martedì 11 aprile 2017

Sicurezza: la grande illusione (Furio Colombo)

Le cose sono complicate, e ogni buona notizia porta altre complicazioni. Per esempio dentro la rete scorrono risorse infinite, devi solo conoscerle, prendere e scambiarle. Ma non sai che cosa trovi davanti alla porta di casa quando la apri per entrare nel mondo reale. Non lo sai e non ti fidi. Poiché siamo avvertiti in tempo e in anticipo di quasi tutto, (a che ora ci sarà il temporale) la felice e rischiosa discontinuità della vita diventa un blocco di notizie e di dati che si possono (si devono) controllare. Entrano nella nostra vita due guardaspalle che sono la sicurezza e il controllo. Non un controllo vero su ciò che accade, ma una serie di preavvisi su ciò che potrebbe accadere. Non sono benevoli i preavvisi, e non facilitano il contatto, perché non sei mai abbastanza sicuro, e non ti devi fidare mai.
I punti di passaggio degli aeroporti internazionali sono diventati il simbolo del nostro tempo e del nostro mondo. Macchine scrutano ogni dettaglio di un corpo e realizzano “la trasparenza” che viene tanto invocata in politica. Manca l’aggancio con i pensieri. Ma potrebbe avvenire in ogni momento e ci sembrerà una notizia ovvia. Comunque ciò che avviene ai diffidenti confini dei Paesi del mondo è già un anticipo. Da una parte si troveranno tra poco (sempre di più dopo ogni nuovo grave shock di paure e terrore) metodi sempre migliori per collegare ciò che si vede con ciò che si teme. Dall’altra, nel mondo dei robot e dell’intelligenza artificiale in arrivo, nessuno resterà più il titolare esclusivo di se stesso. Tutto dunque è predisposto per cauterizzare gli affetti, fare in modo che le emozioni e i sentimenti non abbiano più alcun ruolo. Due conseguenze: il comportamento dei cittadini, che non apprezzano cause e ragioni ideali. E il mutamento della immagine del leader. Non importa che sia arido, conta che sia deciso a tutelare la sicurezza. Naturalmente mi riferisco alla sicurezza nei confronti dei migranti e al pericolo che fatalmente portano con sé o come terroristi o come ladri di lavoro o come potenziali malati, naturalmente infettivi. E a una leadership adatta a confrontarsi con questo problema. Mi rendo conto di avere descritto un paesaggio nazionale incredibilmente modesto. Ma lo è. Il Paese è privo di politica estera, e non immagina di darsi alcuna regola di condotta nei confronti dei luoghi e problemi del mondo, che non sia di convenienza o di subordinazione. Circola simpatia per Putin perché ha forza, potere, danaro, nessun ideale o scrupolo, è in grado di liberarci da un ostacolo senza discorsi inutili, porta energia e accetta prodotti. Aumenta la simpatia per Trump, perché chiude i confini senza preavviso e senza riguardo alla vita degli altri. Basta che dichiari la ragione: sicurezza. E la simpatia per Trump rimane e tende a crescere persino se Trump sta minacciando dazi durissimi alla Vespa e ai formaggi italiani. Infatti non dispiace quel suo “America First” che può essere tradotto dovunque “prima noi”, e ti conferma che ci sono una immensità di ragioni per diffidare. Chi resta fuori dall’America (o da ciascuno dei nostri Paesi) resta fuori anche se è il prossimo Premio Nobel. La sicurezza non guarda in faccia a nessuno. Obama è stato l’ultimo presidente portatore di ideali, valori, diritti. Si sono trovati molti modi diversi per screditarlo senza dire le vere ragioni: era nero, non ha fatto guerre e ci voleva costringere a un minimo di fraternità con gli esclusi del mondo. Era un lusso da élite e da establishment. Adesso è necessaria, ti dicono, una politica senza ideali e senza orizzonti. Papa Bergoglio è un ingombro. È chiaro e tenace. Ma è come la confessione per tanti cattolici. Ti senti prosciolto, sollevato, e ricominci subito da capo.
Non c’è una regola di condotta italiana verso l’Europa, di cui siamo membri fondatori, che non sia di discussione, anche aspra, sul costo del biglietto, bravi a chiedere lo sconto, ma non a fornire idee o visioni. E così Francia e Austria ci hanno chiuso le frontiere e noi accettiamo, alla cieca, di aiutarli prestando anche la nostra polizia (ci credereste? Pattuglie miste di agenti italiani e francesi per impedire il passaggio in Francia e aumentare il tappo italiano). Come soluzione ai nostri problemi, ci è venuto in mente di essere disposti a tutto in Libia. Dunque abbiamo assoldato tutte le bande armate che vagano in cerca di preda nel deserto libico, per farne la guardia (con le modalità che vorranno) alla nostra sicurezza. In questo modo pensiamo di avere risposto alle richieste della nuova leadership.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 09/04/2017.
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