Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo - 8 Dicembre 2019 Loretta Napoleoni
Siamo arrivati alla dirittura d’arrivo delle elezioni nel Regno Unito, i sondaggi, per quello che valgono, danno i conservatori in testa ed infatti la sterlina è salita ed i mercati finanziari si sono concessi una modesta euforia. Sembra assurdo dal momento che una vittoria di Johnson porterebbe all’uscita della nazione dall’Unione Europea
ed all’incubo della negoziazione e stesura di nuovo trattati con i
paese membri dell’Unione e con il resto del mondo. Tutto ciò, bisogna
aggiungere, deve essere fatto nel giro di 11 mesi, entro la fine del
2020. Un’impresa impossibile. Ma tutto ciò avverrà nel corso del 2020,
nel lungo periodo quindi, ed i mercati sono estremamente miopi, guardano
solo all’immediato.
E’ bene però domandarsi perché Johnson oggi
piace ai mercati mentre mesi fa non era poi così gradito, e la risposta
è facile, l’alternativa, cioè Jeremy Corbyn, è ben peggiore. Labour ha un programma socialista che propone, tra le altre cose, di nazionalizzare le ferrovie, le poste, l’industria idrica ed energetica. In parte i costi verranno coperti con un aumento del debito pubblico, bene per i guilts dunque, ma anche da una maggiore tassazione.
In prima fila ci sono le multinazionali e gli evasori fiscali che
verranno duramente penalizzati per non pagare quanto dovuto. Imposte ad hoc vorranno anche applicate ad una serie di industrie, quella del petrolio, ad esempio, pagherà di più ed i proventi verranno devoluti alla lotta contro i cambiamenti climatici.
Imprese che sfruttano i dipendenti saranno punite con imposte
maggiorate, tra queste Labour ha già individuato Amazon, Uber e Sport
Direct. Infine il gruppo BT, la British Telecom, si vedrà nazionalizzare
la banda larga che Labour vuole offrire gratis alla nazione.
Passando al settore finanziario nel mirino di Corbyn ci sono le banche.
Labour ridurrà il loro potere ed il meccanismo attraverso il quale
redistribuiscono la ricchezza, a favore dei ricchi sostengono i
laburisti. In che modo? Aumenterà l’imposta sulle transazioni
finanziarie, i bonus dei banchieri verranno limitati e le imprese
quotate in borsa che non si adoperano abbastanza per contenere i
cambiamenti climatici saranno radiate dagli indici. Infine Corbyn
vorrebbe spostare parte del Tesoro nel nord dell’Inghilterra e parte
della Bank of England, la banca centrale, a Birmingham, nelle Midlands.
Un
programma ambizioso, innovativo, che l’occidente non vedeva da
trent’anni e che molti economisti pensano potrebbe funzionare per
rimettere in moto il paese. Un programma però che visto attraverso le
lenti della finanza fa davvero paura. Sancirebbe la fine del neo liberismo, girerebbe pagina nella storia economica.
Tutto
ciò potrebbe non succedere perché Corbyn, come Hillary Clinton negli
Stati Uniti, polarizza l’elettorato, la gente lo ama o lo detesta a
pelle e questo rende difficile una valutazione razionale delle sue
politiche. Un altro leader molto probabilmente otterrebbe migliori risultati ma i laburisti non ce l’hanno. Non è però detto che Corbyn per governare abbia bisogno di una maggioranza assoluta in parlamento, potrebbe governare con una coalizione. Un governo di minoranza laburista, a detta di diversi esperti, potrebbe nel lungo periodo essere
la migliore delle opzione perché i piccoli partiti, l’SNP (Scottish
national party) ed i Liberal democrats, al suo interno frenerebbero le
riforme più marxiste del governo.
Un governo di minoranza
conservatore, invece, rinvigorirebbe i mercati nel breve periodo ma nel
lungo, se fallisse nell’ottenere entro la fine dell’anno i trattati
necessari farebbe precipitare il paese nell’incertezza della Brexit
degli ultimi tre anni. Non ci rimane che aspettare giovedì sera per
sapere quale nuovo scenario si aprirà per il travagliato Regno di sua
maestà.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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mercoledì 11 dicembre 2019
martedì 9 luglio 2019
Brexit: svolta per il Labour, in un secondo referendum sosterrà il Remain
Fonte: W.S.I. 9 Luglio 2019, di Alberto Battaglia
Il partito Laburista britannico ha concordato con i sindacati una nuova posizione più decisamente europeista: il leader del Labour, Jeremy Corbyn, ha annunciato che il partito chiederà un referendum per sottoporre al giudizio popolare qualsiasi accordo che il governo conservatore dovesse raggiungere sulla Brexit; incluso lo scenario No Deal.
