Fonte: W.S.I. Alessandra Caparello
Mentre
negli Stati Uniti si registrano in appena 24 ore circa 40mila nuovi
casi di contagio da coronavirus, il consulente sanitario della Casa Bianca Anthony Fauci lancia l’allarme. Il virus può essere già mutato e diventato più contagioso.
La
ricerca è in corso per confermare la possibile mutazione e le sue
implicazioni, ha detto Fauci, aggiungendo che “c’è una piccola
controversia al riguardo”. I virus mutano naturalmente e gli scienziati
hanno già detto di aver osservato mutazioni minori nel coronavirus che
non hanno influito sulla sua capacità di diffondersi o di causare il
progredirsi della malattia in modo significativo.
Coronavirus: mutazione in corso?La
possibile mutazione che Fauci ha citato è stata riportata dagli
ispettori del Los Alamos National Laboratory in un articolo pubblicato
dalla rivista Cell e anche i virologi della Scripps Research in Florida
hanno scritto sulla mutazione il mese scorso, dicendo che “migliora la
trasmissione virale”. Non è chiaro quando la mutazione possa essersi
verificata ma sottolinea Fauci “i dati mostrano che c’è una singola
mutazione che rende il virus in grado di replicarsi meglio e forse di
avere un alto carico virale”.
L’Organizzazione
Mondiale della Sanità e il suo team di ricercatori globali hanno
osservato più di 60.000 diverse sequenze genetiche del coronavirus
raccolte da campioni prelevati in tutto il mondo.
Tutti i virus si
evolvono, o mutano, nel corso della loro vita. I virus RNA come il
coronavirus mutano più rapidamente di alcuni altri virus, ha detto il
mese scorso i funzionari dell’OMS ai giornalisti, perché a differenza
del DNA umano, i virus RNA non hanno un “controllo naturale degli
errori”, il che significa che il codice del virus non può correggersi
da solo.
I nuovi casi negli USA sono aumentati in 40 dei 50 stati americani,
ma 25 mila dei 55mila nuovi casi di contagio sono concentrati in
quattro stati: Arizona, California, Florida e Texas. L’amministrazione
Trump continua a sostenere che l’alto numero di casi sia dovuto al gran
numero di test effettuati, ma ora le parole del virologo Fauci gettano
nuove ombre sulla pandemia.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
martedì 7 luglio 2020
domenica 28 giugno 2020
E se Immuni impazzisse? I primi segnali ci sono e finiremmo tutti ‘prigionieri’
Fonte: Il Fatto Quotidiano Andrea Lisi Tecnologia - 26 Giugno 2020
L’app Immuni continua a far discutere e adesso inizia a mietere i suoi primi prigionieri, raccomandando a chi riceve l’alert di chiudersi in casa alla ricerca dell’agognato tampone. Molti si stupiscono, ma era tutto piuttosto prevedibile. Vediamo cosa e perché sta accadendo.
I primi segnali che ci fosse qualche problema con le segnalazioni di contatto con un positivo effettuate da Immuni le avevamo avute dalla Regione Marche, dove durante la prima sperimentazione dell’app di Stato era stata resa nota una comunicazione e-mail che la stessa Regione aveva inviato in via riservata alle Direzioni Sanitarie per “dare indicazioni agli operatori sanitari di disattivare il Bluetooth durante l’orario di lavoro al fine di evitare segnalazioni di falsi contatti”. Poi è toccato alla Puglia e qualche giorno fa a una signora barese è toccato disperarsi a causa dell’app Immuni, scaricata come dovere civico e poi diventato strumento di “prigionia di Stato”. E, solo dopo circa una settimana (e avrebbero potuto essere 14 giorni) di isolata disperazione, le è stata donata la libertà perché – come lei stessa aveva a gran voce segnalato – non aveva contratto il virus. Per arrivare infine a un’intera squadra del 118 che è stata messa in quarantena dopo essere stata in contatto con una signora che il giorno prima aveva ricevuto l’alert da Immuni senza averlo comunicato immediatamente agli operatori del 118. E l’Asl di competenza, informata dei fatti, ha così disposto ex lege l’isolamento preventivo domiciliare per tutto il personale medico intervenuto, che verrà sottoposto al tampone non prima di 7 giorni.
