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martedì 17 dicembre 2019

Trent’anni fa il primo episodio dei Simpson. E fu una rivoluzione

Fonte: Il Fatto Quotidiano Simone Vacatello  Televisione - 17 Dicembre 2019


“Quello che cerco di fare nel mio lavoro è ridurre la distanza tra l’intrattenimento artistico che vedevo in TV da bambino e quello che pensavo fosse vero, reale”. Sono le parole con cui Matt Groening stesso, nel documentario My wasted life, descrive l’obiettivo che si era posto nel momento in cui ha creato i Simpson.
Da allora sono passati trent’anni e quello che è avvenuto nel mentre è stata una rivoluzione dell’animazione seriale. Prima di Homer e congiunti, l’unica famiglia animata mai arrivata a dominare l’ora di cena nelle tv statunitensi era stata quella dei Flintstones, con la loro parodia innocua di una corporate America ancora primitiva, alle prese coi propri miti fondanti di famiglia e progresso.
La Springfield itterica di Groening, invece, si serviva proprio di quei miti fondanti per ridicolizzarne le ipocrisie, per introdurre un retrogusto amaro nella torta di mele tradizionale, e un sospetto di sofisticazione alimentare nel tacchino del Ringraziamento. Lo faceva innanzitutto cercando di ridurre appunto la distanza tra i paradossi surreali dell’animazione e un’eco che facesse risuonare come verosimile le tematiche affrontate dagli episodi.
Homer poteva cadere in un dirupo o prendere cannonate in pancia senza morire, proprio come avveniva a un Willy il Coyote qualsiasi, ma venendone comunque fuori con seri danni fisici, per quanto fittizi e richiesti appunto dalla narrazione. Soprattutto, alcuni personaggi potevano non fare più ritorno da un incidente (si veda la morte di Maude Flanders nell’undicesima stagione). La sospensione dell’incredulità, insomma, si faceva flessibile ma comunque ai fini di una opportuna imitazione del reale.
Questa imitazione non solo si è calata talmente tanto nella realtà popolare da sorpassare a destra la dimensione parodistica e anticipare eventi quali l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, ma ha soprattutto preso la forma di un microcosmo denso, sfaccettato e pittoresco di personaggi secondari, che al tempo della loro ideazione si disfacevano di vecchi stereotipi per crearne di nuovi, e mettere alla berlina le dinamiche di un’America che si preparava a lasciare i vecchi trucchi da ventesimo secolo della Fox, per entrare nel ventunesimo con maggiore familiarità rispetto alle proprie bruttezze.
L’alcolizzato e inaffidabile Homer non era meno mediocre come padre di famiglia di quanto non lo fosse come supervisore della sicurezza di una centrale nucleare responsabile dei disastri ambientali sul territorio. Allo stesso modo la moglie Marge incarnava alla perfezione le aspirazioni negate di migliaia di donne americane ancora sopraffatte da vecchie dinamiche patriarcali.
Le stesse dinamiche impedivano ai numerosi talenti della figlia Lisa di ricevere il riconoscimento che le spettava, mentre agevolavano lo scapestrato Bart nel passarla liscia dopo ogni nuovo atto vandalico. Intorno a loro, una Springfield animata dal suo folklore tipico: sindaci conniventi con la mala, forze dell’ordine inadatte, ottuse e compiacenti, figure religiose prive di empatia e ossessionate dal proprio status quo e, in generale, un tessuto urbano e sociale profondamente immerso in quell’eco di abbandono e di desiderio di rivalsa che separa New York da Los Angeles e si propaga attraverso cinquanta Stati.
Tuttavia, attraverso le maglie tenui di questa narrazione, nel corso degli anni sono innumerevoli i messaggi progressisti e di accettazione del prossimo che Groening e compagnia sono riusciti a indirizzare al pubblico: il tutto partendo da un ritratto di famiglia americano che doveva essere tutt’altro che edificante e costruttivo, almeno nelle intenzioni iniziali.
Il tentativo degli autori di connettere emotivamente il pubblico ai protagonisti, infatti, non solo si poté dire riuscito dopo una manciata di stagioni, ma riuscì a espandersi creando un tessuto connettivo pop che è diventato lessico famigliare di un’intera generazione, tanto da portare la tipica esclamazione di Homer (“D’oh!”) a essere inserita nell’Oxford English Dictionary.
Il desiderio di fornire in qualche modo un lieto fine, una lezione “positiva” al pubblico ogni qual volta fosse possibile, a fronte del cinismo del linguaggio e degli scenari, ha reso lo show un ponte tra l’Occidente letterario “proibito”, quello cioè che mette in discussione i suoi crismi fondamentali (famiglia, religione, Stato) e quello comunemente accettato come formativo. Solo questo basterebbe a fare dei Simpson uno dei massimi esempi di letteratura pop animata a cavallo del cambio di secolo.
L’accusa che è stata rivolta più spesso allo show nei tempi recenti è di avere perso, soprattutto nell’ultimo decennio, gran parte del suo smalto a scapito di serie che traggono palese ispirazione dai suoi schemi narrativi fondanti (Family Guy, Futurama, American Dad, lo stesso Rick e Morty).
Di sicuro ciò che si faceva parodia nei Simpson è diventato vera e propria decostruzione nei suoi “epigoni”, e non coinvolge più soltanto gli scenari fittizi degli Stati Uniti, ma nuove frontiere globali, in cui le caricature della disfunzionalità emotiva e sociale si fanno più anarchiche, in alcuni casi addirittura nichiliste, di certo più in linea con lo zeitgeist.
Si può dire perciò che Homer, Bart e co. siano invecchiati male, o piuttosto che gli scenari da loro parodizzati si siano fatti così amari e rapidi, nelle loro evoluzioni, da non riuscire più a ritrovarsi facilmente in quell’equazione che trent’anni fa si era rivelata rivoluzionaria: essa era sì scettica e controcorrente, ma col senno di poi decisamente ottimista. Questo perché i Simpson, in quanto show, avevano più di un problema con l’America in cui erano nati, ma è innegabile che, tra una sferzata e l’altra, si sforzassero anche di mostrarne un volto più conciliante.