In tale consultazione i laburisti sosterrebbero la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, cambiando nettamente la linea mantenuta finora: rispettare l’esito del primo referendum sulla Brexit.
Le ambiguità non sono del tutto sparite: infatti, nel caso dovessero aver luogo nuove elezioni prima del recesso ufficiale dall’Ue, il partito laburista ha preso l’impegno di completare la Brexit cercando un accordo con Bruxelles. In tal caso, si tratterebbe di garantire un’uscita sufficientemente morbida, lasciando il Regno Unito all’interno dell’unione doganale (e abbandonando così la possibilità di esercitare una politica commerciale autonoma).
In altre parole, il Labour Party, ha spostato il suo baricentro verso l’ala europeista del partito, impegnandosi a sostenere un’eventuale campagna referendaria a sostegno del Remain. Non bisogna dimenticare, infatti, che il Regno Unito ha il potere di ritirare unilateralmente il processo di uscita dall’Unione Europea. Il problema non è giuridico, ma politico: solo un mandato popolare potrebbe rendere accettabile una retromarcia così clamorosa.
La linea concordata con i sindacati, tuttavia, sembra intrinsecamente contraddittoria. Come ha messo in evidenza il giornale progressista britannico The Guardian, non si capisce perché il partito dovrebbe rigettare un accordo sulla Brexit del governo conservatore in sede referendaria sostenendo il Remain, e allo stesso tempo annunciare che in caso di vittoria elettorale cercherebbe un accordo sulla Brexit. In sintesi: “Una Brexit conservatrice: male. Una Brexit laburista: bene, anche se fosse molto simile al Tory deal, come sembra probabile”, ha commentato Gaby Hinsliff sul quotidiano britannico.
Il partito Laburista britannico ha concordato con i sindacati una nuova posizione più decisamente europeista: il leader del Labour, Jeremy Corbyn, ha annunciato che il partito chiederà un referendum per sottoporre al giudizio popolare qualsiasi accordo che il governo conservatore dovesse raggiungere sulla Brexit; incluso lo scenario No Deal.
In tale consultazione i laburisti sosterrebbero la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, cambiando nettamente la linea mantenuta finora: rispettare l’esito del primo referendum sulla Brexit.
Le ambiguità non sono del tutto sparite: infatti, nel caso dovessero aver luogo nuove elezioni prima del recesso ufficiale dall’Ue, il partito laburista ha preso l’impegno di completare la Brexit cercando un accordo con Bruxelles. In tal caso, si tratterebbe di garantire un’uscita sufficientemente morbida, lasciando il Regno Unito all’interno dell’unione doganale (e abbandonando così la possibilità di esercitare una politica commerciale autonoma).
In altre parole, il Labour Party, ha spostato il suo baricentro verso l’ala europeista del partito, impegnandosi a sostenere un’eventuale campagna referendaria a sostegno del Remain. Non bisogna dimenticare, infatti, che il Regno Unito ha il potere di ritirare unilateralmente il processo di uscita dall’Unione Europea. Il problema non è giuridico, ma politico: solo un mandato popolare potrebbe rendere accettabile una retromarcia così clamorosa.
La linea concordata con i sindacati, tuttavia, sembra intrinsecamente contraddittoria. Come ha messo in evidenza il giornale progressista britannico The Guardian, non si capisce perché il partito dovrebbe rigettare un accordo sulla Brexit del governo conservatore in sede referendaria sostenendo il Remain, e allo stesso tempo annunciare che in caso di vittoria elettorale cercherebbe un accordo sulla Brexit. In sintesi: “Una Brexit conservatrice: male. Una Brexit laburista: bene, anche se fosse molto simile al Tory deal, come sembra probabile”, ha commentato Gaby Hinsliff sul quotidiano britannico.
mercoledì 6 marzo 2019
Brexit, May flirta con i laburisti: promette diritti ai lavoratori
Fonte: W.S.I. 6 Marzo 2019, di Alberto Battaglia
Downing Street afferma che dopo Brexit il parlamento britannico potrà votare i miglioramenti ai diritti dei lavoratori introdotti dall’Ue, una volta che la legge comunitaria non sarà più direttamente applicabile nel Regno Unito, ha spiegato Euronews.
Finora la posizione ufficiale del Labour si è dimostrata scettica in merito alle proposte di May, bollate come “retorica vuota”. Ma il parlamentare laburista, Jim Fitzpatrick ha commentato con favore il pacchetto del primo ministro, annunciando che potrebbe rendere meno indigesto il Brexit deal.