In realtà, ciò che sta accadendo è conseguenza ovvia nell’utilizzo dell’applicazione Immuni. Si riceve sul proprio smartphone un alert che ci informa che un determinato giorno per più di 15 minuti siamo stati a “stretto contatto” con persona risultata positiva e, secondo le disposizioni di legge applicabili, ci viene raccomandato un isolamento di almeno due settimane, salvo poter effettuare un tampone in tempi brevi e poter dimostrare di non aver contratto il virus. Ma tale verifica del proprio stato di salute non è detto che sia immediata ed è quindi inevitabile essere “invitati” a eseguire un lockdown personale (che andrebbe esteso a tutti i nostri prossimi congiunti).
In realtà, settimane fa, proprio qui sulle pagine del mio blog su ilfattoquotidiano.it, facendo riferimento all’sms partito per errore da Ats Milano in Lombardia che avvertiva ignari cittadini di essere stati contagiati, avevo provocato scrivendo “immaginate cosa potrebbe succedere se sul server centralizzato di Immuni, in mano a Sogei, arrivassero dati inesatti, poi gestiti per avvertire i cittadini italiani. Si bloccherebbe nuovamente un Paese generando panico incontrollato, senza neppure più abusare del lockdown”.
Ecco stiamo amaramente scoprendo che il rischio più grande di Immuni non è (solo) la nostra privacy, ma è proprio questo. Essere costretti a chiuderci in casa a causa di un alert che potrebbe rivelarsi inesatto e contenere quindi una falsa informazione, non verificabile nell’immediatezza. E del resto ci aveva anche avvertiti Sven Mattisson – co-inventore della tecnologica Bluetooth su cui si basa Immuni per avvisarci del contatto – del fatto che questa tecnologia non è stata inventata per questo e avrebbe senz’altro generato dati inesatti. La tecnologia Bluetooth non è in grado di misurare con esattezza la distanza tra due persone, non può riconoscere se c’è una parete porosa divisoria, non può verificare le condizioni ambientali in cui avviene il contatto con una persona positiva, non può sapere se indossiamo una mascherina, se siamo voltati di spalle etc.…e del resto c’è oggi un dibattito internazionale sui grandi limiti di tali soluzioni e molti Paesi si stanno interrogando sull’utilità di app che generano così tanti falsi positivi e negativi.
Il problema è che queste false informazioni generate da una tecnologia che non è stata sviluppata per risolvere problemi legati al contenimento di pandemie comportano serie conseguenze sulla nostra libertà di movimento con cui oggi stiamo facendo i conti. E già si paventano ipotesi di possibili richieste di risarcimento danni nei confronti dello Stato che non ha saputo gestire questo grave problema.
Non mi stancherò mai di ripetere che una tecnologia di questo tipo, se si vuole davvero utilizzarla, andrebbe prima testata su piccoli territori, andrebbe inserita in una corretta strategia sanitaria per contenere il rischio di falsi positivi, assicurando una verifica immediata del proprio stato di salute. Non si può sperimentare Immuni sull’intero territorio nazionale senza averne verificato in profondità i suoi limiti e senza averla incardinata in una strategia coordinata tra ministeri competenti (sanità e innovazione digitale).
Proviamo solo a immaginare cosa potrebbe succedere se fosse in atto oggi una pandemia e l’app immuni ci regalasse migliaia di alert impazziti di questo tipo. Intere comunità familiari sarebbero condannate all’isolamento, lasciate nel panico, senza possibilità di immediate verifiche sul proprio stato di salute.
Forse il governo dovrebbe essere più chiaro e trasparente sui limiti di Immuni e sulle conseguenze legate al suo utilizzo e magari finalmente coordinare meglio i suoi ministeri in modo che Immuni possa esprimersi tecnologicamente in modo più appropriato.
L’app Immuni continua a far discutere e adesso inizia a mietere i suoi primi prigionieri, raccomandando a chi riceve l’alert di chiudersi in casa alla ricerca dell’agognato tampone. Molti si stupiscono, ma era tutto piuttosto prevedibile. Vediamo cosa e perché sta accadendo.
