giovedì 9 gennaio 2020

Anno bisesto....

Innanzitutto GRAZIE a coloro cheson passati e mi hanno fatto gli auguri sia in privato che in pubblico in primis; poi a tutti gli altri che son passati senza farli m che hanno commentato i post e. ace a quelli che mi hanno insultato, si anche loro: mi fanno ridere i loro tentativi e la loro stoltezza m comunque fanno parte del gioco e quindi ben vengano e parlino apertamente.
siamo nel XXI secolo ma pare che le massime popolari siano sempre attuali e valide nei loro significati anche più reconditi: nell'imaginario si diece che l'anno bisesto è un anno funesto; lo so: ummagino subito che i soliti eruditi diranno che sono superstizioni del popolino .. ed è vero; com'è vero che quel popolino è maggioranza nella società e all'orizzonte non si vedono miglioramenti della sua condizione anzi, dati test p.i.s.a., visto che gli studenti italiani, futuri cittadini del paese, sono i peggio preparati del vecchio mondo e quartultimi del mondo occidentale, non ci sono evidentemente condizioni tali che possa crescere la qualità del suindicato 'aggettivo'. Come non pensare a come questo anno stia iniziando, male, e a quali prospettive abbiamo davanti per il prossimo futuro.
Venti di guerra, per ora siamo solo (per fortuna) agli omicidi telefonati e alle rappresaglie prevedibili come il calar della notte in un qualunque giorno che si succede alla notte, da un lato e, dall'altro, all'incipiente impressione che sempre di più cisi avvicini a una qualche, temo, tragica fine della civiltà, si fa per dire, occidentale per auto-eutanasia vista la sua incapacità di, almeno, salvaguardarsi al proprio interno dai nemici che si crea da sola: nemici sempre più spesso figli della propria ignavia e codardia nel riconoscere che senza un ceto medio il sistema non si regge.. anzi si fanno arrivare, si uso il sostantivato 'si fanno', altri disperati (allettati dal sogno dell'europa del bengodi dove tutto arriva per grazia ricevuta) a ingrassare il lumpenproletariat cui attingere per la gioia degli accattoni che possono così lavarsi la coscienza 'accorrendo' in loro soccorso e chiudendo entrambi gli occhi sullo sfruttamento cui questi disperati sono sottoposti: oltre un punto di pil rappresenta il giro di affari attorno ai 'derelitti'.
In questo mondo ci dobbiamo vivere, purtroppo, e dobbiamo anche ringraziare nel sorbirci le paternali e/o reprimende di chi sente sempre il bisogno di predicozzare sulla sfortuna, sulla nostra, del tutto presunta, ricchezza ecc. ecc. il tutto a patto che gli stessi derelitti, italici e non, non gli rompano i co******** sotto casa o fuori dal supermercato o non gli entrino in casa o li derubino mentre sono nel loro negozio ecc. perchè allora alzano alti laisul destino cinico e baro e iniziano i distinguo pur di salvare, la loro, capra e, sempre il loro, cavolo.
Si e mi aspetto cose anche ben peggiori in quest'anno bisesto..... anche che vincano il campionato il borgorosso football club e che cani e gatti vadano a braccetto.

