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domenica 29 aprile 2018

Coree, quello che sta accadendo è una lezione per i politici nostrani

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 29 aprile 2018


E’ vero che il baricentro del mondo si sta spostando a oriente, non solo quello economico ma soprattutto quello politico. I politici nostrani farebbero bene a prestare attenzione a come si fa politica ad alto livello, forse imparerebbero qualcosa. L’ultima magistrale lezione di diplomazia internazionale arriva dalla tristemente celebre zona demilitarizzata, la cicatrice della guerra fredda che corre lungo il 38 esimo parallelo e che divide la penisola coreana in due.
Il dittatore Kim Jong-un, considerato pazzo e sanguinario fino a quattro mesi fa, ha partecipato a un summit storico nella Corea del sud, stato ancora ‘nemico’ e dove né suo padre né suo nonno hanno mai messo piede. Lo ha fatto con tutti gli onori riservati a un grande capo di Stato. Il presidente coreano Moon, che ha speso gli ultimi vent’anni per ottenere questo incontro, è il stato il suo interlocutore. Come Kim ha usato tutte le strategie politiche, inclusa la diplomazia delle olimpiadi, per avvicinarsi alla comune meta: l’accordo di pace tra le due nazioni.
La pace tra questi due Paesi che per tre mila anni sono state un’unica espressione geografica e linguistica, una singola cultura, una nazione sovrana con lo stesso popolo aprirà le porte alla collaborazione economica e commerciale. Il modello sarà quello del vecchio mercato comune: sfruttare le interdipendenze economiche e le risorse di entrambi per modernizzare il nord e produrre benessere in tutta la penisola. L’unione ha le potenzialità di dar vita a un’economia molto più forte di quella giapponese.
Nord e sud, dunque, hanno interessi comuni che perseguono congiuntamente. Gli ostacoli non sono pochi. In primis, anche se entrambi hanno firmato un armistizio di pace, i due Paesi sono ancora in guerra. La Repubblica popolare della Corea del nord è uno stato cuscinetto per la Cina, la Corea del sud è una importantissima base militare americana nel Pacifico. Insomma, per arrivare a stringersi la mano sul 38° parallelo e piantare l’albero della pace i due leader coreani hanno dovuto convincere Washington e Pechino a farglielo fare.
Se mettiamo a confronto questa lezione di diplomazia internazionale con i fiaschi post-elettorali europei – l’ultima nazione a dar prova di incapacità nella formazione del governo sulla base dei risultati elettorali è la nostra – e le animosità all’interno dell’Unione Europea, ad esempio Brexit, ci rendiamo conto perché l’asse del mondo si sta spostando a oriente. A completare il triste quadro della decadenza della politica in Europa ci sono i rapporti di sudditanza con Washington. Che dire di Macron che attraversa l’oceano per presentare a Trump la volontà ferrea europea di andare avanti con l’accordo con l’Iran per poi cambiare idea a venti quattro ore dall’atterraggio? Notevole la differenza con il presidente Moon (la cui moglie non veste Chanel come le first lady francese e americana), Moon è un politico di sostanza, che ha le idee ben chiare sul futuro della propria nazione, non è un populista.
Certo c’è sempre Angela Merkel che ha detto chiaramente a Trump – che continuava a bombardare il mondo con twitter trionfalistici sul summit coreano presentato come una sua creazione – di non fidarsi di Kim Jong-un. La Merkel sì, è una scaltra politica, ma si trova a dover giocare in una squadra di schiappe e non ha un interlocutore con cui lavorare seriamente. Descritto lo scenario ecco alcune previsioni: Trump e Kim si incontreranno, possibilmente a giugno. L’accordo di pace tra le due coree verrà avvallato dalla Casa Bianca, a quel punto si inizierà a lavorare con lena alla cerimonia per la firma del trattato, che avverrà prima di novembre 2018, e cioè delle elezioni di mid-term americane.
Trump si attribuirà tutta la gloria e sia Kim che Moon glielo lasceranno fare. Kim ribadirà l’impegno a congelare le testate nucleari e i dettagli della denuclearizzazione verranno rimandati a un altro summit, che avverrà nel 2019. Intanto Nord e Sud Corea inizieranno in sordina a cooperare economicamente, a dispetto delle sanzioni internazionali. Gli investitori del sud avranno quindi accesso prioritario al processo di modernizzazione del nord.
In Europa il battibecco sulla Brexit non scomparirà. Le tensioni tra il populismo di destra dell’est europeo e Bruxelles aumenteranno, rischiando di far implodere tutta la struttura, in Italia con molta probabilità si rivotera’ ma i risultati non saranno migliori. Insomma gli scenari non sono affatto positivi. Ultimo dettaglio il taglio di capelli alla Kim continuerà a essere sempre più di monda, quello alla Di Maio invece verrà considerato passé.

