo e la capacità di produzione è la massimo allora perché il ricco occidente una volta vaccinato se stesso non paga e invia i vaccini a chi non li ha? Ma per prendere una decisione di questo tipo bisogna assumersi la responsabilità di distribuire i vaccini e nessun governo ha intenzione di farlo per tanti motivi, tra cui la possibilità di esporsi a fallimenti logistici, vedi cosa è successo in Europa. Meglio dichiarare di essere d’accordo a sospendere i vaccini e passare la patata bollente agli avvocati. E già perché nel mondo libero e capitalista dove lo stato non investe nella ricerca, i brevetti sono protetti da recinti legati spesso invalicabili. Biden, che ha quasi ottant’anni, lo sa benissimo. Questo film, infatti, il mondo lo ha già visto.

Alla fine degli anni Novanta abbiamo assistito allo scontro sui costosi trattamenti per l’Hiv tra Big Pharma e diversi Paesi tra cui Brasile e Sud Africa. Le nazioni che lottavano per contenere l’epidemia volevano produrre farmaci generici per l’Hiv, ma le aziende che li avevano sviluppati li hanno accusati di voler violare gli accordi sui brevetti, la battaglia legale è durata anni impedendo la produzione di cure a basso costo. In realtà la dichiarazione di Biden ha menzionato i tempi lunghi di negoziazione necessari per accordarsi sulla sospensione di brevetti, un controsenso dal momento che il problema della pandemia e dei contagi è pressante, o si risolve adesso o ci penserà l’immunità di gregge.

Morale: l’esortazione a sospendere i vaccini ha trovato l’approvazione dei potenti del mondo, non solo Biden è d’accordo anche Putin si è detto favorevole alla proposta. Peccato che non servirà a nulla, non solo perché se mai si riuscisse a metterla in essere ciò avverrebbe quando la pandemia sarà un triste ricordo del passato, ma soprattutto perché non aumenterebbe la produzione di vaccini, con molta probabilità ne farebbe invece aumentare i costi di produzione.

domenica 11 aprile 2021

Irlanda del Nord, dopo Brexit si teme il ritorno della violenza politica

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo - 11 Aprile 2021 Loretta Napoleoni

Era prevedibile che l’accordo stipulato tra l’Unione Europea e il Regno Unito riguardo al confine irlandese riattivasse nell’Irlanda del Nord le tensioni politiche tra unionisti e filo-repubblicani. Ma nessuno aveva previsto una ripresa tanto rapida e feroce della violenza politica. A 100 giorni dalla Brexit nelle città dell’Irlanda del Nord tornano gli scontri tra cattolici e protestanti e le immagini di gruppi di ragazzini incappucciati e adulti che bruciano gli autobus, che si scontrano con le forze dell’ordine e si tirano le molotov sopra i muri divisori tra un quartiere e l’altro fanno presagire la fine di un periodo di pace che sembrava aver per sempre relegato la violenza dell’Ira e dei gruppi paramilitari degli Orange, i Loyalist, nel passato remoto dell’isola.

La genesi della rinascita della violenza politica nell’Irlanda del Nord va ricercata nei trattati stipulati da un governo britannico disattento, che ha voluto raggiungere un compromesso a tutti i costi, e dalla burocrazia governativa di Bruxelles, che in materia politica è decisamente poco professionale perché fondamentalmente autoreferenziale. La lista degli errori della Von der Leyen è lunga e continuerà ad esserlo fino alla fine del suo mandato, senza alcuna conseguenza tangibile per lei o il suo entourage perché non è stata eletta e quindi non potrà mai esserlo di nuovo. Eppure, l’ostinazione ad imporre un confine ‘duro’, con controlli e verifiche sui movimenti di merci e persone tra l’Unione Europea e il Regno Unito, sta avendo un impatto politico tremendo sulla popolazione dell’Irlanda del Nord, della Repubblica Irlandese e del Regno Unito.

Per tutta la durata delle negoziazioni Londra si è rifiutata di accettare le richieste di Bruxelles di erigere un confine in Irlanda. Lo scopo era prevenire il ritorno della violenza settaria che tra il 1960 ed il 1998, quando venne firmato il Good Friday agreement, aveva mietuto tremila vittime.

L’accordo firmato in extremis a ridosso della Brexit da Londra e Bruxelles prevede così lo spostamento del confine nel mare d’Irlanda, quindi all’interno del Regno Unito: ciò significa che de facto l’Irlanda del Nord rimane parte dell’Unione Europea e del Regno Unito allo stesso tempo, con l’obbligo però di non diventare una porta secondaria di accesso tra i due.

Tutto ciò ha creato distorsioni economiche prevedibili che hanno confermato i timori di molti: che l’Irlanda del Nord venisse tagliata fuori dall’unione britannica, costretta a gestire i flussi di merci come se de facto fosse nell’Unione Europea. Già a gennaio giravano le immagini dei supermercati di Belfast o Londonderry vuoti: molte spedizioni dal Regno Unito si sono infatti arrestate a causa delle lunghissime pratiche burocratiche introdotte per attraversare il confine e dell’incertezza su come svolgerle. Gli importatori irlandesi hanno denunciato l’aumento dei costi dei prodotti britannici dovuti alle spese doganali, una situazione surreale.

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la minaccia da parte dell’Unione Europea di ignorare parte dell’accordo, onde evitare che i vaccini europei raggiungessero il Regno Unito attraverso l’Irlanda del Nord. L’idea, anche remota, che si erigesse un confine all’interno dell’Irlanda ha scatenato le ire delle forze Loyalist, già preoccupate che il confine nel mare del Nord facesse gravitare l’Irlanda del Nord sempre più verso la Repubblica Irlandese, fomentando la spinta a diventarne parte. Non è bastata la dichiarazione della Von der Leyen che tale minaccia era stata un errore del suo ufficio a placare gli animi.

Insufficienti sono state anche le rassicurazioni di Londra riguardo alla possibilità di posporre la ratificazione dell’accordo riguardo al confine nel mare d’Irlanda al 2024, quando le forze politiche dell’Irlanda del Nord potranno esprimersi a riguardo. Naturalmente Bruxelles non ne vuole sapere e ha minacciato altre ritorsioni.

A 100 giorni dalla Brexit il pensiero che nell’Irlanda del Nord torni la violenza politica degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta fa paura, e ci si augura che sia Boris Johnson che Ursula Von der Leyen non vogliano passare alla storia come coloro che ne hanno riacceso la miccia.

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