Fonte: Punto Informatico giovedì 14 dicembre 2017 di Marco Calamari
Roma - Il presidente d'oltralpe ha fatto due dichiarazioni
che, in mezzo a chiacchiere fumose ed affermazioni politically correct,
brillano per chiarezza e sintesi. Sono virtù sempre più rare; tanto di
cappello quindi a Macron, e speriamo che questa sana abitudine prenda piede un minimo anche in Italia.
"Stiamo
perdendo la battaglia contro il Cambiamento Climatico. E la stiamo
perdendo non perché la rotta di riconversione sia sbagliata, anzi i
segnali di crescita dell'efficienza energetica, delle fonti rinnovabili
sono netti".
"Il problema è che non andiamo abbastanza
veloci e questo è il dramma: dobbiamo muoverci tutti, perché saremo
tutti chiamati a rendere conto delle nostre azioni".
Cassandra,
che seguiva le questioni della crescita globale 45 anni fa, fin dai
tempi del Club di Roma e del fondamentale rapporto I limiti dello Sviluppo,
è purtroppo convinta dell'assoluta correttezza della prima
affermazione; per quanto riguarda il contributo antropico al
riscaldamento globale stiamo perdendo la guerra.
La seconda affermazione è, altrettanto purtroppo, errata nella sostanza.
Il problema di fondo, secondo l'opinione informata di Cassandra,
non è la mancanza di incisività nel ridurre le emissioni di CO2, ma
l'aver abbracciato una strategia di limitazione della produzione di CO2
basata su questioni secondarie, in un mondo dove Cina ed India
bruceranno comunque quantità sempre crescenti di carbone per i prossimi
decenni.
Due strade maestre, che non sono politically correct
e sono sgradite agli ecologisti ed alle religioni organizzate, non
vengono invece nemmeno prese in considerazione, mentre ridurrebbero
drasticamente e con certezza le emissioni di CO2, aiutando (forse) in
maniera significativa a contrastare il cambiamento climatico.
La
prima; disinnescare, anche per questo motivo, la bomba demografica
mondiale, che oggi è concentrata prevalentemente nel continente
africano, incentivando al massimo le politiche di controllo delle
nascite.
La seconda; potenziare le energie rinnovabili come solare termodinamico
ed eolico, utili per coprire i picchi di carico elettrico,
affiancandovi massicce dosi di energia nucleare da fissione, che copra
il carico elettrico di base e permetta di dismettere le centrali a
carbone e turbogas.
Si tratta di due misure così impopolari da essere state fino ad ora improponibili; oggi però il pianeta ci sta presentando il conto da pagare;
sarà possibile iniziare a percorrere queste due strade nel giro di
pochi anni, prima che siano le catastrofi a fornire (forse troppo tardi)
le motivazioni necessarie?
La cronaca di questi giorni ci dà un
piccolo esempio, tutto italiano, di come le scelte popolari possano
avere impatti devastanti. Salvare qualche centinaio di ulivi secolari
nel sud Italia è certamente desiderabile.
Se però il prezzo è impedire la realizzazione dei un secondo gasdotto per l'approvvigionamento del gas, il conto ce lo presenta un semplice incidente industriale che blocca in un colpo solo il 50% degli approvvigionamenti italiani di gas.
Industrie ferme, elettricità razionata
ed abitanti al freddo in tutto il paese. Se non succederà nei prossimi
tre mesi è solo perché, per fortuna, l'incidente in Austria pare sia
stato meno grave di quello che avrebbe potuto essere.
Il mondo moderno è complesso, il funzionamento del pianeta Terra è non solo complesso ma anche tutt'ora poco compreso, e le soluzioni semplici e gradite di solito non funzionano.
E
politici ed influencer che sragionano, guidando persone che vogliono
sentirsi dire quello che loro piace verso la scogliera come il Pifferaio di Hamelin, sono certamente i migliori alleati delle catastrofi, climatiche e non, prossime venture.
Marco Calamari - @calamarim
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
lunedì 8 gennaio 2018
domenica 7 gennaio 2018
Jens Weidmann: “progetto Eurozona è insostenibile”
Fonte: WSI 21 dicembre 2017, di Alberto Battaglia
“L’Eurozona non è stata stabilizzata su basi sostenibili”:
lo ha dichiarato alla presenza dell’International Club of Frankfurt
Economic Journalists il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann,
considerato fra i possibili successori di Mario Draghi alla Bce.
