Fonte: Il Fatto Quotidiano
L’agenzia di rating Standard&Poor’s ha declassato l’Italia. Il rating della Penisola scende da BBB a BBB-, un gradino sopra il livello “junk”, cioè spazzatura. “Il forte aumento del debito, accompagnato da una crescita perennemente debole e bassa competitività,
non è compatibile con un rating BBB secondo i nostri criteri”,
spiegano gli analisti. La decisione riflette la revisione al rialzo
della stima sul debito pubblico, che a fine 2017 è visto in salita a
2.256 miliardi di euro, 80 in più rispetto al livello attuale e,
escludendo il contributo al Fondo europeo di stabilità finanziaria
(Efsf), raggiungerà un picco del 133% del Pil nel 2016 per poi
stabilizzarsi al 127%. Al tempo stesso l’agenzia ha limato la
previsione sull’andamento del prodotto interno lordo e ritiene che l’inflazione continuerà a mantenersi troppo bassa.
L’outlook resta però stabile, perché S&P si aspetta che il governo Renzi attui le riforme necessarie a ridare competitività all’economia mantenendo livelli di spesa sufficienti a contrastare l’eccesso di debito. Una mano arriva anche da Mario Draghi: dopo le sue dichiarazioni di giovedì, gli analisti di S&P sono convinti che la Bce “lavorerà
per riportare a livelli normali” l’inflazione italiana e quella dei
Paesi europei che ne sono i principali partner commerciali.
Nella nota in cui abbassa il nostro rating, S&P spiega anche come si aspetti un’uscita dalla recessione
dell’Italia nella prima parte del 2015. Ma la crescita del Pil sarà
modesta, solo +0,2%, rispetto al +1,1% finora previsto. L’agenzia di
rating ricorda come l’esecutivo di Roma si aspetti invece una crescita
dello 0,7% nel 2015, per arrivare a un +1,9% nel 2017. Numeri viziati,
secondo l’agenzia, da un eccessivo ottimismo sui consumi, che invece resteranno deboli, e dalla situazione del mercato del lavoro complessa, con la disoccupazione ai massimi storici. Smentite anche le stime del Tesoro sul rapporto deficit/Pil:
nel periodo 2014-2017 secondo Standard&Poor’s si manterrà al 2,7%,
ben più alto del 2,1 per cento previsto da via XX Settembre ma anche
sopra il 2,5% prefigurato in precedenza dalla stessa S&P. Il
ritocco è legato al calo della previsione del Pil medio
tra 2014 e 2017, passato da +1% a +0,5 per cento, all’aumento delle
spese primarie compresi gli interessi sul debito fino al 2015 e alla
riduzione delle entrate fiscali.
S&P contesta anche i notoriamente insufficienti risultati della spending review,
che negli auspici del governo avrebbe dovuto garantire entro
il 2016 32 miliardi di euro di tagli, pari al 2% del Pil. L’agenzia non
è convinta di queste cifre, perché “nel medio termine mancano i
dettagli del piano” e il rischio che i risparmi restino sulla carta è
reale, soprattutto a causa dell’inflazione bassa.