Theresa May
conferma la strategia, flirtare con i laburisti promettendo nuove
tutele per la classe lavoratrice, in cambio di un prezioso voto a
favore del Brexit deal. Il prossimo meaningful vote della Camera dovrebbe avere luogo entro il 12 marzo. Il primo ministro britannico ha ribadito la linea, in un tweet:
“Il
Regno Unito ha una orgogliosa tradizione nell’aprire la strada ai
diritti dei lavoratori. Ecco perché abbiamo promesso nuove misure per
proteggere e migliorare tali diritti mentre stiamo lasciando l’Ue, dando
al Parlamento, ai sindacati e alle imprese un maggiore ruolo nel
plasmare i diritti dei lavoratori dopo la Brexit”, ha dichiarato May.Downing Street afferma che dopo Brexit il parlamento britannico potrà votare i miglioramenti ai diritti dei lavoratori introdotti dall’Ue, una volta che la legge comunitaria non sarà più direttamente applicabile nel Regno Unito, ha spiegato Euronews.
Finora la posizione ufficiale del Labour si è dimostrata scettica in merito alle proposte di May, bollate come “retorica vuota”. Ma il parlamentare laburista, Jim Fitzpatrick ha commentato con favore il pacchetto del primo ministro, annunciando che potrebbe rendere meno indigesto il Brexit deal.
“Oggi il governo si è impegnato a introdurre nella legislazione il diritto, riconosciuto al Parlamento del Regno Unito, di prendere in considerazione eventuali cambiamenti futuri nella legislazione dell’Ue che rafforzino i diritti dei lavoratori”, ha scritto Fitzpatrick su Huffington Post. “Non solo, il governo si è impegnato ad adottare la ‘direttiva sull’equilibrio della vita lavorativa’, anche se entrerà in vigore dopo che il Regno Unito avrà lasciato l’Ue”. In conclusione “esaminerò nuovamente l’accordo sulla Brexit la prossima settimana – sostenuto dalle concessioni sui diritti dei lavoratori – e invito caldamente i miei colleghi parlamentari laburisti a fare lo stesso”.
venerdì 13 luglio 2018
Corbyn ai partiti Ue di sinistra: "Dite no all'austerity o gli elettori..."
Fonte: Affari italiani Venerdì, 13 luglio 2018 - 18:21:00 di Carlo Patrignani
L'ipotesi di una 'Brexit progressista', ossia di una uscita 'a sinistra' dalle politiche di austerità dell'Ue, ispirata al programma di riforma strutturale del capitalismo finanziario del leader laburista Jeremy Corbyn, tiene in apprensione l'establishment di Bruxelles: il timore è dover far i conti, anche a breve per le crescenti difficoltà della Premier Teresa May, con una maggioranza di governo non più nelle mani dei conservatori, i Tories.
Si tratta per ora di segnali ma molto significativi, ricavati dall'attivismo di Corbyn, probabile neo Premier a Downing Street nel caso di elezioni anticipate, che in Olanda ha lanciato un chiaro messaggio: "se i partiti socialisti e socialdemocratici europei non rifiutano le politiche di austerità e il neoliberismo saranno rifiutati dagli elettori".
Così ha titolato giorni fa The Indipendent: 'Corbyn tells European social democrats: Reject austerity and neoliberalism or voters will reject you', in un lungo reportage - trascurato dai nostri media - sull'incontro avuto dal leader laburista con i laburisti d'Olanda.
L'ampio intervento di Corbyn, a un convegno del Partito laburista olandese, ha messo in chiaro, da una parte, che l'immigrazione non è di per se il problema principale: è più 'un'arma di distrazione di massa' che una questione reale, dato che non c'è alcuna invasione e dall'altra la persistenza di un 'deficit strutturale' della cultura politica - persino working class è sparita, come se i lavoratori fossero inesistenti - della sinistra in Europa che ha favorito la diffusione dei populismi di destra e ha finito per rafforzare le elite di Bruxelles.
"E' tempo di cambiare in Europa - è stato l'incipit di Corbyn - Ma i partiti socialisti europei porteranno questo cambiamento solo se c'è un chiaro rifiuto di un modello economico e sociale che mette gli operai l'uno contro l'altro, che vende la nostra ricchezza (i cosiddetti beni comuni) collettiva a prezzi stracciati e dà un immeritato sussidio ai banchieri e ai capi delle corporazioni. Se non guidiamo questo cambiamento, altri lo faranno sicuramente. Il sistema fallito ha fornito terreno fertile per la crescita della politica xenofoba e del capro espiatorio: se non offriamo una alternativa chiara e radicale e una speranza per un futuro migliore e più prospero, la politica dell'odio e della divisione continuerà ad avanzare nel nostro continente".
