lunedì 25 gennaio 2016

Barack Obama, le 7 guerre del Premio Nobel per la Pace

da L'antidiplomatico
Durante la presidenza di Barack Obama, gli Stati Uniti hanno bombardato: Afghanistan, Libia, Somalia, Pakistan, Yemen, Iraq e Siria.
Sette anni fa l'investitura di Barack Obama come presidente degli Stati Uniti. Da allora il presidente, insignito del Premio Nobel per la Pace, ha bombardato sette paesi, ha rafforzato lo stato islamico e ha causato conflitti militari in diversi paesi.

Eppure gli Stati Uniti è dal 1942 che non dichiarano nessuna guerra, ciò non ha impedito ad Obama di  attaccare e invadere altri paesi.

Afghanistan

Nel dicembre 2009, appena due mesi dopo essere diventato Premio Nobel per la Pace, Obama ha ordinato di rafforzare la presenza degli Stati Uniti in Afghanistan con 30.000 soldati.

Attacchi dei droni senza autorizzazione delle Nazioni Unite

Pur se lanciati dal suo predecessore George W. Bush, con l'arrivo di Obama sono stati intensificato gli attacchi dei droni Usa in Yemen, in Pakistan e Somalia.

Secondo i dati medi forniti da tre ONG, Obama ha autorizzato 506 attacchi in questi paesi, lasciando più di 3.000 vittime, tra cui 400 civili.

Libia

Gli Stati Uniti d'America durante i mandato di Obama hanno lasciando una scia di distruzione in Libia, dove nel marzo 2011 hanno partecipato a un'operazione militare per rovesciare Muammar Gheddafi.

Di conseguenza, il leader libico è stato ucciso sotto gli slogan democratici, che hanno inaugurato in un periodo di instabilità e di lotta armata per il potere in Libia e hanno portato alla effettiva disintegrazione del Paese e alla diffusione ed al rafforzamento del terrorismo.

Iraq e Siria

Durante la campagna elettorale dell'ottobre 2011, Obama ha annunciato il ritiro delle truppe statunitensi dall'Iraq.

Tuttavia, i tentativi di Obama per rovesciare il leader siriano Bashar al-Assad, motivo per il quale  gli Stati Uniti hanno armato l'opposizione siriana, hanno permesso l'espansione e il rafforzamento dello Stato Islamico. Ora questi gruppi radicali terrorizzano la popolazione di Siria e Iraq.

Ad agosto 2014 Obama ha autorizzato gli attacchi aerei contro le postazioni dell'ISIS in Iraq e nel settembre dello stesso anno Stati Uniti hanno iniziato a bombardare la Siria, senza il consenso della Siria, paese sovrano.

La strategia di Obama per combattere l'Isis non ha dato i suoi frutti, qualcosa che ha rimesso in discussione i veri obiettivi degli Stati Uniti

Ucraina

Durante le proteste scoppiate a Kiev nel novembre 2013, i paesi occidentali hanno rafforzato la loro retorica a sostegno dell'opposizione ucraina, al fine di rovesciare il governo democraticamente eletto di Viktor Yanukovich.

Nel febbraio 2014 ci fu un colpo di stato quando l'opposizione sollevò dal potere il legittimo Presidente dell'Ucraina, indicendo elezioni anticipate, sciogliendo la Corte costituzionale e revocando la legge che concede alla lingua russa lo status di lingua ufficiale in Crimea e in altre regioni.

Prima e dopo le elezioni presidenziali in Ucraina, Obama ha dato il suo sostegno morale per l'attuale presidente dell'Ucraina, Pyotr Poroshenko.

Inoltre, il leader statunitense ha approvato la fornitura di armi letali a Kiev per utilizzarle nel offensiva nella parte orientale del paese, in base a una serie di documenti trapelati da parte del Dipartimento di Stato USA
Fonte: RT  Notizia del: 21/01/2016
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e se hanno dato a Obama un nobel a un "Trump" qualsiasi cosa mai daranno?

domenica 24 gennaio 2016

Migranti, quali sono gli effetti benefici per l’economia europea?