Giudizio parzialmente positivo sul Jobs Act, “che si propone di affrontare il dualismo
del mercato del lavoro italiano”. Secondo S&P è “un segno della
volontà del governo di perseguire politiche adeguate per un Paese membro
di un’unione monetaria che comprende alcuni dei Paesi esportatori più
competitivi”. Servirebbe però anche più contrattazione decentrata,
perché oggi il meccanismo di fissazione dei salari
ostacola il recupero della competitività. Una maggiore flessibilità del
mercato del lavoro potrebbe, per S&P accelerare un adeguamento
salariale. Ma l’agenzia segnala anche come la riforma nel breve periodo non creerà occupazione,
e “di conseguenza, la già elevata disoccupazione potrebbe peggiorare
fino a quando non ci sarà una ripresa economica sostenibile”. Nel medio
termine, tuttavia, le misure potrebbero essere efficaci, se applicate
anche al secondo livello di contrattazione. Continuano poi a pesare i
soliti fattori che scoraggiano gli investitori stranieri a puntare
sull’Italia: servizi non riformati, sistema giudiziario lento e costoso, alte spese legali e amministrative, elevati costi di licenziamento per i dipendenti a tempo indeterminato. Inoltre il costo all’ingrosso dell’energia
rimane sostanzialmente superiore, anche a causa dei monopoli presenti
nel settore.Solo venerdì mattina il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, in visita a Francoforte per incontri con imprenditori e un convegno organizzato dal quotidiano Die Welt,
ha difeso la politica economica del governo dicendo tra l’altro che
“il debito italiano è sostenibile” e lo si vede “dal surplus primario
che solo Germania e Italia (salvo che nel 2009) hanno mantenuto
positivo”. In linea con la campagna di “marketing” sui conti pubblici italiani lanciata su Twitter con l’hashtag #prideandprejudice,
il titolare del Tesoro ha aggiunto che “il debito italiano non
continua a salire e se sale non è colpa dell’Italia. Se ci fosse un’inflazione
in equilibrio all’1,8%, una crescita reale dell’1% e una crescita
nominale di circa il 3%, il debito pubblico sarebbe in un sentiero di
discesa rapidissimo”. Peccato che oggi il livello di inflazione sia in calo e in novembre si sia fermato allo 0,2%.
Ma per il governo basta vedere il bicchiere mezzo pieno. Non per
niente fonti di Palazzo Chigi hanno fatto sapere di vedere nel
declassamento un “lato positivo”, perché l’agenzia vede “elementi buoni
nelle riforme strutturali”, anche se “non tali da compensare l’aumento
del debito e risvegliare l’economia nel breve”. Secondo le stesse
fonti, “non si tratta di una bocciatura del Jobs act, anzi S&P dice che le riforme vanno bene ma bisogna andare più veloce”.
p.s.
in
pratica, come da anni pochi fessi (fra cui il sottoscritto) vanno
dicendo, la ricetta non solo è sbagliata ma ammazza il malato.. ammesso
che di malato si possa parlare perchè risulta sempre più chiaro che il
vero problema non era, e non è, il debito o l'economia ma quello di
parificare le economie allo stesso livello e aprire i mercati alle
aziende con il minor numero di regole possibile: se tutto è mercato
tutto si domanda e tutto si offre al prezzo minore e al profitto
maggiore....... e ciò può avvenire solo se si perde il filo democratico
degli stati e si pensa solo al proprio piccolo interesse particolare:
polticamente lo Stato non ha altro compito che quello di ricoprire le
falle e i debiti dei mercati e dall'altro quello di vigilare a che
nessuno disturbi i manovratori. Hai voglia a parlare di democrazia,
elezioni, ecc. qui quello che conta è il consumismo non l'economia
reale; l'assalto ai negozi per black friday e non cittadini consapevoli
del proprio destino... un parco buoi e non un pianeta che sceglie cosa e
dove andare.... ma "i talk to the wind... (libera citazione dal LP XXI
century schizoid man" dei King Crimson, che di "schizoidi" ne sapevano
eccome)": mettete insieme tutti i tasselli (dal WTO al TTIP) e vedrete come il quadro si completa!
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
venerdì 5 dicembre 2014
giovedì 4 dicembre 2014
TTIP: l’accordo economico segreto internazionale che cambierà il mondo
Fonte: disinformazione
Nel
generale silenzio dei grandi media, relegato in fondo alle pagine e ai
siti specialistici di economia internazionale, al riparo da ogni
pericolo di dibattito pubblico fra le diverse sponde dell’atlantico e
del pacifico, un ristretto gruppo di negoziatori governativi e un
numero di gran lunga più alto di lobbisti per conto delle più potenti
multinazionali stanno pianificando da almeno quattro anni i due più
mastodontici trattati commerciali internazionali del ventunesimo secolo.