I primi segnali che ci fosse qualche problema con le segnalazioni di contatto con un positivo effettuate da Immuni le avevamo avute dalla Regione Marche, dove durante la prima sperimentazione dell’app di Stato era stata resa nota una comunicazione e-mail che la stessa Regione aveva inviato in via riservata alle Direzioni Sanitarie per “dare indicazioni agli operatori sanitari di disattivare il Bluetooth durante l’orario di lavoro al fine di evitare segnalazioni di falsi contatti”. Poi è toccato alla Puglia e qualche giorno fa a una signora barese è toccato disperarsi a causa dell’app Immuni, scaricata come dovere civico e poi diventato strumento di “prigionia di Stato”. E, solo dopo circa una settimana (e avrebbero potuto essere 14 giorni) di isolata disperazione, le è stata donata la libertà perché – come lei stessa aveva a gran voce segnalato – non aveva contratto il virus. Per arrivare infine a un’intera squadra del 118 che è stata messa in quarantena dopo essere stata in contatto con una signora che il giorno prima aveva ricevuto l’alert da Immuni senza averlo comunicato immediatamente agli operatori del 118. E l’Asl di competenza, informata dei fatti, ha così disposto ex lege l’isolamento preventivo domiciliare per tutto il personale medico intervenuto, che verrà sottoposto al tampone non prima di 7 giorni.
In realtà, ciò che sta accadendo è conseguenza ovvia nell’utilizzo dell’applicazione Immuni. Si riceve sul proprio smartphone un alert che ci informa che un determinato giorno per più di 15 minuti siamo stati a “stretto contatto” con persona risultata positiva e, secondo le disposizioni di legge applicabili, ci viene raccomandato un isolamento di almeno due settimane, salvo poter effettuare un tampone in tempi brevi e poter dimostrare di non aver contratto il virus. Ma tale verifica del proprio stato di salute non è detto che sia immediata ed è quindi inevitabile essere “invitati” a eseguire un lockdown personale (che andrebbe esteso a tutti i nostri prossimi congiunti).
In realtà, settimane fa, proprio qui sulle pagine del mio blog su ilfattoquotidiano.it, facendo riferimento all’sms partito per errore da Ats Milano in Lombardia che avvertiva ignari cittadini di essere stati contagiati, avevo provocato scrivendo “immaginate cosa potrebbe succedere se sul server centralizzato di Immuni, in mano a Sogei, arrivassero dati inesatti, poi gestiti per avvertire i cittadini italiani. Si bloccherebbe nuovamente un Paese generando panico incontrollato, senza neppure più abusare del lockdown”.
Ecco stiamo amaramente scoprendo che il rischio più grande di Immuni non è (solo) la nostra privacy, ma è proprio questo. Essere costretti a chiuderci in casa a causa di un alert che potrebbe rivelarsi inesatto e contenere quindi una falsa informazione, non verificabile nell’immediatezza. E del resto ci aveva anche avvertiti Sven Mattisson – co-inventore della tecnologica Bluetooth su cui si basa Immuni per avvisarci del contatto – del fatto che questa tecnologia non è stata inventata per questo e avrebbe senz’altro generato dati inesatti. La tecnologia Bluetooth non è in grado di misurare con esattezza la distanza tra due persone, non può riconoscere se c’è una parete porosa divisoria, non può verificare le condizioni ambientali in cui avviene il contatto con una persona positiva, non può sapere se indossiamo una mascherina, se siamo voltati di spalle etc.…e del resto c’è oggi un dibattito internazionale sui grandi limiti di tali soluzioni e molti Paesi si stanno interrogando sull’utilità di app che generano così tanti falsi positivi e negativi.
Il problema è che queste false informazioni generate da una tecnologia che non è stata sviluppata per risolvere problemi legati al contenimento di pandemie comportano serie conseguenze sulla nostra libertà di movimento con cui oggi stiamo facendo i conti. E già si paventano ipotesi di possibili richieste di risarcimento danni nei confronti dello Stato che non ha saputo gestire questo grave problema.
Non mi stancherò mai di ripetere che una tecnologia di questo tipo, se si vuole davvero utilizzarla, andrebbe prima testata su piccoli territori, andrebbe inserita in una corretta strategia sanitaria per contenere il rischio di falsi positivi, assicurando una verifica immediata del proprio stato di salute. Non si può sperimentare Immuni sull’intero territorio nazionale senza averne verificato in profondità i suoi limiti e senza averla incardinata in una strategia coordinata tra ministeri competenti (sanità e innovazione digitale).
Proviamo solo a immaginare cosa potrebbe succedere se fosse in atto oggi una pandemia e l’app immuni ci regalasse migliaia di alert impazziti di questo tipo. Intere comunità familiari sarebbero condannate all’isolamento, lasciate nel panico, senza possibilità di immediate verifiche sul proprio stato di salute.
Forse il governo dovrebbe essere più chiaro e trasparente sui limiti di Immuni e sulle conseguenze legate al suo utilizzo e magari finalmente coordinare meglio i suoi ministeri in modo che Immuni possa esprimersi tecnologicamente in modo più appropriato.
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