Quindi, rivolto ai partiti socialisti e socialdemocratici europei, ha aggiunto "rifiutate l’austerità o vi troverete ad affrontare il rifiuto dei votanti. Se i nostri partiti sembrano solo un'altra parte dell’establishment, che sostiene un sistema economico fallito, disegnato per le élite ricche del mondo economico, saranno rifiutati. E i falsi populisti e chi sfrutta la questione dei migranti (la destra) riempiranno tale vuoto".
La preoccupazione - derivata dall'attivismo di Corbyn - che aleggia nelle alte sfere, le elite, dell'Ue è quella di dover far a breve i conti con il progetto culturale e politico del leader del Labour Party che si basa sull'analisi e la critica del capitalismo - tema lasciato cadere dalle sinistre europee dopo il crollo del Muro di Berlino - rimettendo al centro le nazionalizzazioni dei taluni servizi pubblici universali: sanità, trasporti, istruzione, casa; l'occupazione e il lavoro; la tutela dei beni comuni; la qualità della vita e la libera circolazione non solo delle merci ma anche e soprattutto delle persone.
E questa preoccupazione è alimentata da una campagna di mobilitazione perchè non si realizzi la Brexit della May che permetterà ai Tories - sostiene il tank tank Another Europe Is Possible - "di liberalizzare ulteriormente l'economia, di ridurre i diritti dei lavoratori e le protezioni ambientali, di punire i migranti per i fallimenti delle élite", ma, appunto, di promuovere 'A Brexit progressive', una Brexit di marca progressista, ovviamente ispirata da Corbyn.
"I laburisti di Corbyn hanno mobilitato milioni di persone, offrendo speranza per un governo per molti non pochi, for the many, not the few - è la campagna di Another Europe Is Possible - E' nell'interesse di un futuro governo laburista fermare i Tories e mantenere la Gran Bretagna nell'Ue". Per realizzare il suo programma e per dar man forte alle sinistre europee.
L'ipotesi di una 'Brexit progressista', ossia di una uscita 'a sinistra' dalle politiche di austerità dell'Ue, ispirata al programma di riforma strutturale del capitalismo finanziario del leader laburista Jeremy Corbyn, tiene in apprensione l'establishment di Bruxelles: il timore è dover far i conti, anche a breve per le crescenti difficoltà della Premier Teresa May, con una maggioranza di governo non più nelle mani dei conservatori, i Tories.
Si tratta per ora di segnali ma molto significativi, ricavati dall'attivismo di Corbyn, probabile neo Premier a Downing Street nel caso di elezioni anticipate, che in Olanda ha lanciato un chiaro messaggio: "se i partiti socialisti e socialdemocratici europei non rifiutano le politiche di austerità e il neoliberismo saranno rifiutati dagli elettori".
Così ha titolato giorni fa The Indipendent: 'Corbyn tells European social democrats: Reject austerity and neoliberalism or voters will reject you', in un lungo reportage - trascurato dai nostri media - sull'incontro avuto dal leader laburista con i laburisti d'Olanda.
L'ampio intervento di Corbyn, a un convegno del Partito laburista olandese, ha messo in chiaro, da una parte, che l'immigrazione non è di per se il problema principale: è più 'un'arma di distrazione di massa' che una questione reale, dato che non c'è alcuna invasione e dall'altra la persistenza di un 'deficit strutturale' della cultura politica - persino working class è sparita, come se i lavoratori fossero inesistenti - della sinistra in Europa che ha favorito la diffusione dei populismi di destra e ha finito per rafforzare le elite di Bruxelles.
"E' tempo di cambiare in Europa - è stato l'incipit di Corbyn - Ma i partiti socialisti europei porteranno questo cambiamento solo se c'è un chiaro rifiuto di un modello economico e sociale che mette gli operai l'uno contro l'altro, che vende la nostra ricchezza (i cosiddetti beni comuni) collettiva a prezzi stracciati e dà un immeritato sussidio ai banchieri e ai capi delle corporazioni. Se non guidiamo questo cambiamento, altri lo faranno sicuramente. Il sistema fallito ha fornito terreno fertile per la crescita della politica xenofoba e del capro espiatorio: se non offriamo una alternativa chiara e radicale e una speranza per un futuro migliore e più prospero, la politica dell'odio e della divisione continuerà ad avanzare nel nostro continente".