Un
enorme programma di smantellamento delle residue barriere commerciali,
giuridiche e politiche tra Stati Uniti, Europa e dodici paesi delle
due sponde del pacifico, funzionale alla creazione della più grande
area di libero scambio del pianeta (comprendendo economie per circa il
60% del prodotto interno lordo mondiale), sia per l’estensione
geografica che per la profondità capillare con cui il programma di
liberalizzazioni e deregolamentazioni abbatterà tutti gli ostacoli sul
suo cammino: dai diritti del lavoro alla proprietà intellettuale, dai
servizi pubblici fondamentali fino al diritto alla salute. Si tratta
del Transatlantic Trade and Investment Partnership tra l’Unione europea
e gli Stati Uniti, secondo step del più vicino Transpacific
Partnershipche l’amministrazione Obama intenderebbe concludere prima
della fine dell’anno, escludendo di fatto il Congresso dalle trattative
in corso e accelerando i tavoli a porte chiuse con i Paesi partner
(per la precisione: Giappone, Messico, Canada, Australia, Malesia,
Cile, Singapore, Perù, Vietnam, Nuova Zelanda e Brunei) e gli incontri
segreti con gli oltre 600 rappresentanti delle multinazionali. I
contenuti e i termini delle trattative in corso sono di fatto
inaccessibili agli organi di informazione e anche ai parlamenti dei
Paesi coinvolti, se non a gran parte degli stessi governi, è precluso
un accesso integrale alle bozze sugli accordi in ballo, come denunciato
da Wikileaks.
Entrambi
gli accordi possono essere letti come fasi differenti di un’unica
ambiziosa strategia statunitense per la riconquista di una nuova
egemonia globale ‘diffusa’, contro l’incubo che il mutato quadro dei
rapporti di forza a livello internazionale possa marginalizzare sempre
di più la potenza americana. Da una parte le nuove potenze emergenti
del secondo e terzo mondo, quali il Brasile, India, Sud Africa e
Messico continuano a crescere e sviluppare il proprio mercato interno,
rivelandosi difficilmente controllabili attraverso i vecchi e nuovi
forum internazionali, come il G20, e in alcuni casi rafforzando la
costruzione di nuove aree commerciali regionali per la prima volta
sottratte all’influenza statunitense, come nel caso del MERCOSUR in
America Latina a trazione brasiliana. Dall’altro lato del pacifico
l’asse economico e geo-politico tra il gigante cinese e la Russia si va
affermando prepotentemente come epicentro degli equilibri
mediorientali e asiatici (la soluzione diplomatica della vicenda
siriana, come l’accordo sull’arricchimento dell’uranio in Iran lo hanno
dimostrato recentemente) in una graduale scalata al ruolo di
leadership globale.
Nella
morsa dei nuovi candidati all’egemonia internazionale, con il vecchio
partner europeo allo sbando intrappolato nella spirale economica e
sociale dell’austerità, lo stanco e frustrato impero statunitense tira
fuori le unghia, archiviando di fatto le negoziazioni del mai compiuto
Doha Development Round (il regime commerciale che avrebbe dovuto
portare a compimento il sistema del WTO avvantaggiando le nazioni
povere del terzo mondo) per lanciare una controffensiva senza precedenti
con gli strumenti e la piena complicità delle più potenti
multinazionali economiche e finanziarie, sulla scorta del programma
elaborato per la prima volta dall’Atlantic Council di Wahington. Se,
infatti, tale iniziativa va iscritta in una strategia diriconquista
della scena internazionale da parte dei vecchi padroni del mondo
(l’asse USA-Europa-Giappone), essa da inquadrata più ampiamente in un
disegno di politica economica mondiale che vede, forse per la prima
volta nella storia, il pieno protagonismo politico delle grandi
corporation transnazionali, non più confinate a esercitare un’influenza
esterna sui centri decisionali internazionalie regionali, ma sedute
negli stessi tavoli di negoziazione e trattativa alla pari degli attori
nazionali, se non in posizione privilegiata. I due trattati si
profilano così come la prima autentica costruzione di un’area
planetaria di libero mercato costruita a tavolino, per filo e per
segno,da un’élite transazionale che supera i confini tradizionali tra
Stato e privati, tra governi e interessi aziendali, sottraendosi a ogni
controllo democratico.