Secondo Weidmann la creazione di fondi condivisi per affrontare le crisi nell’Eurozona avrebbe indebolito il principio di responsabilità individuale. In altre parole, avrebbe incentivato i Paesi più esposti all’indebitamento ad appoggiarsi sui partner finanziariamente più solidi.
I commenti del presidente della Bundesbank avvengono in un momento cruciale del dibattito sulle riforme necessarie per stabilizzare l’Eurozona; secondo quanto proposto dal presidente francese Emmanuel Macron andrebbero potenziate le spese condivise su scala europea in materia di difesa, migrazione, clima.
I rischi, ha sottolineato, devono essere presi solo da coloro che hanno il potere decisionale di farlo, secondo Weidmann, “per me questa è la cartina di tornasole delle proposte di riforma dell’Area dell’euro”: aumentare la solidarietà fra Paesi, per dirla secondo il gergo economico, aumenterebbe il rischio di azzardo morale.
Il vero bersaglio delle critiche, però, è la proposta, già lanciata dalla Commissione Ue, di creare un Fondo monetario europeo, che accresca il perimetro d’azione dell’attuale Esm (o fondo Salva-stati). Mettere insieme un fondo comune che fornisca prestiti ai paesi che subiscono shock economici asimmetrici (sulla falsariga del Fmi) è “superfluo e non porta raggiungere l’obiettivo desiderato”.
L’assenza di strumenti d’intervento di questo tipo espone i Paesi più vulnerabili a speculazioni finanziarie e, potenzialmente, a scontare i più elevati tassi d’interesse dovuti al fatto di dover essere responsabili della sostenibilità del proprio debito pubblico, e, soprattutto, dei propri conti con l’estero.
Secondo Weidmann, tuttavia, fornire la rassicurazione di uno strumento finanziario di sostegno ai Paesi più vulnerabili ne disincentiverebbe il rigore fiscale, con possibili trasferimenti a carico dei Paesi più solidi. “Gli investitori”, ha dichiarato, “devono capire che si stanno assumendo un rischio se comprano titoli governativi di Paesi con finanze poco solide”.
Secondo Weidmann la creazione di fondi condivisi per affrontare le crisi nell’Eurozona avrebbe indebolito il principio di responsabilità individuale. In altre parole, avrebbe incentivato i Paesi più esposti all’indebitamento ad appoggiarsi sui partner finanziariamente più solidi.
I commenti del presidente della Bundesbank avvengono in un momento cruciale del dibattito sulle riforme necessarie per stabilizzare l’Eurozona; secondo quanto proposto dal presidente francese Emmanuel Macron andrebbero potenziate le spese condivise su scala europea in materia di difesa, migrazione, clima.
I rischi, ha sottolineato, devono essere presi solo da coloro che hanno il potere decisionale di farlo, secondo Weidmann, “per me questa è la cartina di tornasole delle proposte di riforma dell’Area dell’euro”: aumentare la solidarietà fra Paesi, per dirla secondo il gergo economico, aumenterebbe il rischio di azzardo morale.
Il vero bersaglio delle critiche, però, è la proposta, già lanciata dalla Commissione Ue, di creare un Fondo monetario europeo, che accresca il perimetro d’azione dell’attuale Esm (o fondo Salva-stati). Mettere insieme un fondo comune che fornisca prestiti ai paesi che subiscono shock economici asimmetrici (sulla falsariga del Fmi) è “superfluo e non porta raggiungere l’obiettivo desiderato”.
L’assenza di strumenti d’intervento di questo tipo espone i Paesi più vulnerabili a speculazioni finanziarie e, potenzialmente, a scontare i più elevati tassi d’interesse dovuti al fatto di dover essere responsabili della sostenibilità del proprio debito pubblico, e, soprattutto, dei propri conti con l’estero.
Secondo Weidmann, tuttavia, fornire la rassicurazione di uno strumento finanziario di sostegno ai Paesi più vulnerabili ne disincentiverebbe il rigore fiscale, con possibili trasferimenti a carico dei Paesi più solidi. “Gli investitori”, ha dichiarato, “devono capire che si stanno assumendo un rischio se comprano titoli governativi di Paesi con finanze poco solide”.
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