domenica 11 giugno 2017

Jeremy Corbyn, la sua rimonta è la prova che la nostra idea di carisma è sbagliata


Può un anziano dirigente laburista britannico dalle idee radicali e i toni compassati guidare il suo partito a una rimonta nel periodo di massima egemonia dei conservatori? Secondo molti, era solo fantascienza. Corbyn era “troppo scollato dal mondo reale”, “troppo socialista”, “troppo novecentesco”, “troppo poco mediatico”, dando per scontato che il suo partito sarebbe stato relegato a un ruolo di pura comparsa alle elezioni. Questa prognosi infondata ha costretto in molti a mangiarsi il cappello tra giovedì sera e venerdì mattina, quando il Labour Party ha dimostrato di essere ancora vivo e vegeto, ottenendo molti più seggi di quanti ne avesse ottenuti nel 2015 il più moderato Ed Miliband, e prendendo molti più voti di quanti ne avesse presi nel 2005 l’ex primo ministro Tony Blair, oratore dall’eloquio coinvolgente.
L’impresa ha il sapore dello straordinario soprattutto perché mette un argine alla destra in un periodo in cui la sua ideologia sembrava dilagante, e solo poche settimane dopo che i sondaggi avevano previsto per Corbyn una Caporetto definitiva. Non è una vittoria, ma la rimonta c’è stata e l’attuale debolezza di Theresa May potrebbe di qui a poco aprire lo scenario di nuove elezioni, a cui i Labour si presenterebbero da una posizione di maggior forza. Il risultato ha lasciato molti commentatori basiti. Non solo Corbyn incarna un orientamento politico dato per sconfitto, ma è altrettanto vero che il candidato laburista non sia esattamente un appassionato agitatore di folle. Il suo aspetto da vecchio professore di geografia e i suoi pacati sermoni fanno di lui un leader anomalo e riluttante – aspetto, quest’ultimo, confermato anche da chi lo conosce bene. Nel senso classico del termine, Corbyn non è esattamente una figura carismatica: le sue battute non sono prorompenti, i suoi giri di parole sono semplici, la voce non ha mai acuti e non sciorina metafore graffianti.
Questa, tuttavia, è l’analisi superficiale di chi si limita a prendere in considerazione le caratteristiche esteriori della politica. Il politologo americano James Scott offre una definizione di carisma molto più convincente. Il carisma non risiederebbe tanto in qualità personali – ossia nel magnetismo di un determinato candidato –, quanto nella reciprocità che si viene a stabilire tra quest’ultimo e un particolare pubblico....

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