Quindi, rivolto ai partiti socialisti e socialdemocratici europei, ha aggiunto "rifiutate l’austerità o vi troverete ad affrontare il rifiuto dei votanti. Se i nostri partiti sembrano solo un'altra parte dell’establishment, che sostiene un sistema economico fallito, disegnato per le élite ricche del mondo economico, saranno rifiutati. E i falsi populisti e chi sfrutta la questione dei migranti (la destra) riempiranno tale vuoto".
La preoccupazione - derivata dall'attivismo di Corbyn - che aleggia nelle alte sfere, le elite, dell'Ue è quella di dover far a breve i conti con il progetto culturale e politico del leader del Labour Party che si basa sull'analisi e la critica del capitalismo - tema lasciato cadere dalle sinistre europee dopo il crollo del Muro di Berlino - rimettendo al centro le nazionalizzazioni dei taluni servizi pubblici universali: sanità, trasporti, istruzione, casa; l'occupazione e il lavoro; la tutela dei beni comuni; la qualità della vita e la libera circolazione non solo delle merci ma anche e soprattutto delle persone.
E questa preoccupazione è alimentata da una campagna di mobilitazione perchè non si realizzi la Brexit della May che permetterà ai Tories - sostiene il tank tank Another Europe Is Possible - "di liberalizzare ulteriormente l'economia, di ridurre i diritti dei lavoratori e le protezioni ambientali, di punire i migranti per i fallimenti delle élite", ma, appunto, di promuovere 'A Brexit progressive', una Brexit di marca progressista, ovviamente ispirata da Corbyn.
"I laburisti di Corbyn hanno mobilitato milioni di persone, offrendo speranza per un governo per molti non pochi, for the many, not the few - è la campagna di Another Europe Is Possible - E' nell'interesse di un futuro governo laburista fermare i Tories e mantenere la Gran Bretagna nell'Ue". Per realizzare il suo programma e per dar man forte alle sinistre europee.
domenica 11 giugno 2017
Jeremy Corbyn, la sua rimonta è la prova che la nostra idea di carisma è sbagliata
di Samuele Mazzolini | 11 giugno 2017 Il Fatto Quotidiano
Può un anziano dirigente laburista britannico dalle idee radicali e i toni compassati guidare il suo partito a una rimonta nel periodo di massima egemonia dei conservatori? Secondo molti, era solo fantascienza.
Corbyn era “troppo scollato dal mondo reale”, “troppo socialista”,
“troppo novecentesco”, “troppo poco mediatico”, dando per scontato che
il suo partito sarebbe stato relegato a un ruolo di pura comparsa alle elezioni. Questa prognosi infondata ha costretto in molti a mangiarsi il cappello tra giovedì sera e venerdì mattina, quando il Labour Party ha dimostrato di essere ancora vivo e vegeto,
ottenendo molti più seggi di quanti ne avesse ottenuti nel 2015 il più
moderato Ed Miliband, e prendendo molti più voti di quanti ne avesse
presi nel 2005 l’ex primo ministro Tony Blair, oratore dall’eloquio coinvolgente.
L’impresa ha il sapore dello straordinario soprattutto perché mette un argine alla destra in un periodo in cui la sua ideologia sembrava dilagante, e solo poche settimane dopo che i sondaggi avevano previsto per Corbyn una Caporetto definitiva. Non è una vittoria, ma la rimonta c’è stata e l’attuale debolezza di Theresa May potrebbe di qui a poco aprire lo scenario di nuove elezioni, a cui i Labour si presenterebbero da una posizione di maggior forza. Il risultato ha lasciato molti commentatori basiti. Non solo Corbyn incarna un orientamento politico dato per sconfitto, ma è altrettanto vero che il candidato laburista non sia esattamente un appassionato agitatore di folle. Il suo aspetto da vecchio professore di geografia e i suoi pacati sermoni fanno di lui un leader anomalo e riluttante – aspetto, quest’ultimo, confermato anche da chi lo conosce bene. Nel senso classico del termine, Corbyn non è esattamente una figura carismatica: le sue battute non sono prorompenti, i suoi giri di parole sono semplici, la voce non ha mai acuti e non sciorina metafore graffianti.
L’impresa ha il sapore dello straordinario soprattutto perché mette un argine alla destra in un periodo in cui la sua ideologia sembrava dilagante, e solo poche settimane dopo che i sondaggi avevano previsto per Corbyn una Caporetto definitiva. Non è una vittoria, ma la rimonta c’è stata e l’attuale debolezza di Theresa May potrebbe di qui a poco aprire lo scenario di nuove elezioni, a cui i Labour si presenterebbero da una posizione di maggior forza. Il risultato ha lasciato molti commentatori basiti. Non solo Corbyn incarna un orientamento politico dato per sconfitto, ma è altrettanto vero che il candidato laburista non sia esattamente un appassionato agitatore di folle. Il suo aspetto da vecchio professore di geografia e i suoi pacati sermoni fanno di lui un leader anomalo e riluttante – aspetto, quest’ultimo, confermato anche da chi lo conosce bene. Nel senso classico del termine, Corbyn non è esattamente una figura carismatica: le sue battute non sono prorompenti, i suoi giri di parole sono semplici, la voce non ha mai acuti e non sciorina metafore graffianti.