Dal
quadro che finora abbiamo grazie a Wikileaks e al lavoro di indagine
del Corporate Europe Observatory, lo scarso numero di ‘addetti ai
lavori’ da parte dei diversi governi coinvolti è ampiamente compensato
dalle centinaia di lobbisti e manager del ristretto club di
multinazionali dei più diversi settori, ben lieti di poter dare la loro
consulenza tecnica ed esprimere il proprio punto di vista fino ai
dettagli dei diversi articoli che comporranno i trattati. I contenuti
dei due trattati che giorno dopo giorno si vanno delineando portano ben
impresso il marchio degli interessi elitari da cui hanno preso forma.
Proveremo qui a dare un rapido sguardo alle principali questioni in
ballo per ogni diverso settore, spaziando tra il TPP e il TTIP proprio
in virtù delle vistose analogie che emergono fra i due sistemi
regolatori. Rinviamo a prossimi contributi sul Corsaro un
approfondimento più dettagliato sulle singole questioni.
Impatto sul mercato del lavoro
Nonostante una metodologia improntata ai più ottimistici parametri econometrici, lo stesso Impact Assessment del TTIP elaborato dalla Commissione europea avverte del concreto rischio di un pesante shock nel mercato del lavoro europeo in seguito alle ristrutturazioni dei settori economici dopo l’entrata a regime del trattato commerciale. Settori come quello dell’allevamento, della produzione di fertilizzanti, di bioetanolo e di zucchero, segnala la Commissione, potrebbero realisticamente subire un pesante colpo dai vantaggi competitivi che avrebbe l’industria statunitense sulla controparte europea, con un relativo impatto negativo sull’intero sistema industriale dell’UE. Come in ogni accordo economico internazionale, le parti vengono poste su di un’uguaglianza formale di condizioni e regole che puntualmente finiscono per avvantaggiare quella economicamente più forte e competitiva. La libera competizione dell’industria americana sul mercato europeo, con i suoi standard produttivi e lavorativi, andrebbe verosimilmente a minare pesantemente diversi settori industriali europei più deboli e incapaci di reggere il confronto. Come giustamente segnalato dal rapporto del CEO, tale squilibrio di produttività industriale tra le parti potrebbe concretamente tradursi in un impoverimento ancora maggiore del sud Europa, già piegato dalla crisi e dagli effetti recessivi delle politiche d’austerità, i cui fragili sistemi industriali riceverebbe un ennesimo colpo (A brave new Transatlantic Partnership, p. 10). Si intuisce facilmente cosa potrebbe accadere nel mercato del lavoro.
Nonostante una metodologia improntata ai più ottimistici parametri econometrici, lo stesso Impact Assessment del TTIP elaborato dalla Commissione europea avverte del concreto rischio di un pesante shock nel mercato del lavoro europeo in seguito alle ristrutturazioni dei settori economici dopo l’entrata a regime del trattato commerciale. Settori come quello dell’allevamento, della produzione di fertilizzanti, di bioetanolo e di zucchero, segnala la Commissione, potrebbero realisticamente subire un pesante colpo dai vantaggi competitivi che avrebbe l’industria statunitense sulla controparte europea, con un relativo impatto negativo sull’intero sistema industriale dell’UE. Come in ogni accordo economico internazionale, le parti vengono poste su di un’uguaglianza formale di condizioni e regole che puntualmente finiscono per avvantaggiare quella economicamente più forte e competitiva. La libera competizione dell’industria americana sul mercato europeo, con i suoi standard produttivi e lavorativi, andrebbe verosimilmente a minare pesantemente diversi settori industriali europei più deboli e incapaci di reggere il confronto. Come giustamente segnalato dal rapporto del CEO, tale squilibrio di produttività industriale tra le parti potrebbe concretamente tradursi in un impoverimento ancora maggiore del sud Europa, già piegato dalla crisi e dagli effetti recessivi delle politiche d’austerità, i cui fragili sistemi industriali riceverebbe un ennesimo colpo (A brave new Transatlantic Partnership, p. 10). Si intuisce facilmente cosa potrebbe accadere nel mercato del lavoro.