Economia Occulta | 29 aprile 2018

lunedì 10 aprile 2017

The Donald dal gas ai missili: più pantomima che strategia (Valerio Cattano)

Il presidente Usa già annuncia un “segnale” al dittatore della Nord Corea ma sul bombardamento “telefonato” di Shayrat restano punti poco chiari.Congratulazioni ai nostri uomini e donne delle forze armate per aver rappresentato gli Stati Uniti, e il mondo, così bene nell’attacco in Siria”. Il presidente Donald Trump affida a Twitter il suo primo commento ufficiale sul raid, dal discorso alla nazione di giovedì sera. Il tycoon a molti inviso, nello spazio di poco tempo è diventato il guardiano della democrazia.
Anche la Cnn, che prima e dopo la campagna elettorale non gli aveva fatto sconti sul Russiagate – rapporti ambigui dello staff presidenziale con esponenti russi del mondo politico ed economico – rilancia che gli Usa starebbero verificando se il bombardamento sull’ospedale siriano poco dopo l’attacco chimico (l’episodio che avrebbe spinto Trump a intervenire in Medio Oriente) sia stato condotto dalla Russia, o dalla Russia assieme al governo siriano, per distruggere le prove.
In altre parole, il bombardamento deciso dalla Casa Bianca era necessario per mandare un messaggio ad Assad e Putin: in quello scenario non potete fare più come vi pare.
Superata l’onda emotiva però, nella narrazione del raid dopo 72 ore restano spazi vuoti sia sul piano militare che politico. Anche perché il presidente americano ha già abbandonato il fronte siriano per concentrarsi sul nemico di sempre: la Nord Corea del dittatore Kim Jong-un.
Quali obiettivi. “Gli attacchi isolati, è dimostrato che non sono in grado di cambiare molto, serve una strategia ampia e serve l’autorizzazione del Congresso per ulteriori azioni militari”. Il New York Times in un editoriale sottolinea come “è difficile non provare un senso di soddisfazione e giustizia fatta” ma mette in fila una serie di quesiti. L’attacco “era legale? Era una risposta isolata non legata a una più ampia strategia per risolvere il complesso dilemma in Siria? Finora non ci sono prove sul fatto che Trump abbia pensato alle implicazioni dell’uso della forza militare o pensato quali possano essere le prossime mosse”. Il NYT inoltre scrive: “Mr. Trump ha spiegato che il suo atteggiamento è cambiato dopo aver visto le vittime civili dell’attacco chimico. Per quanto possa essere sincero questo sentimento, lo spettacolo di un presidente che fa retromarcia e prende decisioni sull’onda emotiva non suscita fiducia. Bisogna anche chiedersi perché simili sentimenti non siano scattati prima, dinanzi ai 400 mila morti della guerra civile dal 2011 in poi, o delle migliaia di rifugiati siriani a cui lui ha sbarrato la porta”.
Il fronte interno. Il magazine Politico ritiene che il nuovo approccio muscolare del presidente lo aiuterà anche sullo scenario interno; sarà più facile per la Casa Bianca difendersi dalle accuse di relazioni troppo strette tra collaboratori di Trump e la Russia che stanno emergendo nell’indagine dell’Fbi sulle interferenze di Mosca nelle elezioni dello scorso novembre.
A un quesito di Politico riguardo alla possibilità che queste valutazioni abbiano avuto un peso nella decisione di dare il via al raid, Michael Short, portavoce della Casa Bianca ha reagito sdegnato: “Assolutamente no, è una domanda francamente offensiva”.
Gli alleati di Assad. “Dopo il massiccio attacco Usa con missili da crociera sulla base aerea di Shayrat né il Pentagono né il Dipartimento di Stato hanno presentato alcuna prova della presenza di armi chimiche in questa base aerea”. Così il generale Igor Konashenkov, portavoce del ministero della Difesa russo ribadisce la richiesta del Cremlino: gli americani devono provare che Assad abbia usato armi chimiche e che siano partite da quella base. Il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha chiesto la creazione di un gruppo internazionale – formato da Paesi neutrali – che indaghi su “da dove siano arrivate” le armi usate nell’attacco a Khan Sheikoun, “per mezzo di chi e se siano state chimiche o meno”.
Altri particolari tolgono smalto all’entusiasmo di Trump: la base, nonostante sia stata sottoposta ad un bombardamento serrato – gli americani hanno parlato di 59 missili Tomahawk – ieri era di nuovo operativa. I russi sono stati avvisati prima sul fatto che sarebbe avvenuto il bombardamento. Gli stessi russi in Siria hanno l’ombrello dei razzi S400, il sistema di difesa più avanzato del Cremlino, in grado di intercettare i razzi da crociera (come i Tomahawk), ma non li hanno utilizzati.
Il bluff. Proprio perché ci sono tasselli che non vanno al loro posto anche sulla stampa americana prende corpo l’ipotesi che quello del presidente-magnate sia stato un bluff da giocatore di poker, in combutta con l’amico di Mosca. “E se Putin fosse la mente dietro l’ultima settimana in Siria per aiutare indirettamente l’immagine del presidente americano e distogliere l’attenzione dalle indagini?”.
Sulla rete Msnbc il conduttore Lawrence O’Donnell mette insieme questa sceneggiatura alternativa: l’attacco chimico, anche se ridotto, ha attirato l’attenzione dei media americani e offerto all’amministrazione Trump la possibilità di lanciare i missili, e rafforzare la sua immagine. “La reazione della Russia è stata ridotta” ma la “dinamica è cambiata” sui media, che ora ritengono in bilico i rapporti fra Russia e Stati Uniti.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 09/04/2017

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