di Loretta Napoleoni | 24 gennaio 2016 dal Fatto Quotidiano
La posizione dell’Europa Unita nei confronti dei rifugiati cambia a seconda dei titoli dei giornali ed è essenzialmente emotiva. Ecco il nocciolo dei problemi attuali riguardo all’emigrazione ed al processo d’integrazione dell’Ue. La scorsa estate, quando le immagini del corpo di un bambino siriano su una spiaggia del Mediterraneo hanno fatto il giro del mondo, gli Stati membri, con la Germania in testa, hanno aperto le frontiere.
Subito dopo, a Bruxelles, i vertici dirigenziali dell’Unione Europea, hanno imposto ai Paesi membri di accettare quote più alte di rifugiati. Una decisione che ha de facto bloccato l’applicazione del trattato di Dublino che stabilisce la residenza dei migranti nel paese d’ingresso nell’Unione. Da allora il flusso dei rifugiati non è scemato, neppure il freddo e la neve di un inverno tardivo hanno fermato un esodo che l’Europa non vedeva dai tempi della seconda guerra mondiale.
A Capodanno gli incidenti di Colonia hanno fatto cambiare opinione agli europei. Un gruppo di donne sono state aggredite da bande di medio-orientali, tra cui, a quanto si legge sui giornali, c’erano anche dei rifugiati. Improvvisamente, anche la politica europea è cambiata, al punto che si parla ormai di rottura di uno dei pilastri dell’Unione, la libera circolazione dei cittadini al suo interno.
Dall’inizio dell’estate, i 28 Stati membri dell’Unione non sono stati in grado di accordarsi su un meccanismo comune per gestire i flussi migratori e le frontiere dell’Unione. Adesso che alcuni paesi del centro Europa hanno chiuso le loro, l’Ungheria ha eretto un muro lungo il confine con la Croazia e la Slovenia, Grecia ed Italia sono le nazioni d’ingresso con il maggior afflusso di rifugiati. Dalla Grecia e dall’Italia, i migranti poi si muovono verso il resto d’Europa, ma alcuni paesi hanno imposto nuovi controlli alle frontiere, tra questi la Germania, l’Austria, la Danimarca, la Francia ed il Belgio. Ed ecco spiegato perché l’accordo di Schengen sulla libera circolazione è in pericolo, de facto è già stato sospeso in gran parte dell’Unione.
Mentre l’Europa non riesce a trovare una politica comune, migliaia di migranti, molti dei quali rifugiati della guerra siriana, ancora arrivano ogni giorno dalla Turchia. A gennaio ogni giorno sono entrate 2.000 persone. Le procedure di smistamento delle domande di asilo sono lente e i centri di accoglienza sono sovraffollati perché queste strutture non sono state concepite per un numero così alto di migranti.
La domanda razionale da porsi è se l’esodo al quale stiamo assistendo è positivo o negativo per l’economia europea. Una risposta l’ha data il Fondo Monetario, che sostiene che l’aumento straordinario del numero dei migranti diretti in Europa avrà effetti benefici all’interno di Eurolandia, in particolare in quelle nazioni dove più alta è l’emigrazione. La Germania, che ha ricevuto più di un milione di rifugiati nel 2015 – la maggior parte dei quali siriani ed afgani -, potrebbe vedere il proprio pil salire dello 0,3 per centro nel 2017 grazie a questa iniezione di forza lavoro. In Svezia e in Austria, gli altri due paesi che hanno assorbito un alto numero di rifugiati, il pil potrebbe crescere dello 0,4 e dello 0,5 per cento rispettivamente nel 2017.
Anche sul pil delle 28 nazioni dell’Unione Europa, secondo il Fmi, le migrazioni attuali avranno un effetto positivo, nel 2017 contribuiranno lo 0,13 per cento al tasso di crescita del pil. Fintanto che i governi europei saranno in grado di garantire ai migranti un processo di assimilazione nell’economia nazionale rapido ed efficiente ed una flessibilità alta all’interno del mercato del lavoro, la presenza dei rifugiati sarà positiva per la crescita economica.
Non è chiaro, però, cosa si intenda per processo di assimilazione e flessibilità del lavoro. Lo studio del Fondo Monetario, non tiene conto dei costi relativi all’assimilazione di questa forza lavoro aggiuntiva, dagli alloggi ai corsi di lingua. Ma soprattutto non analizza le conseguenze sociali di un’emigrazione biblica verso l’Europa. Ed è proprio questo il tema politico più caldo al momento.
La popolarità della Merkel è ai minimi storici non solo in Germania ma anche all’interno del proprio partito, che ultimamente ha appoggiato una proposta di legge per rendere più celere il processo di espulsione di cittadini provenienti dall’Algeria, dal Marocco e dalla Tunisia. Ma dato che i rifugiati non arrivano con documenti di riconoscimento e la loro identificazione avviene sulla base della nazionalità di cui dichiarano di appartenere, una tale legislazione serve a ben poco.
La decisione di concedere 3 miliardi di euro alla Turchia per frenare il flusso dei migranti, chiaramente mira a ridurre le critiche mosse alla politica di apertura delle frontiere della Merkel ed ad assecondare quella fetta dell’elettorato che vuole la chiusura delle frontiere. Che poi, secondo il Fmi, nel 2017 il pil sarà più alto grazie al contributo dei profughi, questo non interessa nessuno. La politica dell’emigrazione è gestita dagli europei emotivamente e non razionalmente e chi li rappresenta, invece di calmare l’elettorato e farlo ragionare, segue i suoi umori.
Oggi gli europei vogliono una soluzione immediata alla crisi dei rifugiati con una politica di contenimento, domani chissà, potrebbero cambiare opinione ancora una volta. Certo questa non è la strategia giusta per risolvere un problema politico ed umanitario di questa portata, né è la politica giusta per evitare ulteriori incrinature nella costruzione dell’Europa Unita.
di Loretta Napoleoni | 24 gennaio 2016

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e questo sarebbe il sogno europeo? E' per uesto che milioni di persone si stanno spostando verso il nord? Speravano di fermare l'onda ai paesi mediterranei e invece, per incapaci di guardare oltre il proprio naso, come i governi proprio dei paesi mediterranei, facendosi scoppiare fra le mani (per non dire altrove) il problema? Cosa ce ne facciamo di un siffatta europa? Ci bastano i governanti locali, non credete?

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