Oltre
alla perdita dei posti di lavoro che tale concorrenza aggressiva da
parte degli USA e delle multinazionali porterebbe in Europa, non
bisogna sottovalutare il pericolo di un abbassamento generalizzato
degli standard dei diritti del lavoro, sindacali e previdenziali che i
lavoratori in Europa subirebbe, allineandosi col sistema di (scarse)
tutele, di debolezza dei sindacati e di privatizzazione del settore
previdenziale tipico degli USA. Anche in questo caso gli standard si
allineano verso l’alto per quel che riguarda la possibilità per i
privati di far profitto e crollano verso il basso sul mercato del
lavoro. Sempre la Commissione europea, senza peli sulla lingua, afferma
a tal proposito che una delle priorità di un simile accordo
commerciale è ‘ridurre il rischio di diminuire gli investimenti USA in
Europa e la loro fuga in altre parti del mondo’. Se oltre gli USA
consideriamo che i lavoratori in Europa dovranno fare i conti con una
concorrenza che si aprirà ancora di più anche all’Asia, attraverso il
corrispondente accordo del pacifico, l’attacco che si preannuncia sui
diritti del lavoro si preannuncia catastrofico e senza quartiere. I
diritti dei lavoratori sono d’altronde esplicitamente inseriti alla
voce delle ‘barriere non-tariffarie’ da abbattere nel TTIP e nel TPP.
Proprietà intellettuale.
Le bozze del TTIP nasconderebbero un ritorno delle spirito e di interi paragrafi dell’ACTA (Anti-counterfeiting trade agreement), l’accordo multilaterale sulla proprietà intellettuale fortemente voluto dagli USA con cui il copyright avrebbe acquisito un potere legale e sanzionatorio enorme a scapito di un libero accesso alla cultura, concedendo alle multinazionali un potere di fatto illimitato sulla gestione dei dati personali degli utenti della rete a totale scapito della loro privacy. L’ACTA è stato fermato dal Parlamento europeo nel 2012 anche seguito delle gradi proteste che avevano attraversato il continente, ma rischia adesso risorgere dalle ceneri nei dettagli dell’accordo trans-atlantico. Insieme alla perdita della privacy e dei ‘diritti digitali’ per tutti gli utenti di internet, tale accordo darebbe mano libera ai colossi multinazionali a fare del web un sistema di monitoraggio e sorveglianza: una trappola per la libertà di informazione e di fruizione della comunicazione via web. Infatti, tra i suoi capitoli più controversi, l’ACTA prevedeva la facoltà per gli Internet Service Providers di setacciare la rete a caccia non solo di violatori del copyright, ma anche di ‘sospetti’ e potenziali complici, consegnandoli alle autorità: un potere poliziesco e punitivo che scardinerebbe il potenziale del web come luogo della libertà di espressione e della cultura.
Le bozze del TTIP nasconderebbero un ritorno delle spirito e di interi paragrafi dell’ACTA (Anti-counterfeiting trade agreement), l’accordo multilaterale sulla proprietà intellettuale fortemente voluto dagli USA con cui il copyright avrebbe acquisito un potere legale e sanzionatorio enorme a scapito di un libero accesso alla cultura, concedendo alle multinazionali un potere di fatto illimitato sulla gestione dei dati personali degli utenti della rete a totale scapito della loro privacy. L’ACTA è stato fermato dal Parlamento europeo nel 2012 anche seguito delle gradi proteste che avevano attraversato il continente, ma rischia adesso risorgere dalle ceneri nei dettagli dell’accordo trans-atlantico. Insieme alla perdita della privacy e dei ‘diritti digitali’ per tutti gli utenti di internet, tale accordo darebbe mano libera ai colossi multinazionali a fare del web un sistema di monitoraggio e sorveglianza: una trappola per la libertà di informazione e di fruizione della comunicazione via web. Infatti, tra i suoi capitoli più controversi, l’ACTA prevedeva la facoltà per gli Internet Service Providers di setacciare la rete a caccia non solo di violatori del copyright, ma anche di ‘sospetti’ e potenziali complici, consegnandoli alle autorità: un potere poliziesco e punitivo che scardinerebbe il potenziale del web come luogo della libertà di espressione e della cultura.