Questa, tuttavia, è l’analisi superficiale di chi si limita a prendere in considerazione le caratteristiche esteriori della politica. Il politologo americano James Scott
offre una definizione di carisma molto più convincente. Il carisma non
risiederebbe tanto in qualità personali – ossia nel magnetismo di un
determinato candidato –, quanto nella reciprocità che si viene a stabilire tra quest’ultimo e un particolare pubblico....
venerdì 9 giugno 2017
UK: May (non) vince..
Che la si giri come si vuole ma la May non vince, anzi... se con un
sistema maggioritario puro come quello inglese non ottieni la
maggioranza allora un problema ce l'hai eccome: ed è esattamente quello
che è accaduto in queste ore; gli inglesi hanno decretato che si dovrà
trovare una quadra fra i partiti non facile, atrimenti dovranno tornare a
votare. E' la destra in generale che perde e non solo i Conservative:
UKIP, SNP stanno ai minimi termini (anche se il dato scozzese
andrebbe visto a aprte perchè è chiaro che andrebbe scorporato e
valutato a parte e non comparato al dato uscito dall'intera elezioni
nazionale) e i libdem pur aumentando non conoscono i fasti del
passato... ora se nemmeno con il maggioritario si garantisce la
stabilità come se la caveranno?
Diciamo che la cosa migliore sarebbe un inciucione ma non sarebbe nel loro dna... Corbyn è il vero vincitore e lo sa non ha i numeri per governare ma è l'astro nascente, in senso lato, e potrebbe fare la differenza per portare il Regno Unito dove chiede l'elettorato. Accadrà? Può darsi ma se avete letto il suo programma la vedo dura visto che prevede alcune cose che vanno in direzione esatta e contraria agli ultimi 30 anni e non solo inglesi.
Un governo libdem con appoggio esterno degli altri partiti o di uno di essi? Per carità: sono inglesi ... non italiani
:::::::::::::::::::::::::::::::
ecco cosa ne dice il Fatto
Diciamo che la cosa migliore sarebbe un inciucione ma non sarebbe nel loro dna... Corbyn è il vero vincitore e lo sa non ha i numeri per governare ma è l'astro nascente, in senso lato, e potrebbe fare la differenza per portare il Regno Unito dove chiede l'elettorato. Accadrà? Può darsi ma se avete letto il suo programma la vedo dura visto che prevede alcune cose che vanno in direzione esatta e contraria agli ultimi 30 anni e non solo inglesi.
Un governo libdem con appoggio esterno degli altri partiti o di uno di essi? Per carità: sono inglesi ... non italiani
:::::::::::::::::::::::::::::::
ecco cosa ne dice il Fatto
di F. Q. | 9 giugno 2017 Il Fatto Quotidiano
I Tory primi, ma senza maggioranza assoluta: la premier uscente Theresa May perde la sua sfida e ora rischia investitura e leadership dentro il partito. Le elezioni in Gran Bretagna,
quando ancora mancano all’appello i risultati di alcuni collegi,
lasciano il Paese nel peggiore degli incubi: l’hung Parliament, ovvero
il “Parlamento impiccato”. Al momento i Conservatori hanno ottenuto 313
seggi e il Labour di Jeremy Corbyn 260. L’affluenza al voto si è attestata oltre il 68 per cento secondo dati indicativi, due punti in più del 2015.
.. come sempre il resto sito del quotidiano
giovedì 11 febbraio 2016
Sanders/Trump: il risveglio dell'america
Di trump si sa e si sapeva che, visti i livelli raggiunti negli usa,
poteva fare il colpaccio nel GOP repubblicano: fra tea-party, neo-con e
teo-con ormai di quello che era il vecchio party praticamente non esiste
più nulla.. anzi in pratica il sistema di potere interno di quel
partito è ormai inesistente (anche se negli usa i partiti sono molto
liquidi)... per Trump era facile farsi avanti e trovare spazio (non che
i suoi avversari interni siano altrettanto forti) per conquistare il
cuore degli elettori e le primarie del partito: la strada è ancora lunga
e, famiglia Bush permettendo, ma la sua spinta è solida e credo che
alla fine la spunterà. Cosa potrà significare ciò per il futuro? Un
America più becera e violenta imbarbarita e istituzionalizzata. La
parola fine sul sogno americano come ce lo vendono qui e un imperialismo
ottuso nella politica estera. Altro che America paese di Dio quel paese
conoscerà ben altre vette di oscurantismo al punto che qualcuno del GOP
potrebbe rimpiangere addirittura i Bush.