giovedì 8 dicembre 2011

alcune idee... da prendere in considerazione

.. sia chiaro che non condivido tante cose del movimento zeitgeist, non ultima un certo millenarismo, ma un pregio glielo riconosco: dicono le cose in chiaro senza se e senza ma; una in particolare: per cambiare strada il sistema DEVE fallire. Solo così la gente toglierà la fiducia ai partiti e ai tecnocrati e comincerà a guardarsi intorno chiedendosi come é potuto accadere di avergliela data.... sono decenni che la domanda è Pompata con il sistema del "credito (debito in realtà) al consumo" così come sono decenni che gli stessi Stati si sono indebitati per il credito facile, per di più legandosi le mani e i piedi a monete a cambi fissi" il tutto che si avvita in una spirale che cannibalizza patrimoni pubblici e impoverisce i popoli: ecco perché non mi meraviglia la linea seguita da questo nostro governo di nominati tutta tasse e tagli e predazione di pensioni dei soliti noti; ed ecco perché non credo che ici alla Chiesa nelle sue attività commerciali e frequenze gratuite, tutte di raiset, non saranno cambiate e incluse nella manovra perché il giorno il governo cade e il sistema cade, e ciò nessuno lo vuole... nemmeno chi lo farà cadere perché sa che ancora non hanno dimenticato i suoi e loro elettori: si sa che fra un anno la gente avrà come obiettivo questo governo, emntre se si votasse ora nessuno ne esce bene, nessuno. Perciò non é un caso che chi ci ha finito l'opera di ridurci con le pezze al sedere, Mr. B. (meglio noto come amato capo del partito dell'amore), si é rifatto una verginità, grazie a questo governo, quando pontifica che é il Parlamento a decidere ...... quasi non si crede alle proprie orecchie: proprio lui che ha fatto speme delle aule facendogli votare di tutto, dalle nipoti di mubarak alle leggi a personam e ad aziendam? Si proprio lui.... e se fra un anno si voterà un terzo di nostri compratrioti lo voteranno pure: dall'altra parte ci saranno anche dei coglioni (parola non mia ma detta da lui) che continuano a votare per il PD(menoelle) ma nell'elettorato della destra berlusconiana mica scherziamo, vero? Come se non bastasse ci si mettono anche le eurocrazie francotedesche che non solo stanno determinando il fallimento del "sogno europeo (o forse il dramma)" ma fa oggettivamente il gioco delle istituzioni finanziarie sovranazionali che altro non aspettano che aggredire quel poco di ricchezza dei paesi del vecchio mondo e farli a pezzi.....

domenica 27 novembre 2011

Zeitgeist: moving forward.... buona visione

Dopo la cultura musicale ora .. un altra novità. Andiamo al cinema? Perché sto per propinarvi un bel film ..... già vedo gli occhiuti controllori dei diritti d'autore saltare dalla sedia e cominciare a guardare attentamente cosa è pubblicato.... e no miei cari niente d'illegale mi spiace.. solo
Zeitgeist moving forward, l'ultima release del "movement" che potete condividere o meno in quanto ha molti tratti "millenaristici" però le sue analisi, salvo pochissime imperfezioni prontmente rilevate e segnalate dalla rete, sono esatte e fanno pensare anzi ci dovrebbero far pensare che ultimamente è uno sport un pò come dire.... desueto?
Buona visione e a domani; anzi no vi lascio una frase attribuita al Senatore a vita On. Giulio Andreotti (strano ma una volta tanto do ragione al Senatore, chi l'avrebbe mai detto, vero?) sulla Germania: "Amo talmente la Germania che ne preferivo due..." come si fa a dargli torto? Su su riflettete e vedrete che ha ragione.....
...e ora abbassate le luci...
spegnete la tv, fa male al cervello....
e buona visione
zeitgeist
a domani.....
AUGURI ITALIA

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