Ma
l’ulteriore fortificazione del regime della proprietà intellettuale
avrebbe anche conseguenze ben più devastanti. In primo luogo ne
beneficerebbero le grandi industrie farmaceutiche rispetto ai farmaci
generici, vedendosi assicurate un regime di monopolio legalizzato
contro una competizione che finora ha regolato verso il basso i prezzi,
tutto a spese dei sistemi sanitari nazionali, delle tasche dei
contribuenti, ma soprattutto della loro salute.
Libertà degli investimenti
Tra i capitoli più temuti del TPP e del TTIP, quello sugli strumenti di tutela legale della libertà di investimenti per i privati minaccia di trasformare davvero ogni forma di ‘bene comune’, dai servizi pubblici alle cure mediche, in merce da scambiare sul mercato per il profitto delle grandi corporations. Secondo le indiscrezioni fornite dal CEO,entrambi i trattati contemplerebbero la piena introduzione della libera concorrenza quale principio cui ogni servizio pubblico debba sottostare, considerando anche i ‘potenziali rischi’ e gli ‘investimenti mancati’ provocati dall’ingerenza dello Stato. Come già accaduto nel novembre 2012 in Canada, un casa farmaceutica potrebbe procedere legalmente contro uno Stato che limitasse la libertà di investimenti garantendo degli standard sanitari e medici a livello nazionale. Ciò avverrebbe principalmente attraverso un rafforzamento della normativa a favore della libertà di impresa e di un nuovo sistema di risoluzione delle contese tra stato e privati che permetterebbe alle multinazionali di denunciare i governi che non rispettassero ‘la libertà e protezione degli investimenti’ con lo strumento dell’arbitratointernazionale tra i firmatari dei trattati commerciali, sottraendosi ai tribunali nazionali e sovranazionali (come la Corte europea). I due trattati costituirebbero in questo modo una nuova sfera legale e giudiziaria a uso privato cui i singoli governi si troverebbero a cedere altri pezzi della propria sovranità, insieme alla tutela dei diritti fondamentali dei suoi cittadini. Possiamo soltanto immaginare come ciò possa tradursi non solo per l’Europa (e il sud Europa), ma anche per tutti quei contraenti deboli dell’accordo trans-pacifico (come il Cile e il Perù) che di fatto finirebbero per essere legalmenteincatenati ai ricatti delle grandi compagnie e dei loro investimenti predatori.
Tra i capitoli più temuti del TPP e del TTIP, quello sugli strumenti di tutela legale della libertà di investimenti per i privati minaccia di trasformare davvero ogni forma di ‘bene comune’, dai servizi pubblici alle cure mediche, in merce da scambiare sul mercato per il profitto delle grandi corporations. Secondo le indiscrezioni fornite dal CEO,entrambi i trattati contemplerebbero la piena introduzione della libera concorrenza quale principio cui ogni servizio pubblico debba sottostare, considerando anche i ‘potenziali rischi’ e gli ‘investimenti mancati’ provocati dall’ingerenza dello Stato. Come già accaduto nel novembre 2012 in Canada, un casa farmaceutica potrebbe procedere legalmente contro uno Stato che limitasse la libertà di investimenti garantendo degli standard sanitari e medici a livello nazionale. Ciò avverrebbe principalmente attraverso un rafforzamento della normativa a favore della libertà di impresa e di un nuovo sistema di risoluzione delle contese tra stato e privati che permetterebbe alle multinazionali di denunciare i governi che non rispettassero ‘la libertà e protezione degli investimenti’ con lo strumento dell’arbitratointernazionale tra i firmatari dei trattati commerciali, sottraendosi ai tribunali nazionali e sovranazionali (come la Corte europea). I due trattati costituirebbero in questo modo una nuova sfera legale e giudiziaria a uso privato cui i singoli governi si troverebbero a cedere altri pezzi della propria sovranità, insieme alla tutela dei diritti fondamentali dei suoi cittadini. Possiamo soltanto immaginare come ciò possa tradursi non solo per l’Europa (e il sud Europa), ma anche per tutti quei contraenti deboli dell’accordo trans-pacifico (come il Cile e il Perù) che di fatto finirebbero per essere legalmenteincatenati ai ricatti delle grandi compagnie e dei loro investimenti predatori.