Altro discorso è quello dei democrats: lì la Rodham-Clinton, algida e fortemente sponsorizzata dalla finanza (ha da poco tenuto una conferenza per la Goldman-Sachs - una delle agenzie di rating che provocarono la crisi del 2008/2009 - a pagamento......) e da grandi aziende e multinazionali, avrebbe dovuto farla da padrona e invece...... un tonfo, perchè? Perchè, questa è la tesi ufficiale dei tifosissimi giornalisti italiani e dell'establishment americano, il populismo dei suoi sfidanti ha allontanato l'elettorato giovanile e della meddle class dal suo faro. Può esser vero (ritengo) solo in parte e suona più come una "spiegazione" di comodo che una verità assoluta (serve più all'estero per essere spesa che dentro il paese). In realtà, sempre secondo me, la "crisi" della sua candidatura ha altre radici, molto più profonde e, per l'intero occidente, proccupanti: una Clinton alla Casabianca significherebbe la stagnazione attuale dell'amministrazione Obama ma anche la rassicurazione, anche per il complesso militare-industriale, che la linea degli ultimi decenni americana non si posta di una virgola e l'espansionismo aggressivo (sempre alla ricerca di un nemico per allontanare l'attenzione degli americani dai reali problemi interni) perseguito continuerebbe senza soluzione di continuità rispetto al passato. Ma si sa: nella società liquida tutto può succedere e gli outsider possono sorprendere i sepolcri imbiancati...... Sanders NON è un democratico ma un "federato" ossia un indipendente che si allea localmente con un partito portandogli voti e assicurandosi l'elezione con la mancata concorrenza del partito con cui si è alleato, una sorta di desistenza attiva che ben conosciamo qui. Non è nemmeno un liberal, nel senso che gli danno lì, ma si autodefinisce un "socialista", la domanda sorge spontanea: cosa s'intende lì per socialismo? Non certo quello marxista e nemmeno quello "socialista" come qui lo si intendeva fino a qualche anno fa; no il suo "socialismo" è mutuato dalle democrazie del nordeuropa (ossia una articolazione, nel caso del dei paesi nordici, fra pubblico e privato che ha dato vita a modelli invidiati nel resto del pianeta vista la presenza di quei paesi ai livelli alti, se non primi, di tutte le classifiche che si possono reperire in giro) e riadattato all'american way of life...... quindi gli "aggiustamenti" sono molti e le prospettive diverse. Non è un caso che lo definiscano "populismo" perchè non disdegna nemmeno di solleticare la "revenge" della middle class americana, il ceto che pagato a caro prezzo la crisi, impoverita come non mai perchè è facile mostrare a questi ceti la realtà: ce l'hanno sotto gli occhi e, a differenza della Rodham-Clinton, prospettare futuri alternativi non può che attrarli verso Sanders che, grazie ai mali della società americana, gioca facile in casa.. sa benissimo che l'establishment lo combatte strenuamente e non lo vede di buon occhio. Ma Sanders non è solo un "politico" ma è un economista post-keynesiano che è uno dei padri della "Teoria della Moneta Moderna" una idea, più che una teoria, sul modo di variare, rendendolo maggiormente equo, il sistema americano: una buona idea, dicevo, ma irrealizzabile, temo, nella patria del mercato selvaggio...... mentre ben sa che le stesse cose le proponesse nei paesi modello di riferimento non se lo filerebbe nessuno!
Personalmente per Sanders provo molto simpatia politica: in fondo sostiene cose che da anni si sostiene e non si fa e non solo negli USA ma, come Corbyn in Inghilterra, non mi pare proprio un "cuor di leone" che espone il proprio petto al fuoco nemico (Kennedy e Lincoln docet) pur di imporre le proprie idee ed essendo da un pò senatore temo sia anche molto addentro al sistema, quel sistema che vorrebbe cambiare.... è molto più facile che sia un animale politico che ha capito che è venuto il momento di raccogliere lo scettro della protesta, giustissima peraltro, contro un iniquo e verticistico potere che si autoriproduce sulle spalle degli americani e a loro spese per fare affari..... e Sanders, come Corbyn, ben sa che se supererà tutti gli ostacoli, ed è un grosso "se", al massimo potrà attuare un 10%, la parte meno pericolosa per il potere, di quanto sostiene: poco, pochissimo; ma si sa che quando sei, davvero, con l'acqua alla gola ti aggrappi a chiunque.. anche a un "socialista"....
