mercoledì 9 agosto 2017

Cosa succederebbe all’economia mondiale in caso di conflitto fra Stati Uniti e Corea del Nord

9 agosto 2017, di Livia Liberatore

Negli ultimi giorni è salita la tensione fra la Corea del Nord e gli Stati Uniti. Martedì sera il presidente Usa Donald Trump ha promesso che se il regime di Kim Jong Un continua con le minacce, il Paese dovrà “fare i conti con le fiamme e con una furia che nessuno ha mai visto“. In risposta dalla Corea del Nord hanno detto di star valutando un piano per colpire l’isola di Guam, nel Pacifico, dove c’è una base militare Usa. Un conflitto fisico ancora improbabile ma gli analisti cominciano alle conseguenze che potrebbe avere, oltre alla perdita di molte vite umane.
Una nota circolata a Capital Economics, compagnia di ricerche macroeconomiche, ha analizzato il potenziale distruttivo di ogni tipo di conflitto sull’economia mondiale. Nei precedenti conflitti, successivi alla Seconda Guerra Mondiale, i Paesi coinvolti hanno visto crolli significativi nella loro produzione economica. La guerra in Siria ha portato a un crollo del 60% del Pil del Paese. Il più disastroso è stato il conflitto fra Nord e Sud Corea dal 1950 al 1953 che per la Corea del Sud ha significato un calo del Pil dell’80%.
Una guerra Usa – Corea del Nord provocherebbe problemi economici nella penisola coreana, che sarebbe l’arena probabile di conflitto, e nel resto del mondo. L’economia della Corea del Sud sarebbe ancora una volta quella che risentirebbe di più di una guerra. L’impatto si allargherebbe poi fuori dalla penisola e visto che la Corea del Sud è responsabile del 2% del Pil mondiale i problemi potrebbero essere gravi.
La catena di approvvigionamento globale potrebbe essere danneggiata. Le esportazioni della Corea del Sud, soprattutto di beni intermedi, sono un flusso rilevante. Il Paese è il più grande produttore di display a cristalli liquidi (ne produce il 40% del totale), il secondo maggiore di semiconduttori, ed è anche uno Stato di aziende automobilistiche e attivo nei cantieri navali. Se la produzione sudcoreana fosse danneggiata, ci sarebbe scarsità di molti beni in tutto il mondo per diversi anni.
Una guerra avrebbe conseguenze anche sull’economia degli Usa, dato il costo alto di un conflitto su suolo straniero. I livelli del debito statunitense potrebbero aumentare in conseguenza di un coinvolgimento di lunga durata nella penisola coreana.
Fonte: WSI

martedì 8 agosto 2017

F-35, ritardi e costi duplicati: ma si va avanti (Andrea Giambartolomei)

Paradossi – Secondo l’analisi della Corte dei Conti abbiamo investito troppo per ritirarci dal progetto.Il programma F-35 è in ritardo “di almeno 5 anni” per le “molteplici problematiche tecniche (non ancora tutte risolte)” che hanno fatto anche sì che i costi del super-caccia siano “praticamente raddoppiati”. Pure le ricadute occupazionali e industriali per l’Italia “non si sono ancora concretizzate nella misura sperata”. È un giudizio severo quello della sezione di controllo della Corte dei Conti che ha effettuato un’analisi sul maxi-programma militare. Eppure, affermano i giudici, uscirne vanificherebbe gli investimenti che potrebbero produrre i primi frutti nei prossimi anni.
L’analisi dei magistrati non entra nel merito degli aspetti tecnologici dei contestati F-35, ma soltanto sugli obiettivi economici e ripercorre le tappe del rallentamento, come le due decisioni del governo italiano di ridurre il numero di velivoli e le spese. “La prima (nel 2012) ha ridotto da 131 a 90 il numero di velivoli da acquisire”, si legge. Una decisione in linea con quelle adottate, ad esempio, da altri partner del progetto come gli Stati uniti e l’Olanda. “La seconda (nel 2016) ha impegnato il governo – ricorda la Corte –, per aderire alle indicazioni parlamentari, a dimezzare il budget dell’F-35, originariamente previsto in 18,3 miliardi di dollari”. La prima decisione ha ridotto “le opportunità di costruire i cassoni alari nello stabilimento di Cameri (Novara)”, mentre “i ‘risparmi’ teoricamente ottenuti dalla diminuzione della flotta (5,4 miliardi) si sono riverberati in concrete perdite contrattuali per 3,1 miliardi”. La seconda decisione, invece, ha prodotto “un risparmio temporaneo pari a 1,2 miliardi di euro nel quinquennio 2015-2019, ma senza effetti di risparmio nel lungo periodo”.
Per quanto riguarda le ricadute economiche, la Corte sottolinea come siano sotto le attese anche per colpa del rallentamento del programma. Per l’occupazione “si parla al momento di circa 1.600 unità effettivamente impiegate, a fronte di una ‘forchetta previsionale’ annunciata tra 3.586 e 6.395 unità”, mentre lo stabilimento di Cameri allo stato risulta “sovradimensionato” e sotto-occupato. Ma per la Corte c’è uno spiraglio. I ritorni programmati “non sono però compromessi e il prossimo avvio della piena produzione lascia aperte le prospettive per il futuro”. I magistrati pensano anche all’“impatto del Programma sul sistema Paese”: “Il volume economico stimato per i prossimi 20 anni, pur nella sua visione più ottimistica, assume dimensioni ragguardevoli (circa 14 miliardi di dollari) e non va sottovalutato l’effetto moltiplicatore sull’indotto”.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 08/08/2017.

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