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venerdì 22 marzo 2019

Via della Seta, finalmente l’Italia arriva prima

Fonte: Il Fatto Quotidiano Senatore M5s, direttore di Dissensi Edizioni

Le polemiche che hanno anticipato la visita del presidente cinese Xi Jinping in Italia, per siglare il memorandum di intesa sulla Nuova via della Seta, ovvero il più grande progetto di investimento infrastrutturale internazionale della storia hanno montato un uragano diplomatico, che, per quanto strumentale, ci fornisce l’occasione di parlare di futuro delle relazioni commerciali e di porsi, per la prima volta dopo anni di arrendevole politica estera, in una posizione di vantaggio rispetto ai nostri alleati europei e americani.
Il progetto della Belt and road, infatti, coinvolge 68 nazioni e prevede finanziamenti (quasi un trilione di dollari) che potrebbero superare di 12 volte quelli del celebre Piano Marshall attraverso investimenti infrastrutturali in strade e porti per costruire nuove vie commerciali terrestri e marittime. L’Italia e il suo governo, fermo restando alcuni principi come il controllo sul nostro sistema economico, se vuole ottenere benefici tangibili per il proprio export, deve assolutamente partecipare a questa iniziativa e attirare investimenti che ricadranno positivamente sull’occupazione.
Secondo le intenzioni del governo, il Memorandum pone le basi per permettere alle nostre imprese di esportare in Cina, visto che le merci cinesi arrivano da noi già da anni. Il potenziamento delle vie di comunicazione e scambio, è una enorme opportunità per le nostre medie e piccole imprese con prodotti all’avanguardia, ma che non esportano verso la Cina. Con questa iniziativa avranno maggiori possibilità di vendere le proprie merci a centinaia di milioni di cinesi e ad altrettanti cittadini di altri paesi asiatici, che adorano il made in Italy. Quando sono stato in Cina e ho visitato Chongqing da dove partono i container carichi di merci verso l’Europa, ho chiesto in quale percentuale ritornassero con prodotti europei e italiani in particolare. La risposta è stata molto emblematica, il funzionario cinese mi ha risposto che spesso tornano vuoti; il nostro obiettivo nei prossimi anni è riempirli made in Italy.

 .. il resto a questo link: Il Fatto Quotidiano

lunedì 22 gennaio 2018

Schiaffo UE all’Italia: legalizzato Made in Italy “tarocco”

Fonte: WSI 22 gennaio 2018, di Francesco Puppato
Il “made in” viene attribuito in base al luogo nel quale viene effettuata l’ultima trasformazione sostanziale. Quindi, se comprate un salame Made in Italy, non vuol dire che la filiera è italiana, ovvero che gli animali sono stati allevati in Italia secondo le regole di qualità ed igiene italiane, ma che in Italia si è svolta solo l’ultima trasformazione sostanziale dell’ingrediente usato per fare il salame.
Un maiale, ad esempio, può essere allevato, nutrito e trattato in Germania, in Austria, in Cina o chissà dove, secondo le regole in materia di igiene e qualità vigenti in quel Paese, ma la sua carne può essere venduta come Made in Italy; è sufficiente, appunto, che l’ultima trasformazione sia avvenuta in Italia.
Il nuovo Regolamento che la Commissione europea ha pubblicato sul proprio sito, dove rimarrà a disposizione per la consultazione pubblica anche se solo in lingua inglese fino al primo febbraio, data in cui entrerà in vigore, punta finalmente a regolare i prodotti confezionati in un determinato Paese ma con materia prima straniera e, nei casi in cui la confezione potrebbe trarre in inganno i consumatori, indica che l’origine va dichiarata sull’etichetta.
Il problema, dunque, in prima battuta sembra essere risolto. Vediamo invece, innanzitutto, che il medesimo regolamento (1169 del 2011) sarebbe dovuto essere stato approvato entro il 2014 ed ha quindi regalato quattro anni di business all’industria dell’anonimato.
Poi, come riporta “Libero”, notiamo anche che la Commissione ha escluso dall’obbligo di dichiarare l’origine le denominazioni generiche (pasta, prosciutto, formaggio, mortadella, latte a lunga conservazione, mozzarella, olio e via dicendo) e pure i marchi.
È infatti sufficiente che nel logo del produttore vi sia, ad esempio, un nastro o una coccarda tricolore e l’obbligo di dichiarare da dove provenga l’ingrediente primario decade.
Il caso più emblematico è quello della Pasta Miracoli; prodotta in Germania ed etichettata con una enorme profusione di tricolori, non ha l’obbligo di dichiarare la provenienza.
Ancora, l’obbligo non vale neanche per le Igp (Indicazioni geografiche protette), così i produttori potranno continuare ad importare la materia prima che impiegano senza dover scrivere nulla a riguardo.
Il produttore dovrà dichiarare da dove provenga la materia prima dell’ingrediente primario soltanto qualora dovesse indicare chiaramente “Made in Italy” sulla confezione. In questo caso, però, potrà cavarsela con un generico “Paesi Ue” piuttosto che “Paesi non Ue” o ancora “Paesi Ue e non Ue”, a seconda della provenienza.
come fa notare Dario Dongo, uno dei massimi esperti di diritto alimentare:
“Una dichiarazione che equivale a scrivere “Pianeta Terra”.”
Siamo davanti ad un altro schiaffo da parte dell’Unione europea nei confronti dell’Italia; il Made in Italy, che KPMG censisce come terzo marchio al momndo per notorietà dopo Coca-Cola e Visa, sta subendo uno smantellamento epocale per mezzo delle normative europee che, così facendo, favoriscono addirittura i mercati non comunitari ed i taroccatori.
Sa infine di presa in giro anche la consultazione pubblica cui la Commissione europea ha sottoposto il provvedimento tramite il proprio sito web: il testo è esclusivamente in inglese e non vi è stata nessuna informazione di pubblicazione; inoltre, non solo non vi è traccia nelle comunicazioni ufficiali di Bruxelles sull’apertura della consultazione, ma il documento è quasi introvabile sul sito web della Commissione, nascosto nelle pagine di una delle tante direzioni generali.
Un’informazione, insomma, più utile ai fini delle grandi imprese e delle associazioni di categoria strutturate a livello europeo, più che per i cittadini.

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