Altro discorso è quello dei democrats: lì la Rodham-Clinton, algida e fortemente sponsorizzata dalla finanza (ha da poco tenuto una conferenza per la Goldman-Sachs - una delle agenzie di rating che provocarono la crisi del 2008/2009 - a pagamento......) e da grandi aziende e multinazionali, avrebbe dovuto farla da padrona e invece...... un tonfo, perchè? Perchè, questa è la tesi ufficiale dei tifosissimi giornalisti italiani e dell'establishment americano, il populismo dei suoi sfidanti ha allontanato l'elettorato giovanile e della meddle class dal suo faro. Può esser vero (ritengo) solo in parte e suona più come una "spiegazione" di comodo che una verità assoluta (serve più all'estero per essere spesa che dentro il paese). In realtà, sempre secondo me, la "crisi" della sua candidatura ha altre radici, molto più profonde e, per l'intero occidente, proccupanti: una Clinton alla Casabianca significherebbe la stagnazione attuale dell'amministrazione Obama ma anche la rassicurazione, anche per il complesso militare-industriale, che la linea degli ultimi decenni americana non si posta di una virgola e l'espansionismo aggressivo (sempre alla ricerca di un nemico per allontanare l'attenzione degli americani dai reali problemi interni) perseguito continuerebbe senza soluzione di continuità rispetto al passato. Ma si sa: nella società liquida tutto può succedere e gli outsider possono sorprendere i sepolcri imbiancati...... Sanders NON è un democratico ma un "federato" ossia un indipendente che si allea localmente con un partito portandogli voti e assicurandosi l'elezione con la mancata concorrenza del partito con cui si è alleato, una sorta di desistenza attiva che ben conosciamo qui. Non è nemmeno un liberal, nel senso che gli danno lì, ma si autodefinisce un "socialista", la domanda sorge spontanea: cosa s'intende lì per socialismo? Non certo quello marxista e nemmeno quello "socialista" come qui lo si intendeva fino a qualche anno fa; no il suo "socialismo" è mutuato dalle democrazie del nordeuropa (ossia una articolazione, nel caso del dei paesi nordici, fra pubblico e privato che ha dato vita a modelli invidiati nel resto del pianeta vista la presenza di quei paesi ai livelli alti, se non primi, di tutte le classifiche che si possono reperire in giro) e riadattato all'american way of life...... quindi gli "aggiustamenti" sono molti e le prospettive diverse. Non è un caso che lo definiscano "populismo" perchè non disdegna nemmeno di solleticare la "revenge" della middle class americana, il ceto che pagato a caro prezzo la crisi, impoverita come non mai perchè è facile mostrare a questi ceti la realtà: ce l'hanno sotto gli occhi e, a differenza della Rodham-Clinton, prospettare futuri alternativi non può che attrarli verso Sanders che, grazie ai mali della società americana, gioca facile in casa.. sa benissimo che l'establishment lo combatte strenuamente e non lo vede di buon occhio. Ma Sanders non è solo un "politico" ma è un economista post-keynesiano che è uno dei padri della "Teoria della Moneta Moderna" una idea, più che una teoria, sul modo di variare, rendendolo maggiormente equo, il sistema americano: una buona idea, dicevo, ma irrealizzabile, temo, nella patria del mercato selvaggio...... mentre ben sa che le stesse cose le proponesse nei paesi modello di riferimento non se lo filerebbe nessuno!
Personalmente per Sanders provo molto simpatia politica: in fondo sostiene cose che da anni si sostiene e non si fa e non solo negli USA ma, come Corbyn in Inghilterra, non mi pare proprio un "cuor di leone" che espone il proprio petto al fuoco nemico (Kennedy e Lincoln docet) pur di imporre le proprie idee ed essendo da un pò senatore temo sia anche molto addentro al sistema, quel sistema che vorrebbe cambiare.... è molto più facile che sia un animale politico che ha capito che è venuto il momento di raccogliere lo scettro della protesta, giustissima peraltro, contro un iniquo e verticistico potere che si autoriproduce sulle spalle degli americani e a loro spese per fare affari..... e Sanders, come Corbyn, ben sa che se supererà tutti gli ostacoli, ed è un grosso "se", al massimo potrà attuare un 10%, la parte meno pericolosa per il potere, di quanto sostiene: poco, pochissimo; ma si sa che quando sei, davvero, con l'acqua alla gola ti aggrappi a chiunque.. anche a un "socialista"....
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