martedì 17 dicembre 2019

Trent’anni fa il primo episodio dei Simpson. E fu una rivoluzione

Fonte: Il Fatto Quotidiano Simone Vacatello  Televisione - 17 Dicembre 2019


“Quello che cerco di fare nel mio lavoro è ridurre la distanza tra l’intrattenimento artistico che vedevo in TV da bambino e quello che pensavo fosse vero, reale”. Sono le parole con cui Matt Groening stesso, nel documentario My wasted life, descrive l’obiettivo che si era posto nel momento in cui ha creato i Simpson.
Da allora sono passati trent’anni e quello che è avvenuto nel mentre è stata una rivoluzione dell’animazione seriale. Prima di Homer e congiunti, l’unica famiglia animata mai arrivata a dominare l’ora di cena nelle tv statunitensi era stata quella dei Flintstones, con la loro parodia innocua di una corporate America ancora primitiva, alle prese coi propri miti fondanti di famiglia e progresso.
La Springfield itterica di Groening, invece, si serviva proprio di quei miti fondanti per ridicolizzarne le ipocrisie, per introdurre un retrogusto amaro nella torta di mele tradizionale, e un sospetto di sofisticazione alimentare nel tacchino del Ringraziamento. Lo faceva innanzitutto cercando di ridurre appunto la distanza tra i paradossi surreali dell’animazione e un’eco che facesse risuonare come verosimile le tematiche affrontate dagli episodi.
Homer poteva cadere in un dirupo o prendere cannonate in pancia senza morire, proprio come avveniva a un Willy il Coyote qualsiasi, ma venendone comunque fuori con seri danni fisici, per quanto fittizi e richiesti appunto dalla narrazione. Soprattutto, alcuni personaggi potevano non fare più ritorno da un incidente (si veda la morte di Maude Flanders nell’undicesima stagione). La sospensione dell’incredulità, insomma, si faceva flessibile ma comunque ai fini di una opportuna imitazione del reale.
Questa imitazione non solo si è calata talmente tanto nella realtà popolare da sorpassare a destra la dimensione parodistica e anticipare eventi quali l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, ma ha soprattutto preso la forma di un microcosmo denso, sfaccettato e pittoresco di personaggi secondari, che al tempo della loro ideazione si disfacevano di vecchi stereotipi per crearne di nuovi, e mettere alla berlina le dinamiche di un’America che si preparava a lasciare i vecchi trucchi da ventesimo secolo della Fox, per entrare nel ventunesimo con maggiore familiarità rispetto alle proprie bruttezze.
L’alcolizzato e inaffidabile Homer non era meno mediocre come padre di famiglia di quanto non lo fosse come supervisore della sicurezza di una centrale nucleare responsabile dei disastri ambientali sul territorio. Allo stesso modo la moglie Marge incarnava alla perfezione le aspirazioni negate di migliaia di donne americane ancora sopraffatte da vecchie dinamiche patriarcali.
Le stesse dinamiche impedivano ai numerosi talenti della figlia Lisa di ricevere il riconoscimento che le spettava, mentre agevolavano lo scapestrato Bart nel passarla liscia dopo ogni nuovo atto vandalico. Intorno a loro, una Springfield animata dal suo folklore tipico: sindaci conniventi con la mala, forze dell’ordine inadatte, ottuse e compiacenti, figure religiose prive di empatia e ossessionate dal proprio status quo e, in generale, un tessuto urbano e sociale profondamente immerso in quell’eco di abbandono e di desiderio di rivalsa che separa New York da Los Angeles e si propaga attraverso cinquanta Stati.
Tuttavia, attraverso le maglie tenui di questa narrazione, nel corso degli anni sono innumerevoli i messaggi progressisti e di accettazione del prossimo che Groening e compagnia sono riusciti a indirizzare al pubblico: il tutto partendo da un ritratto di famiglia americano che doveva essere tutt’altro che edificante e costruttivo, almeno nelle intenzioni iniziali.
Il tentativo degli autori di connettere emotivamente il pubblico ai protagonisti, infatti, non solo si poté dire riuscito dopo una manciata di stagioni, ma riuscì a espandersi creando un tessuto connettivo pop che è diventato lessico famigliare di un’intera generazione, tanto da portare la tipica esclamazione di Homer (“D’oh!”) a essere inserita nell’Oxford English Dictionary.
Il desiderio di fornire in qualche modo un lieto fine, una lezione “positiva” al pubblico ogni qual volta fosse possibile, a fronte del cinismo del linguaggio e degli scenari, ha reso lo show un ponte tra l’Occidente letterario “proibito”, quello cioè che mette in discussione i suoi crismi fondamentali (famiglia, religione, Stato) e quello comunemente accettato come formativo. Solo questo basterebbe a fare dei Simpson uno dei massimi esempi di letteratura pop animata a cavallo del cambio di secolo.
L’accusa che è stata rivolta più spesso allo show nei tempi recenti è di avere perso, soprattutto nell’ultimo decennio, gran parte del suo smalto a scapito di serie che traggono palese ispirazione dai suoi schemi narrativi fondanti (Family Guy, Futurama, American Dad, lo stesso Rick e Morty).
Di sicuro ciò che si faceva parodia nei Simpson è diventato vera e propria decostruzione nei suoi “epigoni”, e non coinvolge più soltanto gli scenari fittizi degli Stati Uniti, ma nuove frontiere globali, in cui le caricature della disfunzionalità emotiva e sociale si fanno più anarchiche, in alcuni casi addirittura nichiliste, di certo più in linea con lo zeitgeist.
Si può dire perciò che Homer, Bart e co. siano invecchiati male, o piuttosto che gli scenari da loro parodizzati si siano fatti così amari e rapidi, nelle loro evoluzioni, da non riuscire più a ritrovarsi facilmente in quell’equazione che trent’anni fa si era rivelata rivoluzionaria: essa era sì scettica e controcorrente, ma col senno di poi decisamente ottimista. Questo perché i Simpson, in quanto show, avevano più di un problema con l’America in cui erano nati, ma è innegabile che, tra una sferzata e l’altra, si sforzassero anche di mostrarne un volto più conciliante.

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