Ambiente e agricoltura
Nella logica degli standard al ribasso tra Stati Uniti e resto del mondo finirebbero in pieno i regimi di tutela ambientale, climatica e agricola e, se consideriamo le scarse tutele americane in tema di emissioni inquinanti e uso di tecnologie e prodotti ‘invasivi’ nel campo agro-alimentare, vi sono serie ragioni per temere uno dei colpi più violenti alla salvaguardia dell’ambiente degli ultimi decenni. L’armonizzazione degli standard qualitativi tra le due sponde dell’atlantico potrebbe portare in Europa, come denunciato da diverse voci, all’abbandono del ‘principio precauzionale’ che finora ha tenuto alla larga gran parte degli OGM, dei capi bovini dopati con ormoni e dei volatili sterilizzati chimicamente, tipici del made in USA. Lo sviluppo delle bio-tecnologie alimentari, in primo luogo con la libera commercializzazione degli OGM, è proprio l’obiettivo delle campagne milionarie e decennali condotte da giganti multinazionali come la Monsanto, la DuPont e la Dow Chemical. Lo stesso vale per gli standard agricoli sull’uso dei pesticidi e la tutela del paesaggio che potrebbero realisticamente pendere dal lato del più ‘liberale’ regime americano, tutto a svantaggio di un più elevato livello di sicurezza della qualità del cibo, della produzione in biologico, e della tutela dell’agricoltura europea costretta a subire, in particolare nell’area mediterranea, il durissimo colpo di un’impari e aggressiva concorrenza statunitense.
Nella logica degli standard al ribasso tra Stati Uniti e resto del mondo finirebbero in pieno i regimi di tutela ambientale, climatica e agricola e, se consideriamo le scarse tutele americane in tema di emissioni inquinanti e uso di tecnologie e prodotti ‘invasivi’ nel campo agro-alimentare, vi sono serie ragioni per temere uno dei colpi più violenti alla salvaguardia dell’ambiente degli ultimi decenni. L’armonizzazione degli standard qualitativi tra le due sponde dell’atlantico potrebbe portare in Europa, come denunciato da diverse voci, all’abbandono del ‘principio precauzionale’ che finora ha tenuto alla larga gran parte degli OGM, dei capi bovini dopati con ormoni e dei volatili sterilizzati chimicamente, tipici del made in USA. Lo sviluppo delle bio-tecnologie alimentari, in primo luogo con la libera commercializzazione degli OGM, è proprio l’obiettivo delle campagne milionarie e decennali condotte da giganti multinazionali come la Monsanto, la DuPont e la Dow Chemical. Lo stesso vale per gli standard agricoli sull’uso dei pesticidi e la tutela del paesaggio che potrebbero realisticamente pendere dal lato del più ‘liberale’ regime americano, tutto a svantaggio di un più elevato livello di sicurezza della qualità del cibo, della produzione in biologico, e della tutela dell’agricoltura europea costretta a subire, in particolare nell’area mediterranea, il durissimo colpo di un’impari e aggressiva concorrenza statunitense.
Banche e società finanziarie a piede libero
I padroni della finanza tra Stati Uniti ed Europa starebbero approfittando di questo ambizioso Round di negoziazioni per ottenere quello che, sotto gli occhi troppo attenti dell’opinione pubblica, difficilmente riuscirebbero a vedersi garantito dai governi nazionali in un momento di crisi simile: cioè un’ulteriore deregolamentazione del settore finanziario a livello globale. Attraverso il capitolo sulla tutela degli investimenti, le grandi società finanziarie potrebbero garantirsi ulteriori strumenti legali per il ‘risarcimento delle perdite’ e la tutela contro i rischi derivanti dal libero scambio di pacchetti di titoli più o meno tossici. Per quanto a parole l’intento dichiarato sia quello di una ‘regolamentazione prudente’ dei flussi finanziari, vi sono buone ragioni per sospettare, come fa il rapporto del CEO (pp. 22-23), che l’opposizione delle banche e dei governi inglese e tedesco, insieme ai colossi americani, saranno in fine determinanti nel ridurre al solo livello nazionale i regimi di controllo, favorendo un’ulteriore apertura dei mercati finanziari a livello atlantico.
I padroni della finanza tra Stati Uniti ed Europa starebbero approfittando di questo ambizioso Round di negoziazioni per ottenere quello che, sotto gli occhi troppo attenti dell’opinione pubblica, difficilmente riuscirebbero a vedersi garantito dai governi nazionali in un momento di crisi simile: cioè un’ulteriore deregolamentazione del settore finanziario a livello globale. Attraverso il capitolo sulla tutela degli investimenti, le grandi società finanziarie potrebbero garantirsi ulteriori strumenti legali per il ‘risarcimento delle perdite’ e la tutela contro i rischi derivanti dal libero scambio di pacchetti di titoli più o meno tossici. Per quanto a parole l’intento dichiarato sia quello di una ‘regolamentazione prudente’ dei flussi finanziari, vi sono buone ragioni per sospettare, come fa il rapporto del CEO (pp. 22-23), che l’opposizione delle banche e dei governi inglese e tedesco, insieme ai colossi americani, saranno in fine determinanti nel ridurre al solo livello nazionale i regimi di controllo, favorendo un’ulteriore apertura dei mercati finanziari a livello atlantico.
Durante
le ultime sedute della trattativa del TPP tenutesi a Salt Lake City,
nello Utah, nelle prime due settimane di novembre, l’accelerazione da
parte dell’amministrazione Obama si è contrata con l’opposizione di
alcuni degli Stati coinvolti nell’accordo, così come rivelato da
Wikileaks. Nuova Zelanda, Cile e Australia sarebbero in disaccordo su
diversi punti della bozza di trattato, specialmente per quel che
riguarda i diritti di proprietà intellettuale e il capitolo sulla tutela
degli investimenti. Si apre così uno spiraglio per intaccare i piani
statunitensi e privati per concludere in gran fretta e a porte chiuso
la prima fase di un accordo di portata planetaria.
Il
Corsaro si unisce ai movimenti che si stanno battendo per spezzare
questo gigantesco cappio sopra le teste di milioni e milioni di
cittadini in tutto il mondo. Il tempo è poco e finora il velo di
segretezza e indifferenza da parte dell’opinione pubblica ha fatto da
padrone su una questione così vitale per il futuro di tutti noi.
Proviamo a rompere questo velo e dare una consapevolezza della reale
posta in gioco di questi trattati: il nostro futuro e la possibilità
stessa di poterlo cambiare un giorno.
(Articolo
pubblicato su Il Corsaro, titolo originale: “In gran silenzio arriva
il TTIP: lobbisti e paesi del pacifico per l’accordo economico che
cambierà il mondo”, 14 Dicembre 201)
p.s.
ora
sembra puro complottismo, vero? Aspettate qualche anno e vedrete che,
come già accaduto per i Trattati europei (anche quelli non noti a tutti
come ad esempio quello istitutivo del Meccanismo Europeo di Stabilità),
quando si esplicheranno tutti i suoi effetti ci saranno persone che o
negheranno di aver pensato che er un fregatura e altri che diranno...
che non è vero e che